Un Fatto Quotidiano

Apprendo che Schifani – presidente del Senato della Repubblica – sta passando le acque alle vicine terme; dicono sia super blindato da un apparato di sicurezza vasto e molto robusto, pagato da noi. Penso che dopo i recenti fatti di Aulla, dopo gli articoli che parlano di “italiani che hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità”, dopo aver ascoltato in questi giorni la rabbia delle persone ‘normali’, dei borghesi d’antan, dei vecchi, dei giovani, dei disoccupati, in questa Italia che ci dicono essere in bilico e necessitante di risparmi di spesa pubblica, in questo paese che va letteralmente a rotoli, sia naturale che i politici che si scordano di dare l’esempio prendano le loro brave precauzioni. La compensazione al mio moto di disappunto (understatement opportuno) per i costi dell’apparato di sicurezza che graveranno su noi cittadini, mi viene da una sublime zuppa di castagne e funghi porcini, che consumo in solitudine e relax, accompagnata da un buon Rosso di Montalcino, chez Pino e Daniela. E un’ulteriore soddisfazione mi viene dal pensiero che il presidente del Senato pro tempore non potrà mai permettersi questo lusso!

Il verde non è un’opinione

Guardo la campagna dopo il mio breve viaggio e metto a confronto il verde che ci regala l’autunno (insieme alle brevi piogge torrenziali che hanno devastato Liguria e Toscana) con i colori di una vigna in cui si leggono i segni di una diserbata violenta. Per fortuna sta crescendo l’attenzione verso questi modi grossolani di fare agricoltura. “Tu che ne sai”, mi par di sentire l’obiezione “che sei sempre stata cittadina?”.
Non è più tempo di polemiche, di contrapposizioni ‘politiche’, di discorsi da ambientalisti che corrono per farsi eleggere. Non è più quel tempo e io forse non so moltissimo (ma cerco di sapere di più), se non che c’è il sospetto (ma a me basta) che i diserbanti provochino gravi malattie; c’è invece la certezza che le siepi – i “bocages” , come si dice in francese – che separano un coltivo dall’altro, ospitando arbusti e alberelli e nidi e piccoli insetti e tane, sono delle riserve naturali preziose e delle difese da scrosci devastanti, dilavamenti e compagnia brutta.
Questo è solo un appunto frettoloso, un invito a coltivare la nostra anima verde (non il partito, l’anima!), un’esortazione ad essere più vicini alla terra e alle piante e di fare amicizia con un albero.

Pane al Pane

Vado a trovare Ilio Raffaelli – già Sindaco di Montalcino, in un’altra, remota, stagione della politica nazionale – perché mi serve visionare alcune sue foto. Me le mostra senza smettere mai di parlare, guardandomi fisso negli occhi, per vedere l’effetto che fa quello che mi dice. È una persona indomita e perbene – “non ho fiducia, ma ho speranza”, mi sentenzia alla fine del nostro incontro – considerata piuttosto scomoda. Ha un’idea di Montalcino che dovrebbe essere discussa con qualche economista. Sostiene che ‘bisogna farsi il processo’, cioè guardare quello che si è fatto ed essere spietati con sé stessi. Dopo avermi mostrato le foto, si mette a sfogliare una rivista americana degli anni novanta e mi mostra un articolo scritto da Saul Bellow – non sa che è stato uno degli autori dei cui libri ho curato il lancio, e non glielo sto a dire –; l’articolo è bellissimo; fotografa nitidamente il pensiero di un uomo di cultura (anche Premio Nobel, tra l’altro) sulla Toscana. Chi ha voglia e passione, può capire, sfogliandolo, che cosa si rischia di perdere, annichilendo etica ed estetica. L’autunno della comunicazione rischia seriamente di mandare fuori stagione questa terra.

Un Corleone pensiero

Non si legge Cuor di Leone e non ha niente a che fare con Riccardo. Nemmeno ha a che fare con le delicate Bocche di leone che fanno parte del “Terzo Paesaggio” di cui scrive Gilles Clément e che crescono vicino ai vecchi muri. È invece proprio il pensiero che si sviluppa (anzi si sviluppa poco) e si manifesta come ‘i pensieri di cosa nostra’. In questa Italia malandata, in cui persino i vecchietti stanno per scendere in piazza, in questo paese bisognoso di fatturare per campare – e possibilmente fatturare cose buone, così il cliente ritorna – c’è ancora della gente che non sa guardare oltre la punta del proprio pisello e spende energie in guerricciole anacronistiche che combatte solo nella propria testa, in preda a forsennato odio, nei confronti di “quello che la pensa diverso da me”. Guerre combattute nei confronti di giornalisti, rei di scrivere notizie e commentarle, o di avversari di corrente – nello stesso partito, perché i dissidenti (e i pensanti) danno sempre fastidio –; guerre nei confronti di chi ha avuto “quell’idea” – non importa quale, ma un’idea degna –, perché le idee ce le devono avere solo quelli che aderiscono al pensiero unico …
Di che cosa mi lamento mai!? Non mi lamento, solo guardo, sottolineo e segnalo. Che con questo tipo di pensieri si resta al palo e non si va da nessuna parte, mentre il mondo gira e compra fette di futuro, sotto i nostri nasi, occupati a tirare su, con aria sdegnata, perché al mondo c’è qualcuno che la pensa in modo diverso dal nostro e magari pensa bene. Proviamo a non essere d’accordo, e – allo stesso tempo – metterci a remare, per il ‘nostro’ futuro, senza perdere altro tempo.

Nuovi Riti Vecchi Miti

Hai mangiato la minestra di ceci, oppure trofie al pesto, o tagliatini al ragù d’anatra; gli spiedini o il peposo; d’estate ti sei fatto un ‘riso venere con calamari’ e magari hai bevuto un bicchiere di semplice vino rosso o una Corona senza il limone d’ordinanza. Poi il caffè. Si paga e si va; ma non è detto che accada subito, dipende …
Ci vanno quelli di Banfi, ci vedi un tot di facce più o meno conosciute, qualcuno della costa che sale fin quassù perché c’è chi è diventato apposta ‘uno di passaggio’, qualche volta un pigia pigia perché si ha fretta; di sera ci sono tutti quelli che vogliono una cosa un po’ décontractée. Ci sono gli abbonati d’oltre Orcia, gli amiatini, i monticelliani, i montenerini; ma anche giovinotti della città del vino e tanti anglofoni. E negli interstizi qualche curdo per niente spaesato. E poi un greco molto greco, un americano praticamente fisso quando c’è, una spruzzata di signore e personaggi solitari di questa campagna e naturalmente gente del vino in cerca (forse senza saperlo)di quell’atmosfera da Jamaica – come a Brera, il Bar Jamaica, di Pietrino Bianchi e di Mario Dondero –.
È proprio leggendo una recensione recente delle foto di Dondero (Donderò, dopo la lunga permanenza a Parigi) e di quei tempi jamaicani, che mi è venuta in mente l’aria che tira da Pino e Daniela (lei in cucina, a mezzogiorno con la cognata supercuoca Maria, lui nel bar, ma con lunghi intermezzi in cucina) – in questo transito epocale – al Bar Sant’Angelo allo Scalo.

Re Brunello e la nostra salute

Ieri sera ero l’ospite di due tedeschi, una coppia di persone ammodo, affezionatissime alla Toscana, alla campagna, al paesaggio, anche ai vini che si bevono da queste parti (Montalcino, Amiata e dintorni). Ho visto i loro occhi brillare quando ho fatto trovare sul tavolo una bottiglia di un Brunello che amo molto (“di che Brunello si tratta?”, in questo caso non si dice).
Sul tavolo c’era anche il mio Langenscheidt che ha reso più agevole la nostra conversazione, ma dovrò procuramene una versione digitale che naturalmente sarà più agile da consultare. Non cercherò invece versioni digitali del Brunello di Montalcino, perché – come tutti i grandi vini, quando sono davvero grandi – è un ambasciatore naturale di messaggi positivi, come la bellezza (del suo paesaggio!), la dolcezza (dell’amicizia!), il buonumore (che ci solleva dalle ‘grane’ quotidiane) e … la salute (dello spirito e della mente, ma anche del corpo!).
Mi è venuto in mente di scriverne per due ragioni; la prima più personale – ho bevuto due bicchieri dello splendido vino, ho dormito benissimo e mi sono svegliata di buonumore –, l’altra perché venerdì 14 ottobre, nella terra del Brunello c’è il convegno di Vino e Salute, dove ci racconteranno perché e percome il vino ci fa bene. Non so però quanti vini facciano bene alla salute quanto il Brunello, e in particolare Brunello come quello che ho bevuto – insieme ai miei ospiti germanici che socchiudevano gli occhi come due gattoni rapiti – ieri sera, e questo è qualcosa che bisognerebbe dire di più e più di frequente, come faceva la Sony quando a mercato saturo di televisori, ha insistito per un bel pezzo con un messaggio che invitava a guardare meno la tv. Ma, perbacco!, “guardatela meglio”. Ecco, se fossi un ministro, un sottosegretario, un qualcosa o qualcuno che conta e che ha a che fare con i grandi vini italiani, questo direi. “Provate a cenare con due amici (o anche da soli) e bere lentamente, uno o due bicchieri di ….(e qui ci possiamo mettere, oltre al Re, anche qualche Principe Reale) e godrete di uno dei piccoli (grandi) piaceri della vita. E vi farà bene alla salute, ben oltre gli antociani!

Grande Mela

Era la fine agosto del 1984 e faceva un caldo bestiale a New York, dove ero arrivata con due colleghe che avevo coinvolto nella “Convention” di Advertising Age. La pubblicità andava forte ma l’Italia era sempre un passo indietro. Lo scoprivamo ogni anno a Cannes, durante il festival del cinema pubblicitario, ma ne eravamo consapevoli comunque, avendo a che fare con imprenditori e utenti pubblicitari cresciuti in un provincialismo bigotto e spaventato. I computer erano poco più di macchine per scrivere, nonostante Olivetti fosse stata un’azienda formidabile, con prodotti dal design ammirato da tutti. Un mondo remoto visto da questi anni, tuttavia un mondo in movimento e proprio per coglierne il senso, avevo proposto in azienda una sortita là dove si presentavano le storie di prodotti rivoluzionari, sostenuti dalla pubblicità più avveniristica che si poteva immaginare in quei giorni. Advertising Age era (forse è ancora) il più autorevole e affidabile settimanale del settore; ogni anno spiattellava le ultimissime notizie all’Hilton di Avenue of the Americas, a New York, insieme ai dati che fotografavano lo stato di salute di quel settore economico.

Quell’anno sul palcoscenico, nella passerella di prodotti di tutti i tipi e generi, venne presentato un nuovo computer, concepito in modo talmente rivoluzionario che stentavo a capirne il senso, anche se il giovinetto – tale Steve Jobs – che ce lo stava presentando era brillante e autorevole allo stesso tempo.
Ancor più convincente – e per me, più chiaro – fu lo spot pubblicitario, drammatico e infine liberatorio, che Ridley Scott ci proiettò, suscitando commenti entusiastici tra i duemila convenuti. Lo spot  a me ha ancora fatto impressione rivedendolo dopo tanti anni.

Raccontarlo non è importante, basta sapere che promuoveva il lancio del primo Mac, anzi del “Mac-pensiero”. Noi italiani ci scaldammo parecchio “…capirete perché il 1984 non sarà come il 1984”: citava Orwell lo spot pubblicitario ed era quasi più esplosivo che un accenno di nudo (a cui a quei tempi non ci si era abituati ancora); evocava una rivoluzione democratica e liberatoria, provocata da una donna, che risvegliava un pubblico ridotto a zombi dal mantra del grande fratello… Qualche mese dopo lo spot passò (poco) anche sulle tv italiane, ma la notizia che arrivò molto più tardi era il flop del filmato negli Stati Uniti. Il pubblico non aveva letto Orwell e pochissimi americani conoscevano la storia di 1984, uno dei romanzi più inquietanti della storia della letteratura.

Autunno. Spuntano le idee

La vedo solo perché la luce del sole – il primo sole che non brucia – la svela lasciandola incorniciata dai ruvidi tocchi di legna bigia che aspettano l’inverno. Ha l’esatto colore dei capelli di mia madre e me la ricorda in un attimo di struggimento. Poi la giornata scorre – primo giorno di vero autunno, con le sue luci terse e un incipiente voglia di lana – le castagne le incontrerò di nuovo il giorno dopo, sul tavolo di Luca – giovane cuoco di talento che non perde mai di vista la campagna in cui è nato – che ha trovato il tempo di raccoglierne una manciata per cuocerle nel modo semplice che (quasi) tutti conosciamo dall’infanzia. Lavate e ‘castrate’ (un’incisione della buccia), messe a bollire con una manciata di sale e abbondante finocchiello: le mangeremo ancora calde, o tiepide, o già fredde ma sempre accompagnate con un bicchiere di splendidissimo Rosso – quello vero – di Montalcino. Un Rosso come quello che ha sedotto gli ospiti da Andrea Costanti, che – nel primo giorno di vero autunno – ha raccolto un po’ di amici per raccontare un’idea. Benvenute castagne e idee.

Televendita del Paesaggio

Uno di questi prossimi anni o mesi, qualche beato visitatore olandese girellerà per le campagne intorno a quel di Montisi – di cui avrà magari sentito menzionale l’olio d’oliva, insieme al delicato paesaggio circostante – e potrebbe trovarle ‘lievemente’ mutate: le campagne, il paesaggio e anche l’olio. L’olio e il turismo, qui, per ora beneficiano di un asset straordinario, il paesaggio, il famoso paesaggio toscano; proprio lui, quello di cui parlano in tutto il mondo, non solo nel resto d’Europa, o in America, ma anche in Cina e in Brasile, e nei nuovi paesi che stanno affluendo al turismo. È il paesaggio che ha reso rinomata la Toscana, perché è straordinariamente bello e ci fa sentire bene. Però non tutti se ne sono accorti e allora pensiamo a una scuola di italianità, a cui sottoporre in primis chi ha responsabilità pubbliche.
“Dobbiamo vendere paesaggio, non magliette” ha scritto Massimo Gramellini su La Stampa, in un commento al crollo di Barletta, in cui hanno perso la vita giovani donne che proprio magliette stavano fabbricando, in una risulta di luogo, per battere i prezzi cinesi . Dovremmo tutelare il bello e il buono di questo paese e costruire posti di lavoro sulla bellezza, non cercando di essere più cinesi dei cinesi, mentre proprio loro (i cinesi) stanno facendo il percorso inverso.