Una sera di luna a Montalcino, e Carlotta trasforma i sogni in un Circo immaginario

DSCN7915Un luogo straordinario, Montalcino, dove tra un grappolo e l’altro di ardenti vendemmie trovano posto anche i sogni, soprattutto i sogni d’amore. Si fanno posto, come le radici di un vigneto che cresce – in silenzio, ma con immensa energia – scansando il mondo del “c’era questo e c’era quello” dei signori Nessuno che rincorrono Qualcuno.

Il rischio di essere luogo dell’apparenza Montalcino l’ha corso quando si è un po’ dimenticata di sé stessa, correndo dietro ai lustrini farlocchi. Ma questa sera – d’autunno imminente a dispetto del caldo, in cima al paese, a Sant’Agostino – i sogni ritrovano posto e spintonano via con dolcezza la voglia di apparenza talvolta prevalente che ha un po’ tradito lo spirito di questa terra, e fanno posto all’amore.

E’ da qualche tempo che qui spuntano segni che raccontano una nuova sensibilità, l’idea di un futuro più consono ai luoghi. Torna a esserci dell’altro e assomiglia a ciò che ha incantato antan pochi ‘diversi’ e che è stato ampiamente frainteso da altri.

In questa sera di luna il segnale ci arriva dal Circo di Carta di Carlotta Parisi, dai tremori nella voce dell’autrice che ce lo racconta (con emozione autentica), dall’aria di festa che dall’aia e dall’atelier ha traslocato nel chiostro un po’ severo. Andate al circo dei sogni. Ascoltate il racconto di Carlotta (www.carlottaparisi.it).

Il Tasso che interessa è quello d’interesse

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Se mi metto a cercare in rete la traduzione di “tasso”, inciampo immediatamente nella voce “rate”; voce che non mi molla più e mi viene declinata in mille modi di dire, tutti legati strettamente al mondo della finanza. Ma io invece cercavo la traduzione di “tasso”, inteso come meles meles, della famiglia dei mustelidi, e prima di trovare la parola inglese – “badger” – che traduce correttamente l’oggetto del mio interesse sono costretta a un percorso così lungo da indurmi un pensiero – forse banale, ma non certo scontato – che mi fa sorridere un po’ amaramente.

Se invece di cercare on line la traduzione, avessi fatto la ricerca consultando uno dei corposi volumi che ormai impilo, in casa, creando torri di carta nostalgiche, le cose si sarebbero svolte molto più correttamente – dal mio punto di vista – e avrei trovato facilmente le diverse accezioni della parola in questione.

Vivo in campagna e come tutti i viventi contemporanei conosco e subisco il ‘tasso d’interesse’, ma ho anche l’opportunità straordinaria di incontrare il tasso, animale interessante e (per chi è vissuto lungamente in città) quasi esotico.

Quest’anno ho anche incontrato ben due latrine di tasso, cioè dei buchi nel terreno che il mandiboluto animale scava per depositarvi le sue feci; e siccome nella mia camminata mattutina, tornando verso casa compio spesso lo stesso percorso, ne posso anche osservare l’interessante evoluzione. Sono certa che uno di questi giorni (o di queste sere) incontrerò pure l’animale e mi terrò a rispettosa distanza, perché il tasso – inteso come meles meles, o  anglofonicamente badger – è schivo, come tutti gli animali selvatici, ma anche poco cordiale.

Ma a proposito della parola, del suo significato e dei viaggi che una parola compie, intorno al mondo ma anche nella nostra mente e nei vissuti collettivi, facevo stamane una considerazione. Dicono che il mondo che io conosco – quello di carta e di parole sulla carta – sia finito; finito io non so, ma certo è molto cambiato (esito però a definirlo un’evoluzione). Penso spesso, con un certo candore, che l’ingresso della tecnologia – in questo caso il mondo digitale (con un po’ di pressapochismo) – sia un arricchimento, una comodità in più; ogni tanto invece devo prendere atto che è proprio un cambiamento di sguardo, talvolta universale.

Il ‘tasso’ che defeca nei buchi che scava ai margini di radure (tornando sempre lì a farla, dicono gli etologi) interessa ben poco, perché è qualcosa di infimo, rispetto all’altro tasso, quello d’interesse, o d’ascolto, o di qualcos’altro. E’ sempre una percentuale e mai un animale. Forse perché la natura è ancora qualcosa di scontato, di preesistente – uno scenario ininfluente in cui vivere -: la natura è tutt’ora l’ultimo dei pensieri nel mondo governato dalla finanza. E dal tasso d’interesse.

Un Passo Indietro

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Non so voi: io non guardo la televisione e tuttavia trovo nelle pagine dei quotidiani motivi per commuovermi e vergognarmi. Vergognarmi di questa finta Europa che esiste solo se c’è da riscuotere; altrimenti ‘si salvi chi può’ e ognuno badi al proprio interesse. Non so voi, ma io mi vergogno di aver espresso, votando, questi ragionieri della retorica, con cravatta da esibizionista di serie c. Ma li ho (li abbiamo) veramente votati? 

Confesso che non ho mai aderito al concetto di accoglienza così come reclamata da una “sinistra” che invece di esprimere democrazia mi pare solo speculativa. Di più: questo – anzi, quel – concetto di accoglienza non lo condivido per niente. Perché a me suona più o meno così: ” ti salvo e socchiudo gli occhi sulle dinamiche che ti hanno portato ad attraversare il mare, per giungere nel nostro paese. Qui c’è gente di buona volontà (?) che ti rimpannuccia e ti sfama, campandoci, perché per questi è diventato un lavoro, che in tempi di non lavoro è già qualcosa. Magari qualcuno ci specula, ma sai com’è, succede. Tu vieni qui, poi si vedrà”

Più precisamente non sono d’accordo sul “poi si vedrà”, perché è un modo che in Italia (ma forse anche in Europa) ha avuto fin troppo spazio e qualche volta anche successo. Ma oggi solo un cretino può pensare di cavarsela lasciando che “le cose seguano il loro corso” tanto poi tutto si stempererà si diluirà, nel tempo e nei luoghi. Quelli che arrivano, per mare e per terra, sono un assaggino, l’antipasto di un’altra epoca che va affrontata e – come si usava dire ai tempi della sinistra che ci ha illusi – ‘gestita’. Perché spazio e risorse ci sarebbero, ma si preferisce buttarli via o fraintenderli per permettere ad alcuni amici di fare affari.

Dunque questo concetto sbandierato, sciorinato, usato contro qualcosa e non criticamente per parlare di possibili progetti, che nulla dice a proposito della gestione di una diaspora che non ci permetterà di chiudere gli occhi e ignorarla, non mi piace, anzi mi impaurisce. Ma invece non mi impauriscono i profughi – comincerei a chiamarli così e a distinguere tra di loro chi, da dove, perché, con più attenzione, con maggior preparazione e con dovuta dedizione -.

Mi fa paura questa Europa in tailleur o in grisaglia che bada agli spread e cura gli affari, ma ignora la politica, cioè la gestione dei bisogni e dei sogni (sì, c’è spazio anche per i sogni!) dei suoi abitanti e di quelli che arrivano scappando da orrori inauditi. Poi ci sarebbe – torno a sottolinearlo – da distinguerli da altri che su fronti diversi (incluso il terrorismo alimentato dai signori di qualcosa) approfittano di questa(e) diaspora(e).

Vorrei vedere i governanti europei attivarsi, porsi il problema, parlare – anche dell’impotenza e della paura che suscita questa massa di persone che letteralmente corrono a piedi nudi verso frontiere e confini per andare (forse) non sanno nemmeno dove -. Se siamo in Europa, vorrei che si creasse un gruppo di uomini (e ovviamente donne) del governo europeo, coraggiosi, immaginifici, disposti a ‘metterci la faccia’, che lavori in continuum per affrontare questo che è il primo rivolo di un fenomeno di cui abbiamo avuto una miriade di avvisaglie. Vorrei quindi che qualcuno ci avvertisse della necessità di fare un passo indietro – ma tutti! – rispetto al nostro attuale tenore di vita, per creare un surplus da riservare ai nuovi profughi; a quelli veri e non a quelli inventati.

Sono convinta che  – a parte i cretini e pochi altri – molti pensano (e l’uso dell’indicativo non è casuale) che l’accoglienza all’impronta non sia adatta al momento; penso che chi specula andrebbe ‘fucilato’, come uno sciacallo in un’emergenza. Penso che anche il “passo indietro”, volenti o nolenti, saremo costretti a farlo e che se viene fatto in modo ragionevole e senza speculazioni in favore di gruppi di potere, partiti, multinazionali, mafie, eccetera, sarà più gestibile e meno doloroso. Sarà, è, qualcosa di un po’ diverso dalla “decrescita felice” cantata da Serge Latouche. Ma può anche non essere “Un passo indietro infelice”, se chi nominalmente governa si decide ad affrontare la realtà.

Il telefono nel bosco (in ricordo di Maria F.)

DSCN7746Oggi camminerò ricordando la tua voce, la stampa che mi hai regalato, con le erbe e gli insetti, che tiene compagnia al podere. Ricorderò i concerti e le serate di musica a Fonterenza, con gli amici venuti da lontano a conoscere la campagna. Sono quelli che ti scrivono un necrologio che parla del vuoto che lasci in loro. E io voglio dirti – in modo postumo – che il vuoto che lasci nel mio cammino non lo riempirò telefonando da una radura nel bosco.

Ti penso a camminare su strada di crinale, con amici più morti che vivi, alla ricerca di un senso che io trovo solo toccando un albero e guardando tutto quello che cresce.

Non risponderò più al telefono, quando sono nel bosco, Maria F.

La Settimana Enigmatica

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Che messaggi ci manda il tempo che passa? Che domanda pretenziosa – penseranno molti – … e, sì, è una domanda un po’ pesante, soprattutto di questi tempi: tempi che di messaggi ce ne inviano una valanga.

Ma la cosiddetta pausa di ferragosto, che pausa vera e propria non lo è più, da tempo e per molti (magari per troppi che sono in “pausa” perenne da tanto tempo, e magari ci hanno pure fatto l’abitudine), a me personalmente porta consapevolezze nuove – troppo poco ascoltate finora -. Mi ripropone i rapporti con gli altri con una luce inedita (ferragostana) molto utile per farmi intuire alcune storture nel mio rapporto con loro. Be’ non tutte, ma alcune mi saltano all’occhio proprio in questi giorni … perché la gente, nella settimana di ferragosto, cambia passo: le telefonate, gli incontri e i messaggi che giungono sono marcati da queste giornate in cui il clima, la meteorologia e le attività convergono per segnalare – come d’abitudine – che stiamo facendo un ‘giro di boa’ intorno all’anno e che dopo ferragosto nulla sarà come ‘prima di ferragosto’. Un’altra banalità canicolare?

A me pare che il ‘prima di ferragosto’, quest’anno, sia stato radicalmente diverso da quello che era stato negli anni passati, e questa settimana mi pare che metta in evidenza questa diversità – un insieme complesso di tanti fattori più o meno evidenti -, me ne accorgo osservando il mondo e la vita quotidiana della gente. Potrei capire meglio quello che sento se avessi tenuto i giornali quotidiani dell’anno passato, mettendone a confronto i titoli con quelli di oggi.

Ma il vero confronto che dovrei imparare a tenere in evidenza, e su cui rifletterò – approfittando dei messaggi che la mia settimana di ferragosto mi invia, in modo un po’ enigmatico – è quello che mi tocca nel profondo: tra ciò che sento e quello che sono capace di esprimere agli altri, tra ciò che capisco e quello che vorrei ‘restituire’ a quelli intorno. Una (sola) settimana potrà aiutarmi ad assomigliare di più a quello che davvero vorrei essere e a pronunciare ciò che sono troppo abituata a tenere per me?

Buon Natale

DSCN7646Era un inverno ‘normale’, a Milano, con il freddo giusto, lo smog perfetto, e quella leggera nebbiolina che impediva ai passanti di scontornare nettamente lo skyline cittadino sullo sfondo di un cielo che faceva finta di non esserci. Per anni il Natale sarebbe stato così, con quei colori ‘non colore’ che poi avrei ritrovato nello stile di Armani e nel modo di vestire e di agire ante anni ’80 dei milanesi, quasi una divisa mentale a cui si ispiravano attività e settori diversi: un modo di pensarsi.

Un modo a cui non sfuggiva nemmeno il Natale, e nell’anno che mi ritorna in mente, anche quel Natale mi appare ‘normale’, un momento per dire all’altro che non è solo. Forse questa era l’intenzione di mia madre, che di solito seguiva rigidamente la regola del “Natale in famiglia”; quell’anno invece aveva voluto che invitassi a casa nostra Sanae Ando, una giovane designer giapponese, mia collega di lavoro nell’ufficio della Rinascente dove muovevo i primi passi in mezzo ad artisti e talenti di tutto il mondo.

Il Natale a casa mia era una festa a due – io e la mamma, con mio padre lontano in navigazione -, un pranzo con menu fisso preparato minuziosamente la sera della vigilia con l’accompagnamento della sinfonia dalla Cavalleria Rusticana che la Rai mandava in onda come sigla di uno speciale per raccontare agli italiani le celebrazioni di una festa molto sentita – si avvertivano ancora le tracce della guerra – e per niente consumista.

In quel giorno grigio milanese, Sanae giunse a casa mia in tram – in quegli anni per Natale il tram funzionava solo al mattino -, dopo aver indossato un kimono ricamato, con obi e calzature tradizionali. Girandomi a ricordare, mi viene da sorridere al pensiero degli sguardi di altri viaggiatori, in un tempo in cui sui tram si parlava in milanese e in Italia bastava incrociare una creatura con la pelle scura per stupirsi.

Il caldo intenso di questi giorni si attenua un po’ agitando il mio ventaglio e i suoi ricordi rinfrescanti, il dono di uno di quei natali che erano solo attesa di un pensiero affettuoso, puro e semplice, senza contropartite, senza recriminazioni. Il regalo di Sanae Ando è di carta robusta e si è conservato per oltre mezzo secolo, quasi sempre in primo piano tra cocci, scorie e cianfrusaglie, col suo pensiero fresco, il lusso del buon gusto, il suono dei ricordi.

Ciò che resta del Maiale

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Le lenticchie sono una delle mie manie; ogni volta che le mangio – cioè molto spesso – provo un’inaudita sensazione di benessere, un sentimento che parrebbe avvalorare il loro carattere simbolico. Infatti le lenticchie hanno una reputazione benaugurante in quanto porterebbero denaro, o addirittura benessere – cioè qualcosa che va ben al di là del valsente -.

A MIlano, le lenticchie sono un classico di Capodanno: te le offrono con lo zampone o con il cotechino; ma nonostante io sia consapevole delle ottime intenzioni dell’anfitrione, ogni volta che mi sono trovata di fronte alle lenticchie di Capodanno, accompagnate da  “ciò che resta del maiale”, penso con una fitta di nostalgia al mio cucchiaio – quasi quotidiano – di lenticchie bollite che accompagnano spesso una pasta corta condita con un filo d’olio crudo (talvolta, sempre crudo e a tocchetti, aggiungo al mio frugale piatto un pomodoro nostrano, ben maturo).

Mangio il prosciutto, ma sempre più raramente, e ogni volta che accade non riesco però a liberarmi del ricordo del maiale come creatura viva. Jonathan Safran Foer e il suo libro toccante e disturbante – “Se niente importa, perché mangiamo gli animali?” non sono stati il ‘clic’ che mi ha deviato dal regime onnivoro in cui sono cresciuta, perché erano ormai anni che la carne nel piatto non era più solo un manicaretto, ma era anche cosa morta.

In questo mio allontanamento dalla carne insolvono con decisione le lenticchie, insieme ad altri legumi, come ceci, fagioli, cicerchia e piselli, ma le lenticchie mi piacciono più di tutti gli altri e penso che questa predilezione venga proprio dal mio ‘de profundis’ per il suino intelligente.

In realtà, vivendo in campagna e in luoghi in cui la vita quotidiana non è (ancora) improntata a stili metropolitani, il rapporto con certi animali, che in città si conoscono solo morti e cucinati, è più scoperto e più fragile. Anni fa, in un campo a qualche chilometro dal paese in cui abito ora, passando ho sentito muggire disperatamente una mucca e uno di lì mi ha spiegato che alla bestia avevano appena tolto il vitello, cioè il figlioletto. In città è difficile che uno conosca il dolore di una mucca e ci debba anche fare i conti…  Ed ecco che non mangio più il nodino di vitello.

E’ solo un esempio, ma sono rimasta toccata nel profondo – da quell’esperienza e da altre, con maiali, soprattutto – e gradualmente compenso rivolgendomi alle lenticchie, possibilmente nostrane (quando riesco a trovarle) e molto più rasserenanti; anche se agli appassionati di miti o di Bibbia, esse potrebbero ricordare altre storie toccanti, come quella di Esaù, di Giacobbe, la loro faida per la primogenitura e i trucchi per ingannare il vecchio Isacco.

La spiaggia a Bologna

RSCN7606Il due agosto del 1980, avevo quarant’anni, tre figli, un lavoro nuovo e molto bello, un bikini color prugna e stavo andando in spiaggia con i miei bambini. Erano passate da poco le dieci e mezza e non sapevo che una stagione di speranze civili – già incrinata da quella che abbiamo chiamato ‘strategia della tensione’ – si sarebbe definitivamente frantumata e che le prospettive delle nostre vite sarebbero crollate, sommerse dalle macerie della stazione di Bologna.

Per ragioni diverse tra di loro ho conosciuto testimoni o scampati (mio padre, correntista della banca nazionale dell’Agricoltura, a Piazza Fontana) alle bombe eversive che hanno insanguinato gli anni di piombo del mio paese; la strage di Bologna ha il potere di farmi battere forte il cuore, di togliermi il fiato, di farmi piangere di dolore per i morti, i feriti, gli amputati – dilaniati in un giorno di sole e di imminente vacanza -. Trentacinque anni dopo.

Trentacinque anni fa, quel giorno, dopo aver ascoltato la notizia alla radio mentre andavamo in macchina al mare, forse discutendo con i bambini che volevano sentire le canzoni di Lucio Dalla, siamo ‘naturalmente’ andati in spiaggia. Senza accorgermi che una stagione era finita, anche se le spalle imbottite della nuova moda, i jingle della nuova tv, le innovazioni tecnologiche, avrebbero efficacemente fatto da controcanto alla fine di molti sogni. E stamattina piangevo, sulla stessa spiaggia di trentacinque anni fa, ricordando quelli che a Bologna quel giorno hanno perso la vita e tutti gli altri che hanno smarrito la speranza; piangevo leggendo il racconto in prima persona di un giornalista, allora all’inizio della carriera,, che quel giorno prima di andare alla stazione andò a comprare un profumo per la sua fidanzata, perse cinque minuti e si salvò la vita.