Il Talismano di Montalcino ce lo dà Adriano

Camminare, correre, marciare, ma anche passeggiare e vagare, guardando boschi, ulivi, vigne e campagna: il vero Talismano di Montalcino.

Ripesco tra le carte rimescolate da un trasloco più laborioso del previsto, una scheda manoscritta, arrivata sul mio tavolo indirettamente (ma non per questo l’ho trovata meno gradita); la scheda è intestata Adriano Brunelli e da lui anche siglata.

Mi hanno colpito – molto – la perorazione che segue a date di vittorie e risultati comunque molto significativi, conseguiti da Adriano Brunelli, e poi l’amore e la passione che vi si intuiscono. Brunelli è un podista, Brunelli è un montalcinese affezionato alla sua terra, Brunelli ha un nipote a cui evidentemente vuole molto bene, Brunelli sta anche meditando (obtorto collo) di appendere le scarpette a un chiodo, per – diciamo così – raggiunti limiti di età. Intendiamoci, al chiodo, il Brunelli Adriano, ci appende le scarpette che indossa per gareggiare, ma non credo proprio che abbia intenzione di mettersi in poltrona a fumare la pipa…

Leggiamo infatti il messaggio che dedica al nipote:” ...vorrei semplicemente dire, confermare, trasmettere, in primis al mio nipotino, che correre, camminare, marciare, nei nostri boschi e nelle nostre campagne, facendo attività sportiva costante – meglio se non agonistica, fa bene, decisamente bene!!! Indipendentemente da quello che la vita ci riserva o ci riserverà, sia come salute che come ‘percorso’, camminare e correre nei nostri boschi e nelle nostre campagne aiuta e fa bene comunque…”.

Un piccolo motivo di soddisfazione per una come me, che ha potuto sentire  personalmente quanto sia vero il detto “muovere il culo per muovere le idee” creato da un famoso terapeuta.

Ma soddisfazione ulteriore mi viene dal constatare come un montalcinese docg – e non una gallina faraona qualsiasi – ritrovi nell’essenza della sua terra stimoli mentali e morali, piacere e passione, tali da volerli comunicare al nipotino, a garanzia e auspicio per una vita migliore.

Insomma l’Adriano Brunelli ci consegna il vero talismano di Montalcino: boschi, colline, natura invidiabile – da tutelare e valorizzare – da dedicare a chi ha il vero privilegio di capirla, traendone così pensieri buoni e belli, un talismano per la vita, capace di migliorarla anche in tempi più bui!

E se Adriano Brunelli lo dice al nipotino, ci sarà pure una buona ragione!

Vipera sarà lei

Spiace mostrarla così, nello squallore della morte. Ma mostrarla è importante, perché questa è una delle forme più comuni della vipera nostrana – vipera Ursinii, o dell’Orsini, che la studiò un secolo fa – .Piccina, con tutte le caratteristiche della sua specie (coda che si rastrema bruscamente, mandibola marcata, testa triangolare e un’elegante livrea beige e caffélatte, adatta a mimetizzarla tra le pietre.

Era venuta in visita, o addirittura era nativa di Sant’Angelo, dove si possono trovare numerosi anfratti idonei ad accoglierla. Dicono che il suo morso – certo non benefico – non sia eccessivamente pericoloso, tuttavia è meglio evitare l’esperienza. In ogni caso è una creatura timida che rifugge i contatti con gli umani. Questa ha, invece, incontrato l’uomo della sua vita, che l’ha uccisa. Forse l’avrei fatto anch’io, forse no; bastava prendere un rametto e agganciarla, poi lanciarla nel paesaggio sottostante e lasciare che emigrasse altrove, a nutrirsi di topi e ranocchi (e lucertole).

Molti anni fa, le prime volte che ho visitato questi luoghi, la natura era assai più selvatica. A parte gli insetti enormi, mai visti prima, tra cui un tipo di vedova nera tipico proprio di questo versante, ho incontrato serpi e serpenti di svariati tipi; ho potuto imparare i nomi con cui i locali li chiamano, e apprezzarne le diversità.

Fino ad allora l’idea di serpe era abbastanza aliena, sconosciuta perciò spaventosa, ma frequentando la campagna e i contadini – e in seguito osservando le mie figlie che hanno confidenza con gli animali (tutti!) – ho imparato a guardare serenamente anche le creature che strisciano, vipere incluse. Di solito assai meno pericolose degli uomini (e delle donne).visitorviperetta gentilevipera sarà lei

Assalto all’arma bianca

Mentre la mediocrità della politica lascia per metà esterrefatti e per l’altra esasperati, ogni tanto qualcuno evoca Bava Beccaris e i fatti di Milano. Un’evocazione sinistra e magari inutile; la mancanza di idee di questi uomini che ci propongono quotidiane polemiche sui comportamenti – di “destra” e di “sinistra” (ammesso che queste catalogazioni abbiano ancora un senso) – anziché deprimere mi fa scattare la voglia di fare. Saranno le mie ave operose a muovere questi sentimenti? Conservo – esattamente come gli argenti, con lo stesso riguardo – gli strumenti del fare quotidiano che stavano nella cucina di casa mia. Rappresentano ai miei occhi quel fare giorno dopo giorno che rende esperti, artigiani, artisti. Prodromo del “foodfashionfurniture“, cuore del made in Italy qualche volta storpiato, qualche volta un po’ tradito. Questi sono i veri attrezzi per assaltare all’arma bianca e sbarcare alla conquista dell’universo mondo.armi bianche
strumento

L’insostenibile pesantezza. Del gas.

Alti, sulla campagna, si son levati mugugni – divisivi e un po’ esasperati – nell’apprendere che tra i vantaggi della vita rurale non si può annoverare la ‘sostenibilità’, almeno non quella energetica, o almeno non per ciò che riguarda i cittadini. Scoprire che il costo del gas per riscaldarsi, cucinare e lavarsi(!) è di sei volte circa quello che si paga mediamente in altri luoghi, per le stesse bisogne, dà l’idea di essere finiti in Nuova Zelanda.
Di esservi finiti, non in quanto emigranti, in fuga alla ricerca di posti di lavoro o semplicemente di un sistema partitico e politico meno avidi e arroganti, bensì di essersi già reincarnati (da vivi) in una pecora e di stare tra le mani di un tosatore in un ‘corral’ di quei luoghi (forse meno belli, ma magari più sereni dell’Italia contemporanea).
Inoltre, essere colti dal sospetto (gente di malafede, siamo!) che l’azienda erogatrice di tale costosa (sebbene volatile) sostanza sia una delle fin troppo famose “partecipate” (quelle che costituiscono il vero costo della politica), magari presieduta da qualche persona vocata a presiedere la qualsiasi, mette davvero di cattivo umore; e non avevamo bisogno di queste consapevolezze per deprimerci e per aver voglia di emigrare (almeno sei mesi e un giorno all’anno in qualche ameno paese, dove le tasse incidono meno, ovvero il giusto) prendendo la residenza là dove conviene di più, eludendo il fisco nostrano, come fanno tantissimi personaggi più o meno di spicco (e magari addirittura in odore di governo), tanto chi vuoi che vada a sindacare dove sei residente?

Sì, mi rendo conto, il periodo è un po’ lungo, ma anche l’impudenza di cui si fa cenno è tanta, troppa, Dà l’idea che comunque non sia possibile sfuggire a questa tentacolare caccia al soldo, praticata ovunque, ma nella rarefazione campagnola più visibile e vistosa. Di certo non lascia percepire quell’afflato nei confronti dei cittadini e quella preoccupazione per il loro benessere che vengono spesi, da destra a sinistra, con sovrana indifferenza verso il concetto di corrispondenza dei fatti rispetto agli annunci. Perché di leggero, qui oggi, di sostenibile, vi son solo le parole.

Un’altra Abbazia, un altro tempo

Quando ho letto della trasferta in Abbazia, di questo strano governo, mi son venute in mente delle immagini – piuttosto buffe, nonostante tutto – di matrimoni in crisi, con coppie che fanno un viaggetto per tentare di superare la noia (o il disgusto?) dell’unione che non funziona, alla ricerca di un diversivo improbabile, per sanare contrasti insanabili.

Conosco i luoghi, che hanno un loro charme e poi sono politicamente corretti; pare che la Toscana abbia una funzione taumaturgica, o almeno tale dote le viene attribuita. Ci sono cose, però che ho trovato ‘disturbanti’, a cominciare dal tone of voice con cui si esprime il luogo dell’auspicabile miracolo.

Cominciamo con il nome – Abbazia -. Mi pare che quel luogo non lo sia più, ma che sia (o aspiri a essere) una sede per convegni o per attività residenziali (mi ritorna in mente il programma europeo chiamato “Convention Bureau“, finanziato dall’EU, e un po’ maliziosamente – lo ammetto – mi sono chiesta se la proprietà vi ha attinto).

Perché mi faccio queste domande? Semplice: sento blaterare quotidianamente di turismo e benefici economici di cui esso sarebbe foriero; poi osservo gli arredi, le ambientazioni, il ‘restauro’ (ristrutturazione?) di Spineta e ci ritrovo le stesse banalizzazioni che mi è capitato di incontrare nei luoghi la cui gestione era finita nel giro della politica. Dovunque la stessa assenza di visione – né carne, né pesce -, la stessa incapacità di essere altro, se non un luogo da parvenu, esattamente come gli ospiti pervenuti, pur prendendo atto delle ovvie eccezioni.

Questi pensieri vaganti mi hanno riportato il ricordo di ben altri anni e di altre crisi – che parevano meno fasulle e spudorate di quella che ci stanno facendo vivere -; i primi anni settanta, quelli della crisi energetica, quando – forse grazie all’età giovane – tutto sembrava più trasparente e meno asimmetrico.

Allora lavoravo in pubblicità, che allora era un settore brillante, dove si sfornavano idee (ma non a casaccio), e già allora l’Italia era un paese arretrato, rispetto alla comunicazione, soprattutto per assenza di cultura, di istruzione e di formazione professionale. Chi aveva la fortuna di lavorare in un ambiente internazionale, acquisiva più strumenti specifici e generali, e poteva toccare con mano la situazione di miopia generale in cui versava l’imprenditoria (anestetizzata da finanziamenti pubblici e da intrallazzi con la politica).

Una delle circostanze in cui – da italiana – dovetti fare i conti con la mentalità paesana del nostro paese e l’urgenza di mettersi a lavorare diversamente, fu proprio durante un seminario che Philips – la multinazionale di cui ero uno dei direttori creativi in un’agenzia europea – organizzò, per alzare il livello di integrazione delle politiche di marketing tra le aziende (conglomerate) del proprio gruppo.

Innanzi tutto la sede: un’Abbazia cistercense – vera e funzionante (ricordo la grande biblioteca) – l’Abbazia di Royaumont, fondata da San Luigi, condotta da una fondazione creata da una coppia di mecenati (Isabel e Henry Gouin) per promuovere il progresso delle scienze umane; sostenuta da eminenti personalità che lo facevano per passione civile e pro bono (!).

Poi gli ambienti e l’accoglienza: monacali ed efficienti. La mensa: o mangi la minestra o salti anche se non dalla finestra. Infine il lavoro: sereno e ben ritmato.

Che c’entra questo scarno ricordo autobiografico con lo “spogliatoio” del governo? Poco, anzi niente. Quello che mi turba è toccare la pochezza di questa gita fuori porta con litigio: organizzata per acquisire sintonia(?), conoscenza reciproca(?), oppure  - in mancanza di ben altre concretezze pure urgenti – per far fare due chiacchiere al bar sport (di berlusconiana memoria) ai poveri cittadini che non sanno più per che santo voteranno?

Nel frattempo i marines sono sbarcati a Sigonella e mi pare che stia per alzarsi il sipario su un’ulteriore tragicommedia.

Invito a Pranzo con Morellino

Per una che ha passato un bel po’ della propria vita tra un vernissage e un pranzo (per motivi di lavoro e non per scelta), far la figura della ‘morta di fame’ è piuttosto paradossale. Ma succede ogni volta che giunge un invito da Francesca Colombini e per non sfigurare troppo, mi autodenuncio, preventivamente. Perché a casa di Francesca il cibo ha un tocco particolare.

Si assaggia la tradizione, ma raffinata dall’uso di famiglia; una famiglia che viene da lontano. A cominciare dal luogo in cui mi reco – uno dei primi che ho conosciuto a Montalcino, quasi quarant’anni fa -, qui tutto viene da lontano. La strada che coincide con un ramo della via Francigena (anche se non lo sai, capisci che di lì son passati in molti passati in molti, e non per caso). Strada di crinale, uno dei luoghi in cui sento nel profondo di essere in Toscana e la cosa ha un senso – per me, milanese di ritorno, e incallita -,  quasi una vibrazione.

Il cibo, come sempre, è semplice e intenso: ravioli ripieni di erba squisita (la mia domanda, ammetto un po’ inopportuna “fatti in casa?”, è ricambiata con un’occhiataccia); polpettine (potrei persino junghianamente pensare alla sincronicità tanto mi richiamano i mondeghili di meneghina memoria) e salsiccioli appena vestiti con una lieve semi-bechamelle profumata e non invadente) e un contorno che sarebbe già un piatto a sé – una macedonia di verdurine di bella presenza e gusto fine, più zucchini fritti ma morbidi). Insomma, una goduria. Frutta+caffè.

E poi, ovviamente, il vino:prima-durante-dopo, come mi accade quando (raramente, perché vivo sola e sola non bevo) bevo. Meno male che mi ero preventivamente autodenunciata.

Infine mi sono trattenuta, dal trattenermi a cena; così, almeno, speriamo che me la cavo, senza rimetterci la faccia!interno, ora di pranzomorellino al davanzaleconversazioneIl vino raccontavicino e lontano

Il regno di Alba

Il mio fiore preferito è il gladiolo selvatico; esso non compare nel giardino della canonica di Sant’Angelo, di cui ho già avuto occasione di scrivere in queste pagine virtuali. Ma stamattina, quando Alba mi ha invitata nel suo regno ho avuto un bell’assaggio della primavera.Saremo Zinnie
il regno di Alba Questo è il cuore segreto del paese, dove il regno vegetale si sostituisce alle pietre, ai mattoni (pochi), alle tegole (qualcuna – ahimè – marsigliese), alle dalle della pavimentazione e a quel poco d’asfalto che la modernitgiaggiolo o irisà ha insinuato nella storia locale (difesa dai paesani che hanno fatto numerare le pietre della pavimentazione quando, una quindicina di anni fa o poco più, si è dovuta impiantare una nuova rete di servizi. Il cuore del paese coincide con  la canonica, a ridosso della vecchia chiesa. E’ uno spazio conchiuso tra mura che lo proteggono  dal vento, da ore di sole eccessivo e dagli sguardi dei visitatori, che ne ignorano l’esistenza. A meno che una porta sia socchiusa e il passante abbia la testa girata verso questa possibile rivelazione.pensami pensami pensami Rosa rosaeCosì, a parte gli abitanti e i pochi visitatori che hanno avuto occasione di buttare un occhio in quest’oasi, questo resta un luogo ‘segreto’, con tutto il fascino che gli viene dall’essere riservato a pochi.Son bocca di leone e ti mangio!fiori e materiail bianco e altri coloriLuogo di meditazione, anche per le gallinelle che richiamano con delicatezza il visitatore, forse per suggerire un piccolo omaggio di cibo, ma ad ascoltarle pare quasi che sia solo un saluto e un invito a condividere il senso di pace e di straniamento che ti avviluppa con dolcezza.delicadol'orgoglio di Albail rosa in alcune declinazioni

Siamo Bravi

Un’idea, a volte si tira dietro sentimenti e situazioni che non ti aspettavi. E così, in questa Italia depressa che giace in fondo a un buco nero, mi è capitato di fare una proposta a UIC (unione italiana ciechi) per cercare di “vedere”, e di non stare solo a guardare. Poi, per realizzare questa ideuzza che sembra funzionare, mi hanno dato l’indirizzo di un ragazzo che si chiama Francesco e sono andata a trovarlo. L’ho incontrato nel suo mondo e tra le sue macchine, e ho sfiorato un po’ anche i suoi pensieri: non li conosco, ma mi è sembrato di sentire il loro ronzio.

Il mondo dei ventenni non lo conosco, lo vedo solo passare, di solito. Io che ho figli più grandi, che  ho tirato su, con libri e libri, e attrezzi vari, più preoccupata (forse) di dar loro strumenti conoscitivi e bussole per navigare nel mondo, che di foderare la loro vita con quello che sentivo dentro di me vedendoli crescere.

Qui dunque non racconto le ragioni dell’incontro con Francesco: ne scriverò in seguito, quando lui avrà finito il lavoro, quando ci saremo scambiati saperi e pensieri, quando lui – insieme a me – avrà realizzato quello che io ho pensato, e lo avrà fatto mettendoci la sua perizia, con la freschezza dei suoi anni e l’orgoglio della sua conoscenza.

Per ora annoto solo questi incontri, con il suo mondo e i suoi pensieri, il suo babbo e i suoi plotter, la fidanzata, gli alberi e le parole che deve imparare. Annoto soprattutto l’energia speciale che Francesco mi ha trasmesso, occhi enigmatici, piglio sicuro e la volontà di collaborare.

E poi l’assenza totale, assoluta, di un freno a mano tirato: niente velleitarismi, solo l’attesa di sapere e di conoscere. Gli dico “bravo!” e lui mi dice “Bravi, mi chiamo”; per me, ancora una volta, è la conferma che ‘DSCN5267DSCN5322DSCN5338DSCN5327DSCN5340DSCN5337DSCN5336i nomi sono solo una conseguenza‘ delle cose.DSCN5328DSCN5332

“L’ècole de Montalcino”, è altrove

Il diciotto dicembre 1996, presso l’ècole d’architecture de Lyon, ero correlatrice di una tesi di laurea il cui tema aveva preso le mosse tra Milano, Verona e Montalcino. Il titolo della tesi era (è: ne ho ancora una copia) quello del post che sto scrivendo, ma – come spesso accade – a quelle parole non seguirono mai dei fatti; forse perché non crediamo nel potere dei sogni o per qualche altra ragione di contorno.

Centre de recherche et d’enseignement du territoire, des matières  et des pratique professionelles, pour redonner aux métiers manuels leur valeur culturelle.” Per restituire al lavoro manuale la piena legittimazione e il valore culturale che gli è proprio, è il senso del sottotitolo della tesi.

Due mesi fa – a ben diciassette anni di distanza da quell’inverno lionese, e a venti dalla presentazione di questa idea al Comune di Montalcino – l’ècole (come viene brevemente chiamata) ha iniziato a divenire cosa concreta, ad alcune migliaia di miglia dai luoghi in cui è stata pensata.

Era nata da un mio invito a Francesco Varanini, perché venisse a esplorare i luoghi dove nasceva il Parco della Val d’Orcia  e dove un vino molto meno famoso del Barolo stava divenendo una star mondiale.

A Milano, dove lavoravo, avevo l’accesso a tutta l’utenza pubblicitaria, rapporti con UPA, con i più reputati istituti di ricerche, con giornalisti e con i protagonisti della cultura. Con Varanini, esperto di organizzazione del lavoro e sociologo, avevo avuto rapporti professionali abbastanza saltuari, ma sufficienti ad apprezzarne la grande lucidità e la capacità di visione. Eravamo entrambi ‘seduti sul bordo della sedia’, intuendo l’imminenza della Grande Svolta: si sentiva nell’aria che il lavoro a cui guardavano le nuove generazioni era sempre più astratto e terziario; i mestieri (anche creativi) in cui si sporcavano le mani erano lavoro per i poveracci.

Era morto da pochi anni Mario Formenton, il lungimirante presidente della Mondadori e le lotte per il controllo dell’azienda, oltre a preoccupare, facevano parecchio riflettere sugli sviluppi futuri di un mondo che andava perdendo conoscenza di sé stesso insieme alla capacità di guardarsi obiettivamente.

Non è il blog un luogo per approfondire questi pensieri – che non pubblico a caso -; mi limito qui a sottolineare che saltava agli occhi la completa delegittimazione sociale patita dal lavoro manuale e da chi lo praticava. Sono anni ormai che il cittadino (di città) si fa vanto di una zappatina occasionale in un’improbabile vigna; son pure molti anni che l’idraulico viene dalla Polonia (anzi ora è in procinto di ritornarvi), il boscaiolo dalla Macedonia; l’operaio agricolo dalla Tunisia; e dall’Albania sono immigrati tanti neo-imprenditori di sé stessi. Tutti costoro però svolgono lavoro manuale come una risulta, mentre la manualità (intesa come la capacità di realizzare ciò che la nostra mente immagina) è lontana dall’idea di lavoro, impiego, sviluppo, realizzazione di sé stessi.

Negli anni che sto ricordando, Pierre Genou, un giovane francese che frequentava il Politecnico di Milano, amico dei miei figli, partecipò alle discussioni e agli incontri di quello che stava evolvendo in un vero progetto – anche grazie al patrimonio di contatti attivati da me e da Varanini – per restituire alla manualità cultura e conoscenza. Venuto in visita a Montalcino, Genou divenne il terzo lato del ‘triangolo progettuale’ e decise di laurearsi con una tesi che trattava proprio di questo tema e del suo possibile svolgimento a Montalcino.

Due anni fa, Genou ha viaggiato a lungo in Birmania e ha avuto l’opportunità di parlare del progetto con un’imprenditrice locale, buona conoscente (o addirittura amica), di Aung San Suu Kyi e due mesi fa il cantiere de l’ècole (non più di Montalcino, ma con lo stesso obiettivo di ridare luce e valore al lavoro manuale) ha preso vita.

A volte tra il dire (l’immaginare) e il fare (realizzare) c’è di mezzo molto più del mare.