Lezioni di Giapponese

Il mio primo incontro con il Giappone risale ai tempi del liceo, anche se l’iconografia giapponese per me era riconoscibile sulla confezione di “Fleur de Rocaille”, il profumo di Rochas usato da mia madre quando ero bambina che annusavo di nascosto.

(Avevo già letto Mishima, al cinema avevo visto L’arpa birmana – Biruma no tategoto – piangendo lacrime amare: il Giappone era un mondo su cui l’America aveva gettato due bombe atomiche.) Il liceo, a Brera, era contiguo all’accademia di belle arti, già a quei tempi frequentata da stranieri attratti dalla fama dei maestri che vi insegnavano – Marino Marini, Pompeo Borra, Achille Funi, Guido Ballo -, e Brera, con il Jamaica e mamma Lina, Fiori Chiari, le sorelle Pirovini, le due strepitose cartolerie, la Scala, il Corriere, e le gallerie d’arte, era un polo magnetico della cultura internazionale. Hideo Hikeda era un giapponese del nord, beveva moltissimo vino (quel vinaccio che noi studenti bevevamo allora), era bellissimo, molto esotico e bravissimo fotografo: divenne ben presto il beniamino di noi pivelli milanesi, insieme alla Claudine che veniva dal Belgio, con le unghie laccate, il rossetto e un’aura di eleganza a noi sconosciuta.

Un Giappone molto più tradizionale entrò a casa dei miei genitori con Sanae Ando,  collega designer, nell’avveniristico ufficio sviluppo de la Rinascente dove un destino molto benevolo mi aveva offerto la prima occasione di lavoro in un ambiente che si ispirava alla ‘scuola di Ulm’. Per l’occasione, Sanae aveva indossato il kimono e viaggiato in tram (extracomunitaria ante litteram) nel gelido Natale milanese, accolta dai miei come una figlia, pensando alla sua lontananza da casa (conservo ancora alcuni dei suoi doni – piccoli capolavori dell’artigianato giapponese – che ci portò quel giorno).

Un’altra tappa del mio viaggio giapponese era stata più traumatica – imparando le tecniche per cadere – nelle prime lezioni di judo del maestro Takero, un campione che aveva aperto la prima palestra per l’insegnamento delle arti marziali in una Milano che si apriva a un cosmopolitismo senza scivolare nell’esotico. Per qualche anno mi sono procurata una serie di lussazioni che hanno segnato inesorabilmente le mie spalle, ma migliorato il mio umore interiore. Avevo già incominciato a usare Mitsuko, un profumo di Guerlain che nel ricordo si avvicinava molto a quello usato da mia madre, che nel frattempo era diventato introvabile. Un libro ereditato da Albe Steiner(repertorio delle simbologie giapponesi), la prima Pentax, le amatissime carte di riso stampate a mano, un ventaglio di carta rosso e oro, le kokeshi, il Giappone e la sua mostra, organizzata a la Rinascente: se guardo indietro nella mia vita c’è più Giappone che America.

Per questo, quando Hiro è sbarcato dal treno, mi sono ritrovata nel suo abbraccio e nelle sue risate. Come naturali erano i commenti sorti dalle situazioni un po’ paradossali, misurando i contrasti, nell’incontro tra occidente e oriente: visioni, modelli, interiorità, psiche, stili, colori. “Un modo diverso di pensare a dove andremo …”, commenta pensieroso.

Una lingua da guerrieri, il giapponese, con un fondo di crudezza coraggiosa, con inchini che ne sono parte integrante. Un Oriente lontano dalla Cina, un confronto DSCN2336da cui quest’ultima esce con un’immagine un po’ kitsch. Così Hirotaka, davanti all’insegna del “Bar Sayonara” mi dice, convinto: “è certamente di un cinese”, e invece – macché! – era un dopolavoro di Prato …

Il verde è un bambino che cresce e cammina

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Può essere l’andamento di una strada – magari un cammino, come questo, che viene da molto lontano nel tempo – oppure un orizzonte in cui occhieggia il mare luccicante, ma solo se lo sai vedere. O come la luce svela nuovi luoghi che credevi di conoscere già molto bene, o il disegno dei campi delimitati dalle siepi della sapienza contadina (quella, nata dall’esperienza, che impedisce alla terra di franare). Innumerevoli sono le meraviglie che uno impara a ri-conoscere, vivendo in campagna.

E non è che in città ci sia poco da vedere, o che quello che ci circonda – in città – sia meno interessante, piacevole, bello. E’ che in campagna il mio occhio ha imparato a rileggere la forma della terra, incitato dalla luce che muta di continuo – nell’evolvere della giornata, con le mutazioni del tempo, con le durezze climatiche -. Qui il verde è il grande maestro di un racconto in cui domina la scena, mostrandoci quanti verdi può essere e diventare, e possono anche essere verdi blù o rossicci, o stinti e dilavati fino a essere bianchi o di quel turchese trascendentale, quasi imprendibile. Perché il verde è, in realtà, un colore che non sta mai fermo, come un bambino che cresce …

Ma naturalmente non c’è solo il verde – lo cito oggi, perché a maggio non se ne può fare a meno, con le vigne che splendono di verdi di tutti i colori – trasparenti e scintillanti – ci sono i colori delle altre stagioni, autunni ancora verdi, ma con campi biondi o rossicci… e qualche volta – d’improvviso – tutto bianco, magari con qualche albero carico di caki che rosseggiano, come un improvviso musicale.

Dopo molti giorni in campagna, ad annoiarsi nel verde silente, uno torna in città e si ritrova a guardarla con occhio più allenato a ‘vedere'; perché stare in campagna ti abitua all’osservazione. Può sembrare banale (forse è banale) questa constatazione. Lo è meno se uno si immagina con quali occhi viene guardato (e visto?) il paesaggio. Ne hanno parlato poeti (quelli che con la poesia mangiano), addirittura citandolo come fonte di ispirazione (Yves Bonnefoy, a proposito del paesaggio italiano); è il grande protagonista della letteratura, il paesaggio fa parte della narrazione – è il contesto in cui si svolge una storia -; ne parlano da sempre tutti quelli che gli riconoscono un ruolo centrale nella loro esistenza (viviamo vite più influenzate dal paesaggio di quanto ci rendiamo conto). I soli distratti sono sempre stati i politici, almeno quelli italiani. Se ne stanno interessando ora e ciò dovrebbe spaventarci molto; io non ho una grande opinione dei personaggi che animano (si fa per dire) la scena politica; mi sembrano opportunisti, di solito interessati a una propria sistemazione economica, ma soprattutto mi appaiono a volte come persone di cattivo gusto, persino ingenue, nei confronti del paesaggio.

Un esempio che mi viene in mente è la scoperta della via Francigena, da parte della politica e dei suoi uomini. Una buona politica sarebbe quella di coinvolgere il cosiddetto territorio in un gesto – camminare – che ha un senso profondo, per ogni viandante; far capire a imprese agricole che chi cammina in campagna è una persona che ama il paesaggio ed è alla ricerca di valori. E’ proprio questa ricerca, di sé, di un senso, di un obiettivo, che ha spinto gli uomini, nei millenni, ad andare a piedi attraverso terre che ha guardato e che ha cercato di ‘vedere’, trovando ospitalità o attenzione, o cura …

Invece la via Francigena della politica implica infrastrutture: non sono più i piedi di mille e mille uomini a tracciare il cammino, bensì attrezzi condotti da uomini che lo spianano. Non è il bastone che scosta il cespuglio, ma è la cesoia della pubblica amministrazione, che costruisce pure i ‘parapetti’ alla via, costringendo il viandante a percorrere una strada prefigurata da altri, non ritrovata mentre si cerca sé stessi. Ma questo i politici non lo sanno, perché cercano di far lavorare uomini che devono poi mostrare la loro gratitudine …

Questa fregola di ‘normalizzare’ tutto è tipica di gente che ha bisogno di tenere il futuro sotto controllo, che pretende di eliminare l’imprevisto – che è invece ineludibile – dimenticando che anche le montagne si muovono (l’Himalaya addirittura di due centimetri l’anno) – perché il futuro non si può contenere, né recintare, né pianificare. Bisogna ‘vederlo’, mentre si guarda, più in là del proprio naso.

Un Miliardo di Caccole

La hostess Lufthansa non riusciva a trattenere una risata, dopo aver guardato i due biglietti che le avevo messo sul bancone del check in. Eravamo in due – io e il giornalista che mi portavo dietro, come si usa tra amministratori e politici, perché documentasse scrivendone le glorie dell’ente che rappresentavo – due biglietti per un volo veloce a Francoforte, dove andavo a ricevere un premio per una guida al territorio di mia competenza.

Quindi, un po’ piccata, un po’ spazientita dall’aria quasi insolente di quel tipetto, le ho chiesto la ragione della sua ilarità e lei non si è fatta per niente pregare. “Scusi ma dove ha acquistato questi biglietti”, mi fa rispondendomi con un’altra domanda; io non sono da meno e controbatto con un’altra domanda chiedendole “perché?”. “E’ che non ho mai visto pagare milleduecento e rotti euro per un biglietto in economica, Roma Francoforte”, mi risponde finalmente, con aria divertita e un po’ provocatoria.

Mi prende per una babbea, anzi sono una babbea; non ho nemmeno guardato il biglietto quando mi è stato consegnato dall’agenzia . Sono andata ogni anno a Francoforte per la Buchmesse e spesso ci sono andata in giornata, come mi accingevo a fare anche quel giorno. Non ho mai avuto bisogno di controllare il prezzo del biglietto con cui volavo quando lavoravo in azienda, perché le politiche aziendali erano chiare in proposito e gli acquisti effettuati (in ogni campo) le seguivano alla lettera. Questa volta, invece, sono proprio scivolata su una merda; una brutta cosa capitata a una babbea che va di fretta.

Una babbea che va di fretta ha anche la necessità di non diventare lo zimbello di una hostess con l’inclinazione alla critica, soprattutto a una hostess di nazionalità tedesca – con la cattiva fama di spendaccioni superficiali di cui godiamo nei dintorni della Foresta Nera – perciò abbozzo e grugnisco qualcosa di incomprensibile e, spero, di distaccato e signorile (il giornalista che mi accompagna era rimasto in disparte, per mia fortuna, ma non credo che avrebbe trovato interessante scoprire questo altarino).

Più che scivolare sull’escremento di cui sopra, mi sento come se fossi fatta della stessa materia; mi maledico e tra me e me maledico la dabbenaggine con cui ho chiesto di acquistare il biglietto (con urgenza, un giorno per l’altro), senza sottolineare che doveva costare il meno possibile e soprattutto senza controllarlo. A mia parziale discolpa posso portare l’idea – allora mi pareva ovvia – che avendo un incarico pubblico, tutta la catena gerarchica e organizzativa aveva il comune anelito al risparmio e alla buona gestione dei soldi, che in quel caso erano dei cittadini. O almeno io pensavo che doveva essere così!

Anche perché usare i soldi dei cittadini per pagare cinque volte il dovuto due biglietti il cui importo non era appesantito da alcuna urgenza mi sarebbe sembrato una faccenda lunare, nel senso che non sarebbe stata di questa terra. Avevo visto tutte le rappresentazioni di Tangentopoli, ne avevo conosciuto personalmente ogni protagonista o quasi. Vivevo in una provincia in cui – proprio come Pangloss – tutto e tutti parevano ripetermi (a me milanese e incolta) che tutto lì scorreva in modo sostenibile e democratico, in quella che era la terra migliore possibile.

Forse nemmeno quel babbeo di Pangloss avrebbe avuto il coraggio di perseverare nel suo ottimismo un po’ cieco e un po’ stupido, se si fosse trovato nella stessa situazione, ma allora io non ero nelle condizioni di immaginarlo nemmeno lontanamente. Perciò la cosa migliore da farsi era quella di misurarsi con questo “episodio” increscioso al mio ritorno da quel premio (che attestava una volta di più quanto fosse virtuoso e intelligente il contesto in cui mi ritrovavo).

Al mio ritorno da questo breve ma increscioso viaggio – sentendomi più che mai compresa in quello che facevo – avevo chiesto udienza a colui che rappresentava il mio punto (sommo) di riferimento, la cui identità è, per così dire, secondaria, nell’economia di questa cronaca. Non posso però dimenticare che lui mi ricevette saldamente seduto (anche se, pensandoci bene, questa posizione lo avrebbe dovuto mettere in lieve imbarazzo, costringendolo a guardarmi dal sotto in su) e scaccolandosi, com’era frequente che facesse, incurante dell’effetto che quel gesto – a suo modo rivoluzionario – poteva produrre sui non addetti ai lavori.

Lo scaccolamento, le grattatine in zone del corpo che i cinesi non riuscirebbero nemmeno a immaginare, l’assenza totale di uso di mondo (espressione che in talune zone è completamente sconosciuta), la totale sordità alla ‘modernità’ intesa come la tensione a tradurre in futuro un patrimonio che dovrebbe essere percepito come prezioso, sono caratteristiche che ho spesso osservato convivere con un senso dell’autarchia quasi feroce, addirittura autolesionista. Quest’ultimo a Siena lo chiamano “il cane e l’aglio”, o qualcosa del genere, per spiegare che anche se al cane l’aglio non piace, gli monta la guardia, per impedire che altri lo mangino (e dev’essere qualcosa che comunque con Berlusconi non ha funzionato …).

Ho dunque incontrato quel tipo importante – lo scaccolatore impunito – e gli ho riversato sulla scrivania tutto il mio sconforto, condito da un’aria (esclusivamente mia) scandalizzata e dall’idea che uno dei tanti controllori potenzialmente interessati a scoprire magagne e malversazioni, privilegi e mastruzze, avrebbe potuto – chissà – mandare a fondo un partito, o un’amministrazione pubblica, o giù di lì.

E’ passato un bel po’ di tempo da quella storia e ora mi torna in mente sempre più di frequente. Perché allora l’avevo collegata a una situazione limitata – nei soggetti e nel tempo – restringendola a magagne d’ufficio, in cui il mio destino personale mi aveva in seguito impedito di svolgere i debiti (e dovuti) controlli. Ma alla luce di quello che leggo ogni giorno, e di cui i cittadini tutti vengono quotidianamente messi al corrente, è un episodio che trovo insopportabile e di cui mi vergogno.

Mi vergogno, prima di tutto, della mia cecità; poi mi vergogno perché dopo l’incontro con chi ‘di dovere’, che non sortì altro se non una caccola da quel naso (diligentemente appallottolata e lasciata cadere sul pregiato tappeto sottostante) avrei dovuto insistere. Infine, mi vergogno perché solo oggi – da vera babbea – mi rendo conto che molta parte di quelli che lavorano in, o per, un ente pubblico, agiscono approfittandosene, avendo azzerato il confine – assai labile, mi pare – tra leggerezza o distrazione e il furto e l’appropriazione indebita.

Furto e appropriazione indebita sono due reati, in origine, ma ogni tanto mi pare che siano divenuti – trasformandosi anche tramite le parole con cui vengono definiti – una caratteristica di tanti mondi, anche del lavoro e delle imprese (o di ciò che ne resta) private, fino a diventare parte integrante di un sistema che ci obbliga alla “furbizia” o quanto meno a non credere a ciò che vediamo, ma a immaginare ciò che esso nasconde. Solo recentemente ho capito il valore reale di quei due biglietti – pagati cinque volte il prezzo dovuto, con i soldi delle tasse pagate dai cittadini -; ho moltiplicato quel furto per milioni di acquisti – dalla sanità (!) ai viaggi di politici e amministratori, dalle invalidità agli affitti di immobili, dalla costruzione di strade e infrastrutture alle situazioni pensionistiche legalizzate ad hoc, e a … non so più che cosa – e come risultato ho capito. Miliardi di euro dati ad amici o ai loro esattori, non solo tramite grandi commesse, ma soprattutto e sistematicamente, come gesto quotidiano. Miliardi di caccole.

Implosione e Compassione

Ascoltavo stamattina una trasmissione alla radio sulla nostra lingua. E’ interessante che almeno in un’emittente si siano resi conto dell’utilità – forse dell’urgenza – di prestare un po’ d’attenzione alla nostra lingua, al suo uso, e al mutare dei nostri pensieri che questo rivela.

Io ascoltavo guidando, perciò più attenta alla strada che a quello che veniva detto; ma a un certo punto ho ascoltato lo speaker recriminare sulla dissolvenza di una parola – compassione – che è ormai quasi scomparsa dal nostro vocabolario. Io non me n’ero accorta, e proseguendo nell’ascolto (e nella guida) riflettevo come la nostra vita attiva e i nostri sentimenti promuovano o congelino le parole. E in quel momento ho proprio immaginato  le parole che usiamo come un gregge di pecore sospinto qua e là dal pensiero dominante che prendeva le sembianze di cani maremmani.

La “compassione” si usava quando io andavo dalle monache, che me la proponevano come la parola per qualcosa che istintivamente non mi piaceva: si doveva provare compassione per gli evidenti casi pietosi così frequenti nel paese contuso e rabberciato del secondo dopoguerra. E bisognava ‘fare la carità'; gesti e azioni un po’ pelosi e ipocriti, in un’Italia che poi invece mi avrebbe suscitato davvero compassione (un sentimento colmo di affetto e di rammarico) guardando retrospettivamente le immagini scattate da Richard Avedon nel 1946, nel nostro paese, e pubblicate nel volume “Observations”, nel capitolo The Italian Experience.

Quelle immagini, che mettono in poesia un paese fatto di persone arretrate – soprattutto uomini – dallo sguardo un po’ allucinato; mettono in mostra un paese infantile e ignorante, di un’ignoranza dolorosa e inconsapevole: il volto peggiore del nostro provincialismo.

Quando Observations mi è stato regalato (da mio padre per il mio ventesimo compleanno) non ho dato molto peso a questo capitolo sull’Italia del dopoguerra, né al testo di Truman Capote, perché ero presa dal bellissimo ritratto di Marella Agnelli, che Avedon aveva fotografato (a mio parere) avendo in mente il Laurana; inoltre i miei vent’anni, agli albori del boom, si incantavano davanti ai ritratti di attrici e personaggi della cultura e del ‘lavoro’. Tutti erano vestiti con abiti solidi e eleganti, di un’eleganza durevole, interiore. Lì, in quelle pagine (che ho appena riguardato) ho conosciuto il concetto di borghesia intelligente – quella in grado di fare ‘la rivoluzione’-.

Sfogliare il libro e rivedere le foto – di cui si cita lo stampatore in camera oscura (un mestiere dimenticato): Frank Finocchio, a cui sono dedicate due righe di ringraziamento speciale – fa venire in mente proprio il mondo del lavoro, quello vero dove “si fa” qualcosa di preciso. Sfogliando il libro salta all’occhio la diversità, dell’abbigliamento e di stile, delle persone importanti (come ad esempio i politici), tra quei giorni e questo tempo d’oggi, in cui la politica si veste per apparire: confondendo questa necessità con quella dell’essere (dalla parte dei cittadini) e del fare (per migliorare il paese). Nonostante Matteo Renzi, magari a sua insaputa, citi Erich Fromm (forse per via dell'”avere”).

La politica sartoriale è davvero molto cambiata, diventando di maniera. Le donne, lungi dal desiderio di somigliare a statiste paiono piuttosto tante allumeuse. Gli uomini hanno come evidente modello di riferimento quello dell’uomo d’affari di successo, con Rolex e Piaget che si sprecano, al polso di gente che di affari ne fa un bel po’ e con grande successo personale.

Se tanto mi dà tanto, ovvero, se questi sono a loro volta i riferimenti per noi cittadini quasi sudditi, come si può pensare alla compassione, a quella parola per dire un sentimento di profilo alto, elegante e profondo; si può al massimo provare pena, anche per la densa presenza di cretini (della cui prevalenza scrissero un delizioso librino Fruttero & Lucentini). Non si può che provare tristezza per questo paese ad alta densità di persone i cui ideali sono così bassi da essere praticamente invisibili.

Possiamo riservare la compassione per il momento in cui risvegliandoci da questo mefitico torpore ci accorgeremo di essere vissuti non tanto al di sopra dei nostri mezzi, bensì al di sopra delle nostre opinioni: molti tra noi avendo di sé un’idea raccattata non si capisce bene in quale fondo, completamente sconnesso dalla vita reale.DSCN7220

Arabesque

Mi è già capitato di raccontare qui della presenza di una piccola comunità di tunisini; non sono i soli “stranieri”, ci siamo anche noi milanesi (annoto con appena una punta di sarcasmo), ci sono i polacchi e i curdi (che mi sono simpatici per via del coraggio delle loro donne, ma anche per il loro aspetto un po’ macho in un senso antico).

Si può essere macho “in un senso antico”? Sì, perché improvvisamente quel modo lì di esserlo mi appare innocuo, controvertibile, dialettico, simpatico, quasi bonario e protettivo. Forse non è proprio così, in assoluto, tuttavia quello che leggo e che vedo nelle scandalose immagini dei massacri realizzati e sceneggiati ‘ad usum’ di noi occidentali, da parte di questa nouvelle vague islamica, relativizza quasi tutto ciò che mi ha da sempre profondamente turbato e infastidito.

Il mio turbamento nasce da un’educazione materna senza mezzi termini: “non farti mai mantenere da un uomo, altrimenti tutta la tua vita dipenderà da lui.”. Mia madre è la responsabile assoluta della mia insofferenza nei confronti di qualsiasi uomo che osi anche indirettamente o in modo velato esprimere un giudizio di ‘genere’ (come si usa dire ora), nei confronti di una donna.

Qui ora a velarsi invece sono le mogli dei tunisini che costituiscono ormai la maggioranza dei residenti di Sant’Angelo in Colle, nel borghetto medievale. Essi sono – da anni – una presenza fidata, quasi familiare, non fosse per quella loro ritrosia (o reticenza) a farsi conoscere. Da un lato è comprensibile (alcuni vecchi uomini di qui li guardano con sospetto e con un po’ di invidioso disprezzo), ma io dubito che anche qualcos’altro si celi nel loro modo di fare. Del resto non sono certo rimasta indifferente, giorni fa, constatando che la moglie di uno di quelli più da lungo tempo residenti in Italia (forse addirittura dotato di cittadinanza) oltre ad essere strettamente velata (come non accadeva un tempo), camminava rigorosamente alcuni passi dietro al marito.

Mi chiedo se queste forme appariscenti siano l’espressione di un bisogno di identità o se non siano indotte quasi come una “preparazione del paesaggio” e nuovi modi di essere … come ho ascoltato a radio3 – giorni fa – con la testimonianza di una torinese che abita nella casbah di quella città. Camminando per strada si era imbattuta in un gruppetto di nord africani e uno di loro aveva sputato in terra; la signora aveva contestato quel gesto definendolo ‘maleducato’ (il gesto). La risposta è stata sbrigativa: “Tanto tra quindici anni qui comandiamo noi.”.

Io non credo che tra quindici anni “comanderanno loro”, penso che comanderà il Renzi, o almeno cercherà in tutti i modi di farlo: gli piace troppo; Renzi governa l’Italia come una bambina gioca alla bambola, e la bambola magari è una Barbie, che davvero non mi è mai piaciuta.

Forse è proprio la Barbie il modello di donna che riesce a non piacere a me ma nemmeno ai tunisini che abitano di fronte a me. A loro di certo non piace come modello femminile, magari per ragioni esteriori, per l’abbigliamento, per i prendisole che sciorinano troppa carne proibita; a me non piace, non è mai piaciuto quel modo di essere donna che a Milano definiamo “sciuretta”; difficile raccontare il senso di questo epiteto, e un blog non è forse il luogo per approfondire questo concetto così familiare a un sociologo. Tuttavia ogni volta che vado dal parrucchiere gli (o le) raccomando di non mandarmi fuori pettinata come una sciuretta. Un’abitudine e una definizione che mi vengono ancora dai miei anni all’Accademia di Belle Arti, anni in cui badavamo a professare un anticonformismo assoluto, che non era ancora divenuto retorica.

Dei miei anni a Brera – ormai un lontano ricordo – sono andata recentemente a ripescare qualche festuca, addentrandomi nei bui corridoi del monastero d’un tempo e riscoprendo le aule e i gessi (restaurati) nei larghi risonanti corridoi. Ogni tanto uno scorcio assolato (era marzo e faceva quasi caldo) di un cortile in cui mi pareva di rivedere fuggevole la giacca elegante di Marino Marini, o il cappello assurdo di Achille Funi, ai cui corsi di decorazione mi ero iscritta.

Nel cortile così familiare – sotto il Napoleone, dove un secolo fa in un pomeriggio autunnale avevo incontrato Gloria Vanderbilt con il bellissimo figlio Carter – ci ritroviamo tutti gli anni nel mese di maggio: liceali di un tempo che è scivolato tra le nostre dita, spesso benevolmente. Quest’anno non so se questo amarcord avrà luogo o meno. Quest’anno non ci sarà più Alberto Ghinzani, il Ghinza che con passo sicuro si è affermato come uno degli scultori più interessanti di questo tempo.

L’addio di Alberto mi pare che segni la fine di un periodo  – lungo e tranquillo – in cui ogni ritrovarsi (e contarsi) ci faceva constatare la nostra ‘tenuta’ generazionale; con lui se ne vanno altre sicurezze, anche se non erano legate alla sua presenza: è finito un mondo in cui mi piaceva l’arabo – come lingua da cui molte nostre parole derivano – mi interessava quel mondo, talché ‘arabesco’ mi suggeriva un universo di suggestioni poetiche.

DSCN0332Ora “arabesco” è solo un disegno del sangue nella polvere.

Buona Pasqua di Risorgimento

DSCN5683Se penso alla Pasqua di dieci anni fa, che cos’è cambiato? Tutto – mi sussurro da sola – tutto! Anche se c’è qualcuno che scaramanticamente finge di non accorgersene. E’ cambiato il lavoro che sta sparendo, sono cambiate le nostre giornate perennemente connesse, è cambiata la politica ormai ego riferita; cambia la nostra lingua diventata un italiano imbastardito; è cambiato il paesaggio delle persone, con l’aumento dei vecchi soprattutto in città; sono cambiati i nostri costumi e la nostra visione del futuro che si è incupita. Sono cambiate le nostre prospettive, nonostante gli sforzi di alcuni che ogni tanto alzano la testa dai propri interessi perseguiti con tenacia, per declamare che tutto sta cambiando in meglio.

Guido in mezzo alla campagna addolcita da mille sfumature delle stagioni che intrecciano i loro colori, incuranti delle magagne umane, della nostra inconsistenza, delle nostre debolezze. Guido in un paesaggio ben conosciuto – tra San Quirico d’Orcia e il bivio per la Foce – in mezzo a un traffico esitante, tipico del turismo stagionale con i rallentamenti improvvisi di chi non si ricorda di essere per strada, insieme ad altri. Mi accorgo di essere senza gasolio e mi fermo a un distributore.

L’uomo – grande e grosso – mi si avvicina e suppongo che mi stia guardando dietro alle lenti scure con cui è bardato; gli sorrido, ma senz’altro userò il self service, e il mio sorriso è quasi di scusa perché farò a meno dei suoi servigi. Il mio sorriso però si spegne di botto leggendo il prezzo dei carburanti, in tempi di Isis e di crollo del prezzo del petrolio. Un euro virgola sessanta e più centesimi (al self e per il gasolio): io resto a bocca aperta. “Ma quanto costa la benzina qui da voi!?”. Esclamo non tanto per protesta, quanto per dovere di protesta. Perché da sempre penso che nessuno debba camminarmi sulla pancia obbligandomi al silenzio, e lo faccio anche in nome e per conto di tutti quelli che per distrazione, per viltà, per insipienza o per mancanza di tempo stanno zitti.

Vengo investita da una marea di parole irridenti “lei chiacchiera ma non sa quello che dice” è solo un piccolo campione della sua dialettica. Mi infilo gli occhiali neri anch’io e esordisco dicendogli che “so benissimo che lei è impotente e il prezzo non lo fa lei”, so che è la compagnia semmai ad approfittare del fatto che il distributore è l’ultimo (o il primo, venendo dalla direzione opposta) dopo un lungo tratto di strada e però declino l’offerta del numero di telefono per chiamare la Kiùeit e vedermela con loro. “Non serve a niente e sarebbe tempo sprecato”.

Mentre ci scambiamo le ultime battute villane e mi convinco che se la strada non fosse trafficata come oggi quel balosso potrebbe anche darmi uno spintone tanto per gradire, mi viene in mente quello che ho letto qualche giorno fa, a proposito dei prezzi al dettaglio dei carburanti: “Con la Pasqua e un bel po’ di gente in giro il prezzo della benzina salirà” e penso che, in questo, il paese non è cambiato: è più uguale che mai ai suoi politici.    

Guardare indietro per guardare avanti

Venticinque anni fa come oggi, più o meno a quest’ora, ero ospite a pranzo – colazione di lavoro, come si dice a Milano, per smitizzare l’espressione e metterla un po’ a dieta – dalla Bice in Borgospesso. Il mio anfitrione aveva lasciato le sue guardie del corpo fuori, in via Borgospesso e mi aveva portato un bel flacone di Eau de Cologne Imperiale di Guerlain in dono (un litro).

La scena me la ricordo come se la dovessi ricostruire in un improbabile diorama per il museo della Milano di Tangentopoli. Ma i giudici, che scavavano a nostra insaputa nella variegata merda metropolitana, ancora non si sognavano che la sostanza puzzolente che essi maneggiavano fosse come l’ailanto.

L’ailanto è un albero ormai diffuso in Europa, dalle caratteristiche infestanti (più lo tagli, più si riproduce, come la Medusa); è anche bello – proprio come il mondo laccato dalla corruzione di cui scrivono i quotidiani in articoli la cui obsolescenza ricorda le infinite forme di demenza che si suppone affliggano i vecchi. Invece affliggono l’intero paese.

Il mio anfitrione di quel giorno, oggi, è in galera, e confesso che mi dispiace un po’, ma pare abbia avuto qualche parte nella rappresentazione della multiforme corruzione italiana.

Quel giorno, invece, cogliendo il mio suggerimento molto lombardo, ordinò per entrambi risotto con l’osso buco e gremolada regolamentare: da bere – con mio scandalo autentico (peggio di una tangente, quella era addirittura una secante!) – Dom Perignon “millesimato”!!!

L’intento credo fosse sincero, però io avevo tenuto l’invito per me – non si sa mai –  e solo molti anni dopo ho cominciato a raccontarlo agli amici e agli amici degli amici (in accezione lombarda). L’intento era quello di dimostrarmi attenzione, quella che si merita una dalle cui mani passava – da parecchi anni – l’intero ‘expenditure’ della comunicazione di un grande gruppo. Passava, l’expenditure, e nemmeno un micro-corpuscolo ne restava nelle suddette mani: miracolo all’Italiana? No, a me – ma anche all’AD del gruppo in questione – sembrava normale, anche se oggi non lo sarebbe affatto.

Devo osservare che venticinque anni fa, nonostante l’avvento più che giustificato di Tangentopoli, poteva ancora succedere che qualcuno maneggiando l’equivalente di un paio di centinaia di milioni di euro non se ne appropriasse, né in toto né in parte. E che magari non ci pensasse nemmeno ad appropriarsene …

Ma era la somma che mi capitava di gestire, pubblicitariamente parlando, non la mia persona, a interessare il mio anfitrione, peraltro molto religioso. Nonostante io vestissi un elegante tailleur blu di sartoria (un inno alla sobrietà), con un paio di pendenti di corallo, lavorati da un artigiano di Gaeta e finiti – cinque anni dopo – nel bottino di un rapinatore di amabili signore. Ma il pranzo fu delizioso e ancora oggi, ripensandolo, mi sento quel delizioso ossobuco sciogliersi in bocca.

Mi è tornato in mente quel mio pranzetto di compleanno di venticinque anni fa, perché questi sono anniversari in cui si fa un po’ un bilancio e allora ci si guarda indietro – non per vedere chi ci sta dietro alle spalle, che pure sarebbe prudente, di questi tempi – per capire anche come andare avanti. Non tanto per trovare la forza, ma piuttosto per individuare una direzione in cui procedere …

E allora non posso non ricordare le parole guardinghe con cui mi venne proposto un cambiamento davvero radicale, nel mio lavoro e forse anche nella mia intera vita, a fronte di un assegno “su cui scrivi tu la cifra”. Dopo venticinque anni in cui ho vissuto una vita piuttosto divertente, di certo molto interessante, seppure con alcuni momenti addirittura drammatici, sono ancora qui a chiedermi se davvero ho fatto bene a dare una risposta un po’ ingenua (certamente non corrispondente al mio ruolo) che declinava l’autentica fortuna che mi stava rotolando nel piatto, quale ulteriore contorno alla magnifica cucina del rinomato ristorante … Strana cosa, i compleanni: strana e un po’ magica, talvolta.

Leggermente

Mi piace questo avverbio; mi piace perché evoca la leggerezza (che io penso sempre nella sua accezione di levità e non di superficialità, come potrebbe anche essere intesa). Mi piace anche perché evoca la lettura – legger – e la mente, cioè un’azione, e una parte di noi, che sono indispensabili l’una all’altra.

Mi è venuto in mente (l’avverbio) leggendo (!) la Lettura (!!!) dorso domenicale a cui sono affezionata e che spesso preferisco al classico ‘domenicale’ del Sole 24 Ore. Perché a pagina 17 de La Lettura del Corsera, oggi, c’è il mio buon amico Giuliano Vigini che – come di consueto – dà i numeri, ovvero i numeri legati al mondo dei libri, che questa settimana, a suo giudizio, sono più significativi.

Non sto a riportarveli qui – se proprio volete conoscerli nella loro completezza, li trovate di certo sul sito del Corriere della Sera – perché quello che mi ha avvilito (una volta di più) è quello che essi raccontano: la cronaca di una nazione che non legge. Non legge i libri e legge sempre meno i quotidiani (solo il 47,1% un quotidiano una volta alla settimana; solo il 41,4% “un” libro nel tempo libero, in un anno).

Dato che sono una che legge – dall’età di cinque anni, quando mia madre mi regalò il mio primo libro – e che libri e giornali, ma soprattutto i libri, sono davvero per me all’origine della mia giornata, da sempre, mi domando quanto la mia mente possa essere diversa (o muoversi diversamente nei pensieri del mondo) rispetto a quella di un “Absolute non Reader”. Vivendo in un luogo dove la gente è poca (ma non distratta) e forzatamente ci sono ancora meno lettori, non riesco a risolvere il quesito. Tuttavia mi capita quasi tutti i giorni di recarmi al bar edicola (minimalista) e di incontrarvi gente (uomini perlopiù, come in un paese regredito, o mai sviluppato, in cui le donne è bene che stiano al loro posto: in casa) che si beve il caffè con cui inizia la giornata.

La scena è sempre pressoché identica: un paio di persone che non lavorano, o che si sono prese una piccola licenza dal posto di lavoro, che stanno sedute a due diversi tavolini, con innanzi a sé una tazza con cappuccino e stanno sfogliando un quotidiano (di solito la Gazzetta dello Sport), poi c’è qualcuno in piedi che beve il caffè e talvolta mangia una brioche. Ogni tanto, nel bar entra un uomo e acquista un quotidiano: raramente mi è successo di notare un uomo giovane, di solito sono delle tartarughe come chi scrive.

Lo sconsolatezza che mi coglie quando ripenso a questa scenografia è strettamente legata a due pensieri. 1- Come faranno le persone a farsi una propria opinione – non a proposito dei massimi sistemi, no! – circa quello che succede, a proposito dei problemi quotidiani, il governo, la società, i fatti di cronaca e di interesse sociale, cioè comune a tutti? 2 – Come faccio a sintonizzarmi con persone che hanno un retroterra così diverso dal mio?

Per mia indole non penso di dovermi uniformare ai punti di attenzione dei non lettori; mi accorgo sovente però che sono molto più ‘saputi’ di me rispetto a quasi tutto, politica inclusa e spesso al primo posto. Ma sono informati in modo diverso, più efficientemente ma in modo più uniforme. E’ la tv che genera il tv pensiero; un pensiero con il culo sulla sedia, che ti sale per le cosce e ti giunge rapidamente alla nuca. Lì pare che ci sia un dispositivo che lo accoglie in modo acritico, tepidamente e il pensiero diventa opinione come un cuscino su cui appoggiare il capo, e poi dormire tranquilli.

Perciò i numeri del mio amico Vigini difficilmente potranno migliorare, in futuro, perché un pensiero che ti aiuta ad assopirti, non può indurti a girare le pagine di un libro, o di un giornale. Una ginnastica molto, troppo, impegnativa, per le braccia.

Cutrettole e no

Ho capito che riconosce la mia auto e sa che rallento, mi fermo pure se serve (voi non lo fareste?). Ne sono certa: imbocco la curva e lei è lì che pascola – come fanno gli uccelli: chissà che ci troveranno in mezzo alla strada? -, solleva la testa e mi guarda; cioè io dico così ma in realtà lei guarda l’auto e, appunto, la riconosce e ne conosce i comportamenti.
Le prime volte in cui mi è capitato di osservare il suo indugio, prima di camminare, quasi avesse i piedi (le zampine) piatti, un passetto dietro l’altro, come fanno anche le upupe.
E la sua livrea, nei toni del grigio, ma decisamente grigio freddo, quasi metallico – qualche striatura nera, è quasi da cocktail: elegante e senza fronzoli.
E’ forse il passeraceo più bello e meno grazioso che ci sia. La salita a Sant’Angelo è tutta abitata da cutrettole, il paese no.
Le cutrettole stanno nei cespugli di rosmarini, spiccano brevi voli e vanno a frugare nella terra tra gli olivi, dall’altra parte della strada. Incuranti delle auto che passano, come se giocassero una spericolata roulette russa.
Ho visto che si tolgono di mezzo leste, quando passano le altre auto; con la mia no: prima guardano, soffermandosi, con quella breve esitazione in cui io leggo quasi un gesto di riconoscimento, un saluto.
Tutto il contrario di quelli che per pigrizia o antipatia si voltano da un’altra parte per non salutare, o per un torcicollo.