Preferisco il bianco

Uno pensa di scrivere ‘cronache’ poi, invece, si accorge che sono ricordi: con molteplici funzioni e aspetti. Tengono compagnia alla psiche, quando inizi a sospettare che si sia un po’ spenta nel trantran della quotidianità paesana, consolano dalla grettezza che occhieggia troppo spesso nei rapporti tra persone, aiutano a sopportare il peso dell’esistenza in tempi così poco stimolanti da renderla poco sopportabile.

Mi viene in mente questo pensiero accarezzando il pesante copriletto bianco, residuo di un corredo di quattro generazioni di donne, che ha iniziato a dissiparsi un autunno di quasi quarant’anni fa, con il fattivo contributo di un baldo cercatore (e trovatore) di funghi che scelse dodici tele di candido lino tessuto a mano dalle suore dell’Assunzione, in seguito cifrate da una bisnonna, per farvi asciugare alcuni chili di porcini sbollentati nell’aceto. I lini in questione, reduci dal trattamento choc avrebbero meritato la cremazione (con spargimento delle ceneri in un giorno di maestrale), invece hanno avuto una fine banale quanto inevitabile.

Sì, è un pensiero che ricorre, quello del corredo che una volta aveva una sua ‘sacralità’ e che ora non significa più niente. Così ho pensato occhieggiando tempo fa un telo di lino chiamato strofinaccio, che per origini, storia e qualità non meriterebbe la funzione di ‘cencio’, come un avanzo qualsiasi di tela qualsiasi. Ma i tempi sono questi.

Il copriletto bianco mi parla di un’altra campagna, un’altra latitudine – anche sentimentale -; pavimenti di legno dappertutto, lavati finemente; pranzi della domenica attorno a una nonna severa e rispettata; una zia, grande (ma avveduta) cercatrice di funghi, che mi amava come una figlia; altri zii, e mia madre che si alzava più tardi per riprendersi da un sonno poco ristoratore. Tutti i letti in tutte le camere erano ricoperti da un telo di piqué bianco, operato, come quello che ricopre ora il mio letto.

Il piqué era anche il tessuto degli abiti estivi delle bimbe – bianco ricamato in blu a punto smock – e una camicia di piqué bianca era indispensabile per sentirsi ‘a posto’ in un giorno estivo particolarmente caldo. Tutto mi ritorna in mente se tengo gli occhi chiusi e passo leggermente la mano sulla copertura candida, in questi giorni in cui l’inverno – che pare ritornato – salutato enfaticamente dalla stampa quotidiana, più che la campagna sembra gelare il cuore.

Il bianco non è semplice da portare, né da pensare; ci arrivi – si pensa – per sottrazione, mentre invece mi hanno insegnato che contiene tutti i colori dello spettro. Bisognerebbe che andassi a rileggere Goethe, per avere conferma di questo insegnamento dalla sua ‘ Teoria dei Colori’. Come dire che il bianco contiene, è complessità, non ‘tabula rasa’.

Idillio

XOOOX COHH: NM IL NOOOFRA, MKIOO, MMO DOEIRPORTYRAO, JDKRTO NNAPDORTEO NN LOIEJDN, IFR OIRENAMM!

HEJRKTRLXMDNEORN MIK NSIEANEPORD, NSPORCLERO SOPRERO XIOERR, NAMEROEIRNE; AORTEN PROEMNSOO OONE MME,REICORDTRO PORTOEIRT.

FORTRJSNEMTORL AEROSNARTORENNE, SMETOERIENANSEO.

ASRRITRO: DRRO SO NROOPEORTIN AERLVKFPORON AASE, SD LOROTROENSOENXOPENA …

Visioni, luci, controluce

Come sarà l’anno in cui ci siamo – ineluttabilmente – inoltrati? Durissimo, come l’anno precedente, io mi immagino. Con il saluto d’addio di un grande musicista e (or ora) anche quello di un uomo – emblema della ‘riemergente’ cultura italiana – non poteva essere altrimenti. L’unica strada è quella della luce: il vero discrimine delle nostre esistenze. Una vita ‘illuminata bene’ (v. Hemingway), dalla ricerca, dall’amore, dalla pietas, dalla conoscenza, e … sì dalla luce che anima l’universo mondo; un’esistenza che dia spazio a tutto quello che sta dietro all’apparire e all’apparenza.

La mia piccola Lulù (la più grande di tre ‘mie’ piccole) disegna intenta, seduta al suo posto d’ordinanza, nel mio casino casereccio, tra carte e colori e nevrosi nonnesche. Alla radio, musica: il “Concerto di Capodanno” dei Wiener  Philharmoniker con Strauss e dintorni. Ecco senti Lulù questo è il concerto che ogni anno si tiene a Vienna, per celebrare, per salutare, l’anno nuovo. Segue indispensabile spiega: un anno è finito, un nuovo anno inizia, proprio oggi.

“Anche a Milano?” Chiede, molto interessata la mia piccola disegnatrice indefessa. Certo che sì, la rassicuro: l’anno nuovo è ovunque; tuttavia non basta, e avrei dovuto capire che mi inoltravo in un campo delicato e inedito. Anche a Milano c’è un anno nuovo, ma a Lulù non basta: “In tutto il mondo?” Certo che sì, è un anno nuovo e bello lustro, in tutto il mondo. Ma a Lulù (che deve avere una quantità di pianeti nel segno della Vergine, e comunque la tendenza a dare contorni precisi a ogni fenomeno) non basta: “Anche a Saturno?”, approfondisce, e io confermo. Ma io mi blocco, perché penso che forse su Saturno il tempo scorre diversamente e ne ho avuto l’indiretta conferma negli sguardi un po’ smarriti degli amici a cui ne ho fatto cenno e ho chiesto notizie precise in merito.

Come sarà questo anno nuovo su Saturno? Verrà in sogno a raccontarmelo Georges Prêtre con il suo bel volto di seducente uomo sportivo e musicale, e un sorriso malizioso.

Racconto di Natale

Ogni volta che poso gli occhi su un salmone – in una vetrina o ben sistemato e guarnito, su un piatto, servito a tavola – vedo soprattutto il suo colore, ed è il colore del maglione più brutto che io abbia mai indossato. Rivedo le trecce (adesso sarebbero di moda, mi pare), il collo appena alto, la finitura a costine sotto la vita. Ma io ricordo soprattutto il colore: né carne né pesce, mi verrebbe da dire.

Ma quel maglione l’ho indossato per anni, si può dire per tutta la mia adolescenza e anche un po’ oltre. L’ho portato con gonne scurette che attenuavano la sua brutta tinta e non ho mai pensato di ‘mitigarne’ il colore con una sciarpa, anche perché in quegli anni le sciarpe avevano unicamente la funzione di scaldare il collo e non erano ancora divenute un capo d’abbigliamento molto decorativo, talvolta strategico, come oggi.

Ho portato quel maglione durante gli anni del liceo; i primi tempi per affetto, poi per scaramanzia, infine perché – divenuto un po’ logoro (come tutto quello che mi piace indossare) – il maglione color salmone era diventato bellissimo.

Anche una mia compagna di liceo che veniva da Roma ma apparteneva a una grande famiglia di imprenditori milanesi, negli stessi anni, indossava quasi sempre un maglioncino smilzo, azzurro polvere, di buona lana e confezionato a mano. I suoi avevano i beni bloccati e nonostante vivessero in un palazzo di loro proprietà, quasi in centro a Milano, non avevano liquidi… ma se torno con la memoria a quegli anni, ricordo molte ragazze indossare lo stesso capo continuamente; si era nel secondo dopoguerra ed eravamo tutti molto frugali, anche quelli che oggi definiremmo ‘ricchi’.

Il mio maglione color salmone, invece, era un regalo di Natale, di uno dei rari Natali passati con mio padre a casa e non per mare, o oltremare. Ricordo bene il momento in cui l’ho avuto in dono, avendo ai fianchi – quasi a sorreggermi (ma era un effetto ottico) – mio padre e mia madre, rispettivamente a sinistra e alla mia destra. Però non ricordo chi mi ha dato materialmente il maglione. Rammento però che sentivo una tensione speciale, capivo che i miei trattenevano l’emozione, ma solo qualche giorno (due o tre) dopo ho capito che il mio brutto maglione era stato acquistato con gli ultimi soldi rimasti ai miei genitori, dopo quello che allora si chiamava “rovescio di fortuna”, capitato a mio padre che aveva acquistato un negozio il cui proprietario non aveva mai pagato le tasse.

Strano, ma vero, il fisco negli anni cinquanta, in casi come quello, caricava tutto l’importo evaso sull’acquirente; o forse il venditore era irreperibile. Mio padre era completamente rovinato, dopo esser stato per anni un uomo abituato a un discreto benessere. Solo pochi giorni dopo Natale, a mio padre fu offerto un incarico molto ben retribuito e con quei guadagni sarebbe riuscito a pagare quel debito e a mantenermi al liceo.

Mangio salmone molto di rado, ma ogni volta che mi capita è come se mangiassi un pezzo di quel Natale, con le facce attente e un po’ trepidanti dei miei, che avevano osato spendere gli ultimi soldi per non farmi mancare un regalo.

 

Brunello e vecchi cappotti

alex_3Chi è arrivato qui in anni recenti non capisce; chi arriva pensa di essere un conquistador, di avere di che insegnare, da spiegare. Chi arriva è soprattutto convinto di sapere come funzionano le cose.

Decine di anni fa arrivavano quelli che il mito della Toscana l’avevano provato ‘sul campo’, in lunghi viaggi nel weekend pensando di trovare colline che celavano segreti e gente schietta. Quelli che giungevano fino a questo angolo estremo di Toscana bevevano – di solito piemontese o Oltrepò – ma bastava che fosse vino rosso. Per il resto c’erano i sogni che nel divenire concreti si rivelavano faticosi e divertenti. Un’esperienza.

Ora arrivano solo quelli che investono e che nel farlo a volte è come se guidassero un’auto grossa senza occhiali. Lo pensavo mentre mettevo a posto i miei cappotti, chiedendomi perché invece non mi sono mai comprata un piumino.

Sarà per via delle oche, ho pensato, perché tempo fa (o sono anni?) ho letto di quelli di Monclair che vanno in giro per allevamenti strappando alle vigorose bestiole le meglio piume per infilarle nelle scocche dei suddetti piumini e poi fare brutte campagne pubblicitarie per trasformare giacche e gilè in indispensabili compagni di questi inverni stralunati.

Ma no, non credo che siano le oche all’origine della mia resistenza al piumino. Forse io penso solo che “il piumino” sia orribilmente conformista: troppo lucido – va bene per sciare! -, un tessuto che non racconta niente, ti dà un’aria da sciuretta che omologa anche le donne più intelligenti e scafate: insomma, un capo che non rende giustizia a chi lo indossa. Nemmeno agli uomini, con cui però è un po’ meno malevolo.

No, pensavo mentre spazzolavo un vecchio cappotto del Lanificio Colombo che avevo regalato a una figlia freddolosa (o supposta tale) circa vent’anni fa (tornato indietro con un “grazie mamma, ma…”) … no, non è (solo) per le oche, né per quell’aspetto ‘tubolare” che ti dà un caldissimo piumino modaiolo, riflettevo mentre tiravo fuori un altro cappotto, residuo un po’ sdrucito (indossato per innumerevoli inverni)accarezzandolo con gratitudine per la morbidezza conservata negli anni. Forse è per il segnale che il piumino mi manda.

Forse mi disturba la sua pretesa di diventare il compagno di un inverno, al posto di un bel cappotto, quando si sa bene che è proprio con il freddo che i pensieri si annidano nel calduccio per intrecciarsi tra di loro (ecco, proprio come un bel tessuto!) e formare una storia.

Mi veniva in mente osservando la lunghezza di un altro compagno di questi ultimi inverni: perfetto in città, ma forse un po’ lungo? O forse sono io che non ho più lo slancio (né la lunghezza!) per sentirmelo come quando l’ho scelto?

Se fosse un vino … pensavo, ma un piumino mai potrà essere pensato come una cosa viva, come un vino. Il piumino è come il vino fatto da quelli che più che la vigna frequentano la Borsa e  che della terra non sanno niente. Un Brunello si beve indossando un cappotto, ho deciso.

Forse sono solo pensieri da oca e magari questa è la mia resistenza al piumino (che indosserei solo sulla neve dei campi di sci!)?

 

 

Segno dei tempi, segnali di papà

alex_5Caro Papà, oggi internet è sparita, il telefono mi si è sprogrammato e nonostante i miei sforzi di mimare pazienza e un sobrio ottimismo non riuscivo a sorpassare neanche un’ape, sulla strada che mi portava a Siena.

Poi stasera, poco fa, internet è tornata e la mia giornata quasi piena volge al termine. Dentro a internet stasera ho ritrovato un amico di cui non avevo notizie da più di trent’anni o giù di lì, insomma dai tempi in cui c’eri anche tu e i miei figli erano i miei bambini. I nostri bambini.

So che non avresti mai immaginato di avere tre nipoti, da un’unica figlia e per giunta non di indole mammissima. Ma tu sei stato un nonno che preparava la fetta d’arancio con un po’ di zucchero e le gocce di limone, arrotando tutte le erre e badando che avessero le mani pulite e loro se lo ricordano, credo. (Ora anch’io ho tre piccole nipoti.).

Ti ho pensato stasera guidando nel buio scintillante di luci. Quel ventitré novembre di trentuno anni fa ero molto più stanca di oggi. C’era una farmacia, in via Marocco e il dottor Bozzetti mi aveva chiesto di andarci e prendere una bombola d’ossigeno. Non è servita. Quando sono tornata tu stavi salendo sul treno dei misteri, con occhi turchesi spalancati.

Per qualche anno sei stato molto assente, poi – nei giorni appositi – hai cominciato a produrre segnali, fino a quel blocco di marmo che mi ha sfondato il parabrezza, appena sono scesa dall’auto, nel giorno del tuo compleanno. Quella volta ho riso: di sollievo. Ma ero veramente contenta anche se mi pareva un ‘segnale’ un po’ esagerato.

Invece stasera sto ritrovando Gianni Ruggiero, amico dai tempi di Brera, di cui non avevo più notizie da quando ci si incontrava al festival di Cannes. Lui veniva da Barcellona e io da Milano e ci raccontavamo le nostre storie, soprattutto di lavoro. Mesi fa ho letto un servizio su di lui, sul Corriere, però non sono riuscita a rintracciare il suo indirizzo. Ma ecco che un tale con una faccia simpatica, conosciuto in rete, si rivela essere suo nipote. Perché – pezzo di balcone a parte – mi hai sempre mandato qualcosa di speciale, di amichevole e affettuoso, nei tuoi anniversari. Adeguando i segni ai tempi. E ai luoghi, perché quando è venuto giù quel pezzo di marmo dal balcone, in fondo, ero a Cava dei Tirreni …

 

Dietro l’angolo

dscn1261dscn1263Che cosa ci attende dietro l’angolo è una domanda che ci poniamo, da sempre, nei momenti di cambiamento; ora non suona retorica – anzi! – perché tutti si rendono conto che il vecchio fotogramma ha completato il proprio ribaltamento, ma non mostra ancora l’altra faccia.

Due amici, recentemente ritrovati, mi hanno fatto un regalo dedicato alle mie piccole nipoti. Si tratta della copia numerata di un librino – stampa anastatica per ricordare l’autore del libro: un artista grande e profondo della scuola romana – creato e disegnato  dall’autore per il proprio figlio. L’originale è una copia unica, realizzata nel 1944.

Un anno di sicure incertezze, paragonabile a quello che stiamo vivendo (ma forse è solo una mia sensazione?), una filastrocca che potrebbe piacere al regista di un thriller. Uno stile da ventennio, sottilmente venato d’ironia, illustrato con disegni per niente infantili …

La donnina che semina il lino! / Volta la carta che c’è il contadino

Il contadino che va per i campi: / si volta la carta si trovano i lampi

I lampi che fanno spavento: / si volta la carta che c’è il bastimento

Il bastimento che arriva di sera: / volta la carta si trova la fiera

La fiera con burle e con lazzi: / si volta la carta si trova i ragazzi

I ragazzi che van per la via: / si volta la carta si trova Sofia

Sofia che cuce il lino: / si volta la carta si trova Arlecchino

Arlecchino che fa lo sgambetto: / si volta la carta si trova il galletto

Il galletto che canta al mattino: / si volta la carta si trova il molino

Il molino che macina il grano: / si volta la carta si trova Bastiano

Bastiano che zappa la terra: / si volta la carta si trova la guerra

La guerra con tanti soldati: / si volta la carta si trova i malati

I malati con tanto dolore: / si volta la carta si trova un signore

Un signore che in fretta si parte: / volta la carta e si trova tre carte

Tre carte legate da Amore: / si volta la carta si trova il dottore

Il dottore che cura la gente: / si volta la carta …. e non si trova più niente

Manlio Alfieri – Viterbo, marzo 1944

  

Centouno virgola sei

rscn6218Ciao Bramante, oggi si vede il mare, dal Passo del Lume Spento. Scintilla lontano, appena più alto del profilo delle colline. Succede solo nelle giornate nitidissime come questa che presto volgerà al tramonto. E tramontando, la luce ci regalerà una serie di visioni – tutte le sfumature dei colori più caldi, quelli di una stagione che conclude i raccolti, poi pare che tutto finisca, la terra si raffredda (almeno così si spera), anche i colori si ingrigiscono, ma poi tutto ricomincia, con grande fatica. E’ una storia che tu conosci molto bene, come conosci alberi e animali di questa terra, e ulivi e vigne. L’ultima volta che ti ho visto eri di vendemmia, ma ti occupavi dei dettagli un po’ meno impegnativi, perché a vendemmiare – scarpinando tra i filari con secchi e cassette pesanti – non ce la facevi più. Però l’hai fatto fino a novantanove anni suonati, poi ci siamo messi a tavola e tra una fettuccina e un sorso di sangiovese mi hai detto che “non mi manca nulla e in casa mi rispettano”. Ho tanti ricordi legati a te, cominciando da quel becco che ruzzava con il mio figlio piccolo, quando venivo a comprare legna da te quarant’anni fa. Luciano mi ha detto che fino all’ultimo hai parlato di funghi e di cose della tua terra. Non poteva che succedere così: nessuno la conosce come te, questa terra. Però non ti ho mai chiesto se sei mai stato al mare, se l’hai mai visto. Dato che hai scelto questa giornata di sole e di vento per congedarti dalla terra, approfittane e vola ben alto: vedrai le vigne che stanno spogliando, le foglie che volano, e se spingi lo sguardo lontano, verso l’orizzonte a ovest, il mare che scintilla mobile, nella luce che cambia.

L’uomo che aveva tagliato i gelsi

dscn2234Ho un amico che vedo ormai molto raramente, ma che ricordo spesso, perché condividiamo la passione per gli alberi e l’apprensione per l’incuria che troppi dimostrano nei loro confronti. Si chiama Graziano ed è un uomo particolare, prepara tinture e infusioni con le erbe medicinali e ti sa dire come stai, guardandoti e scrutandoti, come facevano i vecchi medici. Un curandero secondo alcuni che gli affibbiano questo appellativo sorridendo un po’ scettici. Ma non sono scettici quelli che lui ha guarito da disturbi magari banali, ma fastidiosi, e talvolta meno banali e più gravi..

Non è uno stregone, è uno che conosce le proprietà delle erbe e conosce benissimo gli alberi: sostiene che hanno un carattere e un’anima e dice anche che un albero è capace di riconoscerti, se ci sono i presupposti per farlo. Graziano vive altrove, dove ha comprato centinaia di ettari di boschi e anni fa mi ha raccontato una storia che mi sembrava piuttosto una fiaba un po’ dark, finché indirettamente ho saputo che si tratta di un fatto realmente accaduto.

Mi raccontava Graziano che nel comune che confinava con quello in cui lui abitava all’inizio degli anni ottanta c’era una strada abbastanza stretta, fiancheggiata da un filare di vecchi gelsi con chioma generosa. Erano gli anni in cui il comune in questione aveva ambizioni di modernizzarsi e a un uomo arrivato da qualche anno nel comune ‘sta strada pareva angusta, lo disturbava quasi fisicamente il breve filare dei gelsi, ma sapeva come sono fatti i concittadini – davanti ti sorridono, ma poi sparlano di te e magari ti mettono i bastoni tra le ruote quando meno te lo aspetti -. Non che quell’uomo fosse un pavido, anzi in privato era anche un prepotente, e ci teneva a essere riverito e considerato qualcuno da tenere in conto, forse da temere.

Provò a convincere gli altri cittadini della sua idea di tagliare quel filare di gelsi, spiegando che sì, erano dei begli alberi, ma sporcavano, toglievano la vista al bel paesaggio lì intorno, e restringevano la carreggiata, o comunque davano questa impressione. I concittadini in faccia non gli dicevano nulla di chiaro e lui sapeva che in fondo incuteva un certo timore, ma intuiva che non erano d’accordo; inoltre sapeva che alcuni di quegli alberi erano stati piantati in occasioni particolari. Poi un giorno gli arrivò un messaggio un po’indirettamente: qualcuno – non si sa se mandato o se di propria iniziativa – prendendola alla larga, con una serie di osservazioni lo sconsigliò vivamente dall’eliminare quei gelsi.

l’uomo, sul momento, rinunciò all’idea di tagliare quegli alberi perché il tipo che era andato a parlargli lo aveva un po’ impressionato. A questo punto della storia mi ero convinta che quell’uomo fosse Graziano, ma quando gliel’ho chiesto si è messo a brontolare che lui non si impicciava degli affari degli altri e si era tenuto fuori da quella storia perché aveva già i suoi boschi che gli davano un sacco di problemi e di incombenze burocratiche e questa storia lui l’aveva appresa indirettamente.

Difatti, se l’uomo che sul momento aveva convinto quell’altro fosse stato Graziano avrebbe usato argomenti più convincenti, perché passato un anno, un mattino i cittadini di quel comune, al loro risveglio scoprirono che il filare di gelsi era bell’e scomparso: dei gelsi rimaneva qualche rametto segato ai bordi della strada e manciate di foglie che sarebbero state spazzate via.

Raccontandomi la sorpresa degli abitanti di quel comune, Graziano mi guardò fisso negli occhi, con le sue iridi verdognole e screziate come la coda di una lucertola. Io non capivo il senso di questa cronaca deprimente, e perché il mio amico si dilungava a spiegarmi il carattere degli alberi. Secondo lui – come accade per gli uomini – ci sono alberi più miti e altri alberi più aggressivi; proprio come succede tra noi umani. Quei gelsi caduti avevano suscitato lo sdegno degli abitanti ma la cosa finiva lì e anche gli abitanti un po’ impauriti, non sapendo come reagire, si erano rassegnati alla prepotenza di quell’uomo a cui non osavano dire niente (come accade di frequente), però si sentivano espropriati di qualcosa che per loro aveva avuto un senso, qualcosa che faceva parte del loro paesaggio quotidiano.

Passò un anno e quella strada così sguarnita sembrava qualcosa di non finito, nessuno ci passava più volentieri, se appena potevano, gli abitanti passavano da un’altra parte e anche il tagliatore di alberi – poco a poco – lasciò cadere le sue idee. Inoltre lì intorno era piena campagna, bella, verde, umida e brillante, di alberi ce n’erano in quantità.

Una mattina dell’anno successivo, all’incirca nella stessa stagione in cui erano stati tagliati quei gelsi, quell’uomo aveva fissato una riunione con della gente che saltuariamente lavorava per lui. Aveva l’abitudine di decidere riunioni alle primissime ore del mattino con gli operai che aveva chiamato e questa sua abitudine non dispiaceva: tutti avevano un altro lavoro o delle proprie faccende da sbrigare, e di solito quell’uomo non aveva esigenze complesse. In un’oretta avrebbero discusso e deciso il lavoro da fare. Ma quel mattino, con gli operai già riuniti, il tempo passava e l’uomo non si vedeva. All’inizio vi furono delle battute spiritose: era lui che aveva la mania di indire riunioni presto al mattino, e di solito era anche molto puntuale, se non altro per poter bacchettare gli altri e affermarsi, una volta di più, come uomo di potere.

Quando però fu evidente che non poteva trattarsi di un banale ritardo, causato da un intoppo, passata la voglia di lasciarsi andare a battute salaci, i convocati si misero alla ricerca di quel tale, che di solito arrivava per primo. Non fu facile rintracciarlo, da casa era uscito all’ora giusta per arrivare prima degli altri alla riunione, un vecchio l’aveva visto al volante dell’auto. Poi più nulla.

Lo trovarono, sempre al volante dell’auto, ore dopo, giù per la collina sul cui crinale passava la stradetta dove un tempo crescevano quei gelsi in fila che tanto l’avevano disturbato. In mezzo al pendio cresceva un vecchio gelso maestoso, forse un lontano parente di quelli segati un anno prima? Non si sa, ma l’auto gli si era schiantata contro e l’uomo riverso al volante non avrebbe mai più partecipato a una riunione, né di mattina presto, né in altro orario.

Gli alberi – mi sottolineò Graziano, concludendo la sua storia un po’ sinistra – proprio come gli umani hanno un carattere e una loro sensibilità, sono capaci di cose straordinarie. E il vecchio Graziano mi regalò una boccetta di un suo preparato con un sorriso un po’ di sbieco.

Veganità e nouvelles vagues

dscn8010Mi ero ripromessa di scrivere qualcosa sui vegani, dopo aver letto ieri un po’ di numeri in proposito. Sul movimento vegan avevo scritto qualcosa una decina d’anni fa o forse più, perché già allora in Germania i vegani avevano fatto notizia, ricavando ampio spazio per il loro pensiero in quel paese dove cominciavano a essere considerati un mercato promettente.

Chi ha lavorato seriamente in pubblicità (per imprese che chiedono alla comunicazione risultati concreti e non voci di spesa per giustificare uscite di denaro pubblico) sa che i “nuovi modi” di guardare alla vita, alla propria e a quella di tutte le creature viventi, sono meno effimeri delle mode, più subdoli, più radicati; più futuribili perché hanno una matrice culturale e provengono da un modo di ‘sentire’, prima ancora che da un modo di pensare. Avevo iniziato a riflettere sugli animali negli anni ottanta, tenendo lezioni sulle strategie di comunicazione ai futuri giornalisti, alla LUISS; gli scioperi di Alitalia erano così frequenti che molte volte anziché volare da Milano a Roma prendevo l’auto e guidavo sull’Autosole, incontrando nel lungo tragitto innumerevoli camion che trasportavano animali verso il macello.

Era inevitabile che mi capitasse di incontrare lo sguardo consapevole di alcuni di loro e di sentire l’odore della loro paura – quello che ognuno di noi può evocare già pensando all’espressione “carro-bestiame” – o anche solo di immaginarlo. Con tutto quello che mi ha ‘lavorato dentro’ per questi incontri autostradali e altre avventure in vari allevamenti. Ricordo bene come in aula insistevo su un sentimento travagliato che scaturiva dalla contraddizione tra l’essere onnivoro-carnivora e sentire pena e compassione per quegli esseri che giorno dopo giorno ritrovavo nella bistecca che pure mi piaceva assai. Insistevo sulla contraddizione e rimarcavo che prima o poi questi dubbi, queste sofferenze si sarebbero tradotti nella crescita di un atteggiamento nuovo nei confronti degli animali.

Parlavo dell’acqua calda, ovviamente. E ora che i vegetariani e i consumatori di carne moderati stanno diventando una percentuale importante della popolazione italiana (non solo italiana ben inteso!), anche i vegani stanno raggiungendo numeri che li fanno diventare un mercato, un mercato così interessante da essere considerato un’opportunità, sulle pagine del Corriere della Sera, persino in Toscana, regione a vocazione carnivora, con alcune notevoli eccellenze in quel settore.

Chi sono i vegani e come si comportano? Il rifiuto di consumare qualsiasi prodotto che deriva dal regno animale è la chiave d’accesso a quel pensiero. Perciò niente bistecca, ma anche niente poltrona Frau rivestita di cuoio, no agli slip di seta (baco da seta) e no al cashmere bertinottiano (ma anche dalemiano e dintorni). Ma vegano vuole dire anche no uova, no formaggi, no miele (e no lieviti!); qualcuno si chiederà ma allora che cosa mangiano, mentre io sono più curiosa delle soluzioni che eliminano la lana d’inverno (e ovviamente anche il piumino d’oca). Ma se seguite un po’ la moda vi sarete accorti che sono sempre più frequenti le proposte di cappotti in cotone mischiato ad altre fibre e se siete un gourmet sapete perfettamente che cresce l’offerta vegana nei ristoranti e nei bistrot e aumenta il numero delle osterie e dei ristoranti vegetariani e vegani … così va il mercato.

Insomma un mercato nuovo, aiutato – come accade immancabilmente – dalla spinta salutista, che incita a nutrirsi di semi e di vegetali – legumi, pasta, soia, cicerchia, riso, quinoa, chia, tapioca, orzo, ovviamente integrali e selvaggi – e dimenticare i nostri amici grandi e piccini che con le deiezioni che fermentano inquinando l’atmosfera e con i loro consumi alimentari e di acqua sembra si siano mangiati un bel pezzo del nostro futuro.

Ho letto che i vegani erano l’8% della popolazione l’anno scorso, nel nostro paese, e che sono in continua crescita. Ho letto anche che ben settanta aziende in Toscana hanno colto questa tendenza, operano offrendo prodotti in questo settore (cibo, bevande, cosmetici, abbigliamento, servizi) e stanno fatturando con incrementi annuali a due cifre. Come sempre accade nel nostro paese, dove ora tutto è diventato miracolosamente ‘bio’ (anche il lucido da scarpe se possibile) pur di vendere, ci sarà  anche chi appioppa l’aggettivo ‘vegano’ a qualsiasi bene o a qualsiasi processo produttivo; poi ci sarà la solita politica ‘bassa’ che cercherà di appropriarsi della gestione della cosa, di farla diventare una denominazione, una tutela, un certificato da ottenere pagando una prebenda a qualche nuova ‘semplificazione’ che sarà il ‘futuro professionale’ di un po’ di trombati …