Se questo è un uomo

E se quest’uomo è un testimone del genere umano, io che cosa sono? E che cosa faccio qui se i miei ricordi non servono ai figli, e ai figli dei figli?
Confesso che questa Giornata della Memoria viene celebrata in un tempo così buio, con una ‘promozione’ (mi si passi il sarcasmo amaro) così feroce e diffusa – dalla Nigeria ai confini russi – da smentire qualsiasi pensiero di speranza.
“Se questo è un uomo”, mi sono domandata guardando negli occhi Kenji Goto, a proposito del suo giovane boia; “se questo è il genere umano”, mi veniva in mente osservando mio malgrado le giovani braccia robuste che buttavano giù da un’alta muraglia – come un sacco d’immondizia – un ragazzo accusato di omosessualità.
“Se questo è un uomo”, mi chiedo osservando le figure dei politici italiani e leggendo le loro dichiarazioni e i loro tweet un po’ vanesiDSCN2681 …

A Ovest del Sole

(“Je suis Japonaise”) Sembra che il genere (dis)umano abbia espresso un’ennesimo mostro … Mi sono svegliata pensando alle lacrime della signora Goto – dall’altra parte del mondo – e al figlio Kenji, obbligato ad assistere al macello dell’amico e a riproporlo al mondo; anch’egli possibile prossima vittima sacrificale al disegno sadico di un mandante ignoto.

Dimentichiamo velocemente gli orrori del passato, sconvolti da quelli che ci “offre” la quotidianità. Me lo ricordava avant’ieri John McNamara e me lo faccio tornare in mente, riandando a diaspore e genocidi, massacri e atrocità del passato, constatando che ancora una volta Cavalli Sforza ha ragione – siamo tutti tutt’uno, non c’è razza che tenga, nonostante gli ignoranti perseverino a crederlo – anche se non siamo capaci di vedere dietro le apparenze; apparteniamo allo stesso genere e tutti siamo capaci di atrocità, val la pena tenerlo a mente …

Oggi sarei anche greca (“je suis Grecqe”) pensando al tentativo dei Greci di alzare la testa dal giogo europeo e tutte le trappole connesse, e pensando anche a quanto la scelta dei greci ci costerà – cioè a quanto ci faranno pagare -: gira nella mia testa il pensiero che tutto ciò accade mentre il prezzo del petrolio sta scendendo e così cambiando gli equilibri di stati e paesi, e soprattutto della gente che ne è vittima. Quanto pagheremo, per esempio, per il calo del prezzo del petrolio?

 

Bambinate a Montalcino. Amarcord

Alzi la mano chi si ricorda di se stesso bambino, pensavo leggendo una notiziola che mi è arrivata on line. Pensiamo ai bimbi, sicuramente ai nostri – figli o nipoti – ma è difficile che uno si ricordi spesso di quando era piccino e di che cosa gli piaceva, che cosa gli mancava, se aveva delle nostalgie. Io penso spesso ai miei figli quando erano piccini e ora guardo con tenerezza le mie piccole nipoti, o i troppo pochi bambini piccoli che vedo nei dintorni. Quando sono in città, i bimbi nel traffico non mi sembrano al centro dei pensieri di chi organizza la vita cittadina, mi paiono più al centro delle preoccupazioni dei genitori quando questi arrancano con passeggini e carrozzine.

Mi sono ricordata della mia infanzia oggi, pensando a com’era diversa la città in cui ho vissuto, o la Francia dov’ero sfollata nella primissima infanzia, con la guerra e le bombe (però in campagna, con le galline, le uova, gli zii, la nonna e i miei genitori che non hanno mai lasciato trapelare le loro angosce di quel periodo tremendo); con le occupazioni militari che si susseguivano e il fronte bellico pericolosamente vicino … Ci pensavo – a quell’infanzia in campagna – leggendo dell’apertura de “La Casa dei Bimbi” a Montalcino, una nuova realtà (che immagino piccina), un nido per i più piccoli. Anche le mie figlie sono andate al nido, quando avevano pochi mesi: da qualche parte ci sono foto che documentano. A quel tempo durava fatica trovare posto al nido, e noi mamme facevamo battaglie perché se ne aprissero di più, perché le donne avevano “diritto” di lavorare (anche fuori casa) …

Una casa dei bimbi è una notizia, magari non eclatante: significa che non si pensa solo al vino. Perché ogni tanto mi ritrovo anch’io, che normalmente non bevo, a ragionare svolgendo i miei pensieri spesso solo tra vigne e vignaioli. E oggi questa piccola notizia ha riaperto la mia finestra sul futuro.DC_25016555

De Gatos se trata

 Verso una nuova Gattoterapia, con un pensiero segreto a Sinè e ai suoi gatti.

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Quando ho parlato a Gabo Marquez del poeta cubano che avevo ospitato in Toscana a Fonterenza, e delle poesie che aveva dedicato a ognuno di noi (perfino all’incidente d’auto in cui avremmo potuto morire tutti insieme), mi sono impappinata sul nome, che non riuscivo a ricordare; ma quando gli ho citato la poesia gattofila e cosmicamente triste che Pablo Armando Fernandez aveva scritto, al Gabo si illuminarono gli occhi, riconoscendolo come “el hombre electrico!”, sì, un uomo con occhi elettrico-magnetici!

“Si me preguntan: donde està El Dorado? / podrìa responder: Està en el antifaz de Bastet, deidad de los felinos. / y en las siemprevivas, / en una calle alegre entre la flor del agua / y el verano …     e poi  …  Es Zaida entre la yerba / juguetando / a ser la gata eterna / de la luna, / a ser su rìo / que corre / y lento va al encuentro / del gato azul / que colme sus quimeras.

Ho sempre pensato che l’inizio e la chiusa di questa poesia racchiudano la vita vissuta dai gatti, anche quella che essi vivono conto terzi, cioè la nostra vita. Anche se non sono in grado di razionalizzare questo pensiero … Questi versi mi ritornano in mente ogni volta che guardo un gatto e ne osservo comportamenti ed espressioni. E la poesia di Pablo Armando mi è tornata in mente quando ieri ho pubblicato sul mio profilo FB le foto del gattone ‘in carica’ a Fonterenza, il podere che ha emozionato le nostre vite e quelle di molti che ho conosciuto. Di tutti quelli che hanno percepito l’atmosfera speciale e il magnetismo del luogo.

I gatti, che hanno abitato il podere anche più intensamente degli umani fino a intridersi dello spirito del luogo e impersonarlo, sono stati una presenza continua, con sovrapposizioni caotiche (ricordo nidiate frenetiche e invasive, oltre alle mamme gatte, come Frisby, che hanno figliato per anni, spargendo la loro prole nei boschi e nei dintorni, fino a colonizzare parzialmente il vicino paese di Sant’Angelo in Colle). Una quindicina di anni fa c’è anche stato un gatto guercio, di pelo lungo e grigio, che aveva l’abitudine di arrampicarsi addosso ai visitatori, con effusioni imbarazzanti. Poi una pattuglia di gatti ninja, battaglieri e corpulenti, che bussavano sfacciatamente alla piccola finestra che dà sul tetto a nord chiedendo cibo e minacciando ritorsioni con zampate unghiute.

Per diciassette anni è venuto in visita da Milano gatto Abril, cacciatore di topi e ahimè pure di uccelletti, fino a morire vecchio e afflitto da numerosissimi orribili acciacchi ed essere sepolto in un luogo che al momento non svelo. Presenza costante, sentinella del mattino, ombra bianca dotata di poteri speciali, consigliere e consolatore, con un miagolio apparentemente buttato lì commentava un pensiero pensato a occhi chiusi, che magari uno non osava neppure dire a se stesso; ma lui, dotato di telepatia, sapeva. Poi c’è (ancora ne avverto la presenza silenziosa e felpata) Matilde, che ho sempre – nel mio immaginario – associata al realismo magico e alla poetica della Cronica de una muerte anunciada: nera, magra, lustra di pelo, sinuosa, aveva il vezzo camminando sul tetto, di voltarsi a guardarti allontanandosi da te, per poi arrampicarsi sui regoli delle finestre, per chiedere di entrare, magari infastidita (o impaurita ) dai cani che l’hanno inseguita innumerevoli volte in un’interpretazione esagitata e furibonda di entrambi i generi (canino e gattesco). E ora c’è Tom che sta studiando da gatto di famiglia e si lascia fare carezze pesanti da una bimba piccola e curiosa, in attesa di essere acquisito nelle vesti di custode di un suo imminente animalismo.

E mano a mano che ne scrivo – Gatti di Fonterenza – mi appare come un pamphlet (saranno stati una cinquantina, i mici,  finora?), pieno di episodi, screzi, avventure, buffonate, tenerezze e magie. De gatos se trata …

Via col Vento

DSCN2624Disegnare è un po’ pianificare e un po’ raccontare; raccontare a se stessi ma se riesci a farti capire è anche raccontare agli altri. E un disegno riesce a raccontare a tutti quelli che sono sulla tua lunghezza d’onda; e più larga è la banda che usi, più numerosi sono gli occhi e le sensibilità che intercetti. Così, dopo aver speso una vita a raccontare con le parole, mi capita di scoprire i racconti per immagini. E dopo aver disegnato la campagna, i fiori, gli alberi, le vigne, i poderi, i sentieri, i boschi, gli uliveti, le stagioni, le persone e i personaggi, di Montalcino e dintorni, è tempo di metterli in bocca agli altri, di farli girare per il mondo, di usarli per sgranare storie, canzoni, vino, emozioni e colori …

Satira & Libertà. Satira è libertà.

Il mio pensiero va all’ineguagliabile Wolinskij, agli uomini di Charlie Hebdo che sono morti in quanto liberi, ironici, sarcastici, satirici e … sì, occidentali, va a Michel Houellebecq e al suo profetico libro. L’Islam che si è espresso questa mattina a Parigi mi fa orrore, come quello che colpisce ovunque il pensiero e le idee libere, che vanta la morte come sublimazione della vita, le ‘vergini’ come ‘premio’, che decreta la shaharia per Salman Rushdie, che vuole imporre il califfato del pensiero.

Viva la satira, viva la libertà di pensiero.

Un incontro a Montalcino

DSCN2515Non solo vino, “quel vino”, mitico, spesso straordinario, talvolta sublime. Se scrivo di un incontro a Montalcino, l’associazione è immediata, invece l’incontro è quello fotografato qui sopra. Un incontro un po’ ‘giapponese’ – forse penso così, per via delle mie passioni (Hiruki, Banana, Mishima e le loro suggestioni di un modo diverso di guardare le ‘cose’)-. No, niente animismo, né ombre o magìa, forse solo un pizzico di oriente che si insinua nel mio occidentalissimo (e un po’ rigido) modo di pensare: un oriente necessario, per i vecchi, massimamente per i vecchi occidentali – abituati a reagire e ad agire con schemi obsoleti -; ma in realtà il mio pensiero, incontrando questo ramoscello portato sui miei passi dal vento gelido che soffia sul primo giorno dell’anno nuovo (spingendolo a forza, mi pare, sulla terra) è stato molto paesano. Un ricordo della recentissima povertà degli abitanti di questo angolo famoso della famosissima Toscana.

Il ricordo me lo suscita proprio questo fuscello da niente e di nessuno. “Eh no, se stava su una proprietà – per vasta che fosse  – raccoglierlo era rischioso, perché il proprietario, o uno dei suoi famigli, aveva da ridire: era suo”. Durante una delle innumerevoli camminate domenicali nella campagna, in compagnia di qualche camminatore locale piuttosto colto (e piuttosto riflessivo), incontrando pezzetti di legno, pigne, frutti selvatici, fichi maturi (quando è la stagione), asparagi selvatici, e tutte le piccole grandi scoperte che si fanno (e che si impara a vedere, andando a piedi), ho avuto questa rivelazione (per me stupefacente, ma poi acquisita e ben digerita).

Fino a qualche decennio fa – si parla del dopoguerra, abbondantemente dopo -, in campagna non circolava denaro, piuttosto ci si arrangiava; i bimbi e i ragazzetti, oltre a lavorare molto precocemente, quando girellavano, avevano sempre cura di tornarsene in casa con legnetti trovati,e altri piccoli beni, utili per accendere il fuoco (Gazprom e Putin non erano ancora stati inventati), o per insaporire un pasto. Ma guai se la cerca avveniva su proprietà privata: si rischiava, mi è parso di capire, anche qualche manata pesante …

Mi è già capitato di riflettere sul significato sociale, ma anche etico e spirituale, di questa realtà che in superficie ora è inintelligibile, ma che (re)esiste nel DNA di tante persone, cresciute dentro questi pensieri che talvolta hanno tarpato il meglio della loro intelligenza – che spesso fa capolino in quello che dicono e nel loro sguardo – e della loro sensibilità.

Mentre mi chinavo per afferrare il ramoscello, prima di pensare che non ho fuoco, in casa, ho cercato di immaginare come avrei fatto a portarmelo via senza farmi cogliere sul fatto dal proprietario del terreno su cui stavo camminando. Zen? No, empatia (o allenamento).

Meno Islam, più Calvino

DSCN8693Se penso a cosa augurarmi (e augurare) a Capodanno, per il 2015  che non mi pare stia spintonando per fare capolino nelle nostre vite, l’augurio che mi viene spontaneo è proprio quello del titolo del post. Chi non è afflitto da manie catalogatorie non potrà insultarmi gratuitamente per questa invocazione che mi fugge dal sen e rattener non posso; infatti, se con la memoria (o con il mouse) si ripercorre un’annata di titoli di giornali, di rubriche televisive, di antologie di ogni tipo e genere, non si potrà che constatare la ridondanza dell’Islam (“non bisogna offendere quelli che provengono da un’altra cultura” è solo uno degli inviti pressanti uditi mentre si chiede di togliere crocefissi, eliminare presepi, alberi natalizi, modificare feste tipiche dell’occidente moscio che mi tocca abitare oggi), e di ri-constatare invece la totale assenza di discorsi, citazioni, allusioni a Calvino. No, non l’ottimo Italo (peraltro anche lui sotto menzionato), ma parlo proprio di Jean Cauvin, chez nous Calvino, a cui si allude (raramente) evocando una certa etica severa, quasi moralistica, di cui – lo confesso – leggendo quotidianamente di ladri, sospetti tali, grassatori, concussi, collusi, bugiardi, falsari e madonne finte, senza scordarmi dei madonnari loro protettori, avverto profonda nostalgia.

A scanso di equivoci, risentimenti gratuiti, fraintendimenti autentici o simulati di chi si dichiara “di sinistra” (che cos’è?), chiarisco che non ce l’ho con immigrati che lavorano sodo, rifugiati, fuggiaschi, o semplicemente persone diverse dalla sottoscritta, appartenenti a religioni diverse (io non credo in alcuna), a culture e abbigliamenti altri, ma non se ne può più di un’Italia i cui abitanti – cominciando dai politici – non si sentano in dovere di – in primis – difendere e promuovere la propria cultura, rigorosamente rispettando quella degli altri, ma senza arretrare, concedere o cedere di un millimetro rispetto ad essa. Un po’ più di spirito calvinista è quello che mi auguro venga spruzzato nel bibitone dolciastro e un po’ putrescente che mi hanno fatto bere quotidianamente in questo agonizzante anno.

 

Un algoritmo ai tempi di Ebola

 

Un algoritmo è un procedimento che risolve un determinato problema attraverso un numero determinato di passi. Il termine deriva dalla trascrizione latina del nome del  persiano al-Khwarizmi che è considerato uno dei primi autori ad aver fatto riferimento a questo concetto. L’algoritmo è un concetto fondamentale dell’informatica anzitutto perché è alla base della nozione teorica di calcolabilità.

Ma non ho capito come fa, dove pesca i dati, le immagini e i (?)concetti che mi rimette addosso, come un vestito, sì, un vestito.

Con un flashback mi sono tornate in mente scene del secondo dopoguerra, quando la vita quotidiana prevedeva pasti equilibrati, uso degli avanzi (quando capitava che ve ne fossero), che diventavano i protagonisti  del pasto successivo (come alla corte d’Inghilterra, mi informava mia madre diplomaticamente) e soprattutto – una cosa che mi è rimasta indelebilmente nei ricordi – si rivoltavano i cappotti, qualcosa di un po’ dimenticato oggi, di cui ci si potrà ricordare per ripetere, ma solo se il cappotto è stato cucito da un sarto – un buon sarto – e la stoffa è di pregio; con un ulteriore ‘soprattutto': se il costo dell’operazione sarà commisurato al beneficio ottenuto.

Bene: tutte queste ‘politiche di economia’ davano un risultato tutt’altro che spiacevole. Capivo solo dopo anni perché mia madre era così puntigliosa ed esigente nella scelta delle materie prima – inclusa la stoffa dei cappotti! – e non ero certo in grado di apprezzare, perché non avevo termini di paragone, ovvero un’altra vita con cui confrontare quella che stavo vivendo e che ogni tanto ritrovo in qualche libro (una delle scoperte più suggestive, di quest’unica – finora – vita che mi è stata affidata sono proprio le altre vite che ci è dato di vivere leggendo un libro che ti ‘prende’). Però il risultato era gradevole e certo di buon gusto, anche al palato.

Questo è stato un po’ l’effetto che mi ha fatto scoprire l’Anno di Silvana o come diavolo l’hanno intitolato, su Facebook. La mia vita risvoltata, abbastanza arbitrariamente e di certo solo parzialmente, con alcune frequentazioni e incontri notevoli estrapolati (L’Autore ai tempi del Colera), ma non capisco da dove, una foto – alla lettera – di un momento saliente in cui è persino immortalato il gatto Abril – storico e indimenticato compagno di diciassette anni della mia / nostra esistenza, mixato a un’idea che ho del luogo in cui attualmente vivo e a immagini di quello che ho guardato con la mia vecchia camera digitale con cui alimento la biblioteca delle mie immagini; ma l’elemento che mi ha impressionato di più sono le foto dei miei disegni, che mi balzano incontro, grazie all’algoritmo(?), quasi con l’emozione dei cipressi “alti e stretti”, seppure non “in duplice filar” …

L’amica giornalista Alessandra, che ne sa una più del diavolo, e forse il diavolo è proprio lei (di certo per alcuni politici recensiti a dovere), mi svela l’arcano: “è un algoritmo”. Cioè un ‘modus’, penso – qualcosa che non capirò mai, ma conoscendomi andrò da uno degli amici hacker che bazzicano il mondo del vino e mi farò spiegare -, un processo, un procedimento, un occhiale magico in cui infili tutto ed esce un piacevole riassunto per punti di qualcosa che hai annotato (di te), qua e là on line, non solo su FB, ma anche per esempio sul tuo blog, o sull’altrui.

Il risultato ti lusinga abbastanza da calmare l’ansia di essere osservata con la lente, da qualcuno capace di discernere e catalogare; ma l’elemento più sconvolgente è la cornice disegnata (e personalizzata): perché mi rifiuto di pensare che l’algoritmo sappia scegliere (ed eseguire) un progetto grafico così raffinato. Mi domando che cosa farà Facebook dei miei – dei nostri – ricordi, della nostra memoria di sé che pensavamo fosse cosa nostra, cioè nostra cosa. Mah …DSCN2320

Erasmo e la terra

http://www.politx.it/erasmus-per-giovani-agricoltori/

– Così non si dirà più “braccia rubate all’agricoltura”, con l’implicito apprezzamento negativo per chi lavora la terra -. E’ quello che ho pensato quando ho letto questa notizia; un po’ mi sono compiaciuta (finalmente si guarda alla terra come una risorsa strategica per il futuro), un po’ però mi sono preoccupata, immaginando che ai nostri governanti – e a quelli UE che metto esattamente sullo stesso piano! – possa essere venuta quest’idea solo perché non sanno più “quali pesci pigliare”.

Intanto mi fugge (dal sen) una constatazione sui modi di dire che ovviamente (ma non ci si pensa che di rado) mutano con il cambiamento epocale che si vive – di questi tempi in modo così appariscente – . E a proposito di questa appariscenza, non trovate che l’Oriente, che è entrato nelle nostre vite spesso in modo drammatico, stia acquisendo un peso culturale notevole, peso e rilevanza che ha avuto – anche in modo equivoco – negli anni passati, solo presso delle minoranze che erano espressione di un ‘dissenso’ nei confronti della politica, del costume e della cultura occidentali. Se penso alla Turchia nella UE, per esempio, mi viene in mente l’arresto dei giornalisti dissenzienti rispetto a Erdogan, e non mi piace; se vado decisamente a est, è di ieri la tragedia di Peshawar con un massacro di giovanissimi, immolati da un Islam che mostra sempre di più un volto orrido (più che pensieri di pace e di tolleranza che di rado fanno capolino nei comportamenti e nelle dichiarazioni islamici).

Dunque l’Islam che ho letto da bambina nel meraviglioso “12 Maghi per 12 fiabe”, il libro che ha formato in mio immaginario, non è uno smalto verde e turchese – come mi è apparso nelle mie divagazioni infantili – ma è questo orrendo impasto di misoginia, di invidia maschilista, di negazione della vita, di ignoranza assassina, che le recenti cronache mi hanno consegnato?

Questa infilata di pensieri, non proprio sereni e ottimisti, mi scorre in testa come una clip, pensando con scetticismo alla proposta – non ho capito bene da chi provenga – di questo Erasmus ‘contadino’ per i nostri giovani; un po’ come l’ufficializzazione dei WWOOF, per il mondo del Biologico (da Organic, che è poi la seconda delle due “o” della sigla.

L’unica concessione a un pensiero più benevolo è l’idea che magari i signori della UE si sono ricordati della promessa che ci hanno fatto, nel dicembre del 1996, con la dichiarazione rilasciata dai rappresentanti europei a Cork. La dichiarazione di Cork, appunto, che vi invito ad andare a leggere (è on line) e che è stata largamente disattesa. Divagazioni.