Destino

Tanto non piove, mi sono detta uscendo, e mi sono incamminata. Poi ero seduta come in un patio – a metà strada tra un localino alla moda e un luogo di vecchi – con un caffè molto buono e molto lungo davanti. Ai tavoli intorno gente che chiacchiera e la lingua incomincia a suonarmi familiare, come succede quando oltrepassi una certa soglia e non resisti più a un idioma che ti era sconosciuto fino a quando ti sei ritrovato a doverlo imparare. Dentro c’è uno con il Sole 24ore aperto; sono le pagine del domenicale e il titolo “Porte aperte ai migranti” mi dice qualcosa; mi provoca una fitta, di nostalgia. Ma certo!, sono nel paese della ‘saudade’ e finora non mi era toccato mai di provare qualcosa che le assomigliasse. Dicono che sia una parola intraducibile, ma io penso che tutte le parole di ogni lingua lo sono: sono intraducibili. Perché il suono e lo sguardo con cui vengono dette non è simile a nessun altro, in nessun’altra lingua, anche se si pensa che il significato sia uguale.
Mentre lo penso – e intanto guardo intorno: colori pallidi e acidi: giallo limone e ocra rosso del cancello di fronte, e il palazzotto della farmacia (pronunciata con l’accento sulla seconda ‘a’) appena dipinto di azzurro che chiamerei cielo se qui il cielo non avesse tutt’altro colore, e il cielo stesso oggi è grigio perla, ma variegato e lentamente mobile – e ho appena sorseggiato e riguardato intorno, cercando di capire di più dove sono e (forse anche) che cosa voglio fare, mi sveglio dal mio pensiero e sento minutissime gocce sulle mani, sul naso e sulle guance … intorno nessuno si scompone, io imparo velocemente e non mi muovo. Mi godo le gocce e invece che ‘pioggia’ le penso ‘mist’, che è anche l’inizio di un mistero.
Ah è questo il febbraio promesso, quello che piove sempre ed è il mese peggiore di tutti; io so solo che è il mese della solitudine, almeno l’ho sempre pensato così, ma non è per via di mia madre che c’è nata. E’ solo perché ti dicono che gennaio è l’inizio dell’anno nuovo e tu pensi che succederà qualcosa di estremamente nuovo, poi arriva febbraio e ti mette la vita in stand-by.
Lo penso e mi alzo, perché le gocciole minute sono diventate una pioggerella e mi bagno. Ripenso all’uomo seduto con la pagina del Sole aperta su “Porte aperte ai migranti”, lo sbircio entrando a pagare: il giornale è chiuso e le persone stanno conversando un po’ accigliate. A casa ho un disegno nuovo appena iniziato a cui voglio mettere mano; guardo i platani spogli che crescono intorno a un’araucaria immensa e sono tentata di paragonarli a quelli della mia adolescenza, ma non ci riesco. Questi parlano un’altra lingua e sono più alti e più contorti. Grigio su grigio, una cortina di pioggia lievissima che suggerisce di stare in stand-by e andare a comprare il giornale.

Poche illusioni e nessun idraulico

Un piccolo carnet e una piccola penna, o una matita, ma anche una biro; anzi, una biro può disegnare meraviglie, e farlo in un modo così rozzo che chi guarda il disegno non potrà fare a meno di considerare quella rozzezza una cosa molto raffinata. E può anche essere vero. I miracoli del disegno – quando si disegna davvero, senza remore, senza paura, lasciando che la mano segua quello che il braccio le segnala, e il braccio e la spalla e il collo lasciano che fuoriesca dal loro tremito quello che vaga per la mente, vagamente – sono autentici miracoli. Anzi, non lo sono; sono pensieri e paure che vengono a galla e se li lasci uscire a girellare sul foglio possono diventare segni piacevoli, anche emozionanti … basta lasciarli uscire per quello che sono, senza pretendere troppo da loro (dai risultati sulla carta) o da sé stessi. Senza illudersi di essere artisti, ammesso che pensarsi artisti, in qualsiasi arte, possa essere un pensiero lusinghiero.
Conosco famiglie o clan i cui membri sono tutti artisti – registi, poeti, fotografi, attori, modelli, scultori, pittori, performer, e ovviamente scrittori -, neanche un bravo idraulico; tutto crolla quando un tubo perde. Nessuno che si illuda di essere un idraulico perfettamente performante. Quando lavoravo in un’agenzia pubblicitaria c’era gente che mi guardava con sospetto, perché pronunciavo spesso la parola mercato, che allora era ‘proibita’, perché aveva a che fare con i soldi e i soldi non avevano (in apparenza) niente a che vedere con la creatività e comunque era meglio non nominarli.
Mi sono resa conto che tutt’ora essere idraulico – o peggio!, ragioniere – è qualcosa di cui in certi gruppi ci si vergogna un po’; anzi, ci si vergognerebbe, perché nessuno si sogna anche lontanamente di essere idraulico. Al massimo si può sognare di essere falegname. Penso che molti credano che essere idraulico (o ragioniere) non sia creativo: e si sa che molti (tutti) vorrebbero essere creativi.
Quando disegno io mi sento un po’ idraulico: perché metto a posto le cose, naturalmente a modo mio. Un tratto dopo l’altro, incrocio i segni come mi scendono dalle spalle, giù per il collo, prima, e poi nel braccio e nel polso che si flette veloce, e poi le dita e finalmente la pennina e la carta. Non importa niente: quello che viene, viene. Tanto si sa già che sarà bellissimo, e armonioso. Perché l’hai lasciato uscire, così com’era, da un misterioso orifizio della mente. E poi ti senti bene, svanisce tutto ciò che era oscuro e angosciante; tutto s’illumina e le cose tornano al loro posto. E anche se non è così, il tuo disegno lo fa sembrare. Per questo tutti dovrebbero disegnare, e il mondo sarebbe meno inquieto, perché molti smetterebbero di pensare che bisogna essere creativi. Anzi, smetterebbero di pensare e basta.

Essere, non, stampare, incontrare, scendere, risalire

Era quasi Natale, a Milano. Erano forse i primi di dicembre, ma – a Milano – è come se fosse quasi Natale. Le cose da fare si affollano e si accelerano di colpo e le giornate sono fatte di cose da fare: tutte urgenti, tutte insieme. Ero scesa a un piano di sotto; uno di quei luoghi – ce ne sono in ogni tipografia, in ogni luogo in cui si stampi qualcosa – dove ti siedi e tratti, con uomini che hanno incarichi e ruoli diversi, dei costi della stampa. Dei costi, ma soprattutto dei tempi di stampa, che sono sempre (secondo loro) impossibili e soprattutto, sotto Natale, sembra che tutti abbiano da stampare qualcosa.

Il luogo mi è familiare e gli uomini simpatici, ma il risultato della trattativa è che mi faranno “gli impianti”, ma le mie duecento copie dovrò trovare chi me le stampa: ma ho già in mente chi potrebbe, se riesco uscendo di lì a mettermici in contatto subito. Con il mio lavoro sottobraccio esco dall’ufficio della tipografia e subito penso a raggiungere la persona che potrebbe darmi una mano, prendendo un percorso più breve, dal retro; ma subito mi rendo conto che non è una buona idea perché potrei trovarmi tra la porta chiusa della tipografia (è quasi fine orario) e un cul de sac di fronte a me, in un sottopassaggio deserto.

Ma ho le chiavi e ne esco; fuori è la tipica ora della pausa pranzo milanese, affollata di suoni e di gente vociante che cammina veloce per raggiungere qualcuno. Io devo mettermi in contatto con chi potrebbe stamparmi le duecento copie e sto per farlo, ma incontro un po’ di gente che conosco. Una donna che me ne presenta un’altra che vuole parlarmi perché io la metta in contatto con qualcuno – di un’associazione nonprofit – a cui proporsi o proporre un lavoro. Mi farà piacere farlo e sto pensando a come trovare il modo più opportuno, mentre nel vociare continuo e confuso sento – dietro, sopra, da qualche parte – le voci di quelli con cui ero stata riunita poco prima, a discutere di stampa; una voce femminile – milanese e familiare – tra le altre mi dà la netta idea di come risolvere il mio problema, perciò mi giro e la chiamo: “Vigini! Vigini!”, quasi gridando. Ma le voci che si accomiatano si dissolvono e anche la sorella di Giuliano Vigini è andata via, per la sua strada. Allora torno verso le donne da cui ero stata trattenuta, per concludere quella conversazione e accordarmi con loro. Scendo gradini di marciapiedi all’angolo di via Torino, sotto un cielo luminoso e animato da nuvole e voli di piccioni. Devo stare attenta a scendere i gradini sbreccati e ricolmi di rifiuti colorati. Metto i piedi con cautela evitando gli inciampi, per risparmiare distorsioni alle ginocchia.

Devo trovare chi mi stampi le mie duecento copie di librini, che voglio spedire come auguri di Natale; voglio anche trovare il modo di mettere in contatto, quella donna che mi è appena stata presentata, con la persona giusta. Cammino con prudenza sulla spazzatura che è così invasiva da essere protagonista del paesaggio urbano, pensando che finirà che lascerò indietro il mio problema, distratta da quello di un’altra persona che neppure conosco; ma mentre rifletto su quello che mi sembra un mio modo di fare un po’ sciocco, un suono ripetitivo  mi fa svegliare. A Milano. E non saprò mai se sono riuscita a stampare in tempo le mie copie.

Nell’iperspazio e dintorni

Il momento più bello è quando ti svegli. Non importa se hai grane da sciogliere o se, almeno in apparenza, tutto filerà liscio. Sei vivo. Ma non è come essere vivi o essere morti; è una terra di nessuno, anzi di molti moltissimi (pensieri) che entrano, escono e a volte permangono. Un viaggio di pensieri, anche catastrofici, anche in potenza drammatici. Ma tu sei in un altrove che però è lì: sei nella tua mente, sapendo che ci sono gli iper vulcani, che ce n’è uno, inesorabile, che sta lievitando tutta la sua energia quasi sotto il tuo letto tiepido e confortevole. L’idea dell’Italia che si spaccherà, di una mega Pompei, del mare che si inventa una nuova strada per dividere lo stivale in due, di una vera ristrutturazione dell’Europa fisica, come se fosse una grande costruzione di sabbia in riva a un mare cosmico, su una spiaggia infinita, sotto l’urto di un’onda di lava, con le interiora della terra che fuoriescono cambiando i paesaggi così noti; non ha il sapore del disastro, perché è un pensiero che scorre e si sovrappone a ricordi teneri e piacevoli di un tempo solo apparentemente finito. Quel tempo non è finito perché ce l’hai vivo nella mente. I volti incredibili e quasi inguardabili dei mostri che forze perverse hanno mandato a sventolare bandiere aliene – giovani, vecchi, islamici e no: tutti deformi e orrendi – ti vengono in mente; non sei sveglio, ma nemmeno dormi. Ti viene da pensare che è una congiuntura strana: uomini orrendi che fanno cose terribili e stupide e il risveglio di un immane vulcano che ribalta tutto. Però puoi vedere come se fossero lì uomini e giorni, e ancora il mare quello praticamente sotto casa, che ora ha un odore diverso, quasi puzza, o così ti sembra. Tieni da parte la tenerezza per il risveglio vero, nella realtà per come riesci a toccarla, a vederla bevendo un caffè. Arrivano a tenerti compagnia frotte di morti che morti non sono, perché ti raccontano ancora giorni e musica e vino. Poi magari squilla il telefono e tra uno squillo e l’altro, prima di deciderti e rispondere, visualizzi il primo incontro con il vecchio paese dove sei andata a stare, la gente e gli alberi, soprattutto gli alberi; la luce che cambia, i pomeriggi d’estate e il caldo assurdo di tanti anni fa (“qui non piove mai” ti dicevano, e ora “non piove più”, ripetono, e infatti nevica). Così si viaggia in un mattino d’inverno, con i giorni che si sfogliano via veloci e tu che cerchi di entrare in una porta dell’iperspazio per avere un’idea (no, delle elezioni no, non voglio sapere, è tutta una finta; un gombloddo, direbbe mio figlio irridente), un’idea di come vivranno, come vivremo. Con il fiscal compact, magari, tra un anno. Allora sei sveglio.

Bolla di luce

Mentre disegno, dalle brevi linee che traccio a penna sulla carta escono frammenti di pensieri e ricordi spezzettati e tutti mescolati. Vivono un attimo, il tempo di depositarli sul foglio, srotolandoli dalla treccia fitta della memoria. Non si intralciano, si sommano e si intrecciano confondendosi e fondendosi gli uni negli altri. E’ la pasta sfoglia della mia vita che prende corpo: ah se riuscissi a disegnare tutte le linee che mi svaporano dalla mente e diventano colori e sapori che mi rimandano a mattinate grigie milanesi, con pause bianche: le tazze delle ceramiche Laveno, con quel disegno identico a quello di porcellane della stessa epoca ma di un altro marchio, e la trama del fondo rigato come un piquet.

Lì, dopo avere bevuto il tè della prima colazione si leggeva la giornata, i destini dell’interrogazione di latino, i voti, le piccole avventure di scolara reduce da impensabili trasgressioni – firme false, giustificazioni idem, e pure le pagelle – disperazione delle suore a cui invidiavo le divise elegantissime (che avrei ritrovato nei tailleur maschili di Yves Saint Laurent).

Mia madre scansava le briciole e rovesciava la tazza sul piattino, lasciava che le foglioline del tè si spostassero trovando una posizione definitiva, aiutate dalle ultime gocce di liquido rimaste sul fondo della tazza. Ritornando dal bagno, dove mi ero lavata i denti, mia madre, in vestaglia, ma ben pettinata, lucida e sveglia, leggeva il breve futuro della mattinata scolastica, aggiungendo ricordi personali, tradizioni tramandate da sua madre, gli usi della famiglia Emery – dove era stata au pair, per imparare l’inglese – e consigli che sembravano un po’ delle consulenze.

Basta un tratto della penna sul foglio per riattaccare l’intero rito, recuperando i cocci del ricordo, divenuti preziosi, suturarli con un kintsugi giapponese in cui la luce prende il posto dell’argento e tutto si ricompone e nella bolla di luce il ricordo vibra e diventa oggi; capisci che ci si può perdere e si può dimenticare, o ricordare, o entrambe le cose insieme. Si può trasferire la stessa emozione guardando una foglia screpolata d’autunno. Oppure si può tornare a sentire la piccola voce di una bimba. Non sai se sei tu, tua madre o una piccola nipote che raccatta il ricordo e lo rimette insieme. In una bolla di luce ci si lascia svanire.

Pensiero

Quando vivi in campagna la morte arriva come una staffilata, a ricordarti che non camminerai per sempre tra i filari delle vigne, sul ciglio del bosco, osservando le stagioni che ti raccontano il tempo che passa. E tu sei lì.

Allora ti accorgi che l’impermanenza non è una canzone new age, ma l’incontrovertibile appuntamento con l’ignoto, nonostante le vigne, le foglie che brillano dorate, il giro del sole che disegna astrazioni capaci di sorprendere anche i più consumati dall’uso e dalle visioni.

L’affluenza della gente ti aiuta a stare in piedi, facendo parte di un unicum in cui ognuno è staffetta di un futuro in cui solo le stagioni (pur barcollanti, sostiene qualcuno) permangono. Gli umani si passano il testimone.

Ma un funerale in campagna, in mezzo a una comunità che mette in pausa le rogne – grandi o piccole – del quotidiano, per toccarsi lievemente e sinceramente: un gomito, una spalla, e dirsi che siamo qui per ora e garantiamo il rimpianto, perché uno o una di noi si allontana (e non è mai per sempre, perché il mosaico dei ricordi lo ricompone); ma noi che rimaniamo, nel guardare lo splendore inaudito delle colline in tutti i loro dettagli, ci siamo anche per chi se n’è andato.

Pensavo guidando verso la piazza, la chiesa, la gente, com’è più naturale morire, andare, lasciare, partire, dissolvere, finire. Vicino alla terra che uno conosce sasso per sasso, in questo autunno così luminoso e sfibrante. Così scolpito dalla luce che si fa fatica a pensare di lasciarlo. Eppure è così.

Riparare stanca

Che in Italia ci si stia avviando, o abituando, a vivere di espedienti? Forse non è solo una sensazione se metto insieme i piccoli e grandi imbrogli di cui si legge soprattutto stando in campagna, dove c’è un maggior controllo su quel che accade tutt’intorno, nelle pieghe della vita quotidiana. Sono come un ‘basso continuo’ in cui risuonano i colpi di grancassa degli scandali che valgono miliardi, e lo schianto dei ‘paletti’ che regolavano la nostra vita di cittadini. Un’espressione che sento sempre più spesso “il mondo alla rovescia” fa parte di una nuova letteratura del quotidiano, insieme ad altre locuzioni, la più frequente tra tutte “il lavoro che non c’è più”.

A quest’ultimo proposito ci sarebbe da ragionare (e da leggere) per mesi. Ma davvero “il lavoro non c’è più”? Di certo sono spariti molti lavori; altri proseguono sottopagati all’estero, in luoghi dove i lavoratori costano meno e la vita pure. Ma tutti i (preziosi) lavori di manutenzione, per cui non si può ancora chiamare un robot, ma che sono indispensabili per continuare a vivere più o meno la vita di pochi anni fa, chi li fa?

Se lo è chiesto un pizzaiolo campagnolo qualche giorno fa, prima di chiudere imbufalito il suo locale, dopo aver atteso invano che la ditta fornitrice di attrezzature alberghiere, di cui era cliente gli riparasse il forno (in garanzia) a cui era saltata la resistenza. Dopo nove giorni d’attesa inutile e di sue risposte sempre più imbarazzate ai clienti, è saltata anche la resistenza del pizzaiolo che non sapeva più a che santo votarsi.

E’ solo un episodio, ma mentre me lo raccontavano mi tornava in mente che avevo chiesto la revisione della mia caldaia campagnola e che dopo un’esitazione lievissima mi hanno pregato di attendere che si riuscisse a fare un groupage di utenti “così con un unico viaggio facciamo il lavoro”. Peccato che la caldaia fosse in panne e io sia dovuta ricorrere a un bricoleur del villaggio per tornare a lavarmi con l’acqua calda.

E che dire delle innumerevoli revisioni, dei restauri, riparazioni, adeguamenti e rinnovamento di tutto ciò che ci circonda? Dalla casa agli uffici, dai vestiti alle auto e agli attrezzi di tutte le attività immaginabili. Forse riparare stanca?

Il lavoro di riparazione e rinnovamento è diventato un’attività protagonista, in tempi di benvenuta oculatezza; vuoi perché riparare allunga la vita a un attrezzo, vuoi per i nuovi criteri che tengono in conto (o che dovrebbero) il consumo delle risorse, vuoi per una neonata decenza di pensiero, obbligatoria nei confronti dei troppi poveri nel mondo degli spreconi.

Sono anni però che i cascami dell’informazione promuovono il “lavoro creativo”, sdegnando i lavori che richiedono ingegno e manualità, assieme ad abilità artigianali. E pare che gli unici lavori la cui manualità sia creativa siano il cuoco e il contadino, non certo il riparatore di forni o altri macchinari; ma anche i pizzaioli, certo, sarebbero i benvenuti nel mondo in cui si crea (ma non si ripara).

Ieri sera ho finalmente mangiato la pizza, cotta alla perfezione, accompagnata da un bicchiere di buon vino bianco. Mentre pagavo il conto cercavo di valutare il lavoro perso dal pizzaiolo e di contare quante centinaia di pizze non erano state servite o consegnate, nei giorni in cui quel forno aspettava di essere riparato. Una riparazione eseguita in due ore. Dopo nove giorni di attesa.

Colpo di sole al parcheggio

Ogni giorno passava per il parcheggio appena finito; lo faceva per guardare l’erba che cresceva ogni giorno più alta e ben messa. Sorrideva, quando osservava tra sé che avevano incurvato il percorso pedonale, passando a fianco del grande albero che all’inizio dei lavori aveva temuto tagliassero. Invece no, anzi, nello spazio inerbito che circondava e interrompeva piacevolmente i posti auto, avevano piantato altri alberi che crescendo si poteva immaginare che avrebbero formato quasi un piccolo bosco senza soluzione di continuità con il verde che già circondava il parcheggio. “In Italia non si sarebbero manco sognati di avere uno sguardo paesaggistico per un parcheggio che non è nemmeno a pagamento; chissà come funziona qui”. Perché c’era anche un banano, recuperato dall’assalto dei rovi che bordavano il fosso che scorreva lì, accanto al parcheggio. E sempre sul bordo di quella che le sembrava un’installazione, più che un’opera di urbanizzazione, c’erano un bel po’ di grandi alberi che parevano conversare tra di loro commentando le nuove piantumazioni e sbirciando la quantità di spazio messo a prato che separava le auto dalla strada che scorreva sopra e dalle costruzioni alberghiere, poco sotto. Il parcheggio era stato pianificato per ospitare settantasei auto, ma l’area che gli era stata dedicata poteva tranquillamente contenerne il doppio. Tornava ancora quella considerazione, tra il modo “all’italiana”, che davvero non reggeva il paragone con questa realizzazione. E’ la differenza tra un paese che si vuole bene, e uno, come l’Italia, che ha perso la voglia di essere, dimentico di sé stesso e della propria bellezza – pensava -.

Il parcheggio non sarà a pagamento, forse per questo si erano concessi il lusso di tutte quelle piante salvate e recuperate, dell’inerbimento, l’aggiunta di altri alberi e dei cespugli che sarebbero cresciuti. Nel crepuscolo che avanzava si riusciva già a immaginare una prossima stagione in cui i segni dei lavori recenti e delle nuove piantumazioni si sarebbero stemperati con il folto di alberi lì accanto. Non poteva far a meno di pensare che (in Italia) non pretendere un ritorno monetizzato velocemente, disponendo di un’area a duecento metri da una delle spiagge più frequentate dai surfisti e dal turismo internazionale, sarebbe stato giudicato demenziale, come se i progettisti e i loro committenti fossero colti da un colpo di sole collettivo.

 

Io non so chi sono io

Di solito è meglio scrivere di mattina: resta la traccia dei sogni e poi qualcosa di fresco affiora tra una parola e l’altra. Al mattino folate di parole mi frullano intorno e non sempre riesco a fermarle; anche se raccomando di restare: c’è troppo vento, troppa luce, troppo tutto. Il mattino è il momento più bello, ma non subito: dapprima può sembrarti difficile, ma se ti agiti un po’, ti scuoti e ti riscuoti e ti pensi come un contenitore – non solo succhi gastrici, saliva e tutto il resto -, ma come una fiala, una fiasca, in cui far stare o mettere insieme a quello che già c’è, tutto quello che arriva, con il tempo e la pioggia o a folate, appunto, parole, sabbia, foglie, pensieri, gocciole e prima colazione.

Ma prima è meglio muoversi, uscire, guardarsi intorno; finire di disintontirsi e incominciare a stupirsi; non sapere se hai “le ali ai piedi” e pensare di stare attenta a non prendere una storta (non c’è mica la mia fisio a miracolarmi, qui). Invece il ritmo non include la scrittura; scrivo da seduta e non va bene: il mattino vuole movimento, solo muovendo le gambe si mette in moto la testa, lentamente (ma invece sembra che tutto accada così in fretta) le idee rientrano negli appositi alloggiamenti e si mettono quiete, spesso cambiano significato, a volte impallidiscono, altre volte addirittura scompaiono senza lasciare il minimo segno. Tutto sembra normale, ma poi ti trovi a camminare e guardi la gente in controluce e vedi come il sole mangia i contorni e li fa baluginare, affondi in questa visione e ti viene da pensare se gli altri ti vedono come tu vedi loro. E magari pensano a chi sei e si raccontano delle storie, come fai tu. Di mattino, prendendo a prestito una vita.   

Dire, fare, baciare, lettera, testamento

Chiamiamolo pure blog; tuttavia questo ‘spazio’ è più pieno di cose non pubblicate che di ‘cose postate’. Perché una delle deformazioni del mio modo di pensare mi viene dagli anni frizzanti della pubblicità; è qualcosa che potrebbe essere sintetizzato con l’espressione “mettersi nei panni degli altri”. Perché lavorando in pubblicità ti trovi a ragionare secondo obiettivi che non sono i tuoi personali (ammesso che uno viva così lucidamente – o stupidamente, o intelligentemente – dandosi degli obiettivi, e magari anche dei sub obiettivi, come si dice che facciano quelli dei club dei super potenti che di fatto governano il mondo).

Se fai la pubblicità gli obiettivi sono quelli del tuo cliente, che ti paga per raggiungerli, ma per farlo devi mettere in atto azioni che tengono conto dei gusti, dei tormenti, delle ansie e soprattutto delle aspettative di quelli a cui ti rivolgi per far raggiungere al tuo cliente gli obiettivi di cui sopra. Quelli a cui parli sono il tuo “pubblico” e di solito, chi fa la pubblicità quelli lì li conosce bene, perché ha letto, consultato e imparato, delle ricerche che raccontano i pensieri, le ansie, le paure e le aspettative di quei raggruppamenti di persone indispensabili a raggiungere gli obiettivi del cliente.

Questo modo di procedere (conoscere per agire di conseguenza), di muovere le cose per ottenere degli obiettivi, più o meno consapevolmente nella vita è usato da tutti. Negli animali lo chiamiamo istinto, negli affari si chiama fiuto, talvolta ci può portare a comportamenti spietati – sovente lo vedo fare in politica e nel cosiddetto mondo degli affari -; ogni tanto diventa una storia, o un bel film; qualche altra volta diventa uno spot pubblicitario, come quello del Buondì Motta, di cui discutono in molti in questi giorni su Facebook, scrivendo di tutto, e soprattutto razionalizzando un messaggio che non deve essere razionalizzato, perché il punteruolo di quella “storia” deve andare a colpire un obiettivo che (magari) non è quello di chi la guarda. Per lo meno non è quello di tutti quelli che guardano la pubblicità alla tv : è l’obiettivo del cliente e solo quello importa che sia raggiunto. Perché magari mentre la mamma “muore”, il Buondì Motta resuscita. E la presenza, e l’assenza, delle virgolette non è casuale.

Io però penso che i pochi che leggono (e chissà perché lo fanno) questo blog minimalista … pensino. Ne sono quasi certa e quando mi viene da scrivere qualcosa – indotta dal mezzo che ti permette di essere letta, ma che nel farlo ti espone al rischio di passare per stupida – mi metto nei loro panni e perciò, il più delle volte, parcheggio quello che ho scritto (magari interrompendomi) nelle bozze, perché riesco a immaginare l’effetto che gli può fare … oppure perché mi accorgo che sto rivelando un mio pensiero che non mi va di condividere.

Tutto questo mi veniva in mente risvegliandomi in questo incredibile mattino, freddo e terso (e ancora buio), mentre nella testa mi risuonava un coro, proveniente da un sogno, un coro di voci bambine che recitavano perentorie: dire fare baciare lettera testamento. Quel gioco infantile che quando ero bambina mi poneva il mistero di quello che (mi) sarebbe successo, a seconda di quello che avrei scelto, dovendo scegliere a  occhi chiusi. Dire che cosa, fare cosa, baciare chi, che lettera (e quanto lunga) scrivere, e la misteriosa voce ‘testamento’ che nel gioco ha un significato e corrisponde ad azioni, che cambiano di volta in volta e un po’ arbitrariamente. Dire, fare, baciare, lettera, testamento. Che pena scegliere?