Centodieci

Cara mamma,DSCN8835oggi compiresti gli anni. Sarebbero tanti, ma pensa che proprio ieri su un giornale ho letto che la signora più vecchia d’Europa è una donna del 1899, che di anni ne ha compiuti centosedici. Loro, sul giornale, la chiamano nonna e io ho pensato che tu – al suo posto – ti saresti risentita. Il risentimento a questo proposito, che ti attribuisco in modo immaginario ma fondato, scaturisce dal ricordo di quello che tu mi hai insegnato.

Penso spesso che mi hai dato pochi baci, come se i baci facessero parte di un aspetto un po’ decadente dei sentimenti, che invece si dovevano esprimere concretamente, con azioni, con la testimonianza. C’è stato un tempo in cui dentro di me, e qualche volta anche fuori, ho contestato questa austerità così appariscente; più di recente, invece, l’ho rivalutata perché ho capito che si può baciare così, tanto per fare, persino per esibire, ma senza sentire trepidazione autentica per chi baci.

L’apparente (talvolta appariscente) freddezza esteriore, invece (ma l’ho capito davvero molto tardi!), può essere un puro fatto di forma, o di educazione; come i cinesi che ritengono maleducato toccarsi il viso con le mani, o le popolazioni che quando salutano non si toccano fisicamente.

Ora scopro che è stato più importante insegnarmi – ante litteram – la raccolta differenziata, qualcosa che ho imparato presto: ricordo sempre quando ti vedevo sciacquare i cartoni del latte, prima di metterli in pattumiera e tu mi dicevi che si fa per rispetto nei confronti di quelli che raccolgono i rifiuti. Così mentre ragionavo sulla destinazione dei cascami della mia vita, mi davi un’idea degli altri che mi è rimasta saldamente dentro. Insegnarmi a mettermi nei panni di tutti gli altri – distinguendo, ma con un sentimento empatico nei confronti di tutti – non sempre mi ha giovato, ma  ha reso più elastico il mio modo di pensare.

Quando mi ricordo di te – accade spesso in questi ultimi mesi un po’ bui – mi viene in mente l’intera gamma del giallo – dal cromo a quelli più naturali, fino al mio preferito il ‘giallo di Napoli’, un colore che parla una lingua raffinata e mi ricorda (non so perché) i luoghi del sud della Francia, le alpi marittime e un po’ anche il Var. Quando mi ricordo di te penso al coraggio e ti rivedo con gli occhi di chi ti descriveva pedalare sulla strada serpeggiante che percorre il fondo delle gole di Fontan, verso il mare non troppo lontano, con un sacco di farina messo di traverso sulla bici, inseguita dalle mitragliette degli aerei e ripararti sotto uno di quei massi emergenti sulla strada, in attesa di riprendere la corsa verso casa. Il coraggio, quello più difficile da avere e da mantenere, fino alla fine, me l’hai lasciato in eredità, ma ogni tanto si stempera e si diluisce, proprio pensando ai sentimenti degli altri nel momento in cui lo userò.

Da qualche parte nelle scatole dei miei ricordi c’è una foto di te bambina, in mezzo ad altre bimbe della tua età – forse sei anni? – nel giorno della vostra prima comunione; non ricordo dove l’ho messa (troppa carta davvero!), ma ricordo bene la foto e il tuo viso, i vestiti semplici e le scarpe. Cara mamma, sta piovendo, dove sei? Centodieci anni, la guerra continua.

 

“Crisi è quando il vecchio muore e il nuovo non riesce a nascere …”

DSCN9741Scopro la citazione di Gramsci – che definisce la crisi come il momento (sospeso) tra il vecchio che muore e il nuovo che stenta a nascere – girovagando su FB. Curiosamente non è un italiano a riportarla (ma in italiano), bensì un francese, ferito nell’attacco a Charlie Hebdo e ‘risorto’ dopo essersi beccato tre pallottole jihadiste. Non ricordo il suo nome, ma mi ha colpito la fermezza e la lucidità del suo commento, che contiene la frase di Gramsci, e la usa per sottolineare questo momento cupo, di torbidi eventi e relative speculazioni, evidentemente tese a togliere spazio alle voci dei cittadini, più che a migliorare la nostra sicurezza.

Mi ha colpito questa voce perché raccontando tutto quello che ci imprigiona e schiavizza, praticamente elenca tutte le commodity, gli accessori, le tecnologie che costellano la nostra esistenza – anzi la trapuntano e la costringono a loro immagine e somiglianza – … e dentro alla cronaca ci sono tutti i presidi che ormai ci appaiono indispensabili (principalmente auto, digitale e telecomunicazioni) e mi par di capire che ciò che ci ingabbia non è la tecnologia, bensì l’uso che ne facciamo, banalizzandola e lasciando che ci renda più banali di quanto già non riusciamo ad essere da soli.

Immobilizzata da una gamba ingessata – e un po’ inferocita dalle limitazioni conseguenti – ho più tempo per pensare e sono anche incline a cercare consolazione riflettendo su eventuali vantaggi della mia condizione. Non che siano molti – anzi quasi non ne vedo, ma oggi la mia altrimenti magra e solitaria giornata è stata rallegrata dalla visita dell’amica Ilaria – che mi ha caricata in auto (ah ecco l’auto che serve, eccome!) – e da un cestino di soccorso alimentare di Paloma che mi ha donato una serie di cose buone (quelle che ‘non vengono dal mondo’, come recitava il pay-off della Kraft,quando la globalizzazione non era ancora nemmeno una parola).

Nel cestino (anzi sacchetto di carta riciclata), che Paloma ha riempito di cibo preparato da lei medesima, tra vasi e vasetti ho trovato anche un bel pezzo di pane (che ho fotografato e che vi propongo qui sopra), avvolto con cura e ben legato. Il pacchetto profuma intensamente (e forse oggi l’aria è più fina del solito perché è da stamattina che cerco gli odori che abitano la mia vita qui in campagna) e nella scia di quel profumo ho quasi visualizzato i germogli di tante novità, di nuovi sguardi e nuove interpretazioni … un modo diverso di stare nel mondo … Andrò a dormire con questo inizio di sogno e con la speranza – suggerita dal pane di Paloma – che qualcosa di nuovo possa trovare  una fessura per insinuarsi nella nostra vita.

Sguardo azzurro con sahariana

DSCN9704Lo conoscevo quando era ancora quasi sconosciuto, quando il design era un concetto (e una parola) da addetti ai lavori; quando l’Italia – come l’abbiamo conosciuta e incastonata nel nostro immaginario – era ancora in costruzione, quando Richard Sapper  (a due tavoli da disegno dal mio) riempiva lo spazio intorno a sé con l’energia smagliante e ottimistica di uno che stava per ridisegnare un bel pezzo del nostro gusto (lampade, telefoni, sedie, utensili di cucina, radio …). Al sesto piano de “la Rinascente”, di fronte a una prima pattuglia di guglie del noster Domm (quel de Milan), inondati dalla luce che anche a Milano – a dispetto degli increduli – c’è, ho fatto parte immeritatamente di un gruppo di grafici, designer, residenti e consulenti (tutti rigorosamente pagati in nero!) che davano forma al made in Italy, di cui allora non c’era nemmeno percezione … Bruno Munari, Enzo Mari, Albe Steiner, Max Hubert, Erberto Carboni, i fratelli Castiglioni, Mario Cristiani, Georges Coslin, Vuokko Eskolin, Harry Moilanen, Norbert e Ornella Linke, Verbena Rebora … e tanti altri che con vari incarichi, esterni e interni, facevano parte di quell’Eden della grafica e del disegno industriale pensato e realizzato da Augusto Morello (successivamente Presidente dell Triennale). E Giulio Carlo Argan veniva a raccontarci l’arte italiana, con seminari geniali mai visti dopo allora, un giovanissimo Umberto Eco passava spesso da quelle parti e le ore di libertà, a fine giornata, ci vedevano tutti al Jamaica (Giamaica) a bere un bicchiere di vino (in tempi in cui il vino era retaggio di ubriaconi). I fotografi – oltre al mitico Clari – erano Libis, Mulas, Aldo Ballo; Giorgio Armani era il visionario vetrinista de la Rinascente che contribuì a crearne lo stile.

Sotto la guida di Borletti e di Brustio, furono organizzate – una dopo l’altra – le mostre di Messico, Giappone, Gran Bretagna e India; con la vendita dei prodotti di quei paesi, importati direttamente, senza mediazioni pseudo globalizzanti che avrebbero potuto appiattirli o banalizzarli, asservendoli al gusto italiano invero assai provincialotto, a quel tempo.

Un bagno nell’intelligenza e nella visionarietà, sono stati quegli anni di lavoro: senza le mediazioni di interessi finanziari o dei banchieri internazionali; quelli che, per intenderci, pensano che con il denaro si compri tutto. Con il denaro – è vero! – si fa moltissimo, ma non si sostituisce l’esperienza, né si rimpiazza la creatività di uno sguardo che intravede che cosa l’Italia e le sue storie potranno diventare. Uno sguardo azzurro, con sahariana, come quello di Richard Sapper, designer italianissimo, con passaporto tedesco.

Kako di Capodanno

DSCN9696Come festeggiare questa ricorrenza senza farlo? Ecco, questo è il kako con cui festeggio il capodanno. Una festa che non amo e che subisco adottando un profilo basso e cercando di mangiare poco – cosa che per fortuna mi riesce abbastanza bene – . Quest’anno, con una gamba ingessata sono automaticamente esentata dai brindisi e dalle feste; anzi suscito pure un po’ di compassione, o almeno mi illudo di riuscirci …

E il kako che sto per mangiare è una vera chicca di bontà, è l’ultimo rimasto di una dozzina di frutti che ho colto e lasciato maturare in casa: una festa per gli occhi. Il kako viene dalla Costaccia, dall’albero dei Fagnani – c’erano una volta Lola, Primo e suo fratello; e prima ancora c’erano Rosa e Armando: ora c’è Luciano che l’ha ereditata, insieme alla mano per la terra e al gusto per coltivarla – ed è tutto un fluire di ricordi e associazioni suscitati da questo frutto così rustico e sottovalutato.

Il Luciano l’ho incontrato ieri, alla bottega del paese e gli ho fatto i complimenti per questi frutti così buoni e lui – pur guardando il gesso che mi fa zoppicare – mi ha detto di andare a raccogliere gli ultimi, prima che finisca la stagione.

Il kako, come i gatti, divide il mondo in due. Ci sono quelli a cui piace e quelli contro che gli trovano ogni difetto possibile. A me ricorda l’infanzia e un momento preciso dell’anno, quando l’autunno era inoltrato e l’ortolano da cui andava mia madre proponeva questi frutti polposi e la mamma mi spiegava come mangiarli evitando le parti opache che allappano: anche oggi seguirò i suoi consigli, ma la mamma avrebbe centodieci anni, se vivesse ancora. Anche per questo il capodanno non mi piace.

Perché non tutti sono come Gillo Dorfles che sta trasferendo sé stesso nei suoi dipinti e nei suoi scritti, quasi una transumanza in cui si smaterializza sul filo delle idee e riprende corpo e sostanza in un quadro. Chissà se a Dorfles piacciono i kaki.

Io ho imparato a condirli con un sorso di buon Cognac o con un passito, poi li cospargo di semi e diventano un dessert buonissimo. Ma il kako qui sopra me lo mangio liscio, così com’è, mentre penso all’albero e ai suoi bei colori. L’albero stracarico, non molti anni fa, davanti alla Costaccia, in una giornata di neve e di gelo era l’unica nota di colore nel paesaggio segnato dai filari neri delle vigne spoglie e tutti gli uccelli dei dintorni erano accorsi a cibarsi dei frutti arancione …

E’ Natale e mi faccio un regalo speciale

RSCN9617Sì, anche questa volta è Natale e mi toccano le grucce: il primo regalo che mi faccio sono 360 esercizi per allenarmi a dismetterle. Il secondo regalo è il giro del paese per abituarmi ad andare più veloce. Il terzo è la speranza che la si smetta di essere ipocriti. Quarto regalo è la speranza che diminuisca la distanza tra le parole dette e i fatti relativi a esse. Quinto regalo: che la smettano di affermare “è certificato biologico”, come se fosse la quadratura del cerchio, la soluzione del problema. Sesto: la speranza (sempre lei) che la smettano di buttare i mozziconi delle sigarette in terra. Settimo regalo: che non cada anche l’ultima illusione. (La penultima è stata spazzata via dal Corriere Fiorentino che ieri ha rivelato che sulla variante di valico “si procedeva a passo Duomo”). Così un regalo speciale al Corriere Fiorentino sarà una guida al d’uomo di Firenze.

Chi crede in bio

Qui in campagna ho visto uccidere gli alberi che facevano scomodo a secchiate di acqua bollente sulle radici (acqua bollente reiterate volte, invece del gasolio con cui si otterrebbe identico risultato, mi hanno spiegato, perché non lascia tracce e l’albero si secca ‘naturalmente’); ho visto – e questo purtroppo ancora si vede – buttare la risulta delle demolizioni o delle ristrutturazioni nei boschi, in qualche bella radura; ho recriminato molto privatamente sull’olio avanzato dalle fritture e sversato tra un cespuglio e l’altro e scritto – nella mia veste preferita: quella della strulla di Milano – sui rischi (anche estetico- turistici) delle pratiche diserbanti …

Ma la campagna sa essere crudele, anche miope – cieca -: non sto parlando degli alberi o dell’erba e nemmeno dei filari di viti che in questi giorni ci stanno regalando gli ultimi bagliori dorati prima dell’inverno. No: parlo ovviamente di noi umani e della nostra visione del mondo; che in campagna – anche più che altrove – coincide con la tele-visione, cioè con il livello più basso e più incolto del paese Italia.

L’Italia con la vista corta non legge, perciò non sa, anzi nega a sé stessa la possibilità di allenare le proprie idee e le proprie esperienze; non legge e invece guarda la tv, quella italiana, la più becera tra tutte. Perciò la vasta platea dei non lettori, fino a poco tempo fa non sapeva che una nuova sensibilità verso il verde – inteso come colore di piante e prati – stava facendosi prepotentemente strada in vasti gruppi sociali e diventava una delle principali componenti culturali del mondo cosiddetto civile.

In campagna la vita è dura – anzi no, però lo sembra – e ciò che attrae chi ci vive non è tanto l’innovazione, o la ricerca di un migliore approccio alla modernità, o una maggiore apertura mentale. Quello che interessa, invece, è come cavarsela (chi sta peggio); oppure come fare più soldi. Eppure, contrariamente a quello che sembrano pensare gli abitanti della campagna, anche se la città è il luogo della modernità e del business, la campagna – la terra, più specificamente – è il luogo del futuro.

Lo sarebbe comunque, dato che la terra – il suolo – è un bene ‘finito’, cioè qualcosa che non si può produrre: una volta che l’hai consumato – inquinando, costruendo, insterilendo, sciupando – non ne puoi creare dell’altra, come accade per i soldi o (in modo un po’ più limitato) con gli edifici. Ma se lo si cura, questo bene (la terra), se lo si fa fruttare in modo che sia sempre più bello (anche esteticamente) e più buono (tramite ciò che vi cresce), addirittura più profumato, è come se avessimo messo dei soldi in titoli ad altissimo rendimento, ma titoli anche molto sicuri (spero che l’esempio usato aiuti a migliorare la mia capacità di farmi capire).

Un manipolo – mica tanto piccolo – di imprenditori e cittadini, molto variegati tra di loro – il 23 di questo mese ha fondato un comitato per la creazione del Bio-Distretto, qui a Montalcino (ma senza limitazioni territoriali). Io c’ero, anzi ho pure contribuito nel mio piccolo; c’ero e pensavo, mentre guardavo le persone che andavano a firmare il proprio impegno, alle diversità tra i ‘profili’ e i pensieri che li avevano spinti fin lì, sfidando chi sé stesso, chi la diffidenza verso alcuni dei convenuti, chi il conformismo regnante in una collettività rurale che stento a definire comunità, ma che proprio questo evento potrebbe svegliare a un senso della solidarietà in nome della terra (del benessere della terra).

Il 23 novembre per me è un giorno speciale, e ho pensato che anche questo lo fosse – lo sia stato -, tuttavia bisognerebbe iniziare da subito a elaborare questa idea di “bio” che – ancora una volta – per gli immediati dintorni si ferma alla parola; parola che da sola non basta (con la sola eccezione di “Euchessina”) e che la macchina – scassata – della ‘comunicazione’ ha subito iniziato a usare in tutte le salse. Con creazione istantanea di mostre fiere, kermesse, convegni e, pure (tanto per cercare di essere più reali di un re), lezioni di cucina vegana.

L’urgenza di superare la parola, passando subito alla testimonianza, coincide con l’interesse a chiarire che bio non è un modo di aggiungere (la definizione alla propria etichetta e al nostro biglietto da visita), ma è un modo di vivere e di pensare. E fa niente se i ‘fondatori’, da questo punto di vista non sono tutti perfettamente vergini. Perché chi crede nel bio sa che quando uno incomincia a pensare in un certo modo e alcuni vecchiDSCN9126 schemi si scompaginano, si fa largo un modo diverso di guardare la terra e si inizia a capire che chi crede in bio, crede in sé stesso e in una vita più ricca. E questo è un pensiero davvero contagioso, in un momento in cui la capacità di credere in qualcosa che sia anche bene comune si è affievolita, mentre invece bisogna a tutti i costi darle un senso e maggiore energia.

Passaggi

E’ come quando, al cinema, il singolo fotogramma – senza smettere di essere movimento – ruota su sé stesso offrendoci una scena completamente diversa dal racconto che ci era stato fatto fino a un momento prima. Così sta ruotando tutto ciò che conoscevamo del mondo, e quello che pensavamo immobile, nel suo essere com’era, viene indotto o trascinato o sconvolto e quindi coinvolto e messo in movimento. In questo cambiamento, progressivamente accelerato, ci sono – c’erano – luoghi, pensieri, modi di essere apparentemente inamovibili, che restavano tali grazie (più che a intuibili omertà) al pigro conformismo di chi ha ‘mangiato la foglia’ e procede verso i propri obiettivi – grandi o più modesti – proprio grazie all’atteggiamento accomodante, non eccessivamente critico, salendo sul treno che funziona meglio …

Ma i diversi sipari che si alzano su zone e comparti del vivere, in tutto il mondo, mostrano a chi ha occhi per sentire e orecchi per vedere, che questa volta non cambia tutto affinché tutto possa rimanere com’era: no, questa volta è diverso. Ciascuno di noi è all’oscuro, ma tutti noi intuiamo che quello che veniva guardato con sufficienza o  supponenza, fino a ieri, oggi non desta stupore neppure nelle persone più semplici. Chi è più consapevole – difficile esserlo fino in fondo – questa volta non ha vantaggi; questa volta la consapevolezza è un premio di consolazione immateriale, e non compensa l’incognito.

Di questo passaggio abbiamo avuto, qui a livello locale, un’avvisaglia in certo qual modo emblematica (o simbolica?), ed è l’addio dei canonici regolari Premostratensi all’Abbazia di Sant’Antimo – che lasciano dopo trent’anni circa in cui sono stati, allo stesso tempo, una presenza sublime e un’attrazione turistica -. E, se non ci vedo male, avremo magari RSCN9120altri segnali, meno eterei e più forieri di cambiamenti ulteriori, nel prossimo futuro.

In un paesaggio quasi immobile, in cui il movimento era governato dai frulli di ali ormai ispessite e un po’ lente rispetto alle richieste epocali, qualcosa si muove forse tentando di capire il mondo che cambia, questa volta, non per modo di dire.

Tra un santo e un crostino

 

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Non sarà un addio – ci ripromettiamo – è un cambio della guardia; qualcosa che nemmeno avrei immaginato, pochi mesi fa.

La bella Abbazia di Sant’Antimo – un mattino di luglio stavo sdraiata nell’erba, dietro all’abside, disegnando gli olivi lucenti nella calura – sarà presidiata da altri religiosi che daranno il cambio ai Premostratensi, canonici agostiniani biancovestiti che tornano alla casa madre, in Francia … e a Sant’Agostino subentrerà San Benedetto (“ora et labora”); laicamente penso che cambia la Regola, rimane bianco il saio. E i fratelli di Sant’Antimo, che hanno anche presidiato come parroci questo villaggio di Sant’Angelo (luogo fintamente appartato, frequentato da regine, ministri e personaggi lustri e lustrabili: antico, cosmopolita, riservato, paesano, e un po’ snob), oggi sono nostri ospiti.

Oggi, una manciata di abitanti saluta chi parte e chi arriva; qui al villaggio, don Antonio, il nuovo parroco – un’aria tosta, di prete campagnolo, colto e spirituale quel che basta -.

Chi parte (i Premostratensi) sa bene che crostini come quelli che assaggiano alla Trattoria del Pozzo, nei dintorni della franciosa casa madre saranno introvabili.

 

 

 

 

A che serve diventare vecchi?

DSCN7859La domanda arriva in mezzo al petto e di prima mattina, come una fucilata. Me la pone una newsletter francofona che dà consigli di salute alternativi – spesso illuminanti, talvolta un po’ banali -. E subito mi elenca i disastri della vecchiaia: ossa e denti che vanno a ramengo, i capelli che cadono, il peso che aumenta, la memoria che svanisce; per non parlare delle malattie che si instaurano in questo panorama desolante.

Ma a me salta subito in mente Matteo Renzi, l’uomo che rottama e il disprezzo che testimonia quotidianamente per tutto ciò che è vecchio – a cominciare dagli esseri umani -; che cosa pensare a questo proposito: da un certo punto di vista lo capisco e lo giustifico, poiché (in un certo senso) non sa quello che dice. Inoltre penso che tra trent’anni, se avrà la (s)fortuna di invecchiare, sarà pronto a comprare l’usato sicuro, a cominciare da sé stesso. Penso alla precedenza che mi pare dia alle cosiddette grandi opere, su tutto ciò che racconta storia del paese Italia e le gesta dei suoi uomini più rilevanti.

Poi mi ricordo di Ray Bradbury e di quel suo racconto -“la decima vittima” o “la settima vittima” (uno dei due titoli è quello della trasposizione cinematografica interpretata da Ursula Andress in stivali bianchi, traforati, di Courrèges) -, in cui in un mondo affollato e imbelle qualcuno inventa un vero e proprio ‘gioco al massacro’, con cacciatori e ignare vittime designate, per dare una via di sfogo alla violenza repressa. E’ l racconto di un mondo in cui giungere alla vecchiaia è più difficile (perciò secondo i fondamenti del marketing più appetibile?) e comunque chi ci arriverà potrà dire di aver lottato per farlo.

A che serve, a chi serve, invecchiare? Se lo devono essere chiesto tutti quelli, tra coloro che ho conosciuto cammin facendo, che hanno scelto di non invecchiare oltre, o magari già vecchi di non vivere la stagione della vita da taluni indicata come quella della saggezza, da altri come l’età della beatitudine (come citava una mia amica): beatitudine magari ricercata e forse qualche volta raggiunta o scoperta.

Domanda – confesso – che non mi sono mai posta, prima di stamattina; nemmeno quando mi capita di incrociare vecchi decrepiti che trascinano i propri passi su un marciapiede sporco, o sostano nel sole appoggiati a un bastone, accecati dalla luce, annichiliti di fronte a una giornata vuota di fronte a sé. Domanda che non mi ha mai neppure sfiorato, nemmeno scoprendo che alcuni erano più giovani di me, con alle spalle una vita più piana e meno veloce della mia e forse persino più ricca di soddisfazioni e affetti.

Ho avuto la fortuna di incontrare alcuni maestri ammirabili e ho sempre guardato la vecchiaia degli altri con un occhio attento e con l’idea che la mia vita fosse intrecciata alla loro; pensando comunque che ciò che sapevo, capivo e conoscevo – vivendo – fosse anche legato a quello che avevo appreso, mimato, capito, imparato da loro, da quelli che avevano vissuto prima di me e stavano vivendo la vecchiaia prima del mio inverno personale.

Dico in generale, ovviamente, perché a parte alcuni scienziati o grandi professionisti e tecnocrati, in questa epoca di continua innovazione tecnologica e di scoperte scientifiche, uno deve guardare ai giovani per capire e sapere come usare uno smartphone o come funziona una app; ma non è esattamente questa la “conoscenza” a cui mi riferisco. La mia citazione dei vecchi come testimonial e maestri di vita e conoscenza è legata alla loro esperienza, e prima ancora al senso che hanno dato alla loro vita, senso che può essere diverso per molti e che può mutare vivendo stagioni diverse, più o meno appaganti.

Quello che ora mi scoraggia e mi impedisce di rispondere alla domanda che mi è arrivata stamattina è la constatazione di una diversità di sensibilità che si è acuita, proprio in questi anni di cambiamenti e di mutazioni. Mi sembrava che nel mondo dei consumi, in fase di globalizzazione giungesse da oriente un senso diverso, più profondo per chi è giovane, con un invito a guardare oltre le rughe e la voce tremula, più appagante per i vecchi con la prospettiva di un ruolo dignitoso e rispettabile in una società alla ricerca di esperienza. Dimenticavo però che la globalizzazione ha realizzato soprattutto un unico macro obiettivo: quello di rendere tutto più effimero e superficiale, come un fast food per anime vaganti.

L’uomo che sapeva

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Tutto si stempera nel ritmo implacabile del mondo vegetale. E nessun verbo è così male assortito, quanto il “vegetare” attribuito alle esistenze perse al pensiero, alla volontà, alla propria evoluzione. Persino quando agonizza e poi muore (muore?), il mondo verde mi pare determinato ai suoi scopi, al disegno che coltiva e persegue.

Tutto si stempera guardando questo autunno che sfolgora e attenua. Anche i necrologi che annunciano la partenza per il dove misterioso di conoscenti, compagni di scuola e di avventure, ex-fidanzati o sodali in imprese più o meno utopistiche, o anche persone appena sfiorate ma stimate e ammirate, oppure colleghi e capi con cui ho condiviso brani di una vita che a tratti mi pare inventata durante un dormiveglia un po’ ebbro – in preda a sinestesie – non fosse che mi rimangono ricordi non solo virtuali, né solo memorie di una signora svagata e in disarmo.

Così non è stato immediato il soprassalto di dispiacere e poi di rammarico acuto, quando leggendo quasi in automatico le colonne dei necrologi, il nome di Pino Buongiorno se ne è uscito galleggiando a mezz’aria. E mi è tornata in mente una delle ultime volte in cui l’ho incontrato e parlandogli per mezz’ora, gli ho raccontato una storia che già mi sembrava inverosimile, eppure era accaduta, e il suo sguardo si faceva sempre più attento annodando il mio racconto a fatti concreti e inseriti in uno scenario di cui conosceva contorni e implicazioni. E non ho mai scordato il suo commento lapidario che mi fece capire quanto il mondo in cui viviamo può essere pericoloso, nella sua quotidianità.

Poi la natura prende il sopravvento e le nostre vite, ogni tanto, mi appaiono marginali rispetto ai progetti del mondo vegetale; mentre l’autunno si esibisce con chiaroscuri e sfumature, lasciandoci intendere che sorprese e cambiamenti potrebbero essere anche notevoli, il ricordo di PB si mescola a quello di giorni che stanno diventando un’epoca e a luoghi che appartengono a un racconto da riservare a quelli che vogliono capire. Perché ricordare e basta, non serve a nessuno.