Brunello e vecchi cappotti

alex_3Chi è arrivato qui in anni recenti non capisce; chi arriva pensa di essere un conquistador, di avere di che insegnare, da spiegare. Chi arriva è soprattutto convinto di sapere come funzionano le cose.

Decine di anni fa arrivavano quelli che il mito della Toscana l’avevano provato ‘sul campo’, in lunghi viaggi nel weekend pensando di trovare colline che celavano segreti e gente schietta. Quelli che giungevano fino a questo angolo estremo di Toscana bevevano – di solito piemontese o Oltrepò – ma bastava che fosse vino rosso. Per il resto c’erano i sogni che nel divenire concreti si rivelavano faticosi e divertenti. Un’esperienza.

Ora arrivano solo quelli che investono e che nel farlo a volte è come se guidassero un’auto grossa senza occhiali. Lo pensavo mentre mettevo a posto i miei cappotti, chiedendomi perché invece non mi sono mai comprata un piumino.

Sarà per via delle oche, ho pensato, perché tempo fa (o sono anni?) ho letto di quelli di Monclair che vanno in giro per allevamenti strappando alle vigorose bestiole le meglio piume per infilarle nelle scocche dei suddetti piumini e poi fare brutte campagne pubblicitarie per trasformare giacche e gilè in indispensabili compagni di questi inverni stralunati.

Ma no, non credo che siano le oche all’origine della mia resistenza al piumino. Forse io penso solo che “il piumino” sia orribilmente conformista: troppo lucido – va bene per sciare! -, un tessuto che non racconta niente, ti dà un’aria da sciuretta che omologa anche le donne più intelligenti e scafate: insomma, un capo che non rende giustizia a chi lo indossa. Nemmeno agli uomini, con cui però è un po’ meno malevolo.

No, pensavo mentre spazzolavo un vecchio cappotto del Lanificio Colombo che avevo regalato a una figlia freddolosa (o supposta tale) circa vent’anni fa (tornato indietro con un “grazie mamma, ma…”) … no, non è (solo) per le oche, né per quell’aspetto ‘tubolare” che ti dà un caldissimo piumino modaiolo, riflettevo mentre tiravo fuori un altro cappotto, residuo un po’ sdrucito (indossato per innumerevoli inverni)accarezzandolo con gratitudine per la morbidezza conservata negli anni. Forse è per il segnale che il piumino mi manda.

Forse mi disturba la sua pretesa di diventare il compagno di un inverno, al posto di un bel cappotto, quando si sa bene che è proprio con il freddo che i pensieri si annidano nel calduccio per intrecciarsi tra di loro (ecco, proprio come un bel tessuto!) e formare una storia.

Mi veniva in mente osservando la lunghezza di un altro compagno di questi ultimi inverni: perfetto in città, ma forse un po’ lungo? O forse sono io che non ho più lo slancio (né la lunghezza!) per sentirmelo come quando l’ho scelto?

Se fosse un vino … pensavo, ma un piumino mai potrà essere pensato come una cosa viva, come un vino. Il piumino è come il vino fatto da quelli che più che la vigna frequentano la Borsa e  che della terra non sanno niente. Un Brunello si beve indossando un cappotto, ho deciso.

Forse sono solo pensieri da oca e magari questa è la mia resistenza al piumino (che indosserei solo sulla neve dei campi di sci!)?

 

 

Segno dei tempi, segnali di papà

alex_5Caro Papà, oggi internet è sparita, il telefono mi si è sprogrammato e nonostante i miei sforzi di mimare pazienza e un sobrio ottimismo non riuscivo a sorpassare neanche un’ape, sulla strada che mi portava a Siena.

Poi stasera, poco fa, internet è tornata e la mia giornata quasi piena volge al termine. Dentro a internet stasera ho ritrovato un amico di cui non avevo notizie da più di trent’anni o giù di lì, insomma dai tempi in cui c’eri anche tu e i miei figli erano i miei bambini. I nostri bambini.

So che non avresti mai immaginato di avere tre nipoti, da un’unica figlia e per giunta non di indole mammissima. Ma tu sei stato un nonno che preparava la fetta d’arancio con un po’ di zucchero e le gocce di limone, arrotando tutte le erre e badando che avessero le mani pulite e loro se lo ricordano, credo. (Ora anch’io ho tre piccole nipoti.).

Ti ho pensato stasera guidando nel buio scintillante di luci. Quel ventitré novembre di trentuno anni fa ero molto più stanca di oggi. C’era una farmacia, in via Marocco e il dottor Bozzetti mi aveva chiesto di andarci e prendere una bombola d’ossigeno. Non è servita. Quando sono tornata tu stavi salendo sul treno dei misteri, con occhi turchesi spalancati.

Per qualche anno sei stato molto assente, poi – nei giorni appositi – hai cominciato a produrre segnali, fino a quel blocco di marmo che mi ha sfondato il parabrezza, appena sono scesa dall’auto, nel giorno del tuo compleanno. Quella volta ho riso: di sollievo. Ma ero veramente contenta anche se mi pareva un ‘segnale’ un po’ esagerato.

Invece stasera sto ritrovando Gianni Ruggiero, amico dai tempi di Brera, di cui non avevo più notizie da quando ci si incontrava al festival di Cannes. Lui veniva da Barcellona e io da Milano e ci raccontavamo le nostre storie, soprattutto di lavoro. Mesi fa ho letto un servizio su di lui, sul Corriere, però non sono riuscita a rintracciare il suo indirizzo. Ma ecco che un tale con una faccia simpatica, conosciuto in rete, si rivela essere suo nipote. Perché – pezzo di balcone a parte – mi hai sempre mandato qualcosa di speciale, di amichevole e affettuoso, nei tuoi anniversari. Adeguando i segni ai tempi. E ai luoghi, perché quando è venuto giù quel pezzo di marmo dal balcone, in fondo, ero a Cava dei Tirreni …

 

Dietro l’angolo

dscn1261dscn1263Che cosa ci attende dietro l’angolo è una domanda che ci poniamo, da sempre, nei momenti di cambiamento; ora non suona retorica – anzi! – perché tutti si rendono conto che il vecchio fotogramma ha completato il proprio ribaltamento, ma non mostra ancora l’altra faccia.

Due amici, recentemente ritrovati, mi hanno fatto un regalo dedicato alle mie piccole nipoti. Si tratta della copia numerata di un librino – stampa anastatica per ricordare l’autore del libro: un artista grande e profondo della scuola romana – creato e disegnato  dall’autore per il proprio figlio. L’originale è una copia unica, realizzata nel 1944.

Un anno di sicure incertezze, paragonabile a quello che stiamo vivendo (ma forse è solo una mia sensazione?), una filastrocca che potrebbe piacere al regista di un thriller. Uno stile da ventennio, sottilmente venato d’ironia, illustrato con disegni per niente infantili …

La donnina che semina il lino! / Volta la carta che c’è il contadino

Il contadino che va per i campi: / si volta la carta si trovano i lampi

I lampi che fanno spavento: / si volta la carta che c’è il bastimento

Il bastimento che arriva di sera: / volta la carta si trova la fiera

La fiera con burle e con lazzi: / si volta la carta si trova i ragazzi

I ragazzi che van per la via: / si volta la carta si trova Sofia

Sofia che cuce il lino: / si volta la carta si trova Arlecchino

Arlecchino che fa lo sgambetto: / si volta la carta si trova il galletto

Il galletto che canta al mattino: / si volta la carta si trova il molino

Il molino che macina il grano: / si volta la carta si trova Bastiano

Bastiano che zappa la terra: / si volta la carta si trova la guerra

La guerra con tanti soldati: / si volta la carta si trova i malati

I malati con tanto dolore: / si volta la carta si trova un signore

Un signore che in fretta si parte: / volta la carta e si trova tre carte

Tre carte legate da Amore: / si volta la carta si trova il dottore

Il dottore che cura la gente: / si volta la carta …. e non si trova più niente

Manlio Alfieri – Viterbo, marzo 1944

  

Centouno virgola sei

rscn6218Ciao Bramante, oggi si vede il mare, dal Passo del Lume Spento. Scintilla lontano, appena più alto del profilo delle colline. Succede solo nelle giornate nitidissime come questa che presto volgerà al tramonto. E tramontando, la luce ci regalerà una serie di visioni – tutte le sfumature dei colori più caldi, quelli di una stagione che conclude i raccolti, poi pare che tutto finisca, la terra si raffredda (almeno così si spera), anche i colori si ingrigiscono, ma poi tutto ricomincia, con grande fatica. E’ una storia che tu conosci molto bene, come conosci alberi e animali di questa terra, e ulivi e vigne. L’ultima volta che ti ho visto eri di vendemmia, ma ti occupavi dei dettagli un po’ meno impegnativi, perché a vendemmiare – scarpinando tra i filari con secchi e cassette pesanti – non ce la facevi più. Però l’hai fatto fino a novantanove anni suonati, poi ci siamo messi a tavola e tra una fettuccina e un sorso di sangiovese mi hai detto che “non mi manca nulla e in casa mi rispettano”. Ho tanti ricordi legati a te, cominciando da quel becco che ruzzava con il mio figlio piccolo, quando venivo a comprare legna da te quarant’anni fa. Luciano mi ha detto che fino all’ultimo hai parlato di funghi e di cose della tua terra. Non poteva che succedere così: nessuno la conosce come te, questa terra. Però non ti ho mai chiesto se sei mai stato al mare, se l’hai mai visto. Dato che hai scelto questa giornata di sole e di vento per congedarti dalla terra, approfittane e vola ben alto: vedrai le vigne che stanno spogliando, le foglie che volano, e se spingi lo sguardo lontano, verso l’orizzonte a ovest, il mare che scintilla mobile, nella luce che cambia.

L’uomo che aveva tagliato i gelsi

dscn2234Ho un amico che vedo ormai molto raramente, ma che ricordo spesso, perché condividiamo la passione per gli alberi e l’apprensione per l’incuria che troppi dimostrano nei loro confronti. Si chiama Graziano ed è un uomo particolare, prepara tinture e infusioni con le erbe medicinali e ti sa dire come stai, guardandoti e scrutandoti, come facevano i vecchi medici. Un curandero secondo alcuni che gli affibbiano questo appellativo sorridendo un po’ scettici. Ma non sono scettici quelli che lui ha guarito da disturbi magari banali, ma fastidiosi, e talvolta meno banali e più gravi..

Non è uno stregone, è uno che conosce le proprietà delle erbe e conosce benissimo gli alberi: sostiene che hanno un carattere e un’anima e dice anche che un albero è capace di riconoscerti, se ci sono i presupposti per farlo. Graziano vive altrove, dove ha comprato centinaia di ettari di boschi e anni fa mi ha raccontato una storia che mi sembrava piuttosto una fiaba un po’ dark, finché indirettamente ho saputo che si tratta di un fatto realmente accaduto.

Mi raccontava Graziano che nel comune che confinava con quello in cui lui abitava all’inizio degli anni ottanta c’era una strada abbastanza stretta, fiancheggiata da un filare di vecchi gelsi con chioma generosa. Erano gli anni in cui il comune in questione aveva ambizioni di modernizzarsi e a un uomo arrivato da qualche anno nel comune ‘sta strada pareva angusta, lo disturbava quasi fisicamente il breve filare dei gelsi, ma sapeva come sono fatti i concittadini – davanti ti sorridono, ma poi sparlano di te e magari ti mettono i bastoni tra le ruote quando meno te lo aspetti -. Non che quell’uomo fosse un pavido, anzi in privato era anche un prepotente, e ci teneva a essere riverito e considerato qualcuno da tenere in conto, forse da temere.

Provò a convincere gli altri cittadini della sua idea di tagliare quel filare di gelsi, spiegando che sì, erano dei begli alberi, ma sporcavano, toglievano la vista al bel paesaggio lì intorno, e restringevano la carreggiata, o comunque davano questa impressione. I concittadini in faccia non gli dicevano nulla di chiaro e lui sapeva che in fondo incuteva un certo timore, ma intuiva che non erano d’accordo; inoltre sapeva che alcuni di quegli alberi erano stati piantati in occasioni particolari. Poi un giorno gli arrivò un messaggio un po’indirettamente: qualcuno – non si sa se mandato o se di propria iniziativa – prendendola alla larga, con una serie di osservazioni lo sconsigliò vivamente dall’eliminare quei gelsi.

l’uomo, sul momento, rinunciò all’idea di tagliare quegli alberi perché il tipo che era andato a parlargli lo aveva un po’ impressionato. A questo punto della storia mi ero convinta che quell’uomo fosse Graziano, ma quando gliel’ho chiesto si è messo a brontolare che lui non si impicciava degli affari degli altri e si era tenuto fuori da quella storia perché aveva già i suoi boschi che gli davano un sacco di problemi e di incombenze burocratiche e questa storia lui l’aveva appresa indirettamente.

Difatti, se l’uomo che sul momento aveva convinto quell’altro fosse stato Graziano avrebbe usato argomenti più convincenti, perché passato un anno, un mattino i cittadini di quel comune, al loro risveglio scoprirono che il filare di gelsi era bell’e scomparso: dei gelsi rimaneva qualche rametto segato ai bordi della strada e manciate di foglie che sarebbero state spazzate via.

Raccontandomi la sorpresa degli abitanti di quel comune, Graziano mi guardò fisso negli occhi, con le sue iridi verdognole e screziate come la coda di una lucertola. Io non capivo il senso di questa cronaca deprimente, e perché il mio amico si dilungava a spiegarmi il carattere degli alberi. Secondo lui – come accade per gli uomini – ci sono alberi più miti e altri alberi più aggressivi; proprio come succede tra noi umani. Quei gelsi caduti avevano suscitato lo sdegno degli abitanti ma la cosa finiva lì e anche gli abitanti un po’ impauriti, non sapendo come reagire, si erano rassegnati alla prepotenza di quell’uomo a cui non osavano dire niente (come accade di frequente), però si sentivano espropriati di qualcosa che per loro aveva avuto un senso, qualcosa che faceva parte del loro paesaggio quotidiano.

Passò un anno e quella strada così sguarnita sembrava qualcosa di non finito, nessuno ci passava più volentieri, se appena potevano, gli abitanti passavano da un’altra parte e anche il tagliatore di alberi – poco a poco – lasciò cadere le sue idee. Inoltre lì intorno era piena campagna, bella, verde, umida e brillante, di alberi ce n’erano in quantità.

Una mattina dell’anno successivo, all’incirca nella stessa stagione in cui erano stati tagliati quei gelsi, quell’uomo aveva fissato una riunione con della gente che saltuariamente lavorava per lui. Aveva l’abitudine di decidere riunioni alle primissime ore del mattino con gli operai che aveva chiamato e questa sua abitudine non dispiaceva: tutti avevano un altro lavoro o delle proprie faccende da sbrigare, e di solito quell’uomo non aveva esigenze complesse. In un’oretta avrebbero discusso e deciso il lavoro da fare. Ma quel mattino, con gli operai già riuniti, il tempo passava e l’uomo non si vedeva. All’inizio vi furono delle battute spiritose: era lui che aveva la mania di indire riunioni presto al mattino, e di solito era anche molto puntuale, se non altro per poter bacchettare gli altri e affermarsi, una volta di più, come uomo di potere.

Quando però fu evidente che non poteva trattarsi di un banale ritardo, causato da un intoppo, passata la voglia di lasciarsi andare a battute salaci, i convocati si misero alla ricerca di quel tale, che di solito arrivava per primo. Non fu facile rintracciarlo, da casa era uscito all’ora giusta per arrivare prima degli altri alla riunione, un vecchio l’aveva visto al volante dell’auto. Poi più nulla.

Lo trovarono, sempre al volante dell’auto, ore dopo, giù per la collina sul cui crinale passava la stradetta dove un tempo crescevano quei gelsi in fila che tanto l’avevano disturbato. In mezzo al pendio cresceva un vecchio gelso maestoso, forse un lontano parente di quelli segati un anno prima? Non si sa, ma l’auto gli si era schiantata contro e l’uomo riverso al volante non avrebbe mai più partecipato a una riunione, né di mattina presto, né in altro orario.

Gli alberi – mi sottolineò Graziano, concludendo la sua storia un po’ sinistra – proprio come gli umani hanno un carattere e una loro sensibilità, sono capaci di cose straordinarie. E il vecchio Graziano mi regalò una boccetta di un suo preparato con un sorriso un po’ di sbieco.

Veganità e nouvelles vagues

dscn8010Mi ero ripromessa di scrivere qualcosa sui vegani, dopo aver letto ieri un po’ di numeri in proposito. Sul movimento vegan avevo scritto qualcosa una decina d’anni fa o forse più, perché già allora in Germania i vegani avevano fatto notizia, ricavando ampio spazio per il loro pensiero in quel paese dove cominciavano a essere considerati un mercato promettente.

Chi ha lavorato seriamente in pubblicità (per imprese che chiedono alla comunicazione risultati concreti e non voci di spesa per giustificare uscite di denaro pubblico) sa che i “nuovi modi” di guardare alla vita, alla propria e a quella di tutte le creature viventi, sono meno effimeri delle mode, più subdoli, più radicati; più futuribili perché hanno una matrice culturale e provengono da un modo di ‘sentire’, prima ancora che da un modo di pensare. Avevo iniziato a riflettere sugli animali negli anni ottanta, tenendo lezioni sulle strategie di comunicazione ai futuri giornalisti, alla LUISS; gli scioperi di Alitalia erano così frequenti che molte volte anziché volare da Milano a Roma prendevo l’auto e guidavo sull’Autosole, incontrando nel lungo tragitto innumerevoli camion che trasportavano animali verso il macello.

Era inevitabile che mi capitasse di incontrare lo sguardo consapevole di alcuni di loro e di sentire l’odore della loro paura – quello che ognuno di noi può evocare già pensando all’espressione “carro-bestiame” – o anche solo di immaginarlo. Con tutto quello che mi ha ‘lavorato dentro’ per questi incontri autostradali e altre avventure in vari allevamenti. Ricordo bene come in aula insistevo su un sentimento travagliato che scaturiva dalla contraddizione tra l’essere onnivoro-carnivora e sentire pena e compassione per quegli esseri che giorno dopo giorno ritrovavo nella bistecca che pure mi piaceva assai. Insistevo sulla contraddizione e rimarcavo che prima o poi questi dubbi, queste sofferenze si sarebbero tradotti nella crescita di un atteggiamento nuovo nei confronti degli animali.

Parlavo dell’acqua calda, ovviamente. E ora che i vegetariani e i consumatori di carne moderati stanno diventando una percentuale importante della popolazione italiana (non solo italiana ben inteso!), anche i vegani stanno raggiungendo numeri che li fanno diventare un mercato, un mercato così interessante da essere considerato un’opportunità, sulle pagine del Corriere della Sera, persino in Toscana, regione a vocazione carnivora, con alcune notevoli eccellenze in quel settore.

Chi sono i vegani e come si comportano? Il rifiuto di consumare qualsiasi prodotto che deriva dal regno animale è la chiave d’accesso a quel pensiero. Perciò niente bistecca, ma anche niente poltrona Frau rivestita di cuoio, no agli slip di seta (baco da seta) e no al cashmere bertinottiano (ma anche dalemiano e dintorni). Ma vegano vuole dire anche no uova, no formaggi, no miele (e no lieviti!); qualcuno si chiederà ma allora che cosa mangiano, mentre io sono più curiosa delle soluzioni che eliminano la lana d’inverno (e ovviamente anche il piumino d’oca). Ma se seguite un po’ la moda vi sarete accorti che sono sempre più frequenti le proposte di cappotti in cotone mischiato ad altre fibre e se siete un gourmet sapete perfettamente che cresce l’offerta vegana nei ristoranti e nei bistrot e aumenta il numero delle osterie e dei ristoranti vegetariani e vegani … così va il mercato.

Insomma un mercato nuovo, aiutato – come accade immancabilmente – dalla spinta salutista, che incita a nutrirsi di semi e di vegetali – legumi, pasta, soia, cicerchia, riso, quinoa, chia, tapioca, orzo, ovviamente integrali e selvaggi – e dimenticare i nostri amici grandi e piccini che con le deiezioni che fermentano inquinando l’atmosfera e con i loro consumi alimentari e di acqua sembra si siano mangiati un bel pezzo del nostro futuro.

Ho letto che i vegani erano l’8% della popolazione l’anno scorso, nel nostro paese, e che sono in continua crescita. Ho letto anche che ben settanta aziende in Toscana hanno colto questa tendenza, operano offrendo prodotti in questo settore (cibo, bevande, cosmetici, abbigliamento, servizi) e stanno fatturando con incrementi annuali a due cifre. Come sempre accade nel nostro paese, dove ora tutto è diventato miracolosamente ‘bio’ (anche il lucido da scarpe se possibile) pur di vendere, ci sarà  anche chi appioppa l’aggettivo ‘vegano’ a qualsiasi bene o a qualsiasi processo produttivo; poi ci sarà la solita politica ‘bassa’ che cercherà di appropriarsi della gestione della cosa, di farla diventare una denominazione, una tutela, un certificato da ottenere pagando una prebenda a qualche nuova ‘semplificazione’ che sarà il ‘futuro professionale’ di un po’ di trombati …

 

 

Azuma tra gli olivi

rscn1174Tutto inizia con il voto. Qui a Montalcino votiamo per decidere l’unione con il comune di San Giovanni d’Asso; sarebbe (secondo una visione greve e riduttiva) come  apparecchiare un banchetto in cui si beve il rinomato vino e si condiscono i tagliolini con l’altrettanto rinomato tartufo (bianco o nero, fate voi). Al seggio ci sono i carabinieri e si avverte un briciolo di animazione. Un’elezione è sempre un’occasione: arrivano le jeep con i mariti e le mogli. Arriva una telefonata da un’artista che mi ha sentita mentre commentavo qualcosa alla radio.

Oggi sarà bello, dopo alcuni giorni di altalena metereologica; parlo al telefono con Grazia Varisco, mentre guardo le nebbie alzarsi tra un colle e l’altro, sciogliersi nel sole che cresce … ma è pur sempre autunno e il paesaggio si adegua. Mentre Varisco con la sua bella voce energica mi racconta le esposizioni imminenti e le mostre recenti, si parla dei tempi di Brera e del senso che ha per lei – per me – invecchiare, in un paese che invece di valorizzare e coinvolgere  – anche sfruttandoli, in senso costruttivo – i vecchi, incomincia ad averne timore. Se non proprio paura, l’Italia esprime fastidio nei nostri confronti e ci vede come un fardello, dimenticando l’esperienza accumulata da molti vecchi, dimenticando che accanto ai privilegi che abbiamo avuto – nell’incredibile (oggi) periodo in cui abbiamo costruito l’Italia del made in Italy e del boom – abbiamo anche pagato un monte di tasse e lavorato sodo … e avuto idee.

Era anche questo che rivendicavo stamattina presto, dialogando con il bravo direttore di Avvenire: questo non includere i vecchi nel lavoro necessario per guardare al futuro, dimenticare idee ed esperienza, lasciarli ai margini con un malcelato senso di sopportazione. E pensavo anche come in altre culture – come quella giapponese – l’approccio sia diverso e come (nonostante l’invadenza di un consumismo molto superficiale) ‘vecchio’, abbia un peso culturale preciso e definisca anche l’acquisizione di uno stile, abbia persino una coloritura poetica e  … cromatica molto elegante.

Per il caffè e i giornali ci vuole l’auto e oggi – domenica – qualche chilometro in più. Al Villaggio è già provincia di Grosseto e, come se varcare l’Orcia fosse entrare in un microclima meridionale, l’aria che tira è molto più tiepida e l’autunno ha un odore diverso, quello piccante e profumato dell’olio d’oliva – quello nuovo, con tutte le sue precocità -. Al bar con il caffè che mi pare una ghiottoneria (perché così me lo racconto da sola) prendo i quotidiani e non aspetto niente e nessuno.

Con la tazzina piena, le parole recenti di Varisco in testa, sfoglio subito, velocemente i miei giornali. Se mi salgono le lacrime agli occhi leggendo il nome di Kengiro Azuma aprire i necrologi del Corriere, non è perché lo frequentassi. Erano anni che non lo vedevo, erano anni che leggevo solo le recensioni del suo lavoro, insieme a quelle di Grazia Varisco, del Ghinzani (lui sì, compagno di liceo a Brera), interpolate con le cronache e i resoconti delle mostre che nel nostro paese, con ritardi e lentezze gravati dal sottosviluppo e dall’ignoranza di chi dovrebbe sapere (anche in assenza di una conoscenza specifica), dove si dà conto del patrimonio nostrale e degli artisti che hanno reso grande l’Italia. Loro e non la finanza, né le banche e nemmeno i partiti e la politica, data l’arretratezza e la mancanza di visione che affligge tutti questi ambiti …

Anche il giapponese Azuma? anche lui – certamente – con i suoi occhi sorridenti e pensosi, le sue sculture, la sua testimonianza, il suo amore. E’ proprio di amore, anzi della sua amara assenza dal mondo contabilizzato, dove anche i numeri perdono ogni senso se non quello che significhi ‘affari’ (nel senso di business), che mi sono ritrovata a parlare con Grazia Varisco (e con il direttore di Avvenire); e proprio pensando a queste presenze / assenze, mentre i profumi del frantoio mi prendono alla gola, mi viene in mente che il ‘vecchio’ Azuma avrebbe molto amato (avrà di certo amato) le forme di questi olivi che ornano queste campagne – anch’essi rivalutati con lentezza ignorante – testimoni con le loro forme fantastiche, del mondo che invecchia.

La Rucola Psichedelica

rscn1081Al primo momento non l’ho riconosciuta; mi sono sentita costretta a essere lì e non ricordo come sono stata invitata. Sono rimasta seduta di fronte a lei per qualche secondo, in silenzio, guardandola. Mi pareva che stessimo per iniziare a pranzare insieme. La scrutavo con attenzione, osservando la pettinatura, l’abito e l’aria preoccupata – anzi non proprio preoccupata, forse più determinata, con lo sguardo duro – . Gli anni passano e quando ti ritrovi di fronte a una persona che non hai visto da più di vent’anni è inevitabile cercare i lineamenti e le espressioni con cui l’hai ricordata per tutto il tempo in cui l’avevi persa di vista.

Con lei ci ho messo un po’ a riconoscerla: infine ho ritrovato i tratti, che un tempo mi erano familiari, ma non c’è traccia alcuna dell’espressione di un tempo. Una volta P. era bellissima, non appariscente, alta e con un corpo snello ma forte, forse ereditato dalla madre che era bracciante agricola: un’alchimia di caratteri ben mescolati, come succede per certe creature in apparenza eteree, che poi ritrovi a sfilare in passerella; giovani donne con l’aria assorta come se stessero covando un sogno impossibile. Lei invece ha sempre avuto un’espressione di scontentezza che le lasciava una ruga tra le sopracciglia, ma senza incidere nell’armonia dei lineamenti, nella sua bellezza notevole.

Non ho capito perché abbia voluto vedermi e soprattutto perché abbia scelto di confessare di aver ucciso; anzi, non credo che confessare sia l’espressione giusta, credo che abbia voluto coinvolgermi o implicarmi. Inoltre non ha usato proprio un’espressione chiara, per dirmelo. Ho pensato che sia successo per soldi, anche se non mi era mai sembrato che ne avesse bisogno, ma non so quando l’omicidio è stato commesso, e nemmeno chi è stato ucciso e come è avvenuto … Forse ha ucciso il marito?

Mi sono resa conto che non volevo sapere niente di niente e che il disagio iniziale si stava trasformando in paura, mentre proprio davanti a me lei si era messa a scavare e tutto a un tratto sembra che voglia tirar giù un intero pezzo di muro. La parete è ricoperta di piccole piastrelle come quelle di Bisazza, ma un po’ più grandi: lei ha incominciato a tirarne via due, facendo leva con un attrezzo che mi sembra troppo piccolo per un lavoro così impegnativo. Riportare alla luce un corpo non è una cosa da niente, e poi che farne? Ho provato a protestare, non so se riuscirò ad andarmene, se lei me lo permetterà.

La mia vita improvvisamente è stata sconvolta da questo incontro; mi sento travolta dalla situazione in cui sono scivolata quasi per caso, per distrazione, per incuria o per una mia negligenza …

Mi salva una spada che preme nella schiena: un dolore acuto, breve e profondo, ma sopportabile. Controllo se riesco a respirare e mi accorgo che va bene. Tutto a posto.

Sono stata nella vigna delle mie figlie, prima che iniziasse la vendemmia “vera”, quella più impegnativa da punto di vista delle attese e della suspense. Passano e ripassano, diradano, ‘buttano giù’ come dicono i vignaioli e a me continua a sembrare eccessivo. E’ un processo lungo, punteggiato dal tempo che fa, dalle variazioni della temperatura e dell’umidità.

Sono andata a vedere l’uva che sarebbe stata protagonista della vendemmia più impegnativa e ne ho approfittato per cercare un po’ di rucola al naturale per corroborare la mia insalata. Ma non l’ho vista: sono così abituata a quella che trovi dall’ortolano, in mazzetti, che non riuscivo a distinguerla. Anche perché la visione della terra, intesa come ‘ground’ elaborato, fatto di micro presenze, sassolini, stecchi, insetti, i minerali che danno colori diversi alla sostanza che chiamiamo terra e che è in realtà una miscellanea organica e inorganica, piena di vita, e di vite che interagiscono tra di loro, è così emozionante. Ti passa un film sotto gli occhi, se ti metti a guardare. E ogni erba ha una sua forma (e una sua personalità!). La rucola assume forme diverse e mia figlia me la indica, aiutandomi a coglierla. Io scelgo con cautela – con le erbe non si scherza! – e mi aiuta l’odore forte (fortissimo) di questa insalata.

A Milano abbiamo incominciato a mangiare rucola negli anni sessanta, in due o tre ristoranti toscani; l’uso di quest’erba è poi dilagato rapidamente; c’è stato un periodo in cui non c’era piatto senza rucola. Abbiamo iniziato con il “carpaccio” (allora solo di carne) e poi l’abbiamo anche messa nelle insalate, abbiamo guarnito gli arrosti, il pesce, (la pasta e i ripieni) e via a tutta rucola, per finire sulla pizza, dove mantiene ancora oggi un ruolo costante. Ma questa rucola di campo raccolta nella vigna mi rimanda a quelle che forse sono state le sue  possibili qualità ‘primitive’ (chissà). Un’erba che fa sognare sogni un po’ stralunati, che porta a galla sentimenti e dolori, riflessioni e pensieri e storie di cui non ci si ricordava nemmeno più. Ai tempi dei tempi questa rucola avrebbe avuto un ruolo ‘psichedelico’, e una poetica conseguente, altro che “carpaccio”! Questa rucola muove i sogni più che condire la pizza.

Stavo seduta sotto un albero, ma era un robot

rscn1048Gli zombi grigi, paralizzati dalla voce abbaiante che proviene dall’enorme schermo che domina la sala in cui essi sono ordinatamente seduti, saranno salvati dalla giovane atleta in miniabito rosso fuoco. La fanciulla corre veloce tra le fila di esseri ipnotizzati, roteando il martello – i capelli biondi e lo sguardo determinato -; una corsa salvifica che termina con il lancio (da atleta olimpionica) del martello che frantuma lo schermo e ferma la voce che annichiliva gli uomini ipnotizzati e divenuti creature succube di un sistema di potere. Al frantumarsi dello schermo gli zombi, riscossi, tornano alla lucidità umana e sono liberati dall’ipnosi. Happy end.

Penso a quella storia, stamani, mentre ascolto l’operatrice del call center darmi una serie di informazioni preziose che mai sarei riuscita a conoscere se non avessi saltato il robot che, dopo la prima risposta, mi stava indirizzando in un ghirigoro senza fine, studiato per intrappolare l’utile idiota – colui che chiama – in una serie di proposte del genere “mangi questa minestra o salti dalla finestra”. Invece io sono riuscita a saltare nel ramo giusto “dell’albero di navigazione”, grazie a una soffiata e sono riuscita ad avere le preziose informazioni – magari proibite – che mi fruttano l’annullamento di un costo aggiuntivo di euro 0,49 alla settimana, al mio ‘profilo’ di utente (costo aggiunto  anche a milioni di altri abbonati a quel servizio).

La jungla disumana di cui il genio di Orwell aveva preconizzato l’avvento è costellata di sabbie mobili create dai gestori delle nostre utenze. Come in una fiaba delle più classiche – per esempio “La Regina delle nevi” (H.C. Andersen) – la quotidianità è disseminata da prove iniziatiche: gli orchi, le streghe cattive, gli incantesimi malefici, le selve impenetrabili, i roveti inestricabili, le ragnatele giganti, le buie caverne, i precipizi infiniti, i miracoli all’incontrario, gli inghiottitoi infernali, i pantani senza fondo, sono innumerevoli e in agguato in ogni ‘contratto’, in ogni ‘accordo’, in ogni ‘patto con il consumatore’ o con l’utente. Essi si manifestano come ‘conguagli’, ‘adeguamenti’, ‘servizi extra’; qualche volta arrivano persino travestiti da ‘premi’, talchè quando legge che ‘sarà premiato’ uno dovrebbe scappare a gambe levate.

Ogni utenza può trasformarsi in una fanciulla che reca un cesto di smaglianti mele rosse e appena allunghi la mano a coglierne una, la giovane si trasforma in una strega ghignante: le sue mani adunche e nodose cercano di ghermirti, ma non c’è un luogo in cui scappare. L’unico luogo tardivo in cui tentare un momentaneo rifugio è un libro. In questo caso “1984”, il libro di Orwell da cui è ispirato lo spot pubblicitario girato nel 1983 da Ridley Scott per Apple (lo spot si trova su youtube; il libro – per ora – in libreria). Così l’ho visto, nell’agosto 1983 in una sala conferenze dello Sheraton Hotel, durante il convegno di Advertising Age, con Steve Jobs quale presentatore straordinario del messaggio salvifico, metafora pubblicitaria del sistema Mac (friendly) che avrebbe sconfitto il nemico (e obsoleto) IBM. Balle.

Cari amici, quello spot pubblicitario di Apple andò in onda una volta sola sulle emittenti statunitensi, perché nessuno dei telespettatori aveva mai letto (e nemmeno mai sentito nominare) George Orwell. Perciò nessuno era in grado di decodificare quella metafora che senza aver letto il libro perdeva il suo mordente e ‘non arrivava’ là dove avrebbe dovuto.

Tuttavia non avrei mai pensato che la promessa di Steve Jobs, una trentina di anni dopo sarebbe suonata come un flatus vocis, un perepé di trombettina nel mare delle cosiddette innovazioni in cui siamo immersi. Tra queste l'”albero di navigazione”, cioè quello schema (ad albero) che viene usato (“prema il tasto 1”, …) per rispondere all’utente, o al cliente, che chiede di sapere come mai lo sconto promesso è diventato una tariffa speciale che, nel cambio di nome – come al cinema – ti propone tutta un’altra storia, un po’ più costosa e per niente utile.

Seduti sotto un albero, protetti dalla sua ombra, è bello immergersi nella lettura di una storia, di una poesia, di un manuale, o di una fiaba che ti spiegherà come seguendo il percorso di un “albero della navigazione” di un risponditore robotizzato si potrà ascoltare, premendo il tasto giusto, l’utile suono della voce umana.

 

Del maiale non si butta niente

rscn1020Leggi i giornali e se metti in fila i titoli e li confronti con quelli dei quotidiani di (solo) due anni fa, sbatti le palpebre. Quello che ci piaceva chiamare, con un certo sussiego, “l’universo mondo” ti si svela come una scatolona piena di orrori, un vaso di Pandora il cui coperchio ha preso l’aire ed è volato via lontano … è un UFO … sfuggito dalle mani di quelli che l’hanno scassinato.

Ti apparti, cerchi rassicurazione, ti pulisci gli occhiali, ma gli occhi si riempiono di sabbia e non riesci a vedere bene. Si è aperta una crepa – sembrava un filo sottile su una superficie levigata e compatta, una minuscola imperfezione … tutto è iniziato così.

Mi ricordo “Truman show” e mi scappa di pensare che ‘cammina, cammina’ può darsi che – anche in questo nostro film – si possa arrivare ai margini della rappresentazione e uscire all’aperto. Perché (oltre) c’è una bella radura verde, con una tovaglia stesa sull’erba, stoviglie sistemate gradevolmente, un cesto di vivande pronte per essere consumate, una bottiglia di vino pronta per essere stappata, un gruppo di amici intenti a conversare e guardare gli alberi intorno, nelle loro infinite sfumature e luccichii; poco lontano un piccolo gruppo di pecore intente a brucare – consapevoli degli umani, ma discoste e ‘sulle loro’ – e alcuni maiali che scavano accanto al gregge, alla ricerca di tuberi e altre loro  ghiottonerie …

Da lontano giungono attutiti i suoni e i rumori della vita quotidiana di un centro abitato.