Cavalli di Troia

La Grecia ha – avrebbe – molto da insegnarci, con i suoi miti che ci segnalano implacabilmente tutte le situazioni a rischio che noi tralasciamo. “Noi” sta al posto, sì certo, della politica o degli intellettuali, o volta a volta di chi presiede singoli comparti o attività o settori (della vita pubblica, delle problematiche che si affacciano nelle nostre esistenze); ma il “noi” contiene ciascuno di noi tutti – cominciando dalla sottoscritta – che come si dice a Milano (oppure si diceva), dormiamo all’umido (modo di dire chiarissimo, mi pare).
Per questo il Cavallo di Troia mi sembra, oggi, una metafora da tenere d’occhio.
Mi è venuto in mente, parlando con Lorenza (mia concittadina in questo minuscolo paese), mentre commentavo l’abbigliamento e i costumi dei tunisini che hanno ‘colonizzato’ questa frazioncina del comune di Montalcino in cui abitiamo.
Sono tutti operai agricoli, contrariamente ai primi immigrati albanesi e macedoni (e kossovari) che si erano trasferiti da queste parti in cerca di lavoro, molti più anni fa e che si sono orientati verso altre attività (ma alcuni di loro sono anche ritornati al loro paese d’origine).
Qualche tunisino ha avuto la nazionalità italiana ed essi ora fanno parte del paesaggio umano nostrano; ma qualche punto d’attenzione c’è, anzi mi pare che ne siano sorti dei nuovi …
Se quindici anni fa le loro spose e figlie assomigliavano in tutto e per tutto alle nostre giovani donne, da dieci e più anni a questa parte esse sono tutte velate. Niente di male, niente di che aversene a male: un velo in testa non ci turba. L’osservazione riguarda solo il fatto che ‘prima no ora invece tutte velate’ e questo deve logicamente corrispondere a un cambiamento di qualcosa: che cosa?
Da due o tre anni, gli immigrati di fede islamica hanno costituito una piccola moschea e questo è più che naturale, come lo sarebbe per un cattolico in un paese islamico, il desiderio di avere un luogo in cui praticare il proprio culto.
Da qualche sera ho osservato che gli uomini (le donne stanno in casa, ovviamente, e questo sì invece, come donna mi irrita) smessi i panni del lavoro vestono tutti o quasi la djellabah o galabyah, cioè la tunica della tradizione araba (?), con maniche lunghe e di colore bianco. Forse perché siamo in periodo di ramadan; ma gli anni scorsi, durante il ramadan, non ho mai notato questa osservanza, che mi pare stia divenendo molto più praticata e stretta (anche se non so quanto sia sentita). Tutto questo cambiamento è iniziato più di dieci anni fa, in concomitanza dell’arrivo – e permanenza periodica in paese - di un uomo (un imam?) che veste sempre alla foggia araba, porta il copricapo religioso, ha la barba lunga e fluente (ma non i baffi).
Mentre scrivo, e mi rendo conto di farlo con accenti critici, di queste ‘novità’ paesane (che però collimano con identici fenomeni qua e là in occidente), rifletto sull’effetto che può fare quello che riporto. Immagino le alzate di spalle, o d’altra parte anche quelli che trovano conferma a un loro modo di pensare un po’ fascistoide. Nulla di tutto ciò mi passa per la mente, ma soprattutto mi viene in mente in Cavallo di Troia, coadiuvata anche dal pensiero degli sbarchi quotidiani di quelli che io immagino siano – più che i protagonisti di una diaspora drammatica, più che migranti coatti che hanno messo da parte migliaia di dollari a testa per pagarsi un viaggio impossibile – scudi umani, ostaggi di qualcuno che sta organizzando qualcosa di ancora sconosciuto e inimmaginabile; anche se non si può dimenticare quello che sta succedendo in troppi paesi del sud del mondo (ma anche a est non scherzano affatto).
Insomma: che cosa sta succedendo (globalmente pensando)? E poi invece mi chiedo anche: quando il nostro giovane (e gasatissimo) presidente del consiglio parlerà di se stesso e della propria compagine come ”generazione Ulisse”???
Sempre a proposito di Omero, dell’Iliade, della Grecia, del Cavallo di Troia: un mito davvero sottovalutato.

“Ti faccio paura?”

La domanda mi coglie in contropiede.

Per anni – ma ormai siamo in un altro tempo – sono stata costretta a interpretare una parte che richiedeva che io incutessi ‘un certo rispettoso timore’ … e però la cosa non era molto nelle mie corde; non perché io mi sentissi incapace di suscitare un tale sentimento, ma proprio perché mi sembrava ridicolo cercare di ‘incutere’ una cosa simile nei miei simili; a maggior ragione mi pareva inutile e financo ridicolo e fuori dal tempo tentare farlo con gente che lavorava con me, e a cui mi legava un sentimento di complicità molto profondo, anche a dispetto di incomprensioni su aspetti del lavoro … Questi erano i miei sentimenti, spesso fraintesi e talvolta criticati, sull’opportunità di incutere timore nell’altro – nella vita e nel lavoro -; ho sempre pensato che se non si ha carisma o autorevolezza, non c’è niente (o c’è ben poco) da fare.

Allora gli rispondo: “perché dovresti farmi paura, perché sei nero? ma sei anche gentile; forse potrei aver paura di un nero o di un bianco, aggressivo e rozzo …, ma io, a te, bianca come sono, non faccio paura? …”

Ci facciamo su una risata e lui ha bei denti e occhi vividi d’intelligenza, e un bel volto con una carnagione setosa. E’ senegalese, ha diciassette anni e vende braccialetti sulla spiaggia. Non ho molto da dirgli come viatico per una vita problematica. Ma gli raccomando la gentilezza; poi ci rifletto su e mi chiedo se non gli ho dato un consiglio avventato. Ma questa è una giornata tristissima … e lui sento che ce la farà, proprio perché si è posto il problema e ha osato farmi quella domanda.

Sassi

Mi capita di andare alla Coop; non spessissimo però, da quando sono entrata in silenziosa polemica con alcuni articoli – lenticchie, fagioli, ceci – che vengono ‘vestiti’ da prodotti italiani e invece sotto la foglia di stelline (marchio bio della UE) spesso c’è la scritta che precisa “Agricoltura non EU”, ma scritta piccola quasi microscopica, perché i fagioli &c spesso vantano naming ingannevoli. E questo da chi se la canta e se la suona, come la Coop, non me lo aspetto davvero…

Ci sono andata stamattina, però rinunciando eroicamente alle lenticchie (cercherò altrove) e mentre girellavo di fronte al bancone dei latticini, dove non ho trovato quello che cercavo, ma pazienza, ho visto una scena. Indugiando in mezzo alle insalate, indecisa se prendere le banane (potassio!), mi ha colpito  una coppia abbronzata e ben messa, ma vestita più per apparire a se stessi che per convincere (davvero) gli altri. Lei aveva belle gambe che esibiva con un paio di shorts molto corti e una camicetta a pois un po’ dozzinale, ma si davano un tono, accompagnati da una figliolina sui dieci anni circa. Mentre meditavo sui pomodori mi cade l’occhio su una manovra della moglie che munita di guanto regolamentare mette in un sacchetto qualche pesca, pesa, stacca l’etichetta che esce dalla bilancia e l’appiccica in un angolino del mobile sottostante; poi riparte verso la cassetta delle pesche, ricolma il sacchetto e lo chiude e ci appiccica l’etichetta uscita dalla pesatura precedente e mette nel carrellino. Rifà la stessa operazione con una verdura, solo che io nel frattempo avevo scelto finalmente dei pomodori e nel pesare il mio sacchetto ho ritrovato, appiccicato al mobiletto sotto la bilancia, un’altra etichetta appena piazzata lì dalla donna (coadiuvata dal marito): prendo con aria distratta l’etichetta/scontrino, l’appallottolo e la butto nel contenitore dei rifiuti. Loro (marito e moglie) si guardano smarriti, ma io ho davvero l’aria di una babbea distratta e un po’ maniaca (del resto lo sono). Riprendono a pesare qualcos’altro, mentre io mi autoconvinco ad acquistare le pesche: stavolta mi precipito (ho improvvisamente fretta, pare) verso la bilancia, peso, prendo il mio scontrino, e l’incollo sul mio sacchetto, ma per prenderlo mi appoggio sullo scontrino (il terzo!) appena abbandonato dai coniugi che continuavano le loro performance e con il mio corpo lo faccio aderire completamente al mobile, schiacciandocelo sopra ben bene. Loro non si sono accorti e ritornano con il bottino (il sacchetto pesato prima semivuoto ora è colmo) e restano un po’ smarriti, questione di un attimo: si riprendono subito e ripesano. Mi avvio all’uscita e loro sono dietro di me. Caricano il loro BMW serie qualcosa, nuovo di zecca. Mi domando se sono finti ricchi o finti poveri e a che gli serve la bell’auto foderata di pelle similumana …

A dire il vero, mi sono posta la stessa domanda quando ieri sono incappata in un cicciottone coi piedi piatti, che scendeva dal suo mezzo (sempre auto tedesca) dopo averlo parcheggiato per andare al ristorante, nel paese dove abito, in un’area riservata ai residenti, ma in modo da occupare il posto di due auto; era preceduto da un tirapiedi a cui ho tentato mitemente (mento: l’avrei sbranato a morsi) di dire che un parcheggio più ‘social’ sarebbe stato più ’carino’, ma quello al posto degli occhi aveva due portamonete ed è filato via. Il suo capo non mi ha sputato addosso ma ho capito benissimo che l’avrebbe fatto volentieri. L’ho salutato solo per costringerlo a ricambiare il mio saluto…

Ripresa della Bastiglia

DSCN0226Sono dunque trascorsi duecentoeventicinque anni da quel 14 fatale luglio e mi chiedo che tempo faceva a Parigi quel giorno: … il cielo (le plus beau ciel du monde) era grigio, e immobile, come quando sta per cadere una pioggerellina fina quasi impalpabile, o come quando sta per diventare una cappa afosa e un po’ pesante? O era smagliante e azzurro e spazzato dal vento, con il sole che riscaldava gli animi dei cittadini che assaltavano la Bastiglia?

E che tempo faceva a Milano, quel giorno? E a Montalcino, arroccata sulla sua collina, circondata da fonti, intenta a pensare al suo futuro? E che tempo faceva in Italia, quel quattordici di luglio del 1789?

Stamattina alla radio ho ascoltato – per la prima volta, in modo esplicito – pensieri di insofferenza e di ribellione, parole dure e aspre di gente che si sente “presa in giro”; da qualche tempo gli aspetti critici (che si stanno moltiplicando e sommando) del paese in cui sono nata (allo scoppio di una guerra) non sono più materia di discussione pacata o vivace, ma stanno trasformandosi in qualcosa di nuovo e inquietante. La cronaca degli sbarchi di poveri e di vittime delle guerre(mescolati e indistinti tra di loro) sta inquietando la gente. La Caritas ha appena pubblicato i numeri (impressionanti) degli italiani poveri (ma tutti siamo notevolmente impoveriti, salvo i ricchissimi che sappiamo essere divenuti più ricchi); sono numeri che non lasciano scampo a chi governa. L’altra notizia però - i sei miliardi che la politica costa al paese (3 per il governo centrale + 3 relativi a regioni e comuni) irrefrenabile peso in crescita (i dati sull’inserto del Corsera odierno)- è anche peggiore, perché è paradossale in questo momento storico; nell’articolo si accenna appena che a questi numeri bisogna aggiungere quelli (impressionanti, più di quelli dati dalla Caritas, sulla povertà) relativi alle “partecipate”, si dice siano quasi cinquantamila, generate – ancora una volta – dalla politica, con i costi di stipendi a presidenti e consigli d’amministrazione (in media circa otto consiglieri ciascuna), in cui vengono allocati i politici (dei vari partiti) fuorusciti da comuni e regioni. Qualcosa che i paesi più ricchi non pensano neppure lontanamente di permettersi.

Il tempo è brutto, l’uva è bella, ma avrebbe bisogno di una bella estate, calda, secca e soleggiata; c’è molta erba verdissima che appaga la vista ma incomincia ad apparire un po’ strana, in tempi di solleone. Anche i cittadini avrebbero bisogno di una stagione migliore, più fattiva; questi 225 anni sembrano ieri …

Cono di luce

DSCN0367E’ il contrario dello scalfariano ’cono d’ombra’ in cui scivolano gli sfigati, i non allineati, quelli che si oppongono alle soperchierie e alla sopraffazione. Ma il cono di luce non illumina chi emerge (o così crede), chi si allinea prontamente con i vincenti, chi salta, italicamente, sul carro dei vincitori; è solo un modo, non arrendevole, di guardare il mondo e il tempo che trascorre e ci porta via con i nostri sogni. Riuscire a inquadrare in un cono di luce tanti singoli elementi è come costruire un mosaico, tessera per tessera, e giorno dopo giorno. Cosicché le idee si delineino e permangano, lasciando un segno, nel tempo. Una foto può essere una buona metafora di questo ‘modo di guardare’; una foto, se si usa consapevolmente la luce, riesce a mettere in risalto aspetti sconosciuti e riposti e toglierli dal dimenticatoio in cui li confina la nostra visione un po’ miope, un po’ distratta. Vale anche per i sentimenti, spesso inafferrabili: messi nella giusta luce si disvelano e acquistano grazia. E se la luce porta con sé la malinconia del tempo che fugge, sottrae anche all’oblio i singoli momenti.

Divento Astemia, una notte a Montalcino

DSCN0299Davvero l’ho pensato, sere fa – anzi una notte – tornando a casa, il cielo illuminato da continuo lampeggiare; più che temporale sembrava un cielo di guerra, che di questi tempi viene in mente facilmente - tante sono le situazioni critiche, in giro per il mondo -. La strada che si snoda nel buio, attenzione agli animali, piccoli e grandi; ci sono sere e notti in cui pare che non pensino ad altro che andare a zonzo. Sessanta chilometri in cui ho incontrato due auto in tutto; e non so mai se mi fa più piacere incrociare qualcuno o se è più rassicurante filare fino a casa sapendo che potresti guidare contromano, a occhi chiusi (curve permettendo), tanto non passa anima viva. Il paesaggio notturno si fa loquace, o almeno a me così pare; non fosse che è più saggio filarsela a casa, avrei cento ragioni per fermarmi a scattare qualche foto. Questi lampi – se uno riuscisse a coglierne qualche barbaglio - illuminano con luci radenti un cielo multiforme e cangiante.

Ma certo, so che la strada che percorro è piena di zone in cui il telefonino non ha copertura; penso sempre che basterebbe un chiodo per farmi passare la notte a dormire in auto …

Questo deserto notturno è un bel contrasto con il mondo superaffollato con cui ci ritroviamo a fare i conti; penso alla bella serata, con cibo semplice arricchito da creatività cosmopolita: una specie di riedizione della toscanità (per me sempre eccessivamente carnivora), spogliata però dal ‘troppo’ che in certi ristoranti riesce tutt’ora a riportare alla mente i tempi della fame (da cui proviene tutta quella carne). E il vino – a cui ho contribuito anch’io con un magnum che viene dritta dai miei anni giovani, ricordi di una casa dove si beveva raramente, ma sempre vini molto buoni (siccome mia madre era astemia, mio padre la convinceva con qualche bianco speciale). Dei brut con molte rotondità – non credo si dica così, ma a me fanno uscire queste parole – che puoi berne alcuni bicchieri e pare ti stiano dissetando, soprattutto di sera. Una sera tra amici e buoni conoscenti, accanto a un orto da compagnia, confortati da animalini domestici e no, con un cielo mobile come un film d’avventure.

Certo che poi al ritorno – in cui mi immagino come in una traversata del deserto, molto epica – mi vengono in mente idee particolari, e l’altra sera – appunto – mi immaginavo astemia, in una vita più meditabonda, assoggettata a severe discipline, con camminate lunghe alla Ernst Juenger, per poi trovarsi “nelle tempeste d’acciaio” … penso che sarebbe proprio chic, essere astemi, a Montalcino.

Geco

“Gli esemplari adulti possono misurare fino a 15 cm di lunghezza, coda compresa. Su tutto il corpo sono presenti dei tubercoli conici prominenti. Ha una bocca simile ad un angolo ottuso, occhi privi di palpebre e pupilla verticale. Ha delle barrette con dei grandi sviluppi laterali e nella parte inferiore della faccia delle lamine aderenti divise una dall’altra. Soltanto la terza barretta rimane unita. Di colorazione è grigio oppure marrone brunastro con punti scuri o luminosi. Questi colori cambiano d’ intensità a seconda della luce. Quando sono attivi di giorno il loro colore è più scuro rispetto a quando sono attivi di notte. Gli esemplari adulti possono misurare fino a 15 cm di lunghezza, coda compresa.”

Sono arrivati in paese, anche se qualcuno mi dice che c’erano sempre stati. Qualcuno – mi dice un paesano – li ammazza: io rabbrividisco per animalismo, ma anche per superstizione. I gechi sono un emblema del mediterraneo, si nutrono di tutti gli insetti molesti, in modo naturale, sono animalini benefici, tuttavia c’è chi li teme, o prova ribrezzo. (Io riservo il mio ribrezzo a chi sopraffà gli inermi, o a chi pensa ad altri esseri come a ‘qualcosa’ di cui si possa disporre a proprio piacimento.).

Dovevano piacere parecchio all’artigiano che ha decorato una parte dell’Istituto Suor Orsola Benincasa, a Napoli, dove miriadi di gechi s’inseguono, formando uno zoccolo che corre verso uno degli ingressi; una cavalcata suggestiva che accompagna il visitatore. Forse sapeva che al geco si attribuiscono poteri apotropaici, forse se ne era accorto, forse l’idea di decorare con gechi che si inseguono, formando un’affascinante decorazione, gli era valsa il lavoro. Chissà … A me piacciono comunque, sanno d’estate e sono legati a ricordi di mare e salsedine; so che sono utilissimi e credo che portino fortuna (se non altro perché ti liberano dai pizzichi di zanzara).

Piacciono pure alla mia nipotina che sgrana gli occhi estasiata e chiede il permesso di toccare il nostro geco privato che ha adocchiato in basso sulla parete bianca. Le raccomando di fare piano, con un solo dito e non schiacciare: esegue e si entusiasma. La consistenza del corpicino, il gioco delle ventose delle zampe, che si allargano sul muro per acquisire una migliore presa, l’incurvarsi decorativo della coda, le fanno sgranare gli occhi e chiede ancora; ci riprova e la esorto a fare pianissimo, a non turbare la siesta di questa bestiola. Resta in ammirazione, è muta dalla meraviglia, poi lo chiama, piano. Per lei ora il geco è il re del paese, la corona è la campagna tutt’intorno che ha scoperto da una via che sbuca verso l’Amiata (“ooh bello!”, mi sussurra sottovoce) e l’inno è suonato dalle campane che battono sonoramente le ore sulla piazza deserta.

Provisional, temporary, fleeting

L’urgenza mi è venuta risvegliandomi, sotto un foglio leggero, fragrante dei noti odori di stampa, che sono cambiati nel tempo.  La sensazione di provvisorietà – simultanea a quella di impellente necessità di permanere (per cosa, per chi, non si sa bene) – è stata così acuta, che per riavermi e capire dov’ero (chi ero, per fortuna, continuavo a saperlo), che ora era, e perché provavo quel senso di smarrimento nello spazio e nel tempo, ho dovuto abbarbicarmi alla lettura di un paio di articoli del noto quotidiano sotto le cui pagine mi ero arresa al sonno.

Tornavano in fila, prima il pallido volto di Dell’Utri fotografato in aereo, nel viaggio di ritorno dal Libano, poi DeRita e il titolo del suo libro che voglio leggere, subito dopo, da un altro quotidiano, il titolo “un bulletto a Palazzo Chigi” con le illazioni plausibili su prossime gesta del governo; quindi le nuove tendenze fusion di una creatrice di moda italo-haitiana, poi ancora il libro di Arbasino (che vorrei leggere, ma per ragioni molto diverse da quelle per cui voglio leggere quello di DeRita); intanto mi sfuggiva il titolo (ma anche l’argomento) di un piccolo (solo questo ricordavo) terzo libro che mi voglio procurare, ma insolvevano mostrine e divise degli alti ufficiali della GdF. Pensieri guizzanti che si intrecciavano, appena prima di sparire per sempre, in una breve nuvola di polvere – poof! – : eppure avrei dovuto acchiappare almeno le frange di un cambiamento (che c’entra!: il cambiamento è continuo!) che riuscivo a vedere, fotografare e – se fossi riuscita ad aprire bocca in tempo - a sintetizzare con poche parole in cui inserire un pensiero di speranza.

Sulle parole che ogni tanto mi sfuggono (mentre la necessità di usarle con precisione mi incalza) avevo semi-perso una battaglia poche ore prima. Mentre sedevo a tavola con l’altra nonna della mia più recente nipote, parlavo della California e della luce speciale che la illumina, dandole quell’aria biondo miele che nella mia immaginazione bagna un po’ anche tutto ciò che da lì proviene. Ma le stavo già raccontando (c’eravamo appena conosciute) anche il mio timore del terremoto; poi nel tentativo di smussare un po’ la rozzezza che mi pareva di mostrare (a una che abita a San Francisco vai a dire che quando sei stata in California avevi paura del terremoto!) avevo raccontato anche le mie paure dei vulcani, durante una vacanza a Pantelleria, soggiungendo poi che bisognerebbe accettare il fatto che siamo … e lì mi ero inceppata. L’aggettivo inglese non mi veniva, ma nemmeno riuscivo a formulare nella mia testa l’espressione italiana, che mi si era invece perfettamente materializzata in questo risveglio, un ritorno che mi sembrava piuttosto l’anticamera di uno svanir per sempre …

Mentre cercavo l’aggettivo, annaspando più del solito perché mi mancava anche il corrispettivo in italiano, una specie di molla dentata fatta di luce aveva cominciato a ruotare e vibrare tra me e quello che raccoglievo con la forchetta, nel piatto. Ho uno scotoma, in questo momento – e non sapendo dove piazzare correttamente l’accento, in inglese, ho ripetuto la parola variandolo -; l’ho detto ad alta voce immaginando che fosse ben più complicato comunicare questo disturbo così particolare da descrivere, rispetto all’aggettivo che mi mancava per affermare un sentimento che mi pareva significativo per la nostra conversazione … ah, io invece sono colta spesso da una terribile emicrania oculare, mi ha risposto con naturalezza, e ho capito che aveva capito che cosa mi affliggeva in quel momento. E’ stato allora che John, intuendo quello che mi sforzavo di dire, ha detto che may be ‘provisional’? No, e comunque anche se gli somiglia non è un sinonimo, in questo caso; allora ‘temporary’ – ritenta John, mentre a me scappa da ridere malgrado lo scintillio ossessivo dello scotoma – no, non proprio, noi non siamo ‘temporary’, non è questo, ma io continuo a pensare a quale diavolo sia l’aggettivo italiano che definisce così bene il sentimento che mi sembra importante chiarire alla mia consuocera, che ha un’aria mite e distesa (nonostante il jet lag) e nel frattempo mi porge l’insalata.

Ho la sensazione che sia successo un black out, qualcosa che sta mettendo fine alla mia capacità di pensare, non provo le consuete sensazioni che caratterizzano il sabato, mi sembra di boccheggiare, balbetto, mentre lo scotoma svanisce com’è venuto, ma l’aggettivo continua a mancarmi.

Decidiamo che mi telefoneranno più tardi, per combinare un appuntamento, vado a casa e mi metto a leggere semisdraiata, lasciando libera la mente di spegnere il giorno;  mi addormento così profondamente da svegliarmi senza capire dove sono e che ore sono: provo un senso di ‘provvisorietà’ così acuto, da farmi temere per la mia salute. Poi mi viene da sorridere ritrovando l’aggettivo: provvisorio, siamo provvisori!, eccolo lì in tutta la sua semplicità.

Il telefono suona e mi avvisano che qui vicino piove in modo violento; raspano alla porta è la micia di mia figlia che è venuta a cercarmi: sembra impaziente di rientrare, contrariamente alle scorse sere, quando ha scelto di starsene a vagabondare sui tetti del paese. Esco e mi accorgo del cielo, nero come raramente mi è accaduto di vedere. Sento scariche di energia attraversare l’aria e penso a noi e alla nostra vacillante permanenza.

Crìa cuervos

DSCN9946Si rinnova ogni giorno il piacere di bere l’aria del primo mattino, con una camminata che mi fa ritrovare una me stessa più energetica. Poi c’è la piccola sorpresa quotidiana delle erbe che raccontano la stagione in corso e smentiscono (?) gli allarmi sul cambiamento climatico. Che il mondo vegetale sia più forte della meteo e riesca a tener botta a sbalzi e picchi che finalmente hanno cominciato a spaventarci? Ma no, non credo; forse i mutamenti (e le mutazioni) emergeranno osservando molte stagioni e chissà che sorprese ci potranno riservare.

Pensieri inevitabili nel silenzio del mattino, spiando la vigna inclusa nella camminata; una vigna animata, dove ho incontrato conigli abbandonati che hanno vissuto qui una stagione di inebriante libertà, stroncata dall’istinto della volpe che avevo avuto modo di osservare mentre li spiava dal bosco e che infine se li è divorati; vigna abitata anche da colombi che vi vengono a pascolare, forse a cavare lombrichi? Ma dove anni fa ho anche incontrato una famiglia di caprioli ingordi che ha falcidiato le buttate più tenere.

Ultimamente la vigna, dove arrivo da un percorso un po’ diverso da quello solito, è lo scenario di uno strano incontro con una piccola colonia di cornacchie che mi puntano, appena mi avvicino, e mi volano basse sulla testa, gracchiando in modo insistente, inviandomi un messaggio che stento a capire. Dopo la prima mattina – con una sola cornacchia che si teneva quasi immobile a pochi metri d’altezza, gli uccelli volteggianti sono diventati tre. Io sono tornata, ma con un bastone – mi è un po’ dispiaciuto! – a scanso di equivoci.

Avevo incominciato a pensare a Hitchcock e poi a racconti dell’orrore, in cui gli uccelli aggrediscono gli uomini (figurarsi le donne!, a meno che le cornacchie siano femministe). Munita di bastone (che non ostento, ma so che loro l’hanno visto) mi sento più sicura.

“Crìa cuervos y te sacaràn los Ojos”, mi veniva in mente il proverbio spagnolo, il bel film di Carlos Saura, e alcune riflessioni sulla riconoscenza e l’ingratitudine, così ben sintetizzate dal modo di dire spagnolo (“alleva corvi: ti caveranno gli occhi”). Tutto accade di prima mattina, in questo giugno così terso.

I Libri, dove succede di tutto

Ne farei volentieri una canzone – invece di “the man I love” “the books I love” - perché si tratta dell’amore più duraturo, benefico, quasi materno nel senso che è un amore che ti nutre, ma che può anche consolarti dalle spine della vita; qualcosa che ti resta dentro e che nessuno ti potrà mai togliere, nemmeno tutti i Goliath in cui s’inciampa cammin facendo.

Non ho smesso di amare la lettura nemmeno andando a lavorare in casa editrice e finendo quindi per conoscere molti autori (e chi ha lavorato con loro sa quanto siano insopportabili). Anzi, con alcuni si è stabilito pure un rapporto (quasi) d’amicizia, da parte mia per un senso di gratitudine – vedi sopra i benefici di una buona lettura -, da parte loro per pura venalità – il mio lavoro e quello di chi lavorava con me significava più copie vendute, più recensioni, più pubblicità -.

In campagna, non si può vivere senza un buon libro sottomano; cioè si può sopravvivere, soprattutto lavorando, ma si perde quel misterioso cortocircuito che avviene tra la vicinanza agli aspetti ‘primitivi’ (la terra e gli alberi) e la parola scritta che porta a galla le emozioni e allo stesso tempo ti aiuta a capirle. Chi non ha provato perde un pezzo di vita, anche se beve vini sublimi e mangia a quattro palmenti (per tacer dei rimanenti spassi).

Sbaglia di grosso chi magari pensa che siano pensieri di una vecchia snob; col mio snobismo la goduria della lettura c’entra ben poco. Ho cominciato presto ad amare le parole scritte sulle pagine di “12 fiabe di 12 maghi”, un libro che mi è stato regalato da mia madre a sei anni e che rileggo tutt’ora sempre con piacere e ogni volta trovando aspetti e senso inediti. In un libro può succedere quasi di specchiarsi e di trovare la spiegazione a scelte, tic e modi di sentire che proviamo ma di cui non capiamo il perché. Capita di riconoscere situazioni, scoprire analogie e di riconoscersi, senza sconti, ma anche con notevoli vantaggi nei confronti della vita senza libri. Una vita piatta, alla ricerca di pienezza.

Penso che l’Italia sia abitata da un popolo un po’ bue (ma con sentimenti assolutamente amichevoli nei confronti dei buoi), perché troppi non provano a leggere o non provano nel leggere quel piacere rotondo che ti riempie la vita. Anche bere un buon bicchiere di vino da lettori di libri è ben diverso che bere lo stesso bicchiere da ignari della parola scritta.

Penso che non si possa fare un vino straordinario senza leggere libri meravigliosi; ti allenano a capire le emozioni della vita e i misteriosi piaceri della campagna!