Non sia così evasivo!

DSCN9470DSCN9467Off shore è un’espressione che ormai conosciamo tutti, ma non sempre per via dii piattaforme petrolifere o di eolico. Spesso le due parole sono legate alle fughe di capitali in luoghi “off-shore”, cioè irraggiungibili dalle tasse. La grande inchiesta, condotta da un pull di giornalisti di svariati paesi, che ha prodotto i cosiddetti ‘Panama Papers” disvelando un elenco di capitalisti che potrebbero aver evaso il fisco, ha confermato all’opinione pubblica qualcosa che solo un sordo cieco poteva non conoscere: un vero e proprio club di ricchissimi. Personalità, personaggi pubblici, membri di governi: insomma la crème de la crème dell’universo mondo cerca in tutti i modi di mettere i propri capitali al riparo dalle tassazioni in patria, ma forse non solo al riparo da quello. Non tutti quelli che appaiono nell’elenco, infatti, saranno evasori fiscali, ma tutti invece hanno celato e  reso irreperibile la propria fortuna e potrebbero essere considerati più poveri di quanto non siano o addirittura non abbienti, nel caso (non raro) in cui dovessero risarcire a terzi (soggetti privati o pubblici) un danno procurato, o un reato finanziario commesso, monetizzandoli. E questa è invece un’infrazione eticamente imperdonabile.

Ma non tutti sanno, o si accorgono, quanto sia praticato e diffuso nascondere la propria ricchezza da parte di persone che si collocano – per censo – tra il club dei superpaperoni mondiali e la classe media (del mondo) che impoverisce ogni giorno di più. Si tratta di numerosi individui – di solito eredi di fortune create soprattutto da imprenditori nel secolo scorso, i cui discendenti non hanno né la personalità, né la capacità, ma nemmeno il coraggio, per proseguire il lavoro di chi è venuto prima e ha fondato imprese che ora sono svanite, con posti di lavoro perduti e capitali divenuti fantasmi affidati a situazioni off-shore, cioè invisibili.

Ci sono persone, non sempre con uno standard di vita e consumi così elevati da dare nell’occhio, che rigorosamente evadono il fisco, avendo le spalle ben coperte da un capitale dissimulato che non è per niente riconducibile a loro attività lavorative; gente che magari lavora (rigorosamente in nero), che maschera la propria ricchezza, che arriva a far parte di realtà lavorative cui contribuisce talvolta con autentiche capacità, ma che non paga le tasse né ha la capacità e il coraggio di mettere in gioco il proprio (celato) capitale in attività di cui preferiscono vivere ai margini: non pagando le tasse e vivendo una vita di seconda mano. Questi non evadono solo il fisco, ma evadono anche la vita, intesa nel senso più pieno e maturo del termine. Spesso mi domando: sarà una nevrosi di questo tempo strano, o si tratta solo di viltà?

Il ritorno a Brera di Cecilia Uematsu

RSCN9489Tutto arrotolato era il mio porta-collane: i colori appena si intravedevano, restando intatto il sospetto che fossero opera di un maestro. Srotolato, diventa il racconto di una città, di un luogo speciale, di un gruppo di maestri indimenticati, che hanno segnato un’epoca e che sono all’origine di un gusto speciale. Richard Sapper, Ornella Noorda, Norbert e Ornella Linke, Georges Coslin, Mario Cristiani, Ugo Mulas, Serge Libis, Enrica Agostinelli, Pino Tovaglia, Max Hubert … così alla rinfusa, come mi si affacciano al ricordo. Insieme ai tanti altri: indimenticabile Escolin (Marimekko), Giulio Argan e i suoi seminari di storia dell’arte, Bruno Munari come un elfo severo e sorridente … e tutt’intorno i personaggi di Milano che si risolleva dal buio della guerra e delle bombe; il Giamaica (Jamaica), Luca Scacchi Gracco, Bobo Piccoli, Alfa Castaldi, Mario Dondero, Gianni Ruggiero. E poi Pietrino Bianchi e poi la Cederna …

Tutti avvolti nel foulard dipinto da Cecilia Mora, con l’amica Agostinelli che illustrava il Barone Rampante, incantando Italo Calvino. Milano dove sei? Forse nelle prossime sere a Brera anch’io mi aggirerò tra i miei fantasmi, con un bicchiere in mano, alla ricerca di quel blu accostato a un seppia, con un righino ocra e una striscia arancio (su fondo bigio come la nebbia che galleggia sui ricordi.

E forse, in arrivo da Tokyo, mi ritroverò ancora faccia a faccia con Cecilia Mora Uematsu, le dita sporche di nero e il pennello in mano: incontrerò di nuovo la mia maestra del colore (dopo mia madre), le sue stoffe dipinte, gli orecchini enormi e gli occhi nocciola sgranati sul design giapponese … un fil di nebbia.

Ciò che resta di Biella

DSCN9298L’amica con l’occhio lungo e il tatto da intenditrice dà una palpatina alla  giacca (non nuovissima) che indosso a un vernissage. Sono cinquant’anni che vado ai vernissage e, come quasi tutte le signore di mia conoscenza, ho una specie di ‘divisa’ che indosso con la pretesa di essere a mio agio, sufficientemente elegante (dovrei virgolettare anche questo) e non apparire come una sciuretta che vuole (appunto) apparire. La giacca lunghetta che indosso me la sono disegnata io: ha tasche interne, un taglio semplice ma, soprattutto, il tessuto caldissimo e leggero con cui è stata realizzata mi ripara dal rinculo di freddo di un inverno inesistito; il discreto bon ton, spero che racconti scelte cromaticamente oculate: se il tessuto pregiato è costoso, lo è soprattutto perché garantisce una lunga durata, senza alcun esibizionismo.

E’ delicato scivolare nella terza età cercando di non essere presa per una vecchia babbiona un po’ rincoglionita, e spesso la giacca giusta aiuta. Spesso, ma non sempre, perché in questa società – abbastanza incivile – talvolta persino professionisti, che dovrebbero essere dotati di sagacia e interessati a lavorare correttamente, ti prendono sottogamba o addirittura non ti considerano affatto. Ho un bel daffare a telefonare a PrimaPagina e provocare chiedendo di guardare ai vecchi come a una risorsa: questa è una società incolta, che non sa di non sapere e che non è minimamente interessata a saperlo …

L’amica intenditrice mi scocca un sorriso complice e fa un piccolo commento sulla speciale morbidezza della giacca. E’ ciò che resta di Biella, le rispondo, e di tutte le frequentazioni biellesi che mi hanno fatto conoscere il lavoro, geniale talvolta, di quell’enclave della lana che ha saputo nel tempo conquistare il mercato inglese – spesso indossiamo capi con etichetta loro, per scoprire poi che si tratta di finissimi tessuti italiani -; Biella dove ho potuto scegliere, anche in luoghi segreti, scampoli, campioni, numeri zero, di quel lavoro meraviglioso.

Ma mentre le rispondo è come se saltasse un tappo e i ricordi colgono l’occasione per prendere la via diurna e riportarmi a qualche anno fa, alle mie avventure in quella terra così ricca di ingegni, e piena di trabocchetti. Una terra a cui sono rimasta legata, anche perché è morta lì mia madre, perché un’amica che mi ha svelato il mondo raffinato dei telai, delle cardature, dell’acqua che fa bella la lana (chi lo avrebbe mai detto) ha perso la ragione e non mi può più dare consigli e io non posso più girarmi dall’altra parte e scegliere di non seguirli.

E’ un attimo e nel ricordo mi ritrovo seduta nell’ufficio di un direttore di banca, con la donna elegante e gentile che mi ci ha accompagnata, a proporgli con spavalda timidezza di finanziarci un bel progetto, pur essendo noi così piccole di fatturato.

Ma no che non siete piccole, mi sorride bonario e ottimista il direttore. E mentre mi accorgo palpabilmente del pallore improvviso e della tensione dell’elegante e gentile accompagnatrice seduta al mio fianco, apre la nostra cartellina e cita il nostro fatturato che ammonta a otto volte circa quello che mi era stato fatto firmare da un commercialista locale molto chic…

Sono passati tanti anni da quei giorni; anni di incontri e di scoperte di un’Italia che non conoscevo; un paese che, letto sui quotidiani, assomiglia a un mosaico policromo di imbroglioni, azzeccagarbugli, furbacchioni e incapaci, che fa da fondale a farabutti più grandi e a un imponente sistema di corrotti e collusi. Nel tempo ne ho incontrati alcuni ma non tutti sono o erano così eleganti, né gentili, come la signora che impallidiva al mio fianco ascoltando il direttore della banca che le scopriva incautamente gli altarini.

Ho una piccola serie di giacche nate a Biella: sono le testimoni della capacità creativa e artigianale di quelle fredde valli. Le indosso volentieri, riscoprendo ogni volta il tepore e il senso di protezione che un tessuto di alta qualità può dare; però quel ricordo mi tormenta un po’ e mi chiedo: ma davvero do l’idea di essere una vecchia babbiona a cui far credere quel che si vuole?

Sì alla veccia, no all’integrazione

RSCN9295Jonathan Zenti, che ho avuto la ventura di incontrare (e un po’ conoscere) recentemente, mi ha consegnato due consapevolezze legate alla mia età. Una è la diversità tra i vecchi e i giovani, ma una diversa diversità, più profonda e più appetibile e vitalistica. Un’altra invece me l’ha tirata fuori facendomi chiacchierare (Daria Corrias era lì con occhi e sorriso scintillanti), e riguarda ciò che un vecchio deve permettersi e cioè una franchezza senza peli sulla lingua, munita sì di tutti gli strumenti dialettici che rendono udibile e accettabile (talvolta persino gradita) una presa di posizione su temi delicati, come quello in onda nella mente di tutti in questa vigilia pasquale.

Colgo la palla al balzo e visito la chiesa di Sant’Angelo in Colle – frazione di Montalcino: poco più di 200 abitanti, meno di cinquanta nel centro storico, dove la maggioranza è composta di tunisini musulmani più o meno praticanti – .

Nella chiesa di Sant’Angelo anche quest’anno le donne del paese hanno allestito l’altare con la veccia: un legume della famiglia delle fave, che seminano un mese o poco più prima di Pasqua e poi mantengono al buio, in una cantina. Il risultato di questa operazione è un cuscino di delicati fili platinati. Oggi sono andata a scattare una foto in chiesa, e l’altare è completamente ammantato da questo particolare evento vegetale, la cui creazione avrà una sua storia e che discende da chissà quale tradizione …

Mi sono ritrovata a parlare di questo specialissimo addobbo a diverse persone, come colta da un raptus irrefrenabile. Mi sono accorta che la necessità di raccontare la mia ammirazione per la decorazione pasquale è strettamente legato all’ennesimo crimine degli enfants de la mort – erroneamente chiamati terroristi islamici -.  La breve e politicamente scorretta riflessione a quel proposito ve la giro e propongo, con la consueta franchezza da vecchia.

Dopo Bruxelles ci siamo espressi ad abundantiam ma monotonamente. Rivado alle dichiarazioni, anche di privati cittadini, che tradiscono una specie di montaggio parallelo della tragedia terrorismo con il drammatico viaggio di migranti e profughi. La forza delle immagini è paritetica, ma giorno dopo giorno sbiadisce in un’assuefazione che rende quasi impossibile descrivere efficacemente il mosaico di casi, di singole storie e di fatalità di un racconto oscuro e senza vie d’uscita: un dramma della comunicazione che aggiunge buio al buio, creando una specie di buco nero che risucchia tutto, impedendo il pensiero.

Fin dal primo giorno della mia vita di lavoro ho dovuto imparare a ‘mettermi nei panni’ degli altri –  di solito un target per un prodotto da vendere o da far conoscere -; questo esercizio quotidiano è diventato quasi una seconda natura, che qualche volta prevale sull’istinto più immediato di mandare a l’interlocutore. Si chiama anche empatia, questa abitudine a calarsi in ciò che l’altro pensa, e può essere usata per vari scopi, anche nobilissimi (esercizio di pietas), o molto pragmaticamente per immaginare la reazione di un altro di fronte al messaggio pubblicitario.

Ho sentito invocare più integrazione da giornalisti e cittadini, da politici e intellettuali, e tutti mi fanno pensare a una sottomissione a eventi che sopravvengono, a un azzeramento quasi totale del comune buonsenso. Su tutto, l’invocazione all’integrazione mi sembra mancare di conoscenza, di senso critico, di – appunto – empatia, cioè della capacità di mettersi nei panni dell’altro.

Quale integrazione sarà mai possibile, tra persone legate a costumi così radicalmente diversi da quello più corrente tra noi abitanti della vecchia Europa? Un blog non lascia posto a riflessioni che richiedono posti a sedere e carta stampata, ma basterebbe pensare che nel paesello in cui vivo, alcuni nativi chiamano gli immigrati (spesso qui da vent’anni) ‘talebani’, e che questi ultimi – pur vivendo qui da vent’anni o poco meno – diffidano degli autoctoni e non condividono niente, a cominciare dai loro pensieri. Con rarissime eccezioni, che confermano la proverbiale regola.

Perciò io insisterei sulla veccia e su una civile e pacifica convivenza, ma integrazione, con sospensione di riti nostrani, no. Anzi, comincio a sospettare che sia proprio questa nostra cialtroneria (così credo possa apparire agli occhi degli altri) rinunciataria delle belle vecchie tradizioni a dare adito a sospetti sulla nostra capacità di essere “noi”. Beviamoci su un bicchiere di sangiovese, prima che arrivi l’invito a non bere pubblicamente il vino per non offendere i musulmani che coltivano queste vigne (e che, in privato, invece, bevono birra).

Chi abita lì sotto la mia vigna?

La mattinata si annunciava pallosissima: ben due professori universitari e tre tecnici di un’azienda specializzatissima. Più giornalista romano de Roma che avrebbe introdotto gli interventi (e chissà che sicumera!). La stanzona era già piena zeppa alle nove – che era sì l’ora d’inizio, ma non vuol dire – tutti o quasi puntualissimi. Poco cazzeggio e alcuni utili convenevoli.

Alle nove e trenta si parte e il viaggio nel vigneto, con digressioni varie, spegne persino i sussurri. Io mi perdo, perché mentre questi parlano, spiegano e raccontano, e poi alla fine tornano da capo per un lieto fine – o quasi – della bio storia, i miei piedi, subito seguiti dalla mia testa stanno calpestando ghiaia, pozzanghere, erba, stralci, il bordo del bosco, la radura pallida di brina e crocchiante, le foglie fradice che si sfanno nella terra, rametti e briciole di resti organici; deiezioni piccine, impronte, fili solitari di erba ingiallita, qualche fiore coraggioso, ghiande semisfatte, le foglie cesellate della quercia venute da lontano, quelle del fico (così profumate che paiono Penhaligon’s), brandelli di corteccia scarnificata dalle intemperie. Poi fango che si incolla nel Vibram, portando con sé pezzettini di vita – questo lo sapevo da sempre! – in una transumanza senza stagioni … Si affaccia nella mia testa un lombrico che fa ciao con una visibile mano; sciamano altri protozoi, qualche coleottero semi addormentato, intuisco funghi che sospirano e batteri che squittiscono sommessamente. E’ la storia naturale, quella imparata dalla prof Grandori, al liceo; uscita dalla teoria e sciorinata in slides commentate da uomini passionali che ci tengono con il fiato sospeso – tra un rischio e una storia d’amore; tra una trappola e un richiamo, per un disordine sessuale dichiarato senza reticenze -.

E’, finalmente, la biodiversità, la natura perfetta che pare imperfetta: insetti a iosa che mi ricordano un altro tempo; quello della mia gioventù cittadina, quando tutto questo mi faceva schifo e mi pareva sporco; quando la terra non esisteva nel mio immaginario, se non nei quadri e negli affreschi – debitamente sublimata, pettinata e divenuta scenario, decoro, ornamento pastellato -.

Il fotogramma si è ribaltato (non è una dissolvenza, è un vero e proprio stacco) va di scena la campagna, quella che ora l’altra metà (abbondante) d’Italia inizia a percepire – ma non chiaramente e non nei suoi ritmi veri – leggendo le pagine dei quotidiani o in tv, con le infinite pippe su cibo, vino e dintorni; tenute, scritte e filmate senza sapere chi abita lì sotto – tra le radici della vigna, ai piedi del fico, sotto il sottobosco, dentro quei buchetti nella terra, tra un filo d’erba quasi blu e un rametto secco che no, invece è la muta di una creatura … Guarda dove metti i piedi e ascolta questi suoni che salgono da lì sotto, se vuoi sentire la voce di chi ci abita e conoscere la sua storia.DSCN9844

Il paesaggio alla radio

RSCN9040Arrivano in due e dopo un minuto li stavo già sommergendo di parole. Del resto se audio dev’essere uno mica può starsene lì muto come un pesce ad aspettare il via. Ho capito grosso modo che cosa vogliono – come è impostata la trasmissione -: io la radio l’ascolto tutti i giorni e non è mai un ascolto passivo. Però era tanto tempo che non entravo nello specchio diventando quella che sta dall’altra parte e il silenzio a cui sono abituata – un silenzio solo apparente, perché continuo a dialogare con me stessa, senza ancora pensare di essere due (per fortuna!) – mi aiuta a tirar giù la cerniera, senza esitare. Mi accorgo – ma non è la prima volta e manco faccio finta che lo sia – di avere tanto da raccontare: tanti mondi diversi, tanti fatti accaduti e toccati, tutti raccontabili, lasciando perdere, per una volta, l’idea di scordare incontri e persone.

Con un certo imbarazzo mi rendo conto di aver dimenticato quei pezzi di me stessa che saltano fuori smozzicati. Chi sono io ogni tanto me lo chiedo. Di certo ho vissuto più di una vita, come succede a tutti quelli che leggono molta narrativa; però alcuni degli incredibili (e qualche volta, indicibili) incontri che ho vissuto travalicano la ‘fiction’ e le sue dinamiche – ingredienti e svolgimento -. Da vera chiacchierona, sono ermetica su tutto ciò che devo tacere, qualsiasi sia la ragione che mi impone o suggerisce di farlo.

Poi c’è questa campagna che è la vera protagonista della mia storia, in vario modo: scenario, motore, canzone, rimpianto, attrazione, emozioni – disegni inclusi -. E camminarci dentro sarebbe la sola cosa giusta da fare, assieme a questi visitatori intelligenti e curiosi a cui la vuoi rappresentare, perché toccarla, guardarla nella luce che cambia, sentirne gli odori, sarebbe il modo più vero per raccontare un po’ di me. Invece andiamo a mangiare, e il cibo va giù e arriva un po’ delle loro storie. E così posso a mia volta conoscere i miei due visitatori con microfono incorporato. Fuori grandina, piove, torna il sole. Li guardo negli occhi, con la luce che cambia di continuo, pensando che se andasse in onda alla radio, il paesaggio ridisegnerebbe l’immaginario della gente.

Ritrovare il nonno e la memoria

DSCN9017Non conosco la sua data di nascita, non so dove sia sepolto. La leggenda di famiglia narra che fosse soprattutto un gran giocatore, e che si fosse giocato tutto, ma soprattutto la dote di mia nonna – nata borghese e benestante e madre dei suoi quattordici figli: dodici maschi e due sole femmine, mia madre e la zia che l’ha aiutata ad allevarmi – .

L’ho incontrato un’unica volta, a una riunione di famiglia. La parte francese della mia famiglia, la più numerosa e prolifica ma anche la più desiderosa di ritrovare le radici. Eravamo tutti cugini primi, riuniti intorno a un tavolo di ristorante nell’antichissimo anfiteatro naturale de La Brigue, dopo aver vagabondato nei dintorni parlando di nonni e bisnonni e delle loro – presunte – gesta. Fuori, sui terrazzamenti millenari, le vigne della mia prima infanzia promettevano bene.

Ho letto, sul libro scritto da un vecchio amico giornalista, una riflessione sulla memoria delle proprie origini. Ora non mi vengono le parole esatte, né ritrovo il libro, ma ricordo bene, invece, che egli scriveva dell’importanza di ricordare chi è venuto prima di noi: non solo i genitori e i nonni, ma gli antenati, per capire meglio, per conoscersi meglio. E’ una lettura di almeno vent’anni fa e avevo ancora la possibilità di incontrare i miei antenati e la storia del loro tragitto nella vita e nei luoghi; molti vecchi erano ancora vivi e avevo (e ho sempre) memoria dei loro racconti. Da parte di mio padre e di mia madre mi sono rimasti documenti e scritti personali, certificati – una prima comunione a Goeschenen nel 1880, una Médaille de Sainte Hélène conferita da Napoleone III al trisavolo Pierre nel 1821, foto e documenti della nonna materna e di quella paterna -, ma lui non lo conoscevo. Eppure era il nonno, morto prematuramente, in una sera d’inverno, lasciando vedova mia nonna, incinta del quattordicesimo figlio a cinquant’anni. Tornato a casa dopo una bisboccia, era rimasto all’addiaccio sul calesse tutta la notte, forse ubriaco, anche se non sta bene dirlo, perché dopotutto era il nonno. Nessuno ne parlava, né gli zii né mia madre, soprattutto non me ne ha mai parlato mia nonna, che deve aver vissuto una vedovanza durissima, di lavoro e accudimenti, per crescere tutti quei figlioli, con la dote sfumata insieme al marito. Di lei mi è rimasta una spilla di filigrana con un lapislazzulo striato, che faceva parte del suo modo di vestire e che ha lasciato a mia madre, negli ultimi anni di vita.

Ma il nonno non c’è, non c’è mai stato, non parole e nemmeno immagini, fino a quel giorno di maggio di pochi anni fa, a La Brigue, quando mia cugina Christine e suo marito Lucien hanno tirato fuori la foto color seppia, vecchia ma intatta, e ho riconosciuto il volto di mia madre (fronte alta e sguardo tra severo e riservato) nell’uomo che usciva dallo sfondo scuro con una giacca e una cravatta annodata spavaldamente sulla camicia candida che sarebbe piaciuta a Gianfranco Ferrè.

Tutti i cugini francesi la conoscevano bene quella foto – Christine l’aveva avuta dal padre, uno dei pochi zii scampati dalla guerra – ma io non l’avevo mai vista prima. Ormai eravamo alla fine dei tre giorni trascorsi insieme e chissà quando ci saremmo ritrovati; Lucien mi stava raccontando la ‘numerazione’ SOSA che serve per costruire  un albero genealogico, mio cugino Jean Pierre ha tirato fuori il galoubet du tambourin e si è messo a suonare un’aria provenzale. Intorno al tavolo scioglievano la lingua a mio beneficio, cugini e cugine, con motti e ricordi; il vino diluiva rancori e rimpianti e io disegnavo, copiando con la foto, tre generazioni di sguardi famigliari, mentre una cugina vecchissima a capotavola si chiedeva, a mio beneficio: les chaussettes de l’archiduchesse sont elles seches?    

Un’eco lontana del Professore

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Sono rimasta un po’ stupita da Elisabetta Sgarbi, che durante il funerale di Umberto Eco ha mostrato l’imminente ultimo libro del Professore in uscita dopodomani per i tipi de La Nave di Teseo. Stupita per più di una ragione, ma soprattutto per l’evidente convivenza, in quel gesto, di sentimenti appartenenti a categorie diverse e tra loro lontane: alcuni umanissimi e privati, altri legati al contesto pubblico e infine una specie di ‘mozione di marketing’ che mi ha fatto ritornare, per un momento, agli anni in casa editrice, quando nel cortile dell’editoria italiana le finestre da cui mi affacciavo erano contrapposte a quelle di Rizzoli e Bompiani.

Ma quello sciorinamento del libro, durante il funerale dell’autore che diventava, secondo alcuni, un momento promozionale, mi è sembrato un estremo omaggio, un gesto sentimentale, più che una promozione, rivolto al motore di una nuova nave editoriale che ha perso, con la dipartita di Umberto Eco, il suo armatore.

Mi accorgo, mentre scrivo, di resistere strenuamente all’uso delle parentesi – stigmatizzate dal defunto – in una specie di omaggio personale alla famosa Bustina di Minerva, quella con le regole per scrivere bene, che molti hanno salvato nei propri file perché ne vale davvero la pena.

Questo lungo preambolo mi aiuta ad annotare il mio breve ricordo e giovanile del Professore, conosciuto nel 1961, collaborando alla creazione di un libro sponsorizzato (dalle Grandi Marche Associate) che aveva come tema i cocktails e il bere in generale.

Non riesco a ricordare come mi sia capitato di far parte di una squadra così dotta – insieme a quelli di Eco, altri testi del libro sono di Roberto Leydi e i disegni, freschi e ironici, di Maria Luisa Gioia, artista di grande talento -; invece ricordo bene il momento diciamo così storico: la coda di un dopoguerra autarchico e un po’ provinciale in dissolvenza incrociata con la Milano che sarebbe diventata il propulsore del miracolo culturale (e di conseguenza economico).

In quel preciso momento vivevo il primo crocevia della mia giovane esistenza: un piede nell’accademia di Brera, allieva di Achille Funi, modella di Pompeo Borra, ammiratrice di Marino Marini; studentessa di tedesco al Filologico, apprendista designer a La Rinascente, con Bruno Munari tra i grandi maestri e Giulio Carlo Argan che veniva a spiegarci nessi, influenze e contaminazioni tra storia dell’arte e la nostra contemporaneità.

Fu proprio in quell’affollato crocicchio, così ricco di stimoli da lasciare conseguenze che durano tutt’ora nella mia immaginazione, che un giorno mi ritrovai con Maria Luisa e con questo giovane che lavorava in Bompiani, a discutere del senso delle foto di cui mi era stata affidata la cura. Ancora adesso non riesco a rintracciare il bandolo di questo incarico, extra Rinascente, affidato a una ventenne che chissà come veniva accreditata come art director esperta.

Di quel giovane Umberto Eco ricordo bene la mise, super seria, e lo associo a una parola – cibernetica – imparata in quell’occasione; perché saputo che lavorava in casa editrice e che curava l’Almanacco Bompiani, corsi in libreria ad acquistarne una copia e la cibernetica era proprio il tema di quell’anno. Dopo alcune riunioni in casa di Roberto Leydi, per definire non ricordo più cosa, ho perso di vista il Professor Eco. Ma negli anni, l’ho poi ritrovato a Francoforte e a New York, alle fiere del libro, con un’allure più manageriale che professorale, poliglotta, sorridente, indaffaratissimo, e non ho mai avuto il coraggio di ricordargli la collaborazione a quel libro di cui io (sola?) conservo una copia destinata a diventare di culto, almeno a casa mia.

Solo anni dopo, a Milano, nei paraggi del Giamaica, in occasione di una presentazione di cui ho un vago ricordo, in una pausa innocua, ho osato accennargliene: erano passati trent’anni e non ho mai capito se la sua battuta, il sorriso cordiale e il modo colloquiale con cui ha reagito siano stati il frutto di un vero ricordo o un modo di essere Umberto Eco.

 

 

Centodieci

Cara mamma,DSCN8835oggi compiresti gli anni. Sarebbero tanti, ma pensa che proprio ieri su un giornale ho letto che la signora più vecchia d’Europa è una donna del 1899, che di anni ne ha compiuti centosedici. Loro, sul giornale, la chiamano nonna e io ho pensato che tu – al suo posto – ti saresti risentita. Il risentimento a questo proposito, che ti attribuisco in modo immaginario ma fondato, scaturisce dal ricordo di quello che tu mi hai insegnato.

Penso spesso che mi hai dato pochi baci, come se i baci facessero parte di un aspetto un po’ decadente dei sentimenti, che invece si dovevano esprimere concretamente, con azioni, con la testimonianza. C’è stato un tempo in cui dentro di me, e qualche volta anche fuori, ho contestato questa austerità così appariscente; più di recente, invece, l’ho rivalutata perché ho capito che si può baciare così, tanto per fare, persino per esibire, ma senza sentire trepidazione autentica per chi baci.

L’apparente (talvolta appariscente) freddezza esteriore, invece (ma l’ho capito davvero molto tardi!), può essere un puro fatto di forma, o di educazione; come i cinesi che ritengono maleducato toccarsi il viso con le mani, o le popolazioni che quando salutano non si toccano fisicamente.

Ora scopro che è stato più importante insegnarmi – ante litteram – la raccolta differenziata, qualcosa che ho imparato presto: ricordo sempre quando ti vedevo sciacquare i cartoni del latte, prima di metterli in pattumiera e tu mi dicevi che si fa per rispetto nei confronti di quelli che raccolgono i rifiuti. Così mentre ragionavo sulla destinazione dei cascami della mia vita, mi davi un’idea degli altri che mi è rimasta saldamente dentro. Insegnarmi a mettermi nei panni di tutti gli altri – distinguendo, ma con un sentimento empatico nei confronti di tutti – non sempre mi ha giovato, ma  ha reso più elastico il mio modo di pensare.

Quando mi ricordo di te – accade spesso in questi ultimi mesi un po’ bui – mi viene in mente l’intera gamma del giallo – dal cromo a quelli più naturali, fino al mio preferito il ‘giallo di Napoli’, un colore che parla una lingua raffinata e mi ricorda (non so perché) i luoghi del sud della Francia, le alpi marittime e un po’ anche il Var. Quando mi ricordo di te penso al coraggio e ti rivedo con gli occhi di chi ti descriveva pedalare sulla strada serpeggiante che percorre il fondo delle gole di Fontan, verso il mare non troppo lontano, con un sacco di farina messo di traverso sulla bici, inseguita dalle mitragliette degli aerei e ripararti sotto uno di quei massi emergenti sulla strada, in attesa di riprendere la corsa verso casa. Il coraggio, quello più difficile da avere e da mantenere, fino alla fine, me l’hai lasciato in eredità, ma ogni tanto si stempera e si diluisce, proprio pensando ai sentimenti degli altri nel momento in cui lo userò.

Da qualche parte nelle scatole dei miei ricordi c’è una foto di te bambina, in mezzo ad altre bimbe della tua età – forse sei anni? – nel giorno della vostra prima comunione; non ricordo dove l’ho messa (troppa carta davvero!), ma ricordo bene la foto e il tuo viso, i vestiti semplici e le scarpe. Cara mamma, sta piovendo, dove sei? Centodieci anni, la guerra continua.