Scene da un Matrimonio a Montalcino

DSCN1159DSCN1171DSCN1201Solo per dire che un Matrimonio è un Matrimonio è un Matrimonio, in qualsiasi luogo del mondo venga celebrato. Ma qui siamo a Montalcino, luogo di paesaggi rinomati in tutto il mondo, c’era il Sindaco in persona a celebrarlo (senza togliere alcunché a Assessori e Funzionari!), c’era una signora molto efficiente che ha preparato i documenti in più indispensabili per l’occasione, c’era un traduttore ufficiale e accreditato, anzi una traduttrice, c’erano i testimoni (due tipi molto speciali), c’era la giovane figlia degli sposi e la vecchia madre della sposa, c’era il bouquet di dalie e rose (preparato da Alba con i fiori del suo giardino, diciotto minuti prima dell’ora dell’evento), c’era il riso, c’erano nuvole nel cielo che hanno lasciato cadere alcune gocce di pioggia (sposa bagnata …), … infine c’era lo champagne (e patatine).

Perché un Matrimonio è un Matrimonio è un Matrimonio.  Anche a Montalcino, luogo rinomato in tutto il mondo per i bellissimi paesaggi.

Civetteria

DSCN0989Stare seduti, per una sera tiepida d’agosto, a rimirare cinquecento cittadini senesi in una delle loro performance più veraci – cenino di contrada – e pensare che lì, proprio dove stanno seduti quei cittadini, 754 anni fa iniziò l’affaire Montaperti, la sanguinosissima battaglia e poi un’intricatissima pagina di alleanze e scomuniche, di unioni e divisioni, come fosse oggi. Nella contrada più piccola di Siena, nella piazza Tolomei, la più significativa della città con il bel palazzo duecentesco che torreggia sulle bandiere della Civetta, sono ospite di un piccolo gruppo di contradaioli che mi intrattengono amabilmente. Ogni tanto si alza un canto che diviene subito corale e poi scema in qualche ammonimento paliesco, una battuta .. cose di Contrada che io forestiera solo intuisco, più che capirle fino in fondo. Ma il clima è amabile il simbolo della Contrada più che amabile, ora serve – così diciamo noialtri, laicamente – incrociare le dita.

La Civetta è l’animale caro a Minerva a cui pare fosse dedicato il tempio che sorgeva prima della chiesa di San Cristoforo che sorge di fronte al palazzo Tolomei, uno dei Landmark più prestigiosi e (secondo me) non troppo conosciuti. La civetta è un bel portafortuna, un animalino che piace, non solo a Athena / Minerva, ma è anche popolare, felicemente popolare. Da una vetrina del palazzo Tolomei occhieggia l’insegna di Banca Intesa; me ne accorgo quando mi servono il secondo (arista con contorno di cipolline stufate) … Banca Intesa è un po’ fuori contesto in questa città, ma ciò fa parte del cambiamento, anzi dei cambiamenti.

Ma già, perché ormai tutto può succedere oggi e niente deve più stupire. Ma penso che almeno banca Intesa è italiana. Impossibile immaginare come sarà la piazza – in una sera di vigilia di Palio – tra un centinaio di anni, che cosa canteranno i contradaioli, che facce avranno. Ma ora importante è il palio dell’Assunta e sì, insomma, come diciamo noi venuti da fuori, bisogna stare con le dita incrociate.

FURORE

   Risultati immagini per furore steinbeck
Rileggo spesso i libri già letti; la seconda lettura è come quando torni a cibarti con una specialità che ti aveva appagato, che ti ha lasciato un ricordo attraente – proprio come succede quando vai in vacanza nel luogo perfetto o ceni nel ristorante dove sai che ritornerai, perché niente ti ha deluso, anzi ti è rimasto un ricordo tale che hai sempre voglia di ritornarci.
Lo stesso accade con i libri; ma se c’è un libro che non rileggerei volentieri è proprio “Furore”, per la sua carica di disperazione, perché ti fa toccare con mano com’è la vita senza diritti, che cosa succede quando la terra finisce nelle grinfie dei poteri distanti dalla gente, quando i conflitti sociali erano spersonalizzati come il cuore di un tornado che tutto spazza via.
Eppure bisognerà che lo rilegga, per rinfrescarmi la memoria e trovare l’energia e la lucidità per controbattere – insieme a tutti quelli che lo stanno facendo – l’allucinante progetto che minaccia i comuni - popolazione, attività agricole, turismo, paesaggio, economia – del comprensorio Amiata – Val d’Orcia – Maremma.

Dittonghi

DSCN0925“Ma è solo un particolare a cui sei particolarmente sensibile, e attenta”, mi sono detta. E forse è così, anche perché con la moda dilagante – giovanilismo a oltranza – si è più portati a trovare una giustificazione a tutto, quindi anche alle porcate linguistiche che acquistano ogni giorno un po’ di terreno. Siamo allo sdoganamento di tutto quello che in una pagina ben scritta, in una lettera impegnativa, in un briefing, in una proposta pubblicitaria o in un documento strategico può essere l’elemento che toglie precisione,  svelando approssimazione o un uso nuovo della lingua.

Del resto mi sono ritrovata, giorni orsono, a interrogare in modo stringente (manco fosse un esame) un giovane  – ma non giovanissimo – amico, dotato di creatività, buona volontà e pure onestà (che di questi tempi non guasta) a proposito del significato del sostantivo ‘orpello’, che egli aveva appena utilizzato per definirenel discorso (che stava facendo) dei particolari ‘in più’, degli elementi di contorno che avrebbero dovuto avere la funzione di dare più sostanza a un certo progetto. La mia età e la stima di cui questo amico mi gratifica mi hanno permesso una puntualizzazione appassionata del significato della parola impropriamente usata, con altrettanto appassionato invito a lavorare su di sé (non è mai troppo tardi) per migliorare orale e scritto.

Vabbè è un po’ la mia mania?! Forse sì, ma camminando sulla sottile crosta che regge (ancora)  il format esistenziale in cui anche le generazioni più giovani sono cresciute, la lingua – intesa come strumento per esprimere con precisione i propri pensieri (e opinioni) ma anche per capire le intenzioni degli altri – è rimasta l’unico capitale che non può essere sottratto inopinatamente a ciascuno di noi: un capitale prezioso, accrescibile, esportabile, spendibile, esentasse. E foriero di soddisfazioni, ma talvolta anche di dispiaceri e di ansie e allarmi.

Sono stata colpita, oggi, dal Matteo Renzi che ho sentito dichiarare, con voce scandita e squillante, che bisogna scegliere di “essere” anziché di “avere”; credo fosse in occasione di un intervento a un raduno scout … Non mi ha colpito tanto la citazione (Erich Fromm), quanto il modo in cui è stata buttata lì, certo non casualmente, da uno che bada soprattutto a “apparire”, non dissimilmente dal resto dello zoo della politica. E non cito questa terza (rispetto alle altre due) categoria perché il giovanotto in questione veste Scervino e dintorni, ma  perché l’apparenza invece riguarda proprio l’uso delle parole, che egli declassa a slogan, appropriandosene e appiattendo i significati.

Ma torno al mio sconcerto iniziale nato dalla prima pagina del Corriere della sera di oggi, dove leggendo una recensione di Aldo Grasso, mi sono imbattuta nel seguente ‘a capo’: cinete / atrale. E’ la seconda volta che mi capita (ho l’occhio da linotipista), sempre sul Corriere e in poco tempo, di trovare un dittongo spezzato per andare a capo (per il mio professor Pinchetti sarebbe stato un sacrilegio) e sono stata tentata di darne la colpa alla Fiat e all’uso strumentale che essa fa della stampa, un contesto in cui la lingua ha la stessa funzione renziana, ma poi ho concluso che questi sono solo segnali. Sono i segnali della fine del mondo in cui anche i miei figli sono nati e cresciuti. Un mondo in cui il linguaggio aveva un senso umano.

Made in Italy

DSCN0921Per capire quanto è diffusa la connivenza con la criminalità, nel nostro paese, basta sedersi qui, nel punto da cui ho scattato questa foto; un tè con qualche frutto appena colto, un tocchetto di ricotta ancora tiepida con un pezzo di pane integrale (integrale perché integralmente proveniente dalle stesse mani: coltivato, macinato, impastato, sfornato); intorno e sopra alberi, cespugli di gerani e di lentisco, tortore e qualche passeraceo, due o tre lucertole in paziente agguato per ghermire una briciola di qualcosa (“a flask of dew, a bee or two” ha cantato Emily Dickinson…), in un paesaggio che pare incantato.

Sotto di me il mare – sì, proprio quello che si vede in questa foto - e nel mare, laggiù ecco la scogliera e a destra si intravede lo scoglio su cui si è schiantata la vita di trentadue persone e la faccia dell’Italia. Per capire quanto sia profonda la confusione e diffusa la stupidità, basta alzare lo sguardo e pensare a tutto quello che è successo da quella notte fino a oggi: tragico e grottesco.

Cavalli di Troia

La Grecia ha – avrebbe – molto da insegnarci, con i suoi miti che ci segnalano implacabilmente tutte le situazioni a rischio che noi tralasciamo. “Noi” sta al posto, sì certo, della politica o degli intellettuali, o volta a volta di chi presiede singoli comparti o attività o settori (della vita pubblica, delle problematiche che si affacciano nelle nostre esistenze); ma il “noi” contiene ciascuno di noi tutti – cominciando dalla sottoscritta – che come si dice a Milano (oppure si diceva), dormiamo all’umido (modo di dire chiarissimo, mi pare).
Per questo il Cavallo di Troia mi sembra, oggi, una metafora da tenere d’occhio.
Mi è venuto in mente, parlando con Lorenza (mia concittadina in questo minuscolo paese), mentre commentavo l’abbigliamento e i costumi dei tunisini che hanno ‘colonizzato’ questa frazioncina del comune di Montalcino in cui abitiamo.
Sono tutti operai agricoli, contrariamente ai primi immigrati albanesi e macedoni (e kossovari) che si erano trasferiti da queste parti in cerca di lavoro, molti più anni fa e che si sono orientati verso altre attività (ma alcuni di loro sono anche ritornati al loro paese d’origine).
Qualche tunisino ha avuto la nazionalità italiana ed essi ora fanno parte del paesaggio umano nostrano; ma qualche punto d’attenzione c’è, anzi mi pare che ne siano sorti dei nuovi …
Se quindici anni fa le loro spose e figlie assomigliavano in tutto e per tutto alle nostre giovani donne, da dieci e più anni a questa parte esse sono tutte velate. Niente di male, niente di che aversene a male: un velo in testa non ci turba. L’osservazione riguarda solo il fatto che ‘prima no ora invece tutte velate’ e questo deve logicamente corrispondere a un cambiamento di qualcosa: che cosa?
Da due o tre anni, gli immigrati di fede islamica hanno costituito una piccola moschea e questo è più che naturale, come lo sarebbe per un cattolico in un paese islamico, il desiderio di avere un luogo in cui praticare il proprio culto.
Da qualche sera ho osservato che gli uomini (le donne stanno in casa, ovviamente, e questo sì invece, come donna mi irrita) smessi i panni del lavoro vestono tutti o quasi la djellabah o galabyah, cioè la tunica della tradizione araba (?), con maniche lunghe e di colore bianco. Forse perché siamo in periodo di ramadan; ma gli anni scorsi, durante il ramadan, non ho mai notato questa osservanza, che mi pare stia divenendo molto più praticata e stretta (anche se non so quanto sia sentita). Tutto questo cambiamento è iniziato più di dieci anni fa, in concomitanza dell’arrivo – e permanenza periodica in paese - di un uomo (un imam?) che veste sempre alla foggia araba, porta il copricapo religioso, ha la barba lunga e fluente (ma non i baffi).
Mentre scrivo, e mi rendo conto di farlo con accenti critici, di queste ‘novità’ paesane (che però collimano con identici fenomeni qua e là in occidente), rifletto sull’effetto che può fare quello che riporto. Immagino le alzate di spalle, o d’altra parte anche quelli che trovano conferma a un loro modo di pensare un po’ fascistoide. Nulla di tutto ciò mi passa per la mente, ma soprattutto mi viene in mente in Cavallo di Troia, coadiuvata anche dal pensiero degli sbarchi quotidiani di quelli che io immagino siano – più che i protagonisti di una diaspora drammatica, più che migranti coatti che hanno messo da parte migliaia di dollari a testa per pagarsi un viaggio impossibile – scudi umani, ostaggi di qualcuno che sta organizzando qualcosa di ancora sconosciuto e inimmaginabile; anche se non si può dimenticare quello che sta succedendo in troppi paesi del sud del mondo (ma anche a est non scherzano affatto).
Insomma: che cosa sta succedendo (globalmente pensando)? E poi invece mi chiedo anche: quando il nostro giovane (e gasatissimo) presidente del consiglio parlerà di se stesso e della propria compagine come ”generazione Ulisse”???
Sempre a proposito di Omero, dell’Iliade, della Grecia, del Cavallo di Troia: un mito davvero sottovalutato.

“Ti faccio paura?”

La domanda mi coglie in contropiede.

Per anni – ma ormai siamo in un altro tempo – sono stata costretta a interpretare una parte che richiedeva che io incutessi ‘un certo rispettoso timore’ … e però la cosa non era molto nelle mie corde; non perché io mi sentissi incapace di suscitare un tale sentimento, ma proprio perché mi sembrava ridicolo cercare di ‘incutere’ una cosa simile nei miei simili; a maggior ragione mi pareva inutile e financo ridicolo e fuori dal tempo tentare farlo con gente che lavorava con me, e a cui mi legava un sentimento di complicità molto profondo, anche a dispetto di incomprensioni su aspetti del lavoro … Questi erano i miei sentimenti, spesso fraintesi e talvolta criticati, sull’opportunità di incutere timore nell’altro – nella vita e nel lavoro -; ho sempre pensato che se non si ha carisma o autorevolezza, non c’è niente (o c’è ben poco) da fare.

Allora gli rispondo: “perché dovresti farmi paura, perché sei nero? ma sei anche gentile; forse potrei aver paura di un nero o di un bianco, aggressivo e rozzo …, ma io, a te, bianca come sono, non faccio paura? …”

Ci facciamo su una risata e lui ha bei denti e occhi vividi d’intelligenza, e un bel volto con una carnagione setosa. E’ senegalese, ha diciassette anni e vende braccialetti sulla spiaggia. Non ho molto da dirgli come viatico per una vita problematica. Ma gli raccomando la gentilezza; poi ci rifletto su e mi chiedo se non gli ho dato un consiglio avventato. Ma questa è una giornata tristissima … e lui sento che ce la farà, proprio perché si è posto il problema e ha osato farmi quella domanda.

Sassi

Mi capita di andare alla Coop; non spessissimo però, da quando sono entrata in silenziosa polemica con alcuni articoli – lenticchie, fagioli, ceci – che vengono ‘vestiti’ da prodotti italiani e invece sotto la foglia di stelline (marchio bio della UE) spesso c’è la scritta che precisa “Agricoltura non EU”, ma scritta piccola quasi microscopica, perché i fagioli &c spesso vantano naming ingannevoli. E questo da chi se la canta e se la suona, come la Coop, non me lo aspetto davvero…

Ci sono andata stamattina, però rinunciando eroicamente alle lenticchie (cercherò altrove) e mentre girellavo di fronte al bancone dei latticini, dove non ho trovato quello che cercavo, ma pazienza, ho visto una scena. Indugiando in mezzo alle insalate, indecisa se prendere le banane (potassio!), mi ha colpito  una coppia abbronzata e ben messa, ma vestita più per apparire a se stessi che per convincere (davvero) gli altri. Lei aveva belle gambe che esibiva con un paio di shorts molto corti e una camicetta a pois un po’ dozzinale, ma si davano un tono, accompagnati da una figliolina sui dieci anni circa. Mentre meditavo sui pomodori mi cade l’occhio su una manovra della moglie che munita di guanto regolamentare mette in un sacchetto qualche pesca, pesa, stacca l’etichetta che esce dalla bilancia e l’appiccica in un angolino del mobile sottostante; poi riparte verso la cassetta delle pesche, ricolma il sacchetto e lo chiude e ci appiccica l’etichetta uscita dalla pesatura precedente e mette nel carrellino. Rifà la stessa operazione con una verdura, solo che io nel frattempo avevo scelto finalmente dei pomodori e nel pesare il mio sacchetto ho ritrovato, appiccicato al mobiletto sotto la bilancia, un’altra etichetta appena piazzata lì dalla donna (coadiuvata dal marito): prendo con aria distratta l’etichetta/scontrino, l’appallottolo e la butto nel contenitore dei rifiuti. Loro (marito e moglie) si guardano smarriti, ma io ho davvero l’aria di una babbea distratta e un po’ maniaca (del resto lo sono). Riprendono a pesare qualcos’altro, mentre io mi autoconvinco ad acquistare le pesche: stavolta mi precipito (ho improvvisamente fretta, pare) verso la bilancia, peso, prendo il mio scontrino, e l’incollo sul mio sacchetto, ma per prenderlo mi appoggio sullo scontrino (il terzo!) appena abbandonato dai coniugi che continuavano le loro performance e con il mio corpo lo faccio aderire completamente al mobile, schiacciandocelo sopra ben bene. Loro non si sono accorti e ritornano con il bottino (il sacchetto pesato prima semivuoto ora è colmo) e restano un po’ smarriti, questione di un attimo: si riprendono subito e ripesano. Mi avvio all’uscita e loro sono dietro di me. Caricano il loro BMW serie qualcosa, nuovo di zecca. Mi domando se sono finti ricchi o finti poveri e a che gli serve la bell’auto foderata di pelle similumana …

A dire il vero, mi sono posta la stessa domanda quando ieri sono incappata in un cicciottone coi piedi piatti, che scendeva dal suo mezzo (sempre auto tedesca) dopo averlo parcheggiato per andare al ristorante, nel paese dove abito, in un’area riservata ai residenti, ma in modo da occupare il posto di due auto; era preceduto da un tirapiedi a cui ho tentato mitemente (mento: l’avrei sbranato a morsi) di dire che un parcheggio più ‘social’ sarebbe stato più ’carino’, ma quello al posto degli occhi aveva due portamonete ed è filato via. Il suo capo non mi ha sputato addosso ma ho capito benissimo che l’avrebbe fatto volentieri. L’ho salutato solo per costringerlo a ricambiare il mio saluto…

Ripresa della Bastiglia

DSCN0226Sono dunque trascorsi duecentoeventicinque anni da quel 14 fatale luglio e mi chiedo che tempo faceva a Parigi quel giorno: … il cielo (le plus beau ciel du monde) era grigio, e immobile, come quando sta per cadere una pioggerellina fina quasi impalpabile, o come quando sta per diventare una cappa afosa e un po’ pesante? O era smagliante e azzurro e spazzato dal vento, con il sole che riscaldava gli animi dei cittadini che assaltavano la Bastiglia?

E che tempo faceva a Milano, quel giorno? E a Montalcino, arroccata sulla sua collina, circondata da fonti, intenta a pensare al suo futuro? E che tempo faceva in Italia, quel quattordici di luglio del 1789?

Stamattina alla radio ho ascoltato – per la prima volta, in modo esplicito – pensieri di insofferenza e di ribellione, parole dure e aspre di gente che si sente “presa in giro”; da qualche tempo gli aspetti critici (che si stanno moltiplicando e sommando) del paese in cui sono nata (allo scoppio di una guerra) non sono più materia di discussione pacata o vivace, ma stanno trasformandosi in qualcosa di nuovo e inquietante. La cronaca degli sbarchi di poveri e di vittime delle guerre(mescolati e indistinti tra di loro) sta inquietando la gente. La Caritas ha appena pubblicato i numeri (impressionanti) degli italiani poveri (ma tutti siamo notevolmente impoveriti, salvo i ricchissimi che sappiamo essere divenuti più ricchi); sono numeri che non lasciano scampo a chi governa. L’altra notizia però - i sei miliardi che la politica costa al paese (3 per il governo centrale + 3 relativi a regioni e comuni) irrefrenabile peso in crescita (i dati sull’inserto del Corsera odierno)- è anche peggiore, perché è paradossale in questo momento storico; nell’articolo si accenna appena che a questi numeri bisogna aggiungere quelli (impressionanti, più di quelli dati dalla Caritas, sulla povertà) relativi alle “partecipate”, si dice siano quasi cinquantamila, generate – ancora una volta – dalla politica, con i costi di stipendi a presidenti e consigli d’amministrazione (in media circa otto consiglieri ciascuna), in cui vengono allocati i politici (dei vari partiti) fuorusciti da comuni e regioni. Qualcosa che i paesi più ricchi non pensano neppure lontanamente di permettersi.

Il tempo è brutto, l’uva è bella, ma avrebbe bisogno di una bella estate, calda, secca e soleggiata; c’è molta erba verdissima che appaga la vista ma incomincia ad apparire un po’ strana, in tempi di solleone. Anche i cittadini avrebbero bisogno di una stagione migliore, più fattiva; questi 225 anni sembrano ieri …

Cono di luce

DSCN0367E’ il contrario dello scalfariano ’cono d’ombra’ in cui scivolano gli sfigati, i non allineati, quelli che si oppongono alle soperchierie e alla sopraffazione. Ma il cono di luce non illumina chi emerge (o così crede), chi si allinea prontamente con i vincenti, chi salta, italicamente, sul carro dei vincitori; è solo un modo, non arrendevole, di guardare il mondo e il tempo che trascorre e ci porta via con i nostri sogni. Riuscire a inquadrare in un cono di luce tanti singoli elementi è come costruire un mosaico, tessera per tessera, e giorno dopo giorno. Cosicché le idee si delineino e permangano, lasciando un segno, nel tempo. Una foto può essere una buona metafora di questo ‘modo di guardare’; una foto, se si usa consapevolmente la luce, riesce a mettere in risalto aspetti sconosciuti e riposti e toglierli dal dimenticatoio in cui li confina la nostra visione un po’ miope, un po’ distratta. Vale anche per i sentimenti, spesso inafferrabili: messi nella giusta luce si disvelano e acquistano grazia. E se la luce porta con sé la malinconia del tempo che fugge, sottrae anche all’oblio i singoli momenti.