Il Vello d’oro

Il bimbo dorme; la sua fisionomia ha qualcosa di familiare, con una lieve nota esotica. Sono giorni – forse settimane  – che mi capita di seguire le immagini che lo ritraggono. Non l’ho mai incontrato, ma mi accorgo che quasi ogni giorno leggo le sue notizie, quelle dei suoi progressi, dai primi, primissimi, passi, ormai parecchi mesi fa. La testa appoggiata sul cuscino – il piccino è immerso in un sonno profondo e sereno – mostra il profilo, un naso che diventerà interessante e la piccola bocca socchiusa. Mi colpisce la forma dell’orecchio, che in questa posizione si legge bene anche nelle sue proporzioni rispetto alla testa. Mando un commento sul disegno dell’orecchio e l’impressione che mi suscita. Dà un’impressione di vitalità inconsueta, di bella energia; mi viene in mente mia nonna (o forse era mia madre) che mi diceva che la forma dell’orecchio racconta molto di noi. Niente di esoterico, piuttosto si tratta della saggezza di chi è vissuto a lungo e ha visto molti volti imparando a osservarli e a metterli in relazione con comportamenti e malattie. Mia nonna aveva anche curato e guarito, nel modo dei semplici, parenti, amici e conoscenti, e poi anche estranei, perché aveva un buon istinto: c’era la terribile ‘spagnola’ e tutt’intorno morivano tutti. Le cure della nonna le ho ritrovate nei ricordi di Fosco Maraini – in una sua bella e intensa autobiografia, scritta nei suoi ultimi anni -, identiche a come me le narrava la nonna, attribuendole a una vecchia maremmana da lui conosciuta in gioventù. Centinaia di chilometri dai luoghi della mia famiglia, ma negli stessi anni.

Dal bimbo, invece, mi separano migliaia di chilometri, ma a lui mi legano fili diversi: conoscevo bene sua nonna, tanto da poterla chiamare amica, anche se ci si vedeva poco. Suo padre ha lavorato dove ha lavorato anche mio figlio ed entrambi hanno lasciato per ragioni analoghe. Il bimbo porta il nome di un mitico cacciatore. La preda era quel vello d’oro che aveva il potere di curare le ferite. Da quelle mie forse sto guarendo, e potrei ridisegnare a memoria l’orecchio del giovane cacciatore lontano.

Inganni e incertezze

“Penso che sia molto più interessante vivere senza sapere piuttosto che avere risposte che potrebbero essere sbagliate … non mi spaventa il fatto di non sapere le cose, di essere perso in un universo misterioso senza avere alcuno scopo – che poi è il modo in cui stanno le cose, per quello che so”. E’ proprio curioso che a scriverlo sia stato un genio della fisica, addirittura un Premio Nobel, uno scienziato che non aveva pregiudizi né ritegno a sconfinare in territori estranei alla sua materia e al suo sapere.

Ma diventa comprensibile che l’abbia scritto – il fisico Richard Feynman – un fisico dei quanti. Questo suo pensiero mi rimbalza nella mente, chiacchierando con un’amica che mi ricorda che le particelle della materia sono diverse, a seconda di chi le osserva. Non è davvero un pensiero da bar, anche se siamo due vecchie signore al bar del paese, e probabilmente io sto citando questa cosa delle particelle in modo – non solo colloquiale – molto approssimativo. Pare strano che tutti abbiano la quantistica a fior di labbra, magari in modo semplice, ma ne sento parlare da un po’ di tempo in qua, talvolta anche in modo serio: c’è chi la studia, provenendo anche da percorsi molto lontani, o anche solo per passione.

E’ un interesse scientifico che riesco a capire, perché mi evoca un’elasticità mentale che aiuta  in questi tempi di incertezza di tutto e di totale mancanza di sicurezze. Si vacilla come se mancassero punti certi a cui riferirsi; addirittura, mentre lo scrivo, mi affiora un residuo di sogni recenti che forse avevano a che fare con questo sentimento … quasi mi blocco, mentre insolve il flash dei ricordi. Miracoli della quantistica, potrei pensare. Come quando osservo un soggetto che vorrei disegnare e la luce me lo trasforma sotto gli occhi? I punti di domanda sono d’obbligo, perché “tutte le teorie che abbiamo sembra si possano riscrivere in molti modi, e guardare da un gran numero di punti di vista fisici.”. E’ di nuovo un pensiero di Feynman, trovato aprendo a caso il bel libro (Adelphi) che ne riporta le numerosissime battute e i pensieri che ha condiviso in innumerevoli conferenze.

E’ una lettura che che parla di incertezze, ma induce alla serenità. Credo che il professor Feynman si sia pochissimo interessato dei fatti altrui, in generale, e anche alla politica (sempre in generale). Penso che, invece, si sia lasciato andare all’amore per chi gli era vicino. Sfoglio il libro e trovo alcune foto che mi pare testimonino proprio questa pienezza. I figli, la moglie – anzi le mogli: ne ha avute tre – e un continuo ‘andare in profondità’, come lui stesso scrive. Non ha avuto una vita lunghissima, questo professore, ma, in compagnia dei quanti, deve essere stata una vita assai impegnata e felice. Mi chiedo se la fisica quantistica possa aiutare a essere migliori … Un’amica lontana (non quella con cui ho chiacchierato al bar) sostiene che sia la chiave per riuscirci.

Sassi

Pensavo (e dicevo) poco fa, a un’amica, che riesco a ricostruire il momento preciso in cui ho deciso di divorziare. Perché ti separi da qualcuno a cui sei legato non solo formalmente quando capisci che quello che ti divide dall’altro è troppo. Troppo grande, troppo profondo, incolmabilmente e insopportabilmente grande e profondo. Quando le diversità non sono più ‘divertenti’ o interessanti, ma appaiono per ciò che sono: il sintomo di obiettivi e traiettorie di vita che ti sono completamente estranee.

Non succede solo con le persone, ma anche con le cose e con i luoghi (anche se – ammetto – i luoghi sono determinati da chi li abita). Io trovo insopportabile stare in un luogo dove la gente ti parla per dirti sistematicamente male di qualcun’altro. Il colmo mi è capitato stamattina quando ho salutato una persona che stava lavorando a qualcosa; la cosa a cui stava dietro è di un’altra persona a cui si faceva verosimilmente un favore. Ho pensato perciò alla gentilezza da parte di chi eseguiva quel lavoro, invece chi eseguiva quel lavoro – avvicinandosi – mi ha ‘regalato’ un commento gratuito di inaudita cattiveria, proprio sulla persona a cui stava facendo il lavoro … Credo che divorzierò anche in questo caso.

Lo sanno anche i gatti: è la campagna a tenerci legati ai luoghi; la campagna e qualche abitante gentile. Scopro ogni giorno che la mancanza di gentilezza d’animo è indispensabile alla mia vita. Non solo la gentilezza degli altri, ma anche quella a cui so di essere incline, per educazione ricevuta in famiglia, perché mi fa star bene. Non la gentilezza di chi ti è grato per qualcosa, ma quella gratuita. Se non è gratuita non mi interessa. La grettezza mi spaventa e mi racconta un mondo in cui non vale la pena di vivere.

Salgo in casa e trovo, ben stesi e allineati sul tavolo di marmo, recuperato da un appartamento di via Settala, gli asciugamani di candida fiandra cuciti da mia nonna per il corredo di mia madre. Uno accanto all’altro; sopra di essi, disposti in belle file ci sono i funghi trovati nel bosco sopra casa, sono stati scottati nell’aceto e ora stanno asciugando in attesa di essere messi sottolio. Quando si dice un’idea profondamente diversa e un diverso modo di sentire.

Buonanotte è per sempre

I segnali non erano mancati. Perfino un capriolo che caracollava contromano, alle undici di mattina, che sembrava un cane smarrito. Ma anche qualche lampo nella memoria e una certa urgenza di telefonare (mai ripromettersi di chiamare qualcuno che non senti da anni: chiama e via). Un’urgenza tardiva.

Questi telefoni sono infernali. Inviano suoni ipnotici che ti costringono a guardare lo schermo: così ho capito che era arrivato un altro messaggio. Ho accostato a destra, a metà della discesa sotto Montisi, con un giro largo, per evitare di schiacciare una foglia morta che stava accartocciata in mezzo alla strada. C’era un vento forte, come di mare, e la foglia si muoveva raschiando l’asfalto. Insomma ci ho messo un po’. Poi mi sono fermata, ho aperto il telefono e ho visto il messaggio.

Di Mario mi restano solo un bel collage, un cache-col preso a Lodi nella boutique di un amico, e una campana a vento che veniva dalla California, di quelle che in luogo del battacchio hanno una specie di vela fatta con una lamina di rame: se c’è vento suona e fa un suono attutito e un po’ malinconico.

La via dei campi

Ci sono situazioni, momenti (e ovviamente luoghi), che associo a un aspetto del paesaggio, o del panorama circostante. Ciò succede quando mi ritrovo nel limitare tra una zona ai margini dell’abitato di una città (ma anche di un paese),  con le attività umane che lì si svolgono e il ‘subito dopo’, dove la natura prende (o tenta) la rivalsa, il sopravvento.

Possono anche essere situazioni sentimentali – come quando si scivola fuori da un affetto, talvolta sospinti o silenziosamente incoraggiati da un altro – oppure momenti dell’esistenza, più difficilmente individuabili come momenti di ‘cambiamento’ o di transito da una fase all’altra (perché di solito quando c’è stato passaggio da una fase all’altra, ci si accorge dopo del cambiamento avvenuto).

Un momento in cui si cambia, e si sente che ci sta succedendo qualcosa, è quando si allungano le giornate in modo apprezzabile (“al passo di un cavallo”, dice il proverbio), ma non è affatto ancora primavera; anzi può succedere una nevicata, anche abbondante, o una giornata di sole falsamente tiepido. Ma anche se non è ancora primavera, il cambiamento è già dentro di noi, forse anche dentro la terra, sotto gli strati di foglie marcescenti che non hanno nemmeno più la levità o l’energia per sollevarsi al vento, appesantite da una stagione che le ha ineluttabilmente consumate fino a ridurle concime delle stesse piante da cui sono cadute.

In questi limitari è sempre complicato muoversi, starci nel modo giusto – direi quasi, avere il colore giusto, sempre per usare una metafora -. E io spero che nonostante l’uso della metafora, indispensabile scrivendo in pubblico, si capisca che cosa vorrei dire.

Vivendo mi è capitato di essere tante persone diverse, senza tuttavia essere un camaleonte né tentando di nascondere o nascondermi. Semplicemente accade che qualcosa finisca e qualcos’altro prenda il suo posto e si cambia pelle; proprio come, al limitare della città, sulla via dei campi – in un giorno prima della vera primavera – ci accorgiamo che tra i frammenti di asfalto e di ghiaia stanno crescendo ciuffi di erbe che si riappropriano di spazi che gli erano stati sottratti da un’urbanizzazione incompleta o incerta.

Le chiamavamo ‘erbacce’, poi il nostro sguardo è cambiato e abbiamo capito (stiamo capendo) che sono le preziose avanguardie del verde selvatico e spontaneo, che preparano un ritorno alle loro sorelle più bisognose di attenzione, più delicate, più paturniose.

Stare in campagna mi ha dato più sguardo per questo ‘terzo paesaggio’ e insegnato a vedere che cosa c’è nel limite, tra la fine di qualcosa e qualcos’altro di nuovo.

Cosa cavolo pensi

Sì è vero in campagna abbiamo spesso vita dura. Quando si fa questa constatazione il primo mio pensiero va al riscaldamento, che qui – negli hamlets (frazioni) di Montalcino – paghiamo più del doppio di quanto dovremmo. Ma questo è un argomento di cui parleremo tra breve. Tutto è un po’ più faticoso, in campagna, e richiede, da parte dei non nativi, una maggiore applicazione. Mi riferisco a chi, per indole o per necessità, non può adagiarsi in un clima contemplativo; penso a chi immigra in campagna pensando di essere e fare ciò che era e faceva in una città mediamente attrezzata.

A questa riflessione ero già stata costretta, durante un weekend da queste parti, da Luciano (no, non quel Luciano lì: un altro), che di fronte alle mie motivate proteste davanti allo smantellamento di un pezzo di solido muro a secco, che veniva sostituito da un muro a secco finto (sì, succede anche questo!), lungo la strada provinciale che collega Sant’Angelo in Colle con Montalcino, mi tenne una durissima predica.

L’idea che quel Luciano mi sottopose, quel giorno lontano, era la seguente; chi vive in città, tra ascensori, autobus sotto casa, metro, tapis roulant, e così via non capisce che quelli che stanno in campagna hanno una vita quotidiana estremamente più faticosa e complicata. Che male c’è a smontare un pezzo di muro a secco che sarà lì da duecento anni a sostenere un campo, e sostituirlo con un po’ di cemento ricoperto di pietre sottili – che secondo Luciano (quel Luciano) non erano affatto diverse dalle precedenti? – . Che male c’è, se ci consente di allargare la carreggiata di “almeno venti centimetri” e andare più veloci?.

La mia risposta fu piuttosto evasiva, perché si capiva che era una battaglia persa. Ma inviai ugualmente una lettera con allegate foto a Italia Nostra. La cosa finì all’italiana, perché finirono i soldi e accanto al solido muro a secco c’è un pezzo di muro finto a secco che ora cerca di essere all’altezza. Quella volta io a quel Luciano diedi una risposta che mi sembrava ‘intelligente’ e che si basava pure su dati veri. Gli feci osservare che le strade più larghe, di scorrimento, si fanno nei posti che non vale la pena vedere, dove non ci si ferma: si va oltre. Ma era come parlare a un … muro di cemento.

Vado spesso a camminare: mi piace farlo quando so di non incontrare gente. Non è difficile in questa stagione in cui chi lavora sta rintanato nella propria attività e le comitive (si fa per dire) di manovali che vengono da lontano stanno nei campi appena spunta il sole.

Camminare a tu per tu con la natura è faticoso, perché obbliga a vedere quello che c’è e a farci i conti, magari trarre conclusioni (talvolta amare) sulla nostra lontananza dalla (chiamiamola così) possibile verità delle cose. Fa anche riflettere sulle scelte che sovente rivelano una lontananza dall’idea di paesaggio, che pure dovrebbe essere ben presente nei pensieri di amministratori che devono mettere in moto il “motore Italia”, e il paesaggio – soprattutto in questi luoghi, dove c’è – è uno dei valori più ricercati dai visitatori (soprattutto da quelli che non praticano il “magna e fuggi”).

Io cammino e passo dopo passo riconosco deiezioni e rifiuti, spesso li seguo, giorno dopo giorno, nel loro lento decomporsi; manco fossi una Sherlock Holmes nostrana potrei raccontare la loro storia e spesso risalire agli autori e alle origini. Colgo i segni e spesso mi accorgo di qualche cambiamento in preparazione. Per esempio, alcuni segni verdi, fosforescenti (numeri, tacche, indicazioni) su un breve tratto d’asfalto che mi capita di attraversare, li ho scorti quasi subito; poi li ho osservati meglio e mi sono ricordata di “quel” Luciano e di quello che mi aveva detto così tanti anni fa a proposito dei muri a secco (e la foto ce l’ho ancora).

Ho pensato che le Province non ci sono più, o forse ci sono ancora, ma non hanno i soldi per fare quello che dovrebbero (e saprebbero) fare, ad esempio curare le strade che sono ridotte a una metafora delle condizioni dell’Italia. Però, poi ho continuato a riflettere, l’Europa (che ci piace a correnti alterne) c’è ancora. Quell’Europa che ogni tanto eroga dei fondi, che a volte servono a fare cose meravigliose, altre – troppe – a fare quelle che in gioventù chiamavo vaccate. Uno dei progetti per cui l’Europa (mi risulta) stanzia fondi è quello delle rotonde, raramente indispensabili, talvolta usati dai Comuni per corroborare il bilancio. Ho rimuginato per giorni su quei segni che mi sembrano allarmanti, e lo sono perché stanno in mezzo a un bellissimo paesaggio, nel piccolo bivio che porta a Sant’Angelo, se giri a sinistra, e verso la Maremma tirando dritto.

Dominato da due bei poderi che ‘narrano’ il lavoro e la civiltà dei luoghi, quel punto del paesaggio dà l’accesso a Sant’Angelo, tra olivete, una vigna, e un’apertura verso la valle davvero unica. Un colpo d’occhio che nessuno sano di mente penserebbe di deturpare con una rotonda. Poi mi sono riscossa da questa brutta riflessione e mi sono detta :”ma cosa cavolo pensi?”.  

La teoria della triangolazione

Qui in campagna, durante il duro inverno puoi solo amare la natura, perché gli uomini (inteso alla tedesca) è come se fossero spariti in altrettante caverne. Non siamo esenti da problemi, qui in campagna – pure in questa campagna di lusso com’è considerata Montalcino e i suoi hameaux (frazioni) -: per esempio il riscaldamento! Non quello globale, bensì quello che paghiamo ben quattro euro e cinquanta al metro cubo (e di questo parleremo prossimamente).

Per questo noi abbiamo il cuore freddo e i piedi pure: teniamo quel riscaldamento lì rigorosamente spento. Ma non è di questo che volevo scrivere stasera: volevo scrivere che talvolta la mia telepatia non è solo una mia fantasia, perché oggi è arrivata – a scaldarmi il cuore e la mente (e pure i piedi) – una telefonata proprio speciale.

Da anni mi capita di scrivere raccontando (un po’ stupita dall’assenza di reazioni altrui) dei tempi in cui ho visto nascere il made in Italy (non quello retorico, come il ‘gourmet’ o ‘gli antichi borghi’), quello vero che riconosci di più all’estero o nelle case della borghesia colta e riservata. Non alludo perciò a una sfilata di pezzi firmati da designer o a creazioni di chef e stilisti. Ho in mente quel processo di maturazione ricco di creatività e di visionarietà che ho visto mettersi in moto nei miei primi – irripetibili – anni di lavoro, a Milano, a “la Rinascente”, in un clima ‘sorgivo’ così unico da sembrarmi qualche volta inventato di sana pianta, nella mia mente durante un sogno delirante.

La speciale telefonata – venuta a sollevarmi dal dubbio di cui sopra – me l’ha fatta la figlia di un uomo a cui penso spesso. Una di quelle persone di cui vorresti raccontare ai figli e ad amici, soprattutto se giovani e di mente fresca. Un uomo che immaginavo morto (e infatti) facendo un po’ la conta degli anni, anche se questa è l’era della longevità, ma di cui ricordo bene la voce, la forma della bocca e degli occhi, il colore della pelle e l’ironia lievissima: un’espressione della sua mitezza d’animo e il suo personalissimo modo di esprimere i suoi pensieri.

Non potrebbe essere altrimenti perché a quell’uomo ero stata presentata da un esterno a cui avevo dato una mano all’esame di maturità, durante l’ex-tempore di architettura. Non ho mai saputo se fossero amici o solo buoni conoscenti, ma quella presentazione fu il momento ‘sliding doors’ nella mia vita, perché mi catapultò nel bel mezzo di un ufficio con la più alta concentrazione di designer e di pensatori, di talenti cosmopoliti, tutti confluiti a Milano, negli anni in cui la città viveva un rinascimento che avrebbe disseminato per l’Europa del dopoguerra, diventando il vettore dell’innovazione moderna, superando il concetto di artigianato (ma includendolo nella volata), aprendo gli occhi (a chi li aveva) per disegnare, alla lettera, un futuro in cui la vita poteva avere un significato più ricco e complesso, più denso e laborioso, più coinvolgente e intelligente. Senza snobismi, senza essere assatanati dal denaro, in un clima di semplicità e di conoscenza in continuo divenire.

Il luogo non è un blog, dove dire il perché e percome la telefonata è così importante, ma per sapere di più posso riassumere così. Io so, per esperienza, che quello che uno pensa da solo resta quasi sempre lì nella sua testa (escluso Einstein e dintorni); se lo si pensa in due è un dialogo (io dico a te e tu rispondi a me), ma quando sai che quello che pensavi, talvolta ipotizzando di dare un’eccessiva importanza alla tua riflessione, non è una tua valutazione personale o un tuo vaneggiamento solipsistico (la campagna è bella ma fa brutti scherzi), ma è qualcosa che pensano (e dicono) ben altri, (altri che addirittura pensano di raccontarlo, di farne comunicazione ), ecco che la (mia) teoria della triangolazione si concretizza in qualcosa di tangibile e di pratico, e ben più convincente (la teoria affascina, la pratica convince).

Tutto ciò che ‘triangola’, risuona, diventa, anzi diviene; anche se all’inizio sono parole – come biglie in quel bigliardo triangolare che per me è il campo delle idee – rimbalzando su tre lati finisce che si costruisce qualcosa. Capito?!

 

Una tromba, che non è una campana

Così ho pensato quando l’ho saputo; perché avevo appena letto i risultati della prima settimana di presidenza Trump. Nel piccolo paese che non è ancora diventato un residence di lusso – trasformato da un club, da un pull, da una venture: dal mondo qui fuori che gira avvitandosi da Putin a Trump – si muore, ed è la marcia di avvicinamento a una trasformazione ineluttabile. Da piccolo paese a rinomato resort, dove ci saranno le terme e l’anima assomiglia a una vestaglia, il passo è breve.

Così ho pensato quando hanno suonato all’uscio, stamattina, per dirmi che è morta Anna; la notizia avrà di certo avuto echi diversi nella mente di ognuno e diverso effetto. Il paese che si assottiglia (“ma no!, che è appena arrivata una coppia con due bambini”) e va diventando qualcosa che non si può conoscere. Che cosa non si sa, né lo sapranno mai gli abitanti: dipende da Trump. Cioè da uno che già dal nome annuncia fragorose e non pacifiche novità. E fa niente se non ti piace, se lui ha la faccia di un apoplettico, se il fard non riesce a mascherare l’errore, se sembra un essere così vorace da inghiottire tutto (prima di essere aspirato a sua volta). Intanto è morta Anna, mica lui. E la morte crea spazi da ricolmare con altre presenze, anche aliene. Un giorno sì e l’altro ancora si legge e si ascolta la politica che recita il rimpianto dei piccoli paesi che si svuotano e perdono il loro carattere, riempiendosi solo di turisti non sempre consapevoli (né piacevoli) o di immigrati che vivono la loro vita appartata e di risulta. Ma qual è il carattere di questo piccolo villaggio.

Tutto è disarmonico, messo insieme senza legami; l’inverno peggiora ancora la disarmonia mettendola in squallida evidenza insieme ai costi del riscaldamento. Tutto è fragile e a rischio, qui; tutto resiste se si resiste. Uno che muore indebolisce il paese, si porta via un frammento di pensiero e subito c’è più spazio per gli squilli di Trump.

Una tromba e non una campana, mi viene in mente pensando ad Anna, ha annunciato cambiamenti che addolorano; avrei preferito il contrario, ma non si può scegliere. Però, dopo la tromba, suoneranno le nostre campane.

La vita in sogno

Il teatro è tutto rivestito di tarsie in legno pregiato: un bel disegno a losanghe di sapore solidamente borghese, come gli arredamenti di questo periodo. Non c’è moltissima gente, ma è sufficientemente pieno. Il brusio è lieve e non fastidioso; percorro tutto il perimetro esterno – intorno ai due ordini di poltrone – accompagnando un piccolo gruppo di visitatori di riguardo che mi hanno fatto un’improvvisata.

Uno di essi è particolarmente attento all’ambiente, come è sempre stato interessato a tutto quello che ho fatto. Siamo invecchiati entrambi, con consapevolezza. Nel gruppo c’è anche un altro testimone di riunioni e anche di feste in casa di amici di tutti, ma io sono più colpita dalla presenza di chi mi stava accanto un giorno (d’autunno?), nella mia città improvvisamente sconvolta da un crollo di un intero palazzo, in viale Monza. E’ successo in seguito allo scoppio di una bombola, o di una perdita, di gas.

E’ pomeriggio, per fortuna, in orario d’ufficio, perciò molti sono al lavoro e per questo si salvano. Il traffico è sconvolto e c’è un blackout intermittente delle centrali telefoniche sovraccariche: anche il mio cellulare non funziona. Ho una riunione, dovrei rientrare in ufficio e sono in ritardo. L’uomo che mi accompagnava (e che è venuto a trovarmi nel teatro) è partecipe della mia ansia. Finalmente riesco a chiamare la mia segretaria che risponde subito chiamandomi ingegnere e dicendomi che la signora non c’è, che ci sono anche altre persone che l’aspettano.

Riesco a visualizzare la segreteria del mio ufficio, con il divano di Scarpa e il pannello dove ho fatto riprodurre tutti insieme i vecchi simboli delle collane editoriali; la scrivania con l’intrepida Giuditta, con la sua voce gentile e la mania (condivisa) per l’italiano nitido, che scrive impeccabilmente e sa anche riconoscere una trappola mortale, pure se chi la costruisce è un professionista del settore.

La giacca blu di gabardine di quel pomeriggio ora è appesa fuori dall’armadio; è ancora impeccabile ma troppo leggera per essere indossata in questa stagione. La guardo come un reduce di guerra osserva la divisa indossata durante una battaglia impegnativa, da cui è uscito vivo. La indosso scrutando nello specchio i movimenti di quel pomeriggio di fuoco, ricordando che prima di entrare nella sala riunioni l’avevo allacciata, per sentirla ben stretta in vita; e poi gli scoppi, il fumo, la silenziosa rissa mortale.

Preferisco il bianco

Uno pensa di scrivere ‘cronache’ poi, invece, si accorge che sono ricordi: con molteplici funzioni e aspetti. Tengono compagnia alla psiche, quando inizi a sospettare che si sia un po’ spenta nel trantran della quotidianità paesana, consolano dalla grettezza che occhieggia troppo spesso nei rapporti tra persone, aiutano a sopportare il peso dell’esistenza in tempi così poco stimolanti da renderla poco sopportabile.

Mi viene in mente questo pensiero accarezzando il pesante copriletto bianco, residuo di un corredo di quattro generazioni di donne, che ha iniziato a dissiparsi un autunno di quasi quarant’anni fa, con il fattivo contributo di un baldo cercatore (e trovatore) di funghi che scelse dodici tele di candido lino tessuto a mano dalle suore dell’Assunzione, in seguito cifrate da una bisnonna, per farvi asciugare alcuni chili di porcini sbollentati nell’aceto. I lini in questione, reduci dal trattamento choc avrebbero meritato la cremazione (con spargimento delle ceneri in un giorno di maestrale), invece hanno avuto una fine banale quanto inevitabile.

Sì, è un pensiero che ricorre, quello del corredo che una volta aveva una sua ‘sacralità’ e che ora non significa più niente. Così ho pensato occhieggiando tempo fa un telo di lino chiamato strofinaccio, che per origini, storia e qualità non meriterebbe la funzione di ‘cencio’, come un avanzo qualsiasi di tela qualsiasi. Ma i tempi sono questi.

Il copriletto bianco mi parla di un’altra campagna, un’altra latitudine – anche sentimentale -; pavimenti di legno dappertutto, lavati finemente; pranzi della domenica attorno a una nonna severa e rispettata; una zia, grande (ma avveduta) cercatrice di funghi, che mi amava come una figlia; altri zii, e mia madre che si alzava più tardi per riprendersi da un sonno poco ristoratore. Tutti i letti in tutte le camere erano ricoperti da un telo di piqué bianco, operato, come quello che ricopre ora il mio letto.

Il piqué era anche il tessuto degli abiti estivi delle bimbe – bianco ricamato in blu a punto smock – e una camicia di piqué bianca era indispensabile per sentirsi ‘a posto’ in un giorno estivo particolarmente caldo. Tutto mi ritorna in mente se tengo gli occhi chiusi e passo leggermente la mano sulla copertura candida, in questi giorni in cui l’inverno – che pare ritornato – salutato enfaticamente dalla stampa quotidiana, più che la campagna sembra gelare il cuore.

Il bianco non è semplice da portare, né da pensare; ci arrivi – si pensa – per sottrazione, mentre invece mi hanno insegnato che contiene tutti i colori dello spettro. Bisognerebbe che andassi a rileggere Goethe, per avere conferma di questo insegnamento dalla sua ‘ Teoria dei Colori’. Come dire che il bianco contiene, è complessità, non ‘tabula rasa’.