A Lezione dal Maestro, purché sia quello vero

Sì, purché sia un vero Maestro e lo sia anche con il cuore, cioè con uno slancio che gli viene da dentro e gli dà quella forza – quell’energia psichica – che i discenti riconosceranno anche senza accorgersene, senza razionalizzare.

In tempi di cibo a tutto spiano, purché sia commestibile e se ne possa parlare (o sparlare), spuntano a destra e a manca maestri di gelato, di cioccolato, di lievitazione (o forse di levitazione?), di sfogliatelle, e così via. La spiegazione del fenomeno forse non è solo nell’avvento di Expo, ma – a mio parere – sta nella spinta delle multinazionali del business che da tempo sanno che sette miliardi di uomini sono un target sicuro per un unico prodotto: il cibo e l’acqua.

Cibo che ha caratteristiche religiose, salutistiche, estetiche – etiche, mondane, e qualche volta (spesso?) diviene simbolo di un’appartenenza sociale (status symbol). Mangio (o non mangio) carne o nutrimenti che derivano dal mondo animale, digiuno per ragioni spirituali o perché me lo suggerisce (o impone) la mia religione, oppure me ne frego; non butto mai il pane (ed ecco che riscopro la panzanella) per ragioni scaramantiche o religiose, oppure perché non è elegante farlo (e non lo è davvero!). E così via.

In questo mondo in cui il cibo è tornato a essere centrale – come in tempo di guerra (infatti) – anche un panettiere di serie B, un po’ furbo o con un consigliere lungimirante accanto, può reinventarsi “maestro”, anche se non sa usare appieno la lingua italiana,  e aspirare a insegnare a nuove generazioni di donne e di uomini (che non l’hanno mai imparato dalle loro nonne smemorate), come si fa a fare un pane, o un dolce, o una crema, anche molto sempliciDSCN7027.Donne e uomini lo ascolteranno ammirati (più uomini che donne?), perché del cibo non si può fare a meno e sette miliardi di clienti vengono orientati, condizionati, pasturati come carpe, e sospinti a scegliere – in questo periodo – tutto ciò che è (o appare) home made, nei punti vendita imprescindibili, come Eataly insegna (in modo sempre meno convincente). Perché il cibo è soprattutto business e il maestro questo lo sa, perché ci campa: l’importante è che insegni con il cuore, affinché il suo pane (o quel che è) sia condito, non solo con gli strafalcioni ma anche con i semi del futuro. Scegliere il Maestro giusto, questa è la scommessa (e il mio augurio). Buon Independence day!

Da-lin da-lan noi siamo un clan

Se mai ho avuto la sindrome del nido vuoto – disturbo quasi impossibile per chi ha provato spesso un bisogno acuto di passare qualche momento in solitudine, come pausa tra incontri impegnativi o difficili – ora sto scoprendo la fisicità intensa di una rete del cui divenire non mi sono quasi accorta, tanto veloce e impalpabile è stata la sua costruzione, suggellata da nascite e nuove parentele interessanti e interessate a scambi di idee e di conoscenza … E il vino, inteso come comunità ricca di sfumature e di passione, aiuta, favorisce e alimenta l’interesse reciproco.

In pochi anni sono entrati nella mia vita nuovi paesi e nuove interessanti persone, trainati da due piccoli esseri consapevoli del loro potere. Il vecchio film – “sei gradi di separazione” – in cui  si teorizza che con sei passaggi di ‘testimone’ ognuno di noi può entrare in relazione con chicchessia, è largamente superato da una realtà che lascia vagare la mia immaginazione in tre continenti e tra idiomi diversi, inclusi alcuni dialetti e un vernacolo insidioso.

Perché ne scrivo? Mi sono accorta del valore di una rete (conosco e so pesare quella costituita dalle conoscenze che si basano sulla propria reputazione) proprio attraversando questi tempi difficili, in cui, per paradosso, mi pare che venga un po’ meno lo spirito di solidarietà, che a me sembrerebbe invece indispensabile. E l’idea di una estesa rete di relazioni parentali, con gente che lavora e studia in una miriade di settori molto diversi tra di loro, che vive in luoghi agli antipodi, per distanza o per settori d’interesse, che parla e pensa in lingue così diverse tra loro, mi appare come un’abbagliante ricchezza.

Provengo da due famiglie numerose e complesse, ma sono cresciuta come figlia unica, perciò più sola e impreparata alla moltitudine di relazioni tra consuoceri, cognati, parenti acquisiti: forse proprio per questa disabitudine, mi interessano molto e le sento come un accrescimento della mia esistenza e non come un limite o un intralcio. Sono arrivata a pensarmi come parte di una tribù, come membro di un clan e mi scopro a canterellare una tiritera che arricchisco giorno dopo giorno di nuove rime baciate, il cui inizio fa: da-lin … da-lan … noi siamo un clan … e poi prosegue – ogni giorno una rima – andando così a disegnare idealmente un paesaggio di persone e personaggi che formano tutti insieme un mio mondo immaginario che si aggiunge a quello in carne e ossa. Man mano che conosco e riconosco un nuovo membro della tribù ci ricamo sopra un verso che descrive e amplia, a modo mio, il mio clan: così affettuoso, variegato e vivace.

Raccontaci, Ascheri

DSCN6823Una domenica, un giardino che parla di usi di mondo e di sapienza di famiglia; la campagna intorno illuminata a estate. Un appuntamento classico in un luogo che dove i ricordi si intrecciano al presente. Il primo pranzo in giardino della stagione è un classico in sordina, in cui qualche volto giovane si mescola agilmente con signore e signori che hanno un’allure da volpi argentate (volpi ‘sparate’ diceva un collega, re delle ricerche di mercato, per definire quelli che avevano superato la settantina, indenni o quasi, perché solo sfiorati dalle fucilate della vita).

Da quando sto in campagna – e che campagna!: un vero luogo da privilegiati – di pranzi in giardino ne ho frequentati molti, locali e nei dintorni, ma meno che in città… Se stai in città, in un luogo minerale come Milano (i cui giardini sono e rimangono segreti), pare che ti colga una fregola irresistibile di verde, quando le giornate appena cominciano ad allungarsi e il tempo si fa tiepido; e allora i terrazzi diventano giardini.

Da Francesca, nel giardino incantato di ortensie e rami che si intrecciano sulla nostra testa, siamo stati invitati per ascoltare Mario Ascheri che racconta (che peccato che non lo possano ascoltare i giovani di questa terra che troppo poco sanno e ancora meno sanno di non sapere …) la storia dei Chigi. Mi auguro che l’Ascheri sia così generoso (e lungimirante) da inaugurare una serie di quaderni (“I Quaderni di Mario Ascheri”), di bel formato, centoventi pagine e le illustrazioni solo in copertina o b/n al centro libro, per raccontarci – con la sua maestria – queste storie di una terra di cui lui sa dire senza retorica, e con un certo ritmo da romanzo (e che nessuno osi pensare che ‘romanzo’ sia una diminutio, perché non è così) che tiene alto l’interesse della platea, nonostante la narrazione avvenga dopo pranzo (e che pranzo!) e dopo il piovasco vaghissimo che ha inquietato la padrona di casa e animato i convitati …

Mi veniva in mente un pranzo alla Giudecca, in altro tempo e altro giardino, dove il sole splendeva, ma le inquietudini erano ben altre che una tovaglia inumidita dai capricci del tempo. E ascoltando il professor Ascheri che ci dava dentro con energia – perché è uno a cui raccontare piace e lo fa con una passione contagiosa – pensavo che se ce ne fossero tanti, come lui – diciamo un migliaio, sparsi per il paese – e se li si potesse incaricare di narrare la storia e le storie dell’Italia, nei giardini, nei chiostri, in certe piazzette, in qualche radura, … oh raccontaci ancora, Mario Ascheri …

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Nel Prato Estivo

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C’è il calamo aromatico, e c’è il cardo santo, ci sono altea galega dragoncello e fumaria, e poi anche melissa e passiflora e santoreggia montana … Me li ritrovo nel piatto, nei tajarin di Mauro Musso, cucinati da Francesca, che li ha conditi con asparagi e fagiolini e qualche grano di un sale misterioso che insieme a un peperoncino abbastanza misurato (giapponese), coronano questa pasta – piatto unico per una quasi vegetariana come me – che accompagna un volante assaggio del Rosso delle mie figliole, appena imbottigliato e versato con orgoglio da Francesca che mi ha invitato a casa sua.

Per andare a trovarla ho fatto la strada bianca che porta a Sant’Antimo; per me è come andare al cinema, e il film è un pezzo della mia vita, di quando i miei tre figli piccoli venivano con me – sballottati in auto, da soli o con amici piccoli e grandi – e dividevano con me il paesaggio che ci scorreva accanto. Conosco a memoria vigneti e olivete, e anche gli alberi che bordano questa strada; ho mangiato questa polvere le numerose volte che l’ho fatta a piedi, per vedere meglio e per trapuntare con i passi e gli odori delle piante lo scenario che si attraversa, andando verso la vecchia Abbazia …

La sensazione di vuoto che provo ogni tanto, quando sento che tutto cambia e non tutto sarà come pensavo (pensavo?), ogni volta si colma con un guizzo di resilienza – modo o sostanza o energia, di cui abbondo e non so se esserne lieta -; quest’oggi i tajarin di Musso Mauro (se ne sconsiglia il consumo in gravidanza) sono la mia botta di resilienza-DSCN6794

 

Un giglio come metafora

DSCN6741Erano raffigurati su tutte le ‘immaginette’ della prima comunione. Appaiono pure nell’iconografia di San Luigi. Per tutta l’infanzia li ho detestati, per il profumo ridondante e per l’abbinamento a un concetto di purezza che puzzava di monaca; e io le monache le avevo subite, alle elementari e persino in prima media. Da un istituto religioso mi ero fatta espellere, dopo aver commesso una serie di nefandezze da bambinona silenziosa e testarda. Sempre in un’aura di profumo intenso, abbinato in modo, per me, quasi indissolubile all’immagine dei gigli.

Li ho amati invece dopo averli ammirati tutt’intorno alla Costaccia – piccolo affascinante podere dei vicini – e Lola, la mia vicina di podere me li aveva piantati a Fonterenza, per proteggere gli iris dalle ‘spinose’-. Lola portava un copricapo a cono per proteggersi dal sole e tornava dalla fonte, camminando silenziosa e dritta come un fuso, magra, con un portamento da contadina viet, infinitamente più elegante di certi signorotti banali. (La incontro ancora, Lola, a qualche anno dalla sua morte – avvenuta a novant’anni, sorbendo un cucchiaio di minestra poi reclinando il capo – quando svolto una certa curva, prima della fonte; e c’è sempre un ramoscello che si agita o una foglia che ha un fremito, per dirmi che lei è lì e pensa al tempo che farà).

I gigli dunque, e Lola Fagnani, con la sua voce acuta e sonora e il dono della terra: i suoi orti, le sue piante, i suoi fiori, e l’estetica della fertilità. Ora, stamane in particolare – dopo l’ennesima (milionesima?) cronaca di malversazioni, corruzione, ruberie in tailleur, cravatte firmate e autoblù, i gigli che perseverano a crescere, nell’incolto, tra i lavori che scaravoltano la campagna, talvolta deturpandone la bellezza, ritornano per segnalare con il profumo prepotente e il loro candore imperterrito, la necessità di recuperare la purezza, senza mezze misure. Non quella un po’ pelosa e sudaticcia a cui mi rimandavano le prediche delle monache noiose – di cui ho un pessimo ricordo – ma quella di una coscienza vitale e vivace, vogliosa di futuro, di pulizia e di energia intelligente. Gigli, insomma, da rivoluzione!

La vera storia di un addio

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Ci si immagina che chi, come me, non ha fede, non sia toccato dal destino di un luogo ad alto contenuto spirituale, come l’abbazia di Sant’Antimo, che da oltre un mese è al centro di incontri, commenti, versioni diverse.

Ma Sant’Antimo, e la piccola comunità di canonici premostratensi che l’hanno abitata da poche decine d’anni a questa parte, sono (stati) anche per la gente come me, fino a poche settimane fa una presenza speciale, nitida e irradiante, come il saio quasi candido indossato da quei monaci. Troppo carismatica per passare inosservata, la comunità di questi canonici è anche stata per lunghi anni, da queste parti, l’unico tocco di autentica eleganza (se l’eleganza è la capacità di esserci senza apparire, in senso ostentativo, ma lasciando un segno distintivo). Gli uomini angelicati dal saio bianco sono anche stati i testimoni del cambiamento che ha toccato i versanti delle colline, con la crescita di presenze – doviziose, anche se non sempre altrettanto carismatiche – insieme alla crescita di vigneti divenuti famosi, fino alla capacità, ormai acquisita da tutti, di pronunciare la parola ‘bellezza’ (pur dandole un senso economico). I canonici regolari premostratensi sono stati il contrappasso del vino e del suo opulento edonismo, ma sono (anche) divenuti con il tempo un complemento (un completamento, un cerchio che si chiude), pur non essendo astemi. Ora vanno via, lasciando desolata – con quella che è stata definita, dal Corriere della Sera, una fuga -, “per una guerra di proprietà di alcuni locali”, tutta una comunità che in vario modo contava su di loro; e so che il dispiacere è forte.

Lascio però ai giornalisti il compito di offrirci le varie versioni di una verità che pare un Rashomon della val d’Orcia, ma senza Kurosawa alla regia. Mi limito a pensare che forse, paradossalmente, questa non sarà (solo) una fine, ma è (anche) l’inizio. Di qualcosa di nuovo, perché le cose cambiano.

 

Lezioni di Giapponese

Il mio primo incontro con il Giappone risale ai tempi del liceo, anche se l’iconografia giapponese per me era riconoscibile sulla confezione di “Fleur de Rocaille”, il profumo di Rochas usato da mia madre quando ero bambina che annusavo di nascosto.

(Avevo già letto Mishima, al cinema avevo visto L’arpa birmana – Biruma no tategoto – piangendo lacrime amare: il Giappone era un mondo su cui l’America aveva gettato due bombe atomiche.) Il liceo, a Brera, era contiguo all’accademia di belle arti, già a quei tempi frequentata da stranieri attratti dalla fama dei maestri che vi insegnavano – Marino Marini, Pompeo Borra, Achille Funi, Guido Ballo -, e Brera, con il Jamaica e mamma Lina, Fiori Chiari, le sorelle Pirovini, le due strepitose cartolerie, la Scala, il Corriere, e le gallerie d’arte, era un polo magnetico della cultura internazionale. Hideo Hikeda era un giapponese del nord, beveva moltissimo vino (quel vinaccio che noi studenti bevevamo allora), era bellissimo, molto esotico e bravissimo fotografo: divenne ben presto il beniamino di noi pivelli milanesi, insieme alla Claudine che veniva dal Belgio, con le unghie laccate, il rossetto e un’aura di eleganza a noi sconosciuta.

Un Giappone molto più tradizionale entrò a casa dei miei genitori con Sanae Ando,  collega designer, nell’avveniristico ufficio sviluppo de la Rinascente dove un destino molto benevolo mi aveva offerto la prima occasione di lavoro in un ambiente che si ispirava alla ‘scuola di Ulm’. Per l’occasione, Sanae aveva indossato il kimono e viaggiato in tram (extracomunitaria ante litteram) nel gelido Natale milanese, accolta dai miei come una figlia, pensando alla sua lontananza da casa (conservo ancora alcuni dei suoi doni – piccoli capolavori dell’artigianato giapponese – che ci portò quel giorno).

Un’altra tappa del mio viaggio giapponese era stata più traumatica – imparando le tecniche per cadere – nelle prime lezioni di judo del maestro Takero, un campione che aveva aperto la prima palestra per l’insegnamento delle arti marziali in una Milano che si apriva a un cosmopolitismo senza scivolare nell’esotico. Per qualche anno mi sono procurata una serie di lussazioni che hanno segnato inesorabilmente le mie spalle, ma migliorato il mio umore interiore. Avevo già incominciato a usare Mitsuko, un profumo di Guerlain che nel ricordo si avvicinava molto a quello usato da mia madre, che nel frattempo era diventato introvabile. Un libro ereditato da Albe Steiner(repertorio delle simbologie giapponesi), la prima Pentax, le amatissime carte di riso stampate a mano, un ventaglio di carta rosso e oro, le kokeshi, il Giappone e la sua mostra, organizzata a la Rinascente: se guardo indietro nella mia vita c’è più Giappone che America.

Per questo, quando Hiro è sbarcato dal treno, mi sono ritrovata nel suo abbraccio e nelle sue risate. Come naturali erano i commenti sorti dalle situazioni un po’ paradossali, misurando i contrasti, nell’incontro tra occidente e oriente: visioni, modelli, interiorità, psiche, stili, colori. “Un modo diverso di pensare a dove andremo …”, commenta pensieroso.

Una lingua da guerrieri, il giapponese, con un fondo di crudezza coraggiosa, con inchini che ne sono parte integrante. Un Oriente lontano dalla Cina, un confronto DSCN2336da cui quest’ultima esce con un’immagine un po’ kitsch. Così Hirotaka, davanti all’insegna del “Bar Sayonara” mi dice, convinto: “è certamente di un cinese”, e invece – macché! – era un dopolavoro di Prato …

Il verde è un bambino che cresce e cammina

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Può essere l’andamento di una strada – magari un cammino, come questo, che viene da molto lontano nel tempo – oppure un orizzonte in cui occhieggia il mare luccicante, ma solo se lo sai vedere. O come la luce svela nuovi luoghi che credevi di conoscere già molto bene, o il disegno dei campi delimitati dalle siepi della sapienza contadina (quella, nata dall’esperienza, che impedisce alla terra di franare). Innumerevoli sono le meraviglie che uno impara a ri-conoscere, vivendo in campagna.

E non è che in città ci sia poco da vedere, o che quello che ci circonda – in città – sia meno interessante, piacevole, bello. E’ che in campagna il mio occhio ha imparato a rileggere la forma della terra, incitato dalla luce che muta di continuo – nell’evolvere della giornata, con le mutazioni del tempo, con le durezze climatiche -. Qui il verde è il grande maestro di un racconto in cui domina la scena, mostrandoci quanti verdi può essere e diventare, e possono anche essere verdi blù o rossicci, o stinti e dilavati fino a essere bianchi o di quel turchese trascendentale, quasi imprendibile. Perché il verde è, in realtà, un colore che non sta mai fermo, come un bambino che cresce …

Ma naturalmente non c’è solo il verde – lo cito oggi, perché a maggio non se ne può fare a meno, con le vigne che splendono di verdi di tutti i colori – trasparenti e scintillanti – ci sono i colori delle altre stagioni, autunni ancora verdi, ma con campi biondi o rossicci… e qualche volta – d’improvviso – tutto bianco, magari con qualche albero carico di caki che rosseggiano, come un improvviso musicale.

Dopo molti giorni in campagna, ad annoiarsi nel verde silente, uno torna in città e si ritrova a guardarla con occhio più allenato a ‘vedere'; perché stare in campagna ti abitua all’osservazione. Può sembrare banale (forse è banale) questa constatazione. Lo è meno se uno si immagina con quali occhi viene guardato (e visto?) il paesaggio. Ne hanno parlato poeti (quelli che con la poesia mangiano), addirittura citandolo come fonte di ispirazione (Yves Bonnefoy, a proposito del paesaggio italiano); è il grande protagonista della letteratura, il paesaggio fa parte della narrazione – è il contesto in cui si svolge una storia -; ne parlano da sempre tutti quelli che gli riconoscono un ruolo centrale nella loro esistenza (viviamo vite più influenzate dal paesaggio di quanto ci rendiamo conto). I soli distratti sono sempre stati i politici, almeno quelli italiani. Se ne stanno interessando ora e ciò dovrebbe spaventarci molto; io non ho una grande opinione dei personaggi che animano (si fa per dire) la scena politica; mi sembrano opportunisti, di solito interessati a una propria sistemazione economica, ma soprattutto mi appaiono a volte come persone di cattivo gusto, persino ingenue, nei confronti del paesaggio.

Un esempio che mi viene in mente è la scoperta della via Francigena, da parte della politica e dei suoi uomini. Una buona politica sarebbe quella di coinvolgere il cosiddetto territorio in un gesto – camminare – che ha un senso profondo, per ogni viandante; far capire a imprese agricole che chi cammina in campagna è una persona che ama il paesaggio ed è alla ricerca di valori. E’ proprio questa ricerca, di sé, di un senso, di un obiettivo, che ha spinto gli uomini, nei millenni, ad andare a piedi attraverso terre che ha guardato e che ha cercato di ‘vedere’, trovando ospitalità o attenzione, o cura …

Invece la via Francigena della politica implica infrastrutture: non sono più i piedi di mille e mille uomini a tracciare il cammino, bensì attrezzi condotti da uomini che lo spianano. Non è il bastone che scosta il cespuglio, ma è la cesoia della pubblica amministrazione, che costruisce pure i ‘parapetti’ alla via, costringendo il viandante a percorrere una strada prefigurata da altri, non ritrovata mentre si cerca sé stessi. Ma questo i politici non lo sanno, perché cercano di far lavorare uomini che devono poi mostrare la loro gratitudine …

Questa fregola di ‘normalizzare’ tutto è tipica di gente che ha bisogno di tenere il futuro sotto controllo, che pretende di eliminare l’imprevisto – che è invece ineludibile – dimenticando che anche le montagne si muovono (l’Himalaya addirittura di due centimetri l’anno) – perché il futuro non si può contenere, né recintare, né pianificare. Bisogna ‘vederlo’, mentre si guarda, più in là del proprio naso.

Un Miliardo di Caccole

La hostess Lufthansa non riusciva a trattenere una risata, dopo aver guardato i due biglietti che le avevo messo sul bancone del check in. Eravamo in due – io e il giornalista che mi portavo dietro, come si usa tra amministratori e politici, perché documentasse scrivendone le glorie dell’ente che rappresentavo – due biglietti per un volo veloce a Francoforte, dove andavo a ricevere un premio per una guida al territorio di mia competenza.

Quindi, un po’ piccata, un po’ spazientita dall’aria quasi insolente di quel tipetto, le ho chiesto la ragione della sua ilarità e lei non si è fatta per niente pregare. “Scusi ma dove ha acquistato questi biglietti”, mi fa rispondendomi con un’altra domanda; io non sono da meno e controbatto con un’altra domanda chiedendole “perché?”. “E’ che non ho mai visto pagare milleduecento e rotti euro per un biglietto in economica, Roma Francoforte”, mi risponde finalmente, con aria divertita e un po’ provocatoria.

Mi prende per una babbea, anzi sono una babbea; non ho nemmeno guardato il biglietto quando mi è stato consegnato dall’agenzia . Sono andata ogni anno a Francoforte per la Buchmesse e spesso ci sono andata in giornata, come mi accingevo a fare anche quel giorno. Non ho mai avuto bisogno di controllare il prezzo del biglietto con cui volavo quando lavoravo in azienda, perché le politiche aziendali erano chiare in proposito e gli acquisti effettuati (in ogni campo) le seguivano alla lettera. Questa volta, invece, sono proprio scivolata su una merda; una brutta cosa capitata a una babbea che va di fretta.

Una babbea che va di fretta ha anche la necessità di non diventare lo zimbello di una hostess con l’inclinazione alla critica, soprattutto a una hostess di nazionalità tedesca – con la cattiva fama di spendaccioni superficiali di cui godiamo nei dintorni della Foresta Nera – perciò abbozzo e grugnisco qualcosa di incomprensibile e, spero, di distaccato e signorile (il giornalista che mi accompagna era rimasto in disparte, per mia fortuna, ma non credo che avrebbe trovato interessante scoprire questo altarino).

Più che scivolare sull’escremento di cui sopra, mi sento come se fossi fatta della stessa materia; mi maledico e tra me e me maledico la dabbenaggine con cui ho chiesto di acquistare il biglietto (con urgenza, un giorno per l’altro), senza sottolineare che doveva costare il meno possibile e soprattutto senza controllarlo. A mia parziale discolpa posso portare l’idea – allora mi pareva ovvia – che avendo un incarico pubblico, tutta la catena gerarchica e organizzativa aveva il comune anelito al risparmio e alla buona gestione dei soldi, che in quel caso erano dei cittadini. O almeno io pensavo che doveva essere così!

Anche perché usare i soldi dei cittadini per pagare cinque volte il dovuto due biglietti il cui importo non era appesantito da alcuna urgenza mi sarebbe sembrato una faccenda lunare, nel senso che non sarebbe stata di questa terra. Avevo visto tutte le rappresentazioni di Tangentopoli, ne avevo conosciuto personalmente ogni protagonista o quasi. Vivevo in una provincia in cui – proprio come Pangloss – tutto e tutti parevano ripetermi (a me milanese e incolta) che tutto lì scorreva in modo sostenibile e democratico, in quella che era la terra migliore possibile.

Forse nemmeno quel babbeo di Pangloss avrebbe avuto il coraggio di perseverare nel suo ottimismo un po’ cieco e un po’ stupido, se si fosse trovato nella stessa situazione, ma allora io non ero nelle condizioni di immaginarlo nemmeno lontanamente. Perciò la cosa migliore da farsi era quella di misurarsi con questo “episodio” increscioso al mio ritorno da quel premio (che attestava una volta di più quanto fosse virtuoso e intelligente il contesto in cui mi ritrovavo).

Al mio ritorno da questo breve ma increscioso viaggio – sentendomi più che mai compresa in quello che facevo – avevo chiesto udienza a colui che rappresentava il mio punto (sommo) di riferimento, la cui identità è, per così dire, secondaria, nell’economia di questa cronaca. Non posso però dimenticare che lui mi ricevette saldamente seduto (anche se, pensandoci bene, questa posizione lo avrebbe dovuto mettere in lieve imbarazzo, costringendolo a guardarmi dal sotto in su) e scaccolandosi, com’era frequente che facesse, incurante dell’effetto che quel gesto – a suo modo rivoluzionario – poteva produrre sui non addetti ai lavori.

Lo scaccolamento, le grattatine in zone del corpo che i cinesi non riuscirebbero nemmeno a immaginare, l’assenza totale di uso di mondo (espressione che in talune zone è completamente sconosciuta), la totale sordità alla ‘modernità’ intesa come la tensione a tradurre in futuro un patrimonio che dovrebbe essere percepito come prezioso, sono caratteristiche che ho spesso osservato convivere con un senso dell’autarchia quasi feroce, addirittura autolesionista. Quest’ultimo a Siena lo chiamano “il cane e l’aglio”, o qualcosa del genere, per spiegare che anche se al cane l’aglio non piace, gli monta la guardia, per impedire che altri lo mangino (e dev’essere qualcosa che comunque con Berlusconi non ha funzionato …).

Ho dunque incontrato quel tipo importante – lo scaccolatore impunito – e gli ho riversato sulla scrivania tutto il mio sconforto, condito da un’aria (esclusivamente mia) scandalizzata e dall’idea che uno dei tanti controllori potenzialmente interessati a scoprire magagne e malversazioni, privilegi e mastruzze, avrebbe potuto – chissà – mandare a fondo un partito, o un’amministrazione pubblica, o giù di lì.

E’ passato un bel po’ di tempo da quella storia e ora mi torna in mente sempre più di frequente. Perché allora l’avevo collegata a una situazione limitata – nei soggetti e nel tempo – restringendola a magagne d’ufficio, in cui il mio destino personale mi aveva in seguito impedito di svolgere i debiti (e dovuti) controlli. Ma alla luce di quello che leggo ogni giorno, e di cui i cittadini tutti vengono quotidianamente messi al corrente, è un episodio che trovo insopportabile e di cui mi vergogno.

Mi vergogno, prima di tutto, della mia cecità; poi mi vergogno perché dopo l’incontro con chi ‘di dovere’, che non sortì altro se non una caccola da quel naso (diligentemente appallottolata e lasciata cadere sul pregiato tappeto sottostante) avrei dovuto insistere. Infine, mi vergogno perché solo oggi – da vera babbea – mi rendo conto che molta parte di quelli che lavorano in, o per, un ente pubblico, agiscono approfittandosene, avendo azzerato il confine – assai labile, mi pare – tra leggerezza o distrazione e il furto e l’appropriazione indebita.

Furto e appropriazione indebita sono due reati, in origine, ma ogni tanto mi pare che siano divenuti – trasformandosi anche tramite le parole con cui vengono definiti – una caratteristica di tanti mondi, anche del lavoro e delle imprese (o di ciò che ne resta) private, fino a diventare parte integrante di un sistema che ci obbliga alla “furbizia” o quanto meno a non credere a ciò che vediamo, ma a immaginare ciò che esso nasconde. Solo recentemente ho capito il valore reale di quei due biglietti – pagati cinque volte il prezzo dovuto, con i soldi delle tasse pagate dai cittadini -; ho moltiplicato quel furto per milioni di acquisti – dalla sanità (!) ai viaggi di politici e amministratori, dalle invalidità agli affitti di immobili, dalla costruzione di strade e infrastrutture alle situazioni pensionistiche legalizzate ad hoc, e a … non so più che cosa – e come risultato ho capito. Miliardi di euro dati ad amici o ai loro esattori, non solo tramite grandi commesse, ma soprattutto e sistematicamente, come gesto quotidiano. Miliardi di caccole.

Implosione e Compassione

Ascoltavo stamattina una trasmissione alla radio sulla nostra lingua. E’ interessante che almeno in un’emittente si siano resi conto dell’utilità – forse dell’urgenza – di prestare un po’ d’attenzione alla nostra lingua, al suo uso, e al mutare dei nostri pensieri che questo rivela.

Io ascoltavo guidando, perciò più attenta alla strada che a quello che veniva detto; ma a un certo punto ho ascoltato lo speaker recriminare sulla dissolvenza di una parola – compassione – che è ormai quasi scomparsa dal nostro vocabolario. Io non me n’ero accorta, e proseguendo nell’ascolto (e nella guida) riflettevo come la nostra vita attiva e i nostri sentimenti promuovano o congelino le parole. E in quel momento ho proprio immaginato  le parole che usiamo come un gregge di pecore sospinto qua e là dal pensiero dominante che prendeva le sembianze di cani maremmani.

La “compassione” si usava quando io andavo dalle monache, che me la proponevano come la parola per qualcosa che istintivamente non mi piaceva: si doveva provare compassione per gli evidenti casi pietosi così frequenti nel paese contuso e rabberciato del secondo dopoguerra. E bisognava ‘fare la carità'; gesti e azioni un po’ pelosi e ipocriti, in un’Italia che poi invece mi avrebbe suscitato davvero compassione (un sentimento colmo di affetto e di rammarico) guardando retrospettivamente le immagini scattate da Richard Avedon nel 1946, nel nostro paese, e pubblicate nel volume “Observations”, nel capitolo The Italian Experience.

Quelle immagini, che mettono in poesia un paese fatto di persone arretrate – soprattutto uomini – dallo sguardo un po’ allucinato; mettono in mostra un paese infantile e ignorante, di un’ignoranza dolorosa e inconsapevole: il volto peggiore del nostro provincialismo.

Quando Observations mi è stato regalato (da mio padre per il mio ventesimo compleanno) non ho dato molto peso a questo capitolo sull’Italia del dopoguerra, né al testo di Truman Capote, perché ero presa dal bellissimo ritratto di Marella Agnelli, che Avedon aveva fotografato (a mio parere) avendo in mente il Laurana; inoltre i miei vent’anni, agli albori del boom, si incantavano davanti ai ritratti di attrici e personaggi della cultura e del ‘lavoro’. Tutti erano vestiti con abiti solidi e eleganti, di un’eleganza durevole, interiore. Lì, in quelle pagine (che ho appena riguardato) ho conosciuto il concetto di borghesia intelligente – quella in grado di fare ‘la rivoluzione’-.

Sfogliare il libro e rivedere le foto – di cui si cita lo stampatore in camera oscura (un mestiere dimenticato): Frank Finocchio, a cui sono dedicate due righe di ringraziamento speciale – fa venire in mente proprio il mondo del lavoro, quello vero dove “si fa” qualcosa di preciso. Sfogliando il libro salta all’occhio la diversità, dell’abbigliamento e di stile, delle persone importanti (come ad esempio i politici), tra quei giorni e questo tempo d’oggi, in cui la politica si veste per apparire: confondendo questa necessità con quella dell’essere (dalla parte dei cittadini) e del fare (per migliorare il paese). Nonostante Matteo Renzi, magari a sua insaputa, citi Erich Fromm (forse per via dell'”avere”).

La politica sartoriale è davvero molto cambiata, diventando di maniera. Le donne, lungi dal desiderio di somigliare a statiste paiono piuttosto tante allumeuse. Gli uomini hanno come evidente modello di riferimento quello dell’uomo d’affari di successo, con Rolex e Piaget che si sprecano, al polso di gente che di affari ne fa un bel po’ e con grande successo personale.

Se tanto mi dà tanto, ovvero, se questi sono a loro volta i riferimenti per noi cittadini quasi sudditi, come si può pensare alla compassione, a quella parola per dire un sentimento di profilo alto, elegante e profondo; si può al massimo provare pena, anche per la densa presenza di cretini (della cui prevalenza scrissero un delizioso librino Fruttero & Lucentini). Non si può che provare tristezza per questo paese ad alta densità di persone i cui ideali sono così bassi da essere praticamente invisibili.

Possiamo riservare la compassione per il momento in cui risvegliandoci da questo mefitico torpore ci accorgeremo di essere vissuti non tanto al di sopra dei nostri mezzi, bensì al di sopra delle nostre opinioni: molti tra noi avendo di sé un’idea raccattata non si capisce bene in quale fondo, completamente sconnesso dalla vita reale.DSCN7220