Cutrettole e no

Ho capito che riconosce la mia auto e sa che rallento, mi fermo pure se serve (voi non lo fareste?). Ne sono certa: imbocco la curva e lei è lì che pascola – come fanno gli uccelli: chissà che ci troveranno in mezzo alla strada? -, solleva la testa e mi guarda; cioè io dico così ma in realtà lei guarda l’auto e, appunto, la riconosce e ne conosce i comportamenti.
Le prime volte in cui mi è capitato di osservare il suo indugio, prima di camminare, quasi avesse i piedi (le zampine) piatti, un passetto dietro l’altro, come fanno anche le upupe.
E la sua livrea, nei toni del grigio, ma decisamente grigio freddo, quasi metallico – qualche striatura nera, è quasi da cocktail: elegante e senza fronzoli.
E’ forse il passeraceo più bello e meno grazioso che ci sia. La salita a Sant’Angelo è tutta abitata da cutrettole, il paese no.
Le cutrettole stanno nei cespugli di rosmarini, spiccano brevi voli e vanno a frugare nella terra tra gli olivi, dall’altra parte della strada. Incuranti delle auto che passano, come se giocassero una spericolata roulette russa.
Ho visto che si tolgono di mezzo leste, quando passano le altre auto; con la mia no: prima guardano, soffermandosi, con quella breve esitazione in cui io leggo quasi un gesto di riconoscimento, un saluto.
Tutto il contrario di quelli che per pigrizia o antipatia si voltano da un’altra parte per non salutare, o per un torcicollo.

Bio Bio Bio Bio

DSCN5687Ammiro Giannelli (che ho anche il piacere di conoscere, fin dal tempo in cui è stato brevemente un autore Mondadori) e alcune sue vignette sono semplicemente geniali. Quella di oggi sul Corriere, invece mi ha folgorata, lasciandomi un po’ di amaro in bocca. Riguarda l’ormai nota vendita ai cinesi della Pirelli, una delle stelle del nostro firmamento industriale, giusto per non citare la brutta espressione “eccellenza italiana”, modo di dire divenuto ormai retorico.

Ma l’amarezza non aleggia tanto (o solo) a causa della vendita ai cinesi, ma piuttosto perché, con una di quelle alchimie del caso descritte da Gustav Jung, la vignetta di Giannelli, oggi, sintetizza bene il mondo alla rovescia in cui stiamo vivendo.

Sembra di stare in un racconto un po’ surreale; un mondo di paradossi. Gli emiri che finanziano il terrorismo internazionale e acquistano il nuovo centro di Milano e in chissà quali altri affari hanno le mani (qualcuno dice energia e acqua); Putin che correrebbe volentieri in soccorso della LePen; gli americani che secondo Sean Penn – ma non solo secondo lui – sarebbero all’origine (addirittura i creatori) dell’ ISIL; il capitalismo ‘comunista’ dei cinesi che però lasciano a capo della Pirelli cinese il Tronchetti Provera; e la lista includerebbe non pochi casi nostrani, anche più vicino a noi comuni mortali …

Rientrando invece in panni più campagnoli, ma non meno mediatici, si fa una carrellata su Vinitaly per apprendere che l’esecrato e stigmatizzato mondo dell’agricoltura biologica (e biodinamica), nella sua accezione vitivinicola sta diventando un protagonista ed è non solo esaltato, ma da ciò che si può leggere sui grandi quotidiani – Corsera in primis – è portato in palmo di mano dal mondo fino a ieri più critico verso le pratiche ‘naturali’ e più vicine ai bioritmi della terra. Solo che questi “nuovi protagonisti” del bio pretendono di fare i primi della classe, con un atteggiamento da “ora ti spiego io come si fa”.

Ed è tutto un predicare il nuovo corso bio, da parte di quelli che fino a ieri ne prendevano le distanze. Chi però poi allunga il passo in campagna e fa una girata tra le vigne scopre che davvero molte di quelle che venivano trattate con sostanze sistemiche e con concimi chimici, ora si presentano con un rigoglio di favino, tra un filare e l’altro. Non ci si può davvero lamentare di queste apparizioni: fa bene, fa meglio a tutti (prima di tutto alla terra stessa) questo nuovo sguardo ecologico. Io magari sono troppo maliziosa e scettica, perché penso che non si tratti tanto di un’evoluzione, quanto di una scelta fatta sulla consapevolezza di un’attenzione speciale dei consumatori per i cibi naturali (vino incluso).

Ci sono quelli che coltivano direttamente la loro vigna, da anni, anzi da decenni,  praticando l’agricoltura biologica; da qualche tempo anche alcuni produttori più grandi e particolarmente attenti – hanno adottato queste pratiche. Questa presa di coscienza, queste acquisizioni, sono un segnale positivo.

Meno positivo invece è il tentativo di chi fino a ieri lontano e scettico, rispetto a queste pratiche colturali, di ergersi a maestro, di dare indirizzo e regole, di costruire recinti e dare etichette … insomma di normare un qualcosa che è prima di tutto un modo di essere e di sentire. Da tutti gli articoli affiorano gli stessi aggettivi che fanno pensare che tra pochissimo sarà tutto un bio bio bio bio. Tutto il contrario di tutto quello che succedeva anni fa. Proprio una realtà scaravoltata, come sagacemente sintetizza Giannelli, con gli imprenditori che diventano “comunisti”, invece degli operai.

 

La Forma delle Idee

Se una semplice golia ti fa sfrizzolare il velopendulo, quanto ti può far sfrizzolare il cervello incrociare pensieri con altri che li fanno rimbalzare sui propri – li moltiplicano, li stiracchiano, li mescolano – e poi te li rimandano indietro manco fossero palline da pingpong?
Dove attraccare con la mente, far scendere lo scalandrone dei pensieri passeggeri e lasciarli passeggiare sul molo delle idee?
Come vestirsi per pensare meglio?
Quale cibo migliorerà i nostri pensieri?
Che cosa penso stasera?

Nessuna domanda del genere ha fatto capolino durante la cena – quasi una rimpatriata, ma non una cena amarcord.
Sappiamo, quanti siamo intorno al tavolo, che non servono molte spiegazioni, serve dispiegare le idee e lasciarle attraversare il tavolo, a lasciare tracce nella mente dell’altro (e nella propria). Come è sempre successo, il tempo – e a volte il caso – le farà maturare.
Avranno forma e colori, creeranno movimento. Cresceranno e andranno per il mondo.
Niente è più appassionante dell’incontrarsi per scambiarsi pensieri e idee. Il futuro incomincia così.

Tra Dubai e la ‘Ndrangheta

DSCN5571Lui sta seduto in terra, appoggiato all’alto cordolo che rende scomodissimo il semicerchio che contiene l’Arco della Pace. Quasi elegante, vecchiotto quel che basta, in una città dove i vecchi – asciutti, eleganti in modo invisibile – si sprecano. Avvicinandomi mi accorgo che è una riedizione di Emilio Tadini (solo un po’ più magro), gli occhi semichiusi, il viso proteso verso l’alto (bisogna pur abbronzarsi il collo e se non lo si tende a dovere ti saltan fuori certe rughe bianche orribili. L’Emilio lo faceva sul terrazzo di casa, in basso, in via Jommelli e mio figlio lo fotografava da casa nostra al quarto piano: un micione al sole, con lo specchio abbronzante aperto come un giornale.
Solo che qui siamo in pubblico, tra gente che corre, sgambetta, fa stretching. Non è primavera, ma riesce a sembrarlo in modo plausibile. Un terzo di quelli che incontro ha il viso stropicciato, sciarpe bellissime, shopper che raccontano una vita ancora ben dentro le cose, quel benessere un po’ così che attutisce il senso della fine delle cose … non di tutto, ma di quello che era come lo conoscevi bene.
Non c’è nulla come vivere altrove e tornare spesso – ma in modo ogni volta diverso, magari a pesca d’idee – in questi posti che nel secolo scorso sono stati il punto di decollo di un paese agricolo e sottosviluppato, per sfogliare una certa storia d’Italia. Qui, nei dintorni della Triennale, sono indecisa se volgermi verso via Paleocapa e ripensare ai Berlusconis, o strizzarmi nel mondo del design (molti di quelli che ho conosciuto sono diventati nomi di vie).
Mi sto allenando a catalogare i cambiamenti – sono su diversi piani, e la città la scompongono come in un caleidoscopio ombre-luci – ne sono affascinata. Taluni ne stanno accentuando i caratteri asciutti e anche colti: riguardano la città che lavora e prospera, che è viva e pulsante, anche se il lavoro è cambiato è rimasto però cosa vera … Ma duecentomila persone arrivate a miscelarsi con i ‘nativi’ hanno portato i loro colori, i loro odori, i loro modi – sudamericani, filippini, nordafricani, asiatici, e in questo quartiere thay, cinesi, coreani, con i loro negozi, gli affari, la lingua ermetica -.
Il turismo è una novità, un turismo ricco di gente che compra, e quello che non compra lo fotografa, di donne asiatiche elegantissime che invece di camminare veleggiano, è una sorpresa, ma non è quel turismo da città d’arte, come si usa dire: questa è gente che viene a respirare una cert’aria di contemporaneità.
Tutt’intorno, ben fuori dalle circonvallazioni esterne, una folla di vecchi – coraggiosi, esitanti, ben messi, malmessi – con vecchine che hanno paura a uscir di casa perché il vicino le ha minacciate, tante donne velate, tanti uomini che ciondolano agli angoli delle strade con le mani in tasca, tanti banchetti di merci inutili. (Tante sale giochi: il vero scandalo del nostro paese e un solo giornale – l’Avvenire – che se ne occupa seriamente).
Dentro la pancia della città, però, tutti vengono sfamati: le istituzioni della tradizione del “coeur in man” si sono irrobustite, altre se ne sono aggiunte, è diventato un sistema, ben gestito, in cui operano migliaia di volontari veri – gente non pagata che serve e assiste, organizza e serve, aiuta e serve: pensionati, professionisti, casalinghe, c’è un po’ di tutti, con grande fatica e impeccabile senso del dovere – nessuno muore di fame, tutti hanno la possibilità di lavarsi e di cambiare biancheria.
Ho l’impressione che se scavassi appena un po’ mi troverei a disagio, come quando mi tocca ascoltare la donna pallida nerovestita che si trascina nella carrozza del metro cantilenando con voce stridula peer favooore, per mangiaare, datemi qualcosa.
Salgo sul tram e incrocio lo sguardo di uno che abita ancora dalle mie parti: non faccio niente per sembrare quella che sono stata e so di non sembrarlo, ma forse qualcosa glielo ha ricordato; una donna mi tossisce ripetutamente in faccia, come se cercasse di passarmi la sua tosse. Mentre penso a come vendicarmi, lei scende e sparisce. Ma sì, è salito un controllore …

Sul mare luccica: è Montalcino

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Già eravate al corrente del vino – dei vini, per l’esattezza (mica c’è solo il famoso Brunello di Montalcino!) – forse avete sentito dire del paesaggio (“c’è un salto qualitativo tra il resto della Toscana e questi colli, quando svolti lasciando la Cassia e prendi la strada che scollina – Traversa de’ monti – in direzione di Grosseto…” mi sospirava un famoso copy di un’ancor più famosa agenzia); qualcuno, maliziosamente , può avervi suggerito che qui se la tirano parecchio (ed è meglio sorvolare). Vi avranno parlato di certo delle terme disseminate, qua e là (San Filippo, Petriolo, San Casciano, Bagno Vignoni, Rapolano, Bagnacci, …) dimenticando – o non sapendo – che le acque termali abbondano anche tra i filari delle viti …
Qualcuno vi avrà raccontato le meraviglie dell’Amiata (absit iniuria geotermiae), magari l’avrete pure vista innevata o avrete fatto chilometri nelle faggete silenti e misteriose …
Ma quasi certamente nessuno vi avrà raccontato della visione del mare, che luccica in due o tre punti – tra Montalcino e la frazione di Sant’Angelo in Colle -, un’apparizione capace di raccontare meglio di qualsiasi parola quale sia il contesto psico – geo – immaginifico in cui si trova questo lembo di Toscana.

Otto Marzo

Occorre ricordarlo: è il compleanno di quella che ha tutta l’aria di diventare l’intellettuale della mia famiglia che cresce. E non sarà la sola: c’è già qualcuna che le ‘succhia la ruota’, come si usa dire …
E allora libri per fare festa, per imparare il nome delle cose – il nome corretto che non dà spazio a fraintendimenti – per imparare a esporre compiutamente le proprie idee e difenderle, caso mai capitasse anche in tempi futuri di incocciare in arroganti pigliatutto. Libri anche per imparare a contare, in tutti i sensi e non solo a far di conto; libri per tenersi da conto, per avere cura di sé e di tutti quelli che ci stanno a cuore.
Libri per sapere e per saper decidere, per sé e per chi magari ci chiede aiuto. Libri per giocare con le idee, per svilupparle, per raccontarle, per illustrarle, per realizzarle.
E poi libri per divertirsi, per creare storie nuove, per vivere una vita in più, per imparare la storia; libri per amare e da amare, per conoscere la vita di quelli che sono venuti prima di noi e immaginare quella di quelli che verranno dopo.
Libri, per averne sempre uno a portata di mano, sotto il guanciale, sulla sedia accanto alla tua, nella borsa, nel cesto della spesa, sulla scrivania, accanto al water …
Libri perché non bastano mai e non riusciremo a leggerli tutti, ma intanto aprirli e leggere una frase, un periodo, un aggettivo …
Libri per sapere che le idee sono il vero capitale, quello che rende ognuno di noi unico e prezioso.
Libri per non cedere all’ignoranza, alla solitudine, alla depressione, al qualunquismo. Libri per celebrare l’amore, per cantare la libertà, per migliorare la propria salute, per scegliere il proprio destino, per salvarsi la vita.
Buon Otto Marzo alle mie donne piccole e grandi.

Se Brunello ti Strega

In attesa del nuovo che avanza in quella che è già stata battezzata l’Acropoli di Montalcino , obbligata a casa da un malanno, relegata tra libri impilati alla meglio e la cronaca dei quotidiani, vado con la memoria a casa Bellonci, prima ai tempi di Maria, quando pubblicò il suo ultimo libro e la presentazione per pochi (si fa per dire) intimi – non più di duecento, però – avvenne a casa di Leonardo Mondadori, a Milano, in via Donizetti, in mezzo ai quadri del padrone di casa, icone russe comprese. E la Bellonci che passando tra le donne che in editoria non sono (soprattutto non erano) poche aveva un sorriso per tutte e con voce flautata, da vipera gentile, esclamava oh le mie Isabelle.
Era il 1986 e Maria Bellonci aveva appena pubblicato il suo ultimo romanzo e non ebbi più modo di incontrarla. Ma da quei giorni mi restò un rapporto stretto con Annamaria Rimoaldi, fedele custode del pensiero ‘stregato’ di Maria Bellonci.
Divenni una frequentatrice di casa Bellonci, casa affollata di libri e quindi amica della Rimoaldi, che cercava di carpirmi gli umori della casa editrice – sia parlandomi delle debolezze dei miei colleghi del comparto libri (e c’era di che sbrigliarsi in pettegolezzi maliziosi, aneddoti succulenti, illazioni fondate e pure sfondate …), sia svelandomi il backstage del Premio Strega. La casa era tenuta lustra dalla Luigina, prossima ad andarsene in pensione, trattata da Annamaria come un’esserina fragile, con benevolenza, come la gatta, anche lei donna e complice – come solo sanno esserlo i gatti che da sempre si compiacciono di girellare tra i libri (forse in caccia di topi di biblioteca), anzi tra i gatti che hanno condiviso la mia vita ce ne sono pure stati di quelli che giravano le pagine ai libri, mentre io leggevo …
In queste frequentazioni, oltre a capire quali erano i penchant di Annamaria, che proteggeva il figlio del portinaio cercando di fargli guadagnare qualche soldo e aveva tutto un suo giro di protégé meritevoli, tra cui alcuni intellettuali, poco a poco capii che essa (ma pure la Luigina) aveva un debole per i buoni vini, pur non conoscendoli affatto.
Quando capì che la casa che avevo a quel tempo in campagna era in Toscana; e addirittura era in quel luogo di cui aveva sentito parlare vagamente come del luogo in cui si faceva un vino che rischiava di rubare la scena al grande Barolo (che a lei piaceva moltissimo), iniziò a corteggiarmi con discrezione, facendomi domande sulle vigne, su come andava l’agricoltura (di cui ero completamente ignara), e in breve capii che a uno dei prossimi pranzi a due o a tre a cui ero spesso invitata potevo fare un figurone portando una testimonianza ‘in vitro’ delle mie incursioni a Montalcino. Annamaria Rimoaldi era elbana, era stata una competente e appassionata funzionaria del ministero dell’agricoltura e questa qualità ammantava in modo credibile l’interesse per le vigne. Ricordo di averle fatto  recapitare un cartoncino da sei di bottiglie di ottimo Brunello di Montalcino di un’azienda che si chiama Poggione e lei le apprezzò moltissimo. Poi, un giorno, invitata a un ‘pranzone’ le portai un paio di bottiglie di Poggio di Sotto e le raccontai, durante il pranzo, con suo schietto godimento e dei suoi ospiti, delle lepri che girellavano per la vigna del Poggio di Sotto e che attraversavano la strada ai visitatori che guidavano su per l’erta, sicure com’erano che questi fossero Io e il Brunello (ma quello vero!)persone speciali (appassionate di un vino così speciale!). Quante storie da Strega per le leggende del Brunello.

Mi manda Mendel

DC_250165224Il dono della telepatia, l’istinto di conservazione, la capacità di distinguere, la curiosità di vedere oltre, la passione per la conoscenza, il bisogno di imparare, la fame di bellezza, l’attenzione ai più fragili, il senso del ritmo. Un terzo occhio, saper perdonare, chiedere scusa, ignorare l’arroganza, resistere alla seduzione, non avere paura.

Ecco, soprattutto non avere paura.

C’è qualcosa – come un soprassalto appena affronti la “cosa difficile”, o penosa, o rischiosa o dolorosa – che ti tira per il braccio e ti fa partire un sorriso: non di sfida ma di ‘relativizzazione'; c’è qualcosa, insomma, che ti fa sapere all’istante, subito, che tutto si stempera (a cominciare da ognuno di noi) in una treccia folta e fusa, e ti dà quella forza speciale: allora se parto con questo piede sono come un ‘dune buggy’ su una spiaggia nostrana e porto quello che scelgo, dove io voglio.

Le cose cambiano, e se ne sei consapevole governi il cambiamento.

Leggo le sue leggi e so cosa faranno i miei nipoti, anche quelli sconosciuti. Mi manda Mendel: conosco il modo in cui muoverai le mani, so perché mi guardi in quel modo, ti immagino nel leggere quel libro, ti piacerà il tè ma non come piace a me; ricordo il modo di intrecciare le mani della nonna che non ho mai conosciuto e te lo sto passando, anche se l’ho ben guardato solo nella sua vecchia foto – di lei con mio padre neonato in grembo – scattata in un campo di fronte a una casa: tutto virato in bistro, che è un nero che si addice ai ricordi che diventano futuro.

Per questo, per questo e tanto d’altro – che tu sai già e forse no – mi manda Mendel e ti volevo avvertire.

Gentrificazione in viale Monza

Una corsa a perdifiato e loro due – il padre e l’infante – che trovano il tempo (e il modo) di un gioco da complici, teneri e sghignazzanti; una marcia longhissima che mi trova impreparata, come un percorso in treno in mezzo a un paesaggio noto che però non puoi (più?) toccare. La scuola a cui siamo diretti è quella di mio figlio al suo primo giorno e sento ancora il pianto disperato (proverò la stessa angoscia anni dopo e per mia scelta). Passa nel chilometro, tra cinesi e fashion che chiudono e aprono, lanciato nel tempo, la mia vita di bimba – qui suor Maria Ersilia mi prendeva per le spalle e scuoteva, scuoteva la mia animuccia di bimba pigra e meditativa per riportarla alle regole dell’ortodossia monacale, qui anche i vini tipici pugliesi d’un tempo e poi qui abitavano i Montorsi, soprattutto lei la signora Montorsi a cui penso spesso e non so perché – il corpo minuto e il volto scarno e intelligente, il marito col cappello grigio e floscio -; qui il matrimonio di Grazia V. col marito parente dello scienziato scomparso nel nulla (la chiesa squallida da periferia senza sogni e il colbacco bianco di pelliccia), i marciapiedi con le cacche di format milanese, le scritte prive di pensiero che imbrattano i muri, le cancellate ridipinte, le belle architetture liberty e déco, le cornacchie impudenti che rubano i sacchetti e ci frugano dentro, gli eterni piccioni, l’amica a Bruxelles a rifarsi – da vecchia – una vita interessante, qui stava la Fortis noblesse oblige fidanzata con l’intellettuale schivo che saliva con i piedi sull’asse del cesso e lasciava sporco; qui il lattaio dove era cliente Rina Fort, il tram che è come un jingle, il super che legge il futuro, Vinicio ritrovato girando l’angolo a Parigi, Sanae Ando che scende dal tram in kimono per Natale, Augusto Morello e i marchi d’origine controllata, il boalum e la sinfonia dalla Cavalleria Rusticana, il Gerry Mulligan Quartet alla Salle Pleyel, tanti alberi conosciuti in un’altra vita, nel parco grigio e freddo, Fabrizio Corona. Poi il ritorno sempre di corsa, e di corsa mi ri-affaccio su viale Monza che non riconosco (ma ero qui un mese fa!). “Ci prendiamo un caffè?”: gentilezza e cortesia come in Piemonte (o in Sicilia) nel bar pieno di professionisti in nero grigio blu, due parole col figlio che ti sembra un tuo babbo remoto: “gentrification”, e te lo spiega pure.