Segnali, segni, segnalazioni

DSCN0675Mentre in giro imperversano le sagre, di tutto il cibo immaginabile, nella campagna si moltiplicano i segnali di fine stagione. Non so perché la fine dell’estate colga tutti così immalinconiti, come se solo con il caldo ci si potesse permettere un po’ di spensieratezza. Forse sarà a causa dei costi crescenti del riscaldamento, che raffreddano gli entusiasmi per l’imminente autunno. Qui a Sant’Angelo in Colle paghiamo il gas 4 euro al metro cubo, cioè – se non ho letto male su internet – circa quattro volte il suo prezzo di mercato.

Ecco che i piccoli borghi, le frazioncine di cui sono disseminate le campagne, si svuotano. Oppure qualcuno potrebbe suggerirmi un’altra lettura: i costi lievitano perché c’è meno gente e i costi di gestione vengono suddivisi fra meno utenti … sì, ma non si dovrebbe incentivare la gente a rimanere nelle zone rurali che – come recita la dichiarazione di Cork “per la priorità dell’ambiente rurale in Europa”- sono un’alternativa fondamentale allo stile di vita metropolitano, per i giovani europei?

Non solo riscaldarsi costa quattro volte quello che si spende in città. Per avere il privilegio di vedere le rondini radunarsi, a cominciare da metà agosto, giorno dopo giorno e accingersi a partire verso sud, qui rinunciamo ad avere un cellulare che funzioni ‘normalmente’, facciamo a meno di internet abbastanza spesso (soprattutto se il vento è forte o se piove in modo sconsiderato); il fulmine (evento frequente) brucia tutte le schede elettroniche che trova in paese, nonché qualche modem e ovviamente l’illuminazione stradale.

E’ vero che la campagna è un bene di lusso – e lo diventerà sempre di più – ma per viverci bisogna allenarsi con i frati trappisti. Lo penso, mentre osservo le prime avvisaglie della prossima transumanza delle rondini: i rondoni sono partiti a luglio, ma di loro non sento la mancanza, mentre le rondini lasceranno dietro di loro un vuoto. Perché vivono quasi dentro casa (lo farebbero se glielo si permettesse: più di una volta sono state sorprese a costruirsi un nido in una stanza a loro gradita), perché osservano l’andamento casalingo e si regolano su di esso, perché chiacchierano con noi, a modo loro. Le rondini stanno per andarsene, i turisti no!

E non è che sia un male: si vive di turismo. Ma quest’anno tra il luogo e i turisti si è spezzato qualcosa. Sempre più spesso arrivano, si cambiano le scarpe (a volte anche il vestito, in macchina) scendono dall’auto parcheggiata il più vicino possibile alla loro sedia al ristorante, fotografano il tramonto, anche quando non c’è, mangiano e se ne vanno. Il fatto è che spesso hanno auto più grandi della piazzetta del paese e ignorano completamente il parcheggio che sta a poco meno di cinquanta metri dalla piccola piazza. perciò all’ora di pranzo e a quella di cena, il villaggio è completamente sfigurato dalle auto, parcheggiate alla rinfusa.

Quando mi accorgo, dai loro segnali, che le rondini stanno per partire, mi viene sempre in mente la storia de Il Principe Felice, ma le rondini di oggi, per loro fortuna, non sono così generose; inoltre io non conosco nessun Principe Felice altrettanto preoccupato per i poverelli. Anche questo probabilmente è un segno dei tempi.

Quarant’anni dopo

RSCN0648Esco di casa abbastanza presto – ogni mattina o quasi – per avere il privilegio di un “a tu per tu” con il cielo, la natura e il paesaggio. Quest’ultimo è parecchio cambiato rispetto al 1975, anno in cui mi sono meritata la definizione di “strulla di Milano” per aver acquistato un podere ‘in mezzo al nulla’ (che fa rima con ‘strulla’!), un bel podere giusto qui sotto, poco sotto questo borgo incantato nel tempo.

Sono passati più di quarant’anni da quel tempo ed esattamente quarant’anni dalla nascita delle mie figliole secondogenite (seconda e terzogenita, per essere tecnicamente corretti),la cui nascita è avvenuta a Milano – ieri, quarant’anni fa – .

Un tempo che è volato, ma durante il suo volo sono successe molte cose; non tutto quello che è successo è piacevole, Ma tutto è interessante e significativo, e molte cose andrebbero raccontate, perché la memoria è un dono importante senza il quale ci perdiamo di vista.

Raccontare non vuol dire rimpiangere e nemmeno rivangare (che bello questo verbo così agricolo che mi si piazza nel mezzo della frase e la contestualizza in questa stupenda campagna.

IL luogo per raccontare non è questo: questo è un blog, una località utile per assaggini vari e per saggiare come fluisce l’adrenalina, all’idea di sgranare ricordi di fatti avvenuti, di incontri straordinari, del paesaggio che cambia sotto l’egida (e l’impulso) di una trasformazione mossa dal successo di un vino divenuto così famoso da sopraffare quasi la notorietà del comune in cui diviene … Una trasformazione a cui hanno partecipato le due creature nate quarant’anni fa (le gemelle di Fonterenza) che hanno nel frattempo creato una piccola azienda agricola, messo in giro pel mondo la loro etichetta e la firma – Fonterenza – che racconta una storia. La loro e quella dei luoghi.

Un racconto nel racconto dunque; perché i ‘quattro sassi nel nulla che fa rima con strulla’, cioè il vecchio podere – vecchissimo, e non scriverò ‘antico’ trattandosi di aggettivo strausato anche per le banalità più banali – il vecchio podere, dicevo, non si limita a essere una casa, una costruzione in tutta la sua concretezza, ma è soprattutto una storia, storia di luoghi in cui si incastona perfettamente la storia delle due bambine che i luoghi li amano e li hanno amati, riconoscendone i caratteri originali, cioè quello che molti (troppi) pur non conoscendo affatto il significato dell’espressione, ma comprendendo che può significare qualcosa di notevole, chiamano “Genius loci”.

Il Genius loci va di moda un sacco; in realtà vanno di moda tutte le espressioni che raccontano e significano tutto il patrimonio che la povera Italia annovera e troppo spesso si è lasciata convincere a svendere. Non che quelli che usano queste espressioni le pronuncino con accorata consapevolezza; no lo fanno per via del business. A dire la vera verità c’è un bel po’ di gente che ha capito – alcuni (pochi) da sempre – che un paese che viene chiamato belpaese avrà di certo qualche merito in tal senso, ma sono ancora troppo pochi quelli che si rendono conto di quanto costruire in modo volgare e invadente, o sbancare disinvoltamente una collina significa – in verità – violentare il paesaggio. Cioè quella cosa concreta e virtuale (perché il paesaggio ce l’abbiamo anche nella nostra mente!) di inestimabile valore, ma il cui valore (pure monetizzabile, perché una casa in un bel paesaggio vale molto di più di una casa nel piattume) si deteriora, si consuma, si opacizza, se chi amministra e i sodali de cuius non capiscono che devono tutelare il paesaggio come si tutela un’opera d’arte.

Ecco, quando ho fatto gli auguri di compleanno (40!!!) alle mie gemelle ho pensato, con uno sfrizzico d’orgoglio “be’ però questo loro lo capiscono e se lo capiscono c’entra anche un po’ la loro mamma, cioè io”. Quella che invecchia facendo e pensando, con buona pace dei criticoni.

Così svanisce questa estate

DSCN0608Faccio i conti con la voglia  di disegnare sfidando la luce mobile che cambia il paesaggio, minuto dopo minuto. Seduta sul muro che circonda il piccolo paese e accoglie chi arriva cercando visioni esclusive, sono costretta a vedere quello che l’Europa degli europei riesce a combinare, cercando parcheggio in un minuscolo villaggio, fiduciosa nell’impunità garantita dalla distanza linguistica (nel caso, siamo tedeschi), … e intanto apre il cofano e si cambia le scarpe (curioso: ho visto tantissimi automobilisti cambiarsi d’abito al parcheggio) per andare al ristorante. Turisti di un’era diversa di cui ci stiamo appena accorgendo; un’era invadente, che ci toglie tutto in cambio di pochi soldi spesi; a meno che qualche amministratore illuminato capisca qual è l’altra invasione da affrontare, anche se è scorretto parlarne in questi termini.

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L’estate ha già un odore diverso e la luce parla già di vendemmia: i giochi sono fatti, lo leggo in mille piccoli segnali che trapelano da tutto quello che succede nella giornata. Ancora una volta mi soccorre il contatto con la terra e con le sue pulsazioni. Stasera torno a raccogliere le more, un’altra metafora che diventerà un aperitivo succoso; chiacchierando davanti a due bicchieri di bianco e una ciotola di more appena raccolte si può immaginare di fare qualcosa per migliorare un pezzo di mondo. Se non succederà rimarrà l’idea di averci provato, il ricordo della camminata nel tardo pomeriggio, con l’aria tiepida e un po’ umida tra gli sguardi sperduti di quelli che tornano in città e la dolcezza dei piccoli frutti che ho raccolto..

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Lettera a Simone

DC_25016552Caro Simone, questo post è dedicato a te. Tra le foto alle mie spalle, nel ritratto che mi hanno fatto in quello che era il mio ufficio prima che facessi “carriera” (a te non ho bisogno di spiegare le virgolette), ce ne dev’essere anche una di te bambino – perché allora eravate bimbi e io facevo parte dei genitori democratici del Trotter -. Questa foto mi piace molto, la trovo interessante, perché racconta più che un tempo un mondo: basta guardare i due telefoni sulla scrivania per accorgersene. E poi c’è il Gabo, ritratto nel suo paesaggio fantastico, e riconosco anche la copertina di un manuale pubblicato da Advertising Age. Non ho dimenticato niente di quella scrivania ante carriera, perché facevo un lavoro molto divertente; in quel preciso periodo stavamo lanciando una collana di libri d’azione dedicata a un pubblico maschile appassionato del genere: fu un flop memorabile. Infatti quel genere di maschi non legge, o forse dovrei scrivere ‘non leggeva’, perché mi riferisco alle ricerche di mercato di allora. Però le cose, a quel proposito, non sono migliorate con gli anni, anzi.

Ho imparato da tempo che quelli che leggono sono meglio degli altri; non perché sono più buoni o gentili, ma perché conoscono il significato delle parole e delle frasi che uno dice e sono in grado di interpretarle e reagire comportandosi di conseguenza: ogni giorno ho modo di constatarlo. Ma forse dovrei correggere questa riflessione e scrivere che ‘quelli che leggono sono più fortunati degli altri’, perché hanno più modo di capire – ammesso che di questi tempi sia una fortuna. Ogni tanto però io penso di avere letto troppo; sì, lo so non è mai troppo, però a me succede di passare da un ‘registro’ all’altro, forse con un certo compiacimento, o forse sarebbe più corretto dire che facendolo provo un piacere tutto personale, difficilmente condivisibile con quelli che stanno qui intorno; per questo – nonostante la terra mi emozioni profondamente – il luogo in cui vivo mi sta sempre più stretto.

E’ qualcosa che mi fa sentire distante dagli altri. Allo stesso tempo mi rifiuto di far parte di un paesaggio umano distante dal mio modo di sentire. Credo che la radice di questo sentimento – abbastanza imperscrutabile – stia tutta in una scala di ‘valori’ (ma si usa ancora questa parola?) che mi si è formata in testa, vivendo. Non che io sia già morta, anche se qualche volta faccio finta di esserlo.

Caro Simone, quando Gianmaria mi ha scritto che tu leggi queste cronache e ogni tanto le commenti con lui, il suo messaggio (cioè anche il tuo) mi ha colto nel mezzo di una riflessione che potrebbe cambiare la mia vita, o meglio: il mio modo di vivere. Mi interessano (e mi riguardano) le notizie che mi arrivano su di te e sugli ex-bambini che ho guardato crescere. Mi interessano e mi riguardano le vostre scelte e i vostri sentimenti. Quando vi penso è come guardare in uno specchio; è troppo difficile scrivere l’effetto che mi fa, ma credo sia utile chiarirti che è balsamico. Ti sembrerà incredibile, ma invecchiando senza nostalgie e con un forte desiderio di futuro, l’idea di conoscerti ancora è fortemente energetica. Quindi questo post, caro Simone, è dedicato a te (ma anche un po’ a me).

 

 

 

La scema del villaggio

RSCN0577Trovo sul Corriere della Sera un articolo d’annata (1964) sul Ferragosto a Milano, a firma di Dino Buzzati. Mi torna in mente la sera in cui l’avevo conosciuto – Dino Buzzati -, a cena al Gourmet ristorante – evento, aperto in via Torino, a Milano, non ricordo più da quale società, in nome di una centralità dell’enogastronomia intuita con sagacia eccessivamente precoce da qualcuno di cui ho ricordi nebulosi. Il luogo era elegante, con tavoli rotondi, un po’ troppo grandi per una vera conversazione.

Ne scrivo perché tra i tanti intellettuali, saggisti e poeti, narratori e giornalisti che mi è capitato di incontrare per parlare di libri, Buzzati l’avevo incontrato per discutere di pubblicità e pianificare un strategia. A tavola eravamo in tre: Antonio Scanziani – nostro ospite e mio capo, nell’agenzia di pubblicità dove ero art director, Dino Buzzati e la sottoscritta. Oggi, mentre scorrevo l’articolo, pensavo al singolare modo di risparmiare del management del Corsera (stanno riempiendo, ogni giorno, pagine su pagine con articoli d’antan di giornalisti defunti) e mentre mi ripromettevo di smettere di leggere il vecchio quotidiano – soprattutto di acquistarlo! – mi è venuto in mente che dei tre seduti quella sera a cena (1968?) al Gourmet, ero l’unica superstite. Antonio Scanziani infatti è morto – lasciandomi delusa perché era figlio di centenari – qualche mese fa; in sospeso avevamo un incontro pianificato e rimandato negli ultimi anni, numerose volte.

Così, se non annotavo qui (e là) di quell’incontro, nessuno ne avrebbe mai conosciuta la ragione. Scanziani era un uomo straordinario; figlio di Piero – scrittore, saggista e uomo volitivo e coltissimo – aveva aperto (e qualche volta chiuso) agenzie di pubblicità, con soci (Claudio Maria Masi de Vargas Machuca e Bragadin) e senza soci. Aveva avuto (avevamo) clienti straordinari, creativi brillanti (tra cui la sottoscritta) e un intuito ineguagliato, prima durante e dopo di lui. Tra i clienti, l’immobiliare Pedroni, che stava lanciando Milano San Felice, progettata da Luigi Caccia Dominioni e Vico Magistretti. Ho ancora i lay out e le bozze di un corposo dépliant, datato ma storicamente prezioso, dato agli agenti che vendevano gli immobili ai milanesi più sensibili a uno ‘stile di vita’ futuribile, oggi imploso e riservato agli asiatici che lavorano nelle multinazionali della fottuta globalizzazione.

La cena con Buzzati era frutto della visione di Scanziani che lo aveva arruolato per scrivere una serie di articoli sul “vivere in città con il gusto della campagna”. E’ proprio così: sono passati quasi cinquant’anni da quella cena e oggi qualcuno usa lo stesso ‘claim’, anche se si sono ormai dissolte le ragioni per farlo.

Quando ho letto il breve reportage di Urbano Cairo che ora ha conquistato la maggioranza nel Corriere e mi è venuto in mente il primo pranzo (‘colazione’, diciamo a Milano) di lavoro con lui, diventato nuovo capo dei venditori di spazi pubblicitari dopo l’uscita di Lorenzo Pellicioli; ho ricordato anche la domanda che mi aveva posto, entrando quel suo primo giorno, nel ristorante della Mondadori, dove portavamo gli ospiti.

L’ho empiricamente ricollegata alla mia cena con Dino Buzzati e Scanziani, così tanti anni fa, perché Buzzati, pur essendo un grande, ‘non se la tirava’ come si usa dire e contribuì, con creatività e senso del marketing, a costruire una prima pagina de “Il Giorno” redazionale, per promuovere questo nuovo stile campagnolo in città (Caccia Dominioni aveva addirittura immaginato – e preteso –  un gregge pascolante al centro del complesso). Quanto a Cairo – di cui Berlusconi amava raccontare vita e miracoli (!), con particolari succosi -, quel giorno, trent’anni dopo la mia cena con Buzzati, entrando come mio ospite al ristorante Mondadori di cui dicevo prima, sbattendo le palpebre un po’ intimidito, mi chiedeva se “qui ci sono degli scrittori, seduti ai tavoli?”.

Ripensavo a questi incontri, e alla mia vita in campagna ricca di bellezze naturali e non priva di delusioni, alla mia pervicace e stupida attenzione per la raccolta differenziata, l’imbestialimento che mi prende constatando l’indifferenza verso la sporcizia che nasconde la bellezza delle pietre, il tappeto di osceni mozziconi di sigaretta che gli insensibili si ostinano a lasciare in terra, i disgustosi kleenex usati che si annidano tra le fresche erbe profumate, il pattume fisico e morale che pesa sull’anima di chi si ricorda di avercene una. Ripensavo all’assenza di idee e all’idea di assenza di pensiero che può cogliere a tradimento e ho capito di essere la scema del villaggio.

Un gavettone particolare

“Ma perché ridi? Io trovo che non ci sia niente da ridere: è stato un gesto grandemente incivile …”.

Così mi apostrofa un figlio che mi coglie mentre scorro un pezzo nelle pagine fiorentine del Corriere della Sera; la cronaca è quella che riporta l’incresciosa e maleodorante ‘jettata’ da parte di un sostenitore storico del PD, deluso per una promessa non mantenuta – così almeno desumo dalle cronache che riprendono commenti e denunce – durante la presentazione di un libro di Enrico Rossi, presidente della regione Toscana nonché vittima del gesto.

E, sì, confesso: mi è scappata una risata, magari un po’ fuori dalle righe, forse un po’ isterica, certo molto amara. Ma quella risata aveva un suo perché e vorrei tentare di spiegarmelo, contrariamente a tutti quelli che hanno sghignazzato (più di quanti si possa pensare) magari solo perché è successo al Rossi e loro sono di un’altra fazione …

Quando poi, dal pezzo di colore, sono passata a leggere la cronaca nuda dei fatti, con dati e numeri e mi sono resa conto del pensiero del macellaio – protagonista della bravata – ho capito con un brivido, che mai avrei potuto spalleggiare uno che voleva solo ‘macellare più agnelli’.

Insomma, era stata una risata di bassa lega, la mia? Sì e no.

Sì, e ho appena spiegato il perché; ma anche no e lo spiego qui di seguito.

Liberiamoci innanzi tutto dall’idea che possa piacermi un gesto violento nei confronti del rappresentante di un’istituzione: ci sono le sedi e le circostanze adeguate, per esprimere il proprio dissenso – pacificamente e con civiltà – consigli comunali, assemblee, parlamenti vari; e poi cortei, sit-in, manifestazioni, raccolte di firme, lettere ai giornali (ai pochi non acquistati dai vari potentati, ovviamente). Ma, via!, tirare una secchiata di letame solo perché si è delusi da un rappresentante del partito che si è sempre sostenuto e votato è davvero incivile e volgare, volgare come la sostanza usata per dare (immagino) più concretezza e verità al gesto.

E allora perché una signora, che non condivide la motivazione a quell’azione, che non ha alcuna simpatia per chi ha compiuto l’azione, che ritiene doveroso manifestare le proprie idee con maniere nette e civili, cede all’ilarità, leggendo quella cronaca?

Prima di tutto per un senso paradossale di sollievo. Perché durante questa cupa estate di sangue, disseminata di orrori perpetrati da psicopatici che oscuri manovratori si ostinano a proporre come guerrieri di un dio nemico della nostra religione (e meno male che c’è un Papa coraggioso e capace di chiarire che è una guerra squallida, di soldi e potere), in mezzo a tante bombe, una secchiata di merda mi ha suscitato una specie di ‘sollievo’ – e mi scusi il presidente Rossi: il sollievo non è contro di lui! – la notizia ha avuto un sapore casereccio e folcloristico, tale da essere quasi rassicurante.

Tra una donna sgozzata o bruciata viva ‘perché non mi voleva più’, un bombardamento di ospedale con partorienti incluse, un prossimo presidente del paese più potente del mondo che assomiglia paurosamente al dottor Stranamore, e poi Nizza, Rouen, Orlando, Dacca, Parigi, Monaco, questa estate fa rimpiangere gli inverni più crudi, fa desiderare una glaciazione di tutto.

Dunque, che sarà mai un po’ di letame, il cui fetore (dato che è sterco animale) ha un retrogusto anche un po’ bio!

Ma nel riso c’era pure dell’amarezza, non è stata una risata allegra, tutt’altro. Perché insieme all’attimo di sollievo, di cui sopra, mi venivano in mente ben altri e più civili dissensi, come quello dei cittadini che vogliono essere sentiti sulla geotermia – con dati, esperti a sostegno e contro, economia, numeri, salute, linee di “sviluppo” sempre più virgolettato e fraintendibile –; cortei e striscioni della cui rimozione ho letto e ascoltato testimonianze dirette. Anche in questo frangente constatando le ambiguità di uomini più sinistri che di sinistra.

E poi, nel gustoso pezzo di ‘colore’ sul Corriere (di cui sopra) si accenna a un ipotetico effetto emulazione, con uso della stessa materia (organic, in inglese) da parte degli alluvionati di Carrara e di Albinia, da parte dei superstiti della strage di Viareggio sugli ex vertici delle Ferrovie, da parte dei risparmiatori e investitori delusi e traditi da qualche istituto: … E l’immagine di impeccabili cravatte e camicie, di tasmanian, di lini finissimi, di completi scelti con oculatezza da Bardelli (solo dai più raffinati), sottoposti a una jettata di letame ‘derivato’ è stata, in un primo momento, irresistibile, ma poi mi ha fatto venire la nausea.

E non è davvero l’odore del letame ad essere nauseabondo. Però chissà che questo gesto, a suo tempo evocato dal Benigni prima maniera, non introduca l’idea di ricominciare a parlare ai cittadini con un po’ di lealtà dei problemi comuni e degli interessi della gente.

 

Carabinieri e pervasivi

Mentre ci si domanda a chi convenga questa improvvisa proliferazione di attentati (a poveri preti solinghi, a famiglie spensierate, a giovani che celebrano la sera festaiola) e mentre si comincia a pensare – oltre il gesto o la catena dei gesti – che questo è il prodromo di qualcosa di cui ignoriamo forma e sostanza, viene anche da chiedersi a che ‘santo’ votarsi per un briciolo di sicurezza in più.

Dopo mesi (anni, decenni) di lettura di quotidiani che, anche senza scandagli profondi, ci lasciano sospettosi e certi. Sospettosi nei confronti di tutto e di tutti, certi dell’universale disonestà, soprattutto di quelli al di sopra di ogni sospetto, uno cerca di capire a chi potrebbe aggrapparsi, chi chiamare, dove bussare, in caso di pericolo – vero, fasullo, immaginario o isterico – … E, certo, in città tutto è più anonimo e ingegnerizzato e complesso, mentre tra un leccio e un ciuffo di ginestre, lungo il filare di una vigna o sotto un olivo – qui in campagna – l’allarme si intreccia con la conoscenza, il pericolo è una mosca nel latte (o così ci illudiamo), il riferimento è più netto: chiamo i Carabinieri.

Il blu solcato dalla striscia rossa, talvolta con giubbotto più o meno segnaletico è il vero punto di riferimento. Talvolta arcigno, talaltra più ‘alla mano’, ma sempre “nei secoli fedele” e dotato di severità confortante, almeno in comunità piccole e definibili dove tutti apparentemente si conoscono, ma all’occorrenza non si riconoscono o diventano improvvisamente irriconoscibili (o sconosciuti!).

Il carabiniere – l’uomo dentro la divisa – è senza maiuscola. Se tutti i Carabinieri si somigliano quando sono in divisa, ogni tanto bisognerebbe ricordarsi che dentro ad essa sono uomini con mente e cuore e sensibilità diversissime. Sbaglia chi lo dimentica, perché si chiamano i Carabinieri e rispondono uomini, garantiti da una divisa che li chiama tutti a un identico spirito di servizio, a dei parametri, a delle operazioni in cui ognuno mette la propria umanità, il proprio sistema nervoso, chi – addirittura – un’idea poetica!

Bisognerà imparare a tenerlo presente, con spirito di sussidiarietà (come richiesto dai tempi), sempre di più; qui in campagna ci sono loro e la loro storia.

Balle, balle e rotoballe

Leggo la recensione di un libro che raccoglie le opere e la storia professionale di Mario Bellini. Ricordo di averlo incontrato un’ultima volta a una sfilata di Armani. Avevo un ricordo vivido di quando era arrivato all’ufficio sviluppo de La Rinascente. Eravamo già stati trasferiti in piazza Carlo Erba. Prima il nostro ufficio era all’ultimo piano, di fronte al Duomo e la luce inondava l’ufficio, strutturato in una sorta di open space ante litteram.

Negli uffici di piazza Duomo avevo conosciuto Alvar Aalto, Eero Saarinen e Vuokko Eskolin – lo stile finlandese andava molto e io vestivo Marimekko -. Il trasferimento in Carlo Erba aveva significato anche per me un transito dal tempo dell’utopia a quello dei ‘piedi in terra’. Ma sempre in un mondo ad alto tasso di creatività.

In Carlo Erba, un giorno, si erano materializzati Mario Bellini, Italo Lupi e Roberto Orefice. Tre achitetti che (immagino) Augusto Morello, che dirigeva quell’ufficio con talento, passione e occhio al futuro, aveva stanato e catturato per aggregarli al gruppo di grafici e designer che componevano l’ufficio. I Tre non si fermarono molto: si capiva che l’ufficio sviluppo era solo una ‘stazione’ di un cammino ambizioso e fortunato. Era l’intermezzo su un percorso di meritatissimi, grandi, successi professionali. Ma Mario Bellini non era il direttore del design della Rinascente!

Morello, a quel tempo, aveva una prima moglie, un’ungherese con gli occhi color topazio, e Mario Bellini non solo aveva una marcia in più, ma era anche pieno di vitalità e di empatia. Ma non era il direttore del design della Rinascente, come sta scritto sulla recensione del libro.

Ieri, incontrando due ex colleghi di casa editrice, tra inauditi e ghiottissimi pettegolezzi (tutta roba vera!) abbiamo ricordato un po’ di appropriazioni indebite di meriti editoriali da parte di un direttore dell’area libri famoso soprattutto per le scappatelle sentimentali.  “Io speriamo che me la cavo” – per esempio della cui presentazione in comitato editoriale, da parte di Gabriella Ungarelli, ho memoria precisa e di cui ricordo l’accoglienza tiepida da parte dei soloni presenti- viene millantato come successo personale da uno di quelli che usano il passo pesante e la voce stentorea per dar conto dei propri successi. Come pure è accaduto per un autore come Dan Brown – mi ricordavano i colleghi – individuato e proposto da un giovane editor Magagnoli, anche lui vittima di trattamento analogo.

Allora uno fa bene a chiedersi quanti ‘tradimenti’ di verità, magari più delicate, si consumano, in assenza di testimoni dotati di buona memoria, e quanto pagano questi ultimi nel momento in cui si affacciano – sul web o sulla carta – per raccontare ciò che sanno. La memoria è strana: meno uno ha talento, più ricorda come proprio il frutto di quello altrui.

Chi non racconta balle è il campo, la terra, il grano che cresce. Qui, in questo tempo di mezza estate, il paesaggio è disseminato di bellissime rotoballe. DSCN0139E io vado a camminare tra quelle.

A che serve cadere

DSCN9880Non ci credevo, non volevo crederci; mille volte, passando in quel viottolo avevo osservato che bisognava camminare stando ben accostati a monte, soprattutto d’estate, dopo la crescita tumultuosa di erbe, rampicanti e arbusti piccoli, che tutti intrecciati tra loro davano una falsa idea del sentiero percorribile.

Invece eccomi giù, di schiena, con la nuca affondata nel punto più basso, in un morbido ma ahimè cedevole cuscino erbaceo pervaso da spine e lappole pungenti, consapevole del salto ben più drammatico da cui il mondo vegetale mi stava riparando – sopra di me il cielo e i suoi abitanti, uno scorcio di case appena intraviste, il greppo da cui mi ero distrattamente scostata – con la consapevolezza di essere stata (per il momento) appena sfiorata da pochissime spine delle tantissime che immaginavo in attesa delle mie prossime mosse.

Ho provato a gridare due volte aiuto, ma più che altro per sentire il suono della mia voce; del resto non pensavo che l’invocazione sarebbe stata udita e, in caso affermativo, ascoltata. I più avrebbero pensato a qualcosa di casuale, e oltretutto l’età media degli abitanti del villaggio dove abito pro tempore li fa abbastanza sordi (cominciando dalla sottoscritta).

La posizione in sé non era scomoda, l’ora ancora fresca, il cielo limpido, i profumi di erbe e fiori molto buoni; ma uscirne sembrava poco possibile: solo un piede stava sul terreno solido ed era impossibile pensare di raggiungere qualche erba con radici e fusto robusti e aggrapparmici, impossibile dalla mia posizione – con la testa  più in basso in una specie di shirokemi incompleto -.

Se forzavo troppo per riuscire, in qualche modo, a slanciarmi in avanti e in su, era quasi certo che il mio peso moltiplicato dallo slancio avrebbe sfondato la rete di liane che mi teneva sospesa e sarei caduta giù  nello strapiombo, magari solo per qualche metro, ma passando attraverso una griglia di spine …

Dopo avere gridato aiuto – e riso di me stessa mentre gridavo – mi sono venute in mente le ginestre che abbondano sul mio cammino mattutino: unico arbusto a cui sin da piccina mi veniva suggerito di attaccarmi in caso di scivoloni o cadute; poi mi raccontavano la storia degli Angiò e dei Plantageneti. Così anche stamattina, nei minuti in cui non riuscivo a risolvere il modo per uscire da quella situazione precaria e spinosa, cercavo di ricordare come si chiamava quello che nel cadere da cavallo pare si sia salvato proprio grazie a una ginestra a cui era riuscito ad aggrapparsi. Peccato che le ginestre, lì non ci siano: solo rovi fioriti e profumati, intessuti ad altre erbe che li mimetizzano e hanno attenuato le punture delle loro spine.

Sapevo che proseguendo nella caduta le punture non sarebbero state così lievi: quelle spine mi sembravano le unghie di un felino … Tuttavia gridare non serviva, potevo solo sperare che qualcuno passasse di lì, cosa sempre più improbabile con il progredire del sole.

Mi è venuta in mente quella storiella del passerotto intirizzito e moribondo, salvato momentaneamente da una cacca di mucca che lo aveva riscaldato; una storiella lunga e articolata, la cui morale (non così scontata) dice che se sei nei guai è meglio non farlo sapere a nessuno. Del resto io anche provando a farlo sapere non c’ero riuscita …

Non potevo nemmeno capire se qualcosa era uscito dalle mie tasche – cellulare, chiavi di casa, macchina fotografica – ma ero contenta di essermi vestita, come spesso mi succede, più del necessario: la felpa che indossavo nonostante l’aria del mattino sia più tiepida del solito mi aveva protetto le braccia e la schiena da graffi e punture; non riuscivo a girare molto la testa, e quel che intravedevo accanto a me erano solo vilucchi rampicanti e spine.

Ho pensato che avevo tutto il tempo per provare dei piccolissimi movimenti, ho cominciato a saggiare qualche festuca, avvolgendomela intorno a una mano … scegliendone diverse, con radici diverse e fusti … mi è venuto in mente Edward De Bono e il suo pensiero laterale – ascoltato e imparato alle sue conferenze – quello che si impara a usare per trovare soluzioni alternative, quando quelle scontate non danno risultati.

Mi sono chiesta se ‘laterale’ poteva essere una soluzione e ho provato a saggiare con prudenza da che parte ruotare, piano, per tentare uno slancio verso il punto solido del sentiero. Ha funzionato, solo in parte, ma il rotolamento deve aver diluito il mio peso, un po’ come accade facendo judo.

Mi sono trovata a faccia in giù, sulla terra e con una mano che annaspava in cerca di un appiglio, possibilmente senza spine. Il caso ha voluto che lo abbia trovato … e che per un soffio il rotolamento in mezzo alle erbe abbia sortito un buon effetto. Ridevo, da sola, pensando al volo che avevo rischiato di fare, contenta che nessuno avesse sentito (o ascoltato) il mio grido d’aiuto.