Camino Real

Fiumi di inchiostro, ma anche di lacrime, lacrime di nostalgia, per un tempo che visto da qui pare ormai irraggiungibile. Un tempo che non tornerà mai più, nemmeno per i figli. Il terremoto in Messico, di cui ho sentito stasera alla radio, con Città del Messico già scossa dalla morte del grande Gabo mi ha fatto tornare in mente la sua raccomandazione per la scelta dell’albergo – “Macché Sheraton, porta ancora i segni dell’ultimo terremoto, ha crepe profonde sessanta centimetri; devi andare al Camino Real, è l’unico albergo sicuro, e ricordati la città è costruita sugli orti galleggianti degli antichi abitanti che vi coltivavano il mais, anzi il teosinte – l’antico grano basico (forse l’equivalente del nostro triticum progenitore del frumento) – ed è su quelle colture interrate che hanno costruito i grattacieli odierni”. Marquez mi guarda dalla maquette posata su una libreria qui accanto; troppo impressionata da questa morte divenuta il punto alla fine di una frase. Resta il consiglio: dormire al Camino Real, che è anche un bel nome, reale in tutti i sensi, anche quelli sconsigliati dal buon senso …

L’Antro del Mago

Scivola sull’acqua e ti avvolge silenziosamente; all’inizio non te ne accorgi, poi ti avvii quasi in trance verso l’uscio – a volte socchiuso a volte aperto – che occhieggia in basso al termine della ripida scala, seguendo l’odore. Entri e puoi immaginare una specie di ombelico segreto che collega quest’antro con il bacino increspato lì fuori. Tutti i pensieri che ti sono venuti guardando l’acqua di Santa Caterina si sono trasformati in sentori, profumi, odori speziati e benefici. Dalla penombra emergono ceramiche e vetri, cassetti e stipi, etichette e flaconi. E’ l’orto delle meraviglie catturato dal mago Giannelli che sa e qualche volta dice, che studia e lavora, ma non prega per niente.

La regola è un’altra, quella laica della conoscenza cercata e ricercata, un giorno dopo l’altro, fino a farla diventare una collezione di pensieri curanderi. Fuori le acque fremono appena, svaporando in attesa della notte.

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Viva il Maiale

Viva, viva il maiale: non quello che butta la carta e le cicche in terra – paragonato impropriamente al nobile e intelligente animale -; e nemmeno quelli che anche se c’è la raccolta differenziata – con dispendio di soldi ed energie pubblici – fanno finta di niente e continuano a buttare le vecchie scarpe nel cassonetto dell’umido …; ma nemmeno il riccone supermacchinato (e supergrasso) che siccome ha la targa straniera se ne frega dei limiti di velocità, tanto le multe non le paga e se proprio le dovrà pagare a lui gli fa un baffo. Ma non intendo nemmeno il maiale che si trova nella bottega del bravo Carlo Pieri – ma sotto forma di costolette e salsicce e salami e prosciutti – …

Intendo dire il maiale in quanto concetto (“del maiale non si butta niente”); perché sta tornando in voga, magari un po’ forzosamente, ma sapete com’è – una moda tira l’altra – … A Milano stanno rilanciando il concetto di “ripararazione”. Riparare, aggiustare, restaurare e magari pure rieditare, le cose vecchie – biciclette, mobili, giocattoli, vestiti (a proposito sto pensando di farmi risvoltare il mio bellissimo cappotto che da color prugna diventerà chocolatbleuclair – che è il colore del #tiriparoio -).

E allora ci sono i giapponesi che hanno inventato quel preziosissimo modo di ‘riparare’ con l’argento – kintsugi o kintsukuroi – qualsiasi ceramica o porcellana, ma c’è anche il riediting di mestieri vecchi come il ciabattino o il ‘ciclista’ inteso come il riparatore di biciclette; a Milano sono spuntate botteghe (eleganti!) in cui si rieditano i vecchi tailleurs o i cappotti e si stringono o allargano i vestiti. Ma con stile e garbo. Che sia la decrescita? Ma sarà poi felice? Questo è tutto da vedere e da immaginare (e da governare). In ogni caso: viva il maiale, animale prezioso, ma che da vivo è anche molto simpatico e intelligente.

Camminare

DSCN9329DSCN9326DSCN9337DSCN9345DSCN9351DSCN9368DSCN9377DSCN9372Andare, un passo dietro l’altro formando un vasto cerchio molto irregolare; mai tornare sui proprio passi, non solo metaforicamente.
Guardare fuori per vedere dentro: verso l’Infernino è tutta una salita, ma è anche un viaggio nelle meraviglie. Mario e Laura non ci vengono da un bel pezzo – sono sicura che è lui che non vuole – ma qui è pieno dei loro sguardi e degli occhi che hanno avuto per questa terra. Mario mi ha insegnato a vedere oltre, Laura mi ha fatto capire che non c’è niente di male a puntare verso il meglio. Ma difficilmente torneranno da queste parti: si tengono al riparo dalle melanconie che potrebbero intaccarli. Intorno all’Infernino siamo cresciuti tutti un bel po’; tornarci ora – a parte la strada che ogni anno rimugina se stessa – è (anche) prendere le misure del cambiamento, ma invecchiare non ci mette al sicuro dai tormenti. Avevamo tutti contato di lasciare un mondo più intelligente con un po’ di bellezza per tutti…  Alberto Moravia, già ottantenne, ai tempi di una crisi in cui incombeva la minaccia di una guerra atomica aveva scritto che un conto è morire pensando che il mondo e gli altri vanno avanti verso un mondo migliore, quanto è drammatico invece andarsene con la consapevolezza che niente sarà come avevi sperato! Ma che c’entra Moravia con questa bella camminata, tra un podere e l’altro, di traverso a un bosco e accanto a una fonte, in cerchio verso il villaggio?

E’ Primavera?

L’Italia è un paese sempre più strano; anche la primavera è stranita. Intere colline sono diventate giallorosse  – non in quanto tifose della Roma - e qualcuno magari si irriterà anche perché lo scrivo. Perché l’Italia è così strana che se scrivi che è stato fatto qualcosa di sbagliato fai del male all’economia, perciò chi sbaglia deve essere tutelato e di sbagli non si deve parlare perché si diventa disfattisti …

Mi viene in mente il sindaco di Cortina che si è irritato in quanto le Fiamme Gialle hanno pizzicato un po’ di evasori e ha dichiarato: ecco adesso quelli lì andranno a fare shopping altrove. Quasi che, pur di far arrivare turisti nel suo comune auspicasse totale tolleranza per chi evade il fisco. Anche se penso che quella specifica mossa fosse più che altro propagandistica e demagogica, ho trovato la dichiarazione di costui alquanto rivelatrice dello sbandamento di certi supposti public servant

Ho fotografato intere colline rosso fuoco (quelli lì sono i più cretini: non hanno nemmeno letto le istruzioni), filari di vigneti che paiono sottolineati con la tempera vermiglione, bordi di strade sventatamente arrossiti, prati a macchie di leopardo …

Pubblico solo una di quelle foto in cui non si riconoscano né aziende né luoghi geografici. Ma la mia domanda resta – anno dopo anno – sempre la stessa. Lasciando perdere ogni considerazione relativa alla salute (anche di chi usa questi prodotti), ma non ci si rende conto di quanto si ammazza il paesaggio, diserbando intere colline e facendole diventare color autunno, durante la primavera? Conosco già le risposte - sono davvero disperanti – e trattano (anche) il turista da idiota. 

Sarebbe un discorso ben lungo da fare; io mi limito a chiedere “dipingereste la primavera con i colori dell’autunno?”.DSCN9316

Una notizia buona (e una così così)

La notizia buona è che “non è diserbo” quello che a me era parso tale … scusate, voi quattro gatti (o cinque) che mi leggete vi sarete magari persi (“ma questa di che sta parlando?”). Ma una notizia buona va data subito, prima che si raffreddi, anche se è giunta mezzanotte. Sì perché la notizia buona è arrivata per telefono poco fa e siamo talmente assaliti da quelle pessime, dalla depressione, dall’idea che tutto in questo momento vada per il peggio (in effetti, però, non pare ci sia tanto da stare allegri …), che quando ti assicurano che una cosa che ti sembrava orrenda non è così, non solo, ma fa anche inorridire molti altri, non puoi che esserne lieta e affrettarti a farlo sapere ai quattro gatti (o cinque) che leggono i tuoi post senili.

Dunque ripeto, tanto per essere chiara e farlo sapere a tutti: sull’amato pratino dello Scalo, popolato di pratoline, pratino molto grazioso di cui ho scritto alcuni giorni fa, in un giorno di pioggia, nessuno ha sversato del diserbo (né chi lo accudisce, né altri di nascosto) e le chiazze che ci hanno allarmato (non ero la sola) dipendono da un fisiologico ricambio dell’erba: la vecchia muore - mi hanno spiegato, mi illudo senza allusioni – e talvolta lascia dei resti giallastri. La seconda parte della notizia buona è che chi me l’ha comunicato mi ha fatto sapere di odiare il diserbo e disprezzare tale pratica … e mi ha convinta.

Poi – ehm ehm – ci sarebbe quella che ho annunciato come la notizia così così, perché non saprei come catalogarla altrimenti, cercando di non farmi altri nemici (che non sempre si limitano a portarti onore), ed è la seguente: nessuno, davvero nessuno, ha smentito la presenza dell’F35 – nel meraviglioso pratino delle pratoline in cui ho temuto che avessero sversato la robaccia -, che ho chiaramente citato nello stesso post.DSCN9181. Il che vuol dire delle due cose l’una: o l’F35 non è stato rimosso, o a nessuno interessa che stia lì!

Compleanno in un armadio

Un tubino nero di Prada – una roba seria, non gli stracci che mi par di ritrovare su Vanity e similari. Sì quel vestito era perfetto, anzi lo è ancora, perché è lì appeso e basta tirarlo giù dalla sua gruccia, per constatarlo. Lo indosso in una foto piuttosto bella, scattata da uno di quelli bravi (e buoni: scelgono bene e scartano tutti gli scatti che denunciano le tue debolezze – spirituali e carnali – ). Sarebbe perfetto e mi ero ripromessa di tornare a indossarlo, anche se la spilla perfetta da abbinargli me l’hanno rubata il 31 marzo del ’95.

Invece in quella foto ho una bella collana di corallo (ma la foto è in bianco e nero) sul collo già rugoso, ma molto energetico (chissà se si capisce che cosa voglio dire); semmai sono i due uomini ai miei lati che si immaginano (entrambi) protagonisti e onnipotenti. Due che in ogni caso hanno provato a esserlo – onnipotenti – usando tutti i mezzi e mezzucci utilizzabili alla bisogna; magari anche rinunciando a un pezzetto di ciò che amavano di più. Per esempio un cambio moglie – ovviamente moglie nuova di zecca, in cambio di quella usata e un po’ frusta – ; se la precedente era ricca di suo, quella nuova è molto bella (magari con un passato turbolento: no, non due parole, una sola!). Se la prima aveva intorno a sé una famiglia molto ammanigliata con la politica (gauche caviar), quella nuova può recuperare con solidi agganci internazionali, da vera pierre di successo.

Eh sì, un compleanno è così: apri l’armadio, prendi atto che la tua silhouette non è più quella d’antan, e ti accorgi che gli anni sono scivolati via, come sul taffetà di questa bella giacca, ancora portabile, e i pensieri ti portano lontano… Se faccio il censimento delle giacche sono messa davvero bene; invece col tubino e relativi ricordi agrodolci niente da fare. Ho persino una giacca – nera, di lana ritorta, fodera di raso bianco – di mia madre. La mamma compirebbe cento e otto anni, quest’anno, e la giacca va sugli ottanta. Presa a Parigi negli anni trenta, taglio tornato in auge (viva il revival), da prendere in considerazione per la lunga stagione incerta. Latouche approverebbe: questa è vera decrescita, ohibò, ed è pure felice se stringo l’inquadratura sulla giacca e non mi guardo troppo attorno.

Poi ci sono un bel po’ di cosette, lì appese, di cui non so liberarmi, perché sarebbe come privarmi di un bel po’ dei miei sogni; lo spolverino di Missoni, la giacca lunga e assurdamente colorata presa a Chicago, il cardigan di lamé … sì lo so che il futuro è piccolo, ma se una come me vaga tra gli abiti appesi nell’armadio può anche illudersi che quella gonna di raso color prugna e l’altra blu a pieghe stirate sul davanti un giorno di questi, un bel giorno di luce tiepida, se le rimetterà. Invece no!

Ma se con le gonne mi va male posso trovare altre consolazioni: le sciarpe – tante, moltissime, alcune così eleganti che sarà difficile indossarle senza sembrare una buzzurra che ostenta – , oppure i soprabiti; ma chi lo mette mai un soprabito elegantuccio tra una zolla e l’altra?

Il compleanno è una cosa strana; te lo trovi appeso nell’armadio, scopri che ti sta stretto, ma vorresti indossarlo ugualmente. Un po’ come se uno volesse ritrovare il tempo perduto e raccontarsi di nuovo una storia. Auguri.

E’ primavera: meglio il diserbo o gli F35?

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Ci si era già messo il tempo: appena scoccata la data, è caduta la neve, è scesa la temperatura, una grandinata ha imbiancato le strade. Ma temperatura e intemperie a parte, la gelata è arrivata con le risposte della signora Pinotti a un’altra signora di cui ho dimenticato il nome, sull’utilità degli F35 (a che servono gli F35?, era la domanda), risposte che hanno ulteriormente abbassato la mia fiducia nella compagine femminile di questo governo.

Ma sul genere femminile al governo avevo già – negli ultimi decenni – avuto le mie delusioni. In effetti prima dei discorsi di genere, bisognerebbe pensare al genere di persone … ma è meglio pensare alla primavera. Però anche quest’anno la primavera, oltre al freddo ha portato con sé un bel po’ di diserbante. Con una piccola novità, anzi con una novità per i piccoli!

La frazione è quella di Sant’Angelo Scalo, il luogo preciso è quel grazioso pratino costellato da alberi (molti tigli …) con una deliziosa panchetta accanto a una fontanella e un bel glicine che aggiunge al tutto un tocco liberty. Il pratino è una distesa di pratoline così fitte da distrarre chi passa accanto in auto, e ognuno pensa, guardando e ammirando: è primavera!

Oggi, stavo proprio pensando agli F35 e a quanto (e in che modo) graveranno sulle nostre prossime primavere quando l’occhio per consolarsi da quei brutti pensieri mi è caduto sul meraviglioso pratino di cui sopra, e … il pratino non c’è più!

Al suo posto, un po’ di chiazze giallastre nel rimanente verde; le pratoline fiorite ridotte a poche chiazze – qua e là -, lo scivolo dei bimbi deserto e lucido di pioggia … e proprio dietro un F35 in attesa del dottor Stranamore.

Cast stellare nel paesaggio mozzafiato

DSCN9063Nel mondo che cambia, rivoltando tutto ciò che conoscevamo, spesso dandogli significato diverso (gli esempi sarebbero molti, ma non è di questo che vorrei scrivere qui, ora) ci sono comportamenti che non solo permangono, ma pure peggiorano; comunque mi sembra che non siano consapevoli di ciò che sarebbe più importante, ora. 

Per esempio, i nostri sedicenti comunicatori - talvolta persino residui di partiti in dissolvenza o persone che pensano che basti mettere i piedi nelle orme nitide di altri che sono passati da una certa strada per dire ci sono anch’io e sono identico a lui: infatti faccio le stesse cose – credono ancora che basti usare le stesse parole, messe pressapoco nella stessa sequenza, per essere: un giornalista, un pierre, un blogger possibilmente di successo perciò atto a ospitare pubblicità, un copywriter (cos’è?), un regista e così via con l’elenco di tutte le professioni viste in tv o al cinema e mal capite e digerite.

Mai nessuno che si faccia vanto di essere un bravo calzolaio, o una capace sarta (o anche solo riparatrice di abiti), oppure un carpentiere di vaglia. Questi mestieri non sono stati validati dalla tv e nemmeno dal cinema (peraltro meno guardato della prima); spesso puoi trovarne traccia in alcuni libri che però leggono in pochi. Eppure si torna ad averne bisogno.

Quindi anche persone apparentemente rispettabili e poco inclini a trasgredire i sani principi del milanesissimo ofelé fa ‘l to’ mestée (pasticciere fa il tuo mestiere, ovvero fa ciò che hai imparato a fare, con tutto ciò che ne consegue), vengono colte in fallo a scrivere reportage di pseudo giornalismo, magari in vista di raccogliere il tutto in un libro che fino a ieri poteva aspirare a contributi di soldi pubblici, per essere stampato e poi esibito dall’autore al grido di “ho scritto un libro”.

I più pericolosi sono i politici trombati, di cosiddetta buona cultura; e non alludo a quelli di nome e di spicco che di solito trovano un editore che, pensando alle relazioni politiche del de cuius, gli pubblicano graziosamente l’opera più o meno significativa. No, penso a quelli di secondo e terzo (e quarto e quinto, …) piano, che scrivono fingendo di non accorgersi che i soldi pubblici sarebbe ormai decente non chiederli più.

Ma li perdonerei anche, se scrivessero (si possono anche avere rivelazioni e sorprese positive!) qualcosa di nuovo, di fresco, di stimolante, che – per esempio – servisse a rilanciare questa nostra lingua che siamo reticenti a usare, di cui stiamo dimenticando le parole, che stiamo mortificando con anglismi fuori contesto e con espressioni che la deformano. Una lingua tra le più studiate al mondo, che numerosi stranieri si apprestano a venire a insegnare, in questo bel paese dimentico di sé stesso, E speriamo che la imparino bene, cioè che ci sia ancora qualcuno che la conosca e gliene insegni bellezze e significati, perché qui – in questa valle di depressi alla ricerca del posto ideale, cioè televisivamente appetibile – non c’è più un cane (o comunque sono uccelli molto rari) che capisca l’importanza di farlo.

Perciò può capitare che in queste belle colline, una cittadina antica con una piazza a misura d’uomo, in cui la luce gioca con alberi e pietre, dove ogni angolo che giri ti racconta cura e bellezza venga definita “paesaggio mozzafiato“, sempre e invariabilmente (e tutti siamo perciò senza fiato). In tale luogo, che per l’occasione diventa una location, giunge una troupe con registi famosi e altrettanto noti attori e interpreti che per la circostanza divengono un “cast stellare“. Con tanti saluti alla ricchezza linguistica, alla Toscana patria dell’italiano, al buon senso e al buon gusto. Chissà, tra un po’ anche l’italiano sarà delocalizzato?

Moretto

Senza allusioni. A un certo punto della mia vita mi sono ritrovata – spero con qualche merito, ma certo con buona fortuna – alla testa di una direzione importante, in un’impresa editoriale che viveva anni di grande sviluppo e di iniziative epocali.

A un certo punto, durante una fase aziendale delicata ebbi una promozione che implicava anche una riorganizzazione profonda della struttura che riferiva a me, con alcune promozioni di quadri e dirigenti - uomini e donne – che avrebbero avuto maggiori responsabilità e ruoli di spicco, non solo all’interno della stessa direzione, ma anche in azienda, proprio grazie alla tipologia della nostra attività che prevedeva alcune autonomie sinergiche e ben organizzate.

C’erano tre uomini che potevano ambire a uno dei ruoli più interessanti; erano tre quadri con qualità precise per i ruoli che ricoprivano, e con caratteristiche generali diverse tra loro. Un aspetto che mi interessava era anche quello dell’affidabilità e della loro trasparenza nei comportamenti, perché si aveva a che fare con un contesto pieno di insidie, anche politiche. Uno dei tre uomini – che chiamerò Pacchia – era molto brillante, aveva indiscusse capacità di ‘visione’, un’ottima cultura ma un curriculum mediocre, che lasciava un po’ perplessi riconoscendogli intelligenza e vivacità intellettuale; era una persona con un passato discontinuo che però mi piaceva nonostante si prendesse qualche volta delle autonomie non sempre opportune.

C’era tensione perché si sapeva che la decisione era imminente: io ero ancora incerta, perché costretta a scegliere dall’interno dell’organico esistente e sapevo che la promozione di uno dei tre sarebbe diventata anche un po’ un giudizio negativo nei confronti degli altri due uomini e non potevo poi permettermi ripercussioni negative sulla qualità del lavoro. Erano anni (gli anni ’80) in cui il sindacato era forte in azienda e tutte le decisioni manageriali venivano messe in discussione, passate al vaglio in modo strumentale e divenivano talvolta occasione di ostruzionismi o malintesi.

Un pomeriggio, nell’imminenza della scelta definitiva per quella promozione, mi chiese un appuntamento il Pacchia, che sapeva di avere un certo ascendente su di me e che non mancava di farmi notare – in modo un po’ ingenuo - la sua cultura ricca e variegata che sovrastava sulle altre. Aveva un atteggiamento non dico intimidatorio, ma era come se immaginasse sé stesso perennemente in groppa a un cavallo bianco.

Il Pacchia venne nel mio ufficio e sedette dall’altra parte della scrivania: con un largo sorriso e gli occhi fissi nei miei, allungò una busta bianca verso di me, che gli stavo di fronte abbarbicata alla scrivania, forse apparendo (più di quanto non fossi nella realtà) sulla difensiva. La busta bianca stava tra di noi e spiccava sul legno della pregiata scrivania Knoll – me la ricordo bene – trattenuta solo dall’indice del Pacchia che facendo mossa di spingerla ulteriormente verso di me disse all’incirca queste parole “se il posto di direttore creativo non è mio, qui ci sono le mie dimissioni”.

Ovviamente non ricordo precisissimamente le parole, ma ho bene in mente la brevità della frase e il tono educato e sobrio ma fermissimo, e poi lo sguardo. Ma ho soprattutto in mente la busta bianca e il pensiero che in quel momento mi attraversava la mente (“e se poi lì dentro c’è un foglio vuoto?”), mentre capivo che il mio essere donna – soprattutto in quei tempi - mi faceva debole agli occhi del Pacchia che giocava sulla sua superiorità, anche di genere.

Quindi allungai la mano e la misi sulla busta bianca, tirandola verso di me e sottraendola da sotto il dito del Pacchia, e dissi: “Accettate”. Una semplice paroletta, poi mi alzai e gli strinsi la mano, ringraziandolo per il lavoro svolto fino ad allora. Dopo non successe proprio niente di drammatico; passato qualche mese mi accorsi che a fronte del risparmio di uno stipendio da quadro, il lavoro andava avanti bene e con piena soddisfazione di tutti. 

Le notizie estive davano il Pacchia al mare, a vendere, in un baracchino molto chic di un luogo alla moda, insieme alla compagna del momento, delizie di stagione a caro prezzo. Senza illusioni.