Cosa cavolo pensi

Sì è vero in campagna abbiamo spesso vita dura. Quando si fa questa constatazione il primo mio pensiero va al riscaldamento, che qui – negli hamlets (frazioni) di Montalcino – paghiamo più del doppio di quanto dovremmo. Ma questo è un argomento di cui parleremo tra breve. Tutto è un po’ più faticoso, in campagna, e richiede, da parte dei non nativi, una maggiore applicazione. Mi riferisco a chi, per indole o per necessità, non può adagiarsi in un clima contemplativo; penso a chi immigra in campagna pensando di essere e fare ciò che era e faceva in una città mediamente attrezzata.

A questa riflessione ero già stata costretta, durante un weekend da queste parti, da Luciano (no, non quel Luciano lì: un altro), che di fronte alle mie motivate proteste davanti allo smantellamento di un pezzo di solido muro a secco, che veniva sostituito da un muro a secco finto (sì, succede anche questo!), lungo la strada provinciale che collega Sant’Angelo in Colle con Montalcino, mi tenne una durissima predica.

L’idea che quel Luciano mi sottopose, quel giorno lontano, era la seguente; chi vive in città, tra ascensori, autobus sotto casa, metro, tapis roulant, e così via non capisce che quelli che stanno in campagna hanno una vita quotidiana estremamente più faticosa e complicata. Che male c’è a smontare un pezzo di muro a secco che sarà lì da duecento anni a sostenere un campo, e sostituirlo con un po’ di cemento ricoperto di pietre sottili – che secondo Luciano (quel Luciano) non erano affatto diverse dalle precedenti? – . Che male c’è, se ci consente di allargare la carreggiata di “almeno venti centimetri” e andare più veloci?.

La mia risposta fu piuttosto evasiva, perché si capiva che era una battaglia persa. Ma inviai ugualmente una lettera con allegate foto a Italia Nostra. La cosa finì all’italiana, perché finirono i soldi e accanto al solido muro a secco c’è un pezzo di muro finto a secco che ora cerca di essere all’altezza. Quella volta io a quel Luciano diedi una risposta che mi sembrava ‘intelligente’ e che si basava pure su dati veri. Gli feci osservare che le strade più larghe, di scorrimento, si fanno nei posti che non vale la pena vedere, dove non ci si ferma: si va oltre. Ma era come parlare a un … muro di cemento.

Vado spesso a camminare: mi piace farlo quando so di non incontrare gente. Non è difficile in questa stagione in cui chi lavora sta rintanato nella propria attività e le comitive (si fa per dire) di manovali che vengono da lontano stanno nei campi appena spunta il sole.

Camminare a tu per tu con la natura è faticoso, perché obbliga a vedere quello che c’è e a farci i conti, magari trarre conclusioni (talvolta amare) sulla nostra lontananza dalla (chiamiamola così) possibile verità delle cose. Fa anche riflettere sulle scelte che sovente rivelano una lontananza dall’idea di paesaggio, che pure dovrebbe essere ben presente nei pensieri di amministratori che devono mettere in moto il “motore Italia”, e il paesaggio – soprattutto in questi luoghi, dove c’è – è uno dei valori più ricercati dai visitatori (soprattutto da quelli che non praticano il “magna e fuggi”).

Io cammino e passo dopo passo riconosco deiezioni e rifiuti, spesso li seguo, giorno dopo giorno, nel loro lento decomporsi; manco fossi una Sherlock Holmes nostrana potrei raccontare la loro storia e spesso risalire agli autori e alle origini. Colgo i segni e spesso mi accorgo di qualche cambiamento in preparazione. Per esempio, alcuni segni verdi, fosforescenti (numeri, tacche, indicazioni) su un breve tratto d’asfalto che mi capita di attraversare, li ho scorti quasi subito; poi li ho osservati meglio e mi sono ricordata di “quel” Luciano e di quello che mi aveva detto così tanti anni fa a proposito dei muri a secco (e la foto ce l’ho ancora).

Ho pensato che le Province non ci sono più, o forse ci sono ancora, ma non hanno i soldi per fare quello che dovrebbero (e saprebbero) fare, ad esempio curare le strade che sono ridotte a una metafora delle condizioni dell’Italia. Però, poi ho continuato a riflettere, l’Europa (che ci piace a correnti alterne) c’è ancora. Quell’Europa che ogni tanto eroga dei fondi, che a volte servono a fare cose meravigliose, altre – troppe – a fare quelle che in gioventù chiamavo vaccate. Uno dei progetti per cui l’Europa (mi risulta) stanzia fondi è quello delle rotonde, raramente indispensabili, talvolta usati dai Comuni per corroborare il bilancio. Ho rimuginato per giorni su quei segni che mi sembrano allarmanti, e lo sono perché stanno in mezzo a un bellissimo paesaggio, nel piccolo bivio che porta a Sant’Angelo, se giri a sinistra, e verso la Maremma tirando dritto.

Dominato da due bei poderi che ‘narrano’ il lavoro e la civiltà dei luoghi, quel punto del paesaggio dà l’accesso a Sant’Angelo, tra olivete, una vigna, e un’apertura verso la valle davvero unica. Un colpo d’occhio che nessuno sano di mente penserebbe di deturpare con una rotonda. Poi mi sono riscossa da questa brutta riflessione e mi sono detta :”ma cosa cavolo pensi?”.  

La teoria della triangolazione

Qui in campagna, durante il duro inverno puoi solo amare la natura, perché gli uomini (inteso alla tedesca) è come se fossero spariti in altrettante caverne. Non siamo esenti da problemi, qui in campagna – pure in questa campagna di lusso com’è considerata Montalcino e i suoi hameaux (frazioni) -: per esempio il riscaldamento! Non quello globale, bensì quello che paghiamo ben quattro euro e cinquanta al metro cubo (e di questo parleremo prossimamente).

Per questo noi abbiamo il cuore freddo e i piedi pure: teniamo quel riscaldamento lì rigorosamente spento. Ma non è di questo che volevo scrivere stasera: volevo scrivere che talvolta la mia telepatia non è solo una mia fantasia, perché oggi è arrivata – a scaldarmi il cuore e la mente (e pure i piedi) – una telefonata proprio speciale.

Da anni mi capita di scrivere raccontando (un po’ stupita dall’assenza di reazioni altrui) dei tempi in cui ho visto nascere il made in Italy (non quello retorico, come il ‘gourmet’ o ‘gli antichi borghi’), quello vero che riconosci di più all’estero o nelle case della borghesia colta e riservata. Non alludo perciò a una sfilata di pezzi firmati da designer o a creazioni di chef e stilisti. Ho in mente quel processo di maturazione ricco di creatività e di visionarietà che ho visto mettersi in moto nei miei primi – irripetibili – anni di lavoro, a Milano, a “la Rinascente”, in un clima ‘sorgivo’ così unico da sembrarmi qualche volta inventato di sana pianta, nella mia mente durante un sogno delirante.

La speciale telefonata – venuta a sollevarmi dal dubbio di cui sopra – me l’ha fatta la figlia di un uomo a cui penso spesso. Una di quelle persone di cui vorresti raccontare ai figli e ad amici, soprattutto se giovani e di mente fresca. Un uomo che immaginavo morto (e infatti) facendo un po’ la conta degli anni, anche se questa è l’era della longevità, ma di cui ricordo bene la voce, la forma della bocca e degli occhi, il colore della pelle e l’ironia lievissima: un’espressione della sua mitezza d’animo e il suo personalissimo modo di esprimere i suoi pensieri.

Non potrebbe essere altrimenti perché a quell’uomo ero stata presentata da un esterno a cui avevo dato una mano all’esame di maturità, durante l’ex-tempore di architettura. Non ho mai saputo se fossero amici o solo buoni conoscenti, ma quella presentazione fu il momento ‘sliding doors’ nella mia vita, perché mi catapultò nel bel mezzo di un ufficio con la più alta concentrazione di designer e di pensatori, di talenti cosmopoliti, tutti confluiti a Milano, negli anni in cui la città viveva un rinascimento che avrebbe disseminato per l’Europa del dopoguerra, diventando il vettore dell’innovazione moderna, superando il concetto di artigianato (ma includendolo nella volata), aprendo gli occhi (a chi li aveva) per disegnare, alla lettera, un futuro in cui la vita poteva avere un significato più ricco e complesso, più denso e laborioso, più coinvolgente e intelligente. Senza snobismi, senza essere assatanati dal denaro, in un clima di semplicità e di conoscenza in continuo divenire.

Il luogo non è un blog, dove dire il perché e percome la telefonata è così importante, ma per sapere di più posso riassumere così. Io so, per esperienza, che quello che uno pensa da solo resta quasi sempre lì nella sua testa (escluso Einstein e dintorni); se lo si pensa in due è un dialogo (io dico a te e tu rispondi a me), ma quando sai che quello che pensavi, talvolta ipotizzando di dare un’eccessiva importanza alla tua riflessione, non è una tua valutazione personale o un tuo vaneggiamento solipsistico (la campagna è bella ma fa brutti scherzi), ma è qualcosa che pensano (e dicono) ben altri, (altri che addirittura pensano di raccontarlo, di farne comunicazione ), ecco che la (mia) teoria della triangolazione si concretizza in qualcosa di tangibile e di pratico, e ben più convincente (la teoria affascina, la pratica convince).

Tutto ciò che ‘triangola’, risuona, diventa, anzi diviene; anche se all’inizio sono parole – come biglie in quel bigliardo triangolare che per me è il campo delle idee – rimbalzando su tre lati finisce che si costruisce qualcosa. Capito?!

 

Una tromba, che non è una campana

Così ho pensato quando l’ho saputo; perché avevo appena letto i risultati della prima settimana di presidenza Trump. Nel piccolo paese che non è ancora diventato un residence di lusso – trasformato da un club, da un pull, da una venture: dal mondo qui fuori che gira avvitandosi da Putin a Trump – si muore, ed è la marcia di avvicinamento a una trasformazione ineluttabile. Da piccolo paese a rinomato resort, dove ci saranno le terme e l’anima assomiglia a una vestaglia, il passo è breve.

Così ho pensato quando hanno suonato all’uscio, stamattina, per dirmi che è morta Anna; la notizia avrà di certo avuto echi diversi nella mente di ognuno e diverso effetto. Il paese che si assottiglia (“ma no!, che è appena arrivata una coppia con due bambini”) e va diventando qualcosa che non si può conoscere. Che cosa non si sa, né lo sapranno mai gli abitanti: dipende da Trump. Cioè da uno che già dal nome annuncia fragorose e non pacifiche novità. E fa niente se non ti piace, se lui ha la faccia di un apoplettico, se il fard non riesce a mascherare l’errore, se sembra un essere così vorace da inghiottire tutto (prima di essere aspirato a sua volta). Intanto è morta Anna, mica lui. E la morte crea spazi da ricolmare con altre presenze, anche aliene. Un giorno sì e l’altro ancora si legge e si ascolta la politica che recita il rimpianto dei piccoli paesi che si svuotano e perdono il loro carattere, riempiendosi solo di turisti non sempre consapevoli (né piacevoli) o di immigrati che vivono la loro vita appartata e di risulta. Ma qual è il carattere di questo piccolo villaggio.

Tutto è disarmonico, messo insieme senza legami; l’inverno peggiora ancora la disarmonia mettendola in squallida evidenza insieme ai costi del riscaldamento. Tutto è fragile e a rischio, qui; tutto resiste se si resiste. Uno che muore indebolisce il paese, si porta via un frammento di pensiero e subito c’è più spazio per gli squilli di Trump.

Una tromba e non una campana, mi viene in mente pensando ad Anna, ha annunciato cambiamenti che addolorano; avrei preferito il contrario, ma non si può scegliere. Però, dopo la tromba, suoneranno le nostre campane.

La vita in sogno

Il teatro è tutto rivestito di tarsie in legno pregiato: un bel disegno a losanghe di sapore solidamente borghese, come gli arredamenti di questo periodo. Non c’è moltissima gente, ma è sufficientemente pieno. Il brusio è lieve e non fastidioso; percorro tutto il perimetro esterno – intorno ai due ordini di poltrone – accompagnando un piccolo gruppo di visitatori di riguardo che mi hanno fatto un’improvvisata.

Uno di essi è particolarmente attento all’ambiente, come è sempre stato interessato a tutto quello che ho fatto. Siamo invecchiati entrambi, con consapevolezza. Nel gruppo c’è anche un altro testimone di riunioni e anche di feste in casa di amici di tutti, ma io sono più colpita dalla presenza di chi mi stava accanto un giorno (d’autunno?), nella mia città improvvisamente sconvolta da un crollo di un intero palazzo, in viale Monza. E’ successo in seguito allo scoppio di una bombola, o di una perdita, di gas.

E’ pomeriggio, per fortuna, in orario d’ufficio, perciò molti sono al lavoro e per questo si salvano. Il traffico è sconvolto e c’è un blackout intermittente delle centrali telefoniche sovraccariche: anche il mio cellulare non funziona. Ho una riunione, dovrei rientrare in ufficio e sono in ritardo. L’uomo che mi accompagnava (e che è venuto a trovarmi nel teatro) è partecipe della mia ansia. Finalmente riesco a chiamare la mia segretaria che risponde subito chiamandomi ingegnere e dicendomi che la signora non c’è, che ci sono anche altre persone che l’aspettano.

Riesco a visualizzare la segreteria del mio ufficio, con il divano di Scarpa e il pannello dove ho fatto riprodurre tutti insieme i vecchi simboli delle collane editoriali; la scrivania con l’intrepida Giuditta, con la sua voce gentile e la mania (condivisa) per l’italiano nitido, che scrive impeccabilmente e sa anche riconoscere una trappola mortale, pure se chi la costruisce è un professionista del settore.

La giacca blu di gabardine di quel pomeriggio ora è appesa fuori dall’armadio; è ancora impeccabile ma troppo leggera per essere indossata in questa stagione. La guardo come un reduce di guerra osserva la divisa indossata durante una battaglia impegnativa, da cui è uscito vivo. La indosso scrutando nello specchio i movimenti di quel pomeriggio di fuoco, ricordando che prima di entrare nella sala riunioni l’avevo allacciata, per sentirla ben stretta in vita; e poi gli scoppi, il fumo, la silenziosa rissa mortale.

Preferisco il bianco

Uno pensa di scrivere ‘cronache’ poi, invece, si accorge che sono ricordi: con molteplici funzioni e aspetti. Tengono compagnia alla psiche, quando inizi a sospettare che si sia un po’ spenta nel trantran della quotidianità paesana, consolano dalla grettezza che occhieggia troppo spesso nei rapporti tra persone, aiutano a sopportare il peso dell’esistenza in tempi così poco stimolanti da renderla poco sopportabile.

Mi viene in mente questo pensiero accarezzando il pesante copriletto bianco, residuo di un corredo di quattro generazioni di donne, che ha iniziato a dissiparsi un autunno di quasi quarant’anni fa, con il fattivo contributo di un baldo cercatore (e trovatore) di funghi che scelse dodici tele di candido lino tessuto a mano dalle suore dell’Assunzione, in seguito cifrate da una bisnonna, per farvi asciugare alcuni chili di porcini sbollentati nell’aceto. I lini in questione, reduci dal trattamento choc avrebbero meritato la cremazione (con spargimento delle ceneri in un giorno di maestrale), invece hanno avuto una fine banale quanto inevitabile.

Sì, è un pensiero che ricorre, quello del corredo che una volta aveva una sua ‘sacralità’ e che ora non significa più niente. Così ho pensato occhieggiando tempo fa un telo di lino chiamato strofinaccio, che per origini, storia e qualità non meriterebbe la funzione di ‘cencio’, come un avanzo qualsiasi di tela qualsiasi. Ma i tempi sono questi.

Il copriletto bianco mi parla di un’altra campagna, un’altra latitudine – anche sentimentale -; pavimenti di legno dappertutto, lavati finemente; pranzi della domenica attorno a una nonna severa e rispettata; una zia, grande (ma avveduta) cercatrice di funghi, che mi amava come una figlia; altri zii, e mia madre che si alzava più tardi per riprendersi da un sonno poco ristoratore. Tutti i letti in tutte le camere erano ricoperti da un telo di piqué bianco, operato, come quello che ricopre ora il mio letto.

Il piqué era anche il tessuto degli abiti estivi delle bimbe – bianco ricamato in blu a punto smock – e una camicia di piqué bianca era indispensabile per sentirsi ‘a posto’ in un giorno estivo particolarmente caldo. Tutto mi ritorna in mente se tengo gli occhi chiusi e passo leggermente la mano sulla copertura candida, in questi giorni in cui l’inverno – che pare ritornato – salutato enfaticamente dalla stampa quotidiana, più che la campagna sembra gelare il cuore.

Il bianco non è semplice da portare, né da pensare; ci arrivi – si pensa – per sottrazione, mentre invece mi hanno insegnato che contiene tutti i colori dello spettro. Bisognerebbe che andassi a rileggere Goethe, per avere conferma di questo insegnamento dalla sua ‘ Teoria dei Colori’. Come dire che il bianco contiene, è complessità, non ‘tabula rasa’.

Idillio

XOOOX COHH: NM IL NOOOFRA, MKIOO, MMO DOEIRPORTYRAO, JDKRTO NNAPDORTEO NN LOIEJDN, IFR OIRENAMM!

HEJRKTRLXMDNEORN MIK NSIEANEPORD, NSPORCLERO SOPRERO XIOERR, NAMEROEIRNE; AORTEN PROEMNSOO OONE MME,REICORDTRO PORTOEIRT.

FORTRJSNEMTORL AEROSNARTORENNE, SMETOERIENANSEO.

ASRRITRO: DRRO SO NROOPEORTIN AERLVKFPORON AASE, SD LOROTROENSOENXOPENA …

Visioni, luci, controluce

Come sarà l’anno in cui ci siamo – ineluttabilmente – inoltrati? Durissimo, come l’anno precedente, io mi immagino. Con il saluto d’addio di un grande musicista e (or ora) anche quello di un uomo – emblema della ‘riemergente’ cultura italiana – non poteva essere altrimenti. L’unica strada è quella della luce: il vero discrimine delle nostre esistenze. Una vita ‘illuminata bene’ (v. Hemingway), dalla ricerca, dall’amore, dalla pietas, dalla conoscenza, e … sì dalla luce che anima l’universo mondo; un’esistenza che dia spazio a tutto quello che sta dietro all’apparire e all’apparenza.

La mia piccola Lulù (la più grande di tre ‘mie’ piccole) disegna intenta, seduta al suo posto d’ordinanza, nel mio casino casereccio, tra carte e colori e nevrosi nonnesche. Alla radio, musica: il “Concerto di Capodanno” dei Wiener  Philharmoniker con Strauss e dintorni. Ecco senti Lulù questo è il concerto che ogni anno si tiene a Vienna, per celebrare, per salutare, l’anno nuovo. Segue indispensabile spiega: un anno è finito, un nuovo anno inizia, proprio oggi.

“Anche a Milano?” Chiede, molto interessata la mia piccola disegnatrice indefessa. Certo che sì, la rassicuro: l’anno nuovo è ovunque; tuttavia non basta, e avrei dovuto capire che mi inoltravo in un campo delicato e inedito. Anche a Milano c’è un anno nuovo, ma a Lulù non basta: “In tutto il mondo?” Certo che sì, è un anno nuovo e bello lustro, in tutto il mondo. Ma a Lulù (che deve avere una quantità di pianeti nel segno della Vergine, e comunque la tendenza a dare contorni precisi a ogni fenomeno) non basta: “Anche a Saturno?”, approfondisce, e io confermo. Ma io mi blocco, perché penso che forse su Saturno il tempo scorre diversamente e ne ho avuto l’indiretta conferma negli sguardi un po’ smarriti degli amici a cui ne ho fatto cenno e ho chiesto notizie precise in merito.

Come sarà questo anno nuovo su Saturno? Verrà in sogno a raccontarmelo Georges Prêtre con il suo bel volto di seducente uomo sportivo e musicale, e un sorriso malizioso.

Racconto di Natale

Ogni volta che poso gli occhi su un salmone – in una vetrina o ben sistemato e guarnito, su un piatto, servito a tavola – vedo soprattutto il suo colore, ed è il colore del maglione più brutto che io abbia mai indossato. Rivedo le trecce (adesso sarebbero di moda, mi pare), il collo appena alto, la finitura a costine sotto la vita. Ma io ricordo soprattutto il colore: né carne né pesce, mi verrebbe da dire.

Ma quel maglione l’ho indossato per anni, si può dire per tutta la mia adolescenza e anche un po’ oltre. L’ho portato con gonne scurette che attenuavano la sua brutta tinta e non ho mai pensato di ‘mitigarne’ il colore con una sciarpa, anche perché in quegli anni le sciarpe avevano unicamente la funzione di scaldare il collo e non erano ancora divenute un capo d’abbigliamento molto decorativo, talvolta strategico, come oggi.

Ho portato quel maglione durante gli anni del liceo; i primi tempi per affetto, poi per scaramanzia, infine perché – divenuto un po’ logoro (come tutto quello che mi piace indossare) – il maglione color salmone era diventato bellissimo.

Anche una mia compagna di liceo che veniva da Roma ma apparteneva a una grande famiglia di imprenditori milanesi, negli stessi anni, indossava quasi sempre un maglioncino smilzo, azzurro polvere, di buona lana e confezionato a mano. I suoi avevano i beni bloccati e nonostante vivessero in un palazzo di loro proprietà, quasi in centro a Milano, non avevano liquidi… ma se torno con la memoria a quegli anni, ricordo molte ragazze indossare lo stesso capo continuamente; si era nel secondo dopoguerra ed eravamo tutti molto frugali, anche quelli che oggi definiremmo ‘ricchi’.

Il mio maglione color salmone, invece, era un regalo di Natale, di uno dei rari Natali passati con mio padre a casa e non per mare, o oltremare. Ricordo bene il momento in cui l’ho avuto in dono, avendo ai fianchi – quasi a sorreggermi (ma era un effetto ottico) – mio padre e mia madre, rispettivamente a sinistra e alla mia destra. Però non ricordo chi mi ha dato materialmente il maglione. Rammento però che sentivo una tensione speciale, capivo che i miei trattenevano l’emozione, ma solo qualche giorno (due o tre) dopo ho capito che il mio brutto maglione era stato acquistato con gli ultimi soldi rimasti ai miei genitori, dopo quello che allora si chiamava “rovescio di fortuna”, capitato a mio padre che aveva acquistato un negozio il cui proprietario non aveva mai pagato le tasse.

Strano, ma vero, il fisco negli anni cinquanta, in casi come quello, caricava tutto l’importo evaso sull’acquirente; o forse il venditore era irreperibile. Mio padre era completamente rovinato, dopo esser stato per anni un uomo abituato a un discreto benessere. Solo pochi giorni dopo Natale, a mio padre fu offerto un incarico molto ben retribuito e con quei guadagni sarebbe riuscito a pagare quel debito e a mantenermi al liceo.

Mangio salmone molto di rado, ma ogni volta che mi capita è come se mangiassi un pezzo di quel Natale, con le facce attente e un po’ trepidanti dei miei, che avevano osato spendere gli ultimi soldi per non farmi mancare un regalo.

 

Brunello e vecchi cappotti

alex_3Chi è arrivato qui in anni recenti non capisce; chi arriva pensa di essere un conquistador, di avere di che insegnare, da spiegare. Chi arriva è soprattutto convinto di sapere come funzionano le cose.

Decine di anni fa arrivavano quelli che il mito della Toscana l’avevano provato ‘sul campo’, in lunghi viaggi nel weekend pensando di trovare colline che celavano segreti e gente schietta. Quelli che giungevano fino a questo angolo estremo di Toscana bevevano – di solito piemontese o Oltrepò – ma bastava che fosse vino rosso. Per il resto c’erano i sogni che nel divenire concreti si rivelavano faticosi e divertenti. Un’esperienza.

Ora arrivano solo quelli che investono e che nel farlo a volte è come se guidassero un’auto grossa senza occhiali. Lo pensavo mentre mettevo a posto i miei cappotti, chiedendomi perché invece non mi sono mai comprata un piumino.

Sarà per via delle oche, ho pensato, perché tempo fa (o sono anni?) ho letto di quelli di Monclair che vanno in giro per allevamenti strappando alle vigorose bestiole le meglio piume per infilarle nelle scocche dei suddetti piumini e poi fare brutte campagne pubblicitarie per trasformare giacche e gilè in indispensabili compagni di questi inverni stralunati.

Ma no, non credo che siano le oche all’origine della mia resistenza al piumino. Forse io penso solo che “il piumino” sia orribilmente conformista: troppo lucido – va bene per sciare! -, un tessuto che non racconta niente, ti dà un’aria da sciuretta che omologa anche le donne più intelligenti e scafate: insomma, un capo che non rende giustizia a chi lo indossa. Nemmeno agli uomini, con cui però è un po’ meno malevolo.

No, pensavo mentre spazzolavo un vecchio cappotto del Lanificio Colombo che avevo regalato a una figlia freddolosa (o supposta tale) circa vent’anni fa (tornato indietro con un “grazie mamma, ma…”) … no, non è (solo) per le oche, né per quell’aspetto ‘tubolare” che ti dà un caldissimo piumino modaiolo, riflettevo mentre tiravo fuori un altro cappotto, residuo un po’ sdrucito (indossato per innumerevoli inverni)accarezzandolo con gratitudine per la morbidezza conservata negli anni. Forse è per il segnale che il piumino mi manda.

Forse mi disturba la sua pretesa di diventare il compagno di un inverno, al posto di un bel cappotto, quando si sa bene che è proprio con il freddo che i pensieri si annidano nel calduccio per intrecciarsi tra di loro (ecco, proprio come un bel tessuto!) e formare una storia.

Mi veniva in mente osservando la lunghezza di un altro compagno di questi ultimi inverni: perfetto in città, ma forse un po’ lungo? O forse sono io che non ho più lo slancio (né la lunghezza!) per sentirmelo come quando l’ho scelto?

Se fosse un vino … pensavo, ma un piumino mai potrà essere pensato come una cosa viva, come un vino. Il piumino è come il vino fatto da quelli che più che la vigna frequentano la Borsa e  che della terra non sanno niente. Un Brunello si beve indossando un cappotto, ho deciso.

Forse sono solo pensieri da oca e magari questa è la mia resistenza al piumino (che indosserei solo sulla neve dei campi di sci!)?

 

 

Segno dei tempi, segnali di papà

alex_5Caro Papà, oggi internet è sparita, il telefono mi si è sprogrammato e nonostante i miei sforzi di mimare pazienza e un sobrio ottimismo non riuscivo a sorpassare neanche un’ape, sulla strada che mi portava a Siena.

Poi stasera, poco fa, internet è tornata e la mia giornata quasi piena volge al termine. Dentro a internet stasera ho ritrovato un amico di cui non avevo notizie da più di trent’anni o giù di lì, insomma dai tempi in cui c’eri anche tu e i miei figli erano i miei bambini. I nostri bambini.

So che non avresti mai immaginato di avere tre nipoti, da un’unica figlia e per giunta non di indole mammissima. Ma tu sei stato un nonno che preparava la fetta d’arancio con un po’ di zucchero e le gocce di limone, arrotando tutte le erre e badando che avessero le mani pulite e loro se lo ricordano, credo. (Ora anch’io ho tre piccole nipoti.).

Ti ho pensato stasera guidando nel buio scintillante di luci. Quel ventitré novembre di trentuno anni fa ero molto più stanca di oggi. C’era una farmacia, in via Marocco e il dottor Bozzetti mi aveva chiesto di andarci e prendere una bombola d’ossigeno. Non è servita. Quando sono tornata tu stavi salendo sul treno dei misteri, con occhi turchesi spalancati.

Per qualche anno sei stato molto assente, poi – nei giorni appositi – hai cominciato a produrre segnali, fino a quel blocco di marmo che mi ha sfondato il parabrezza, appena sono scesa dall’auto, nel giorno del tuo compleanno. Quella volta ho riso: di sollievo. Ma ero veramente contenta anche se mi pareva un ‘segnale’ un po’ esagerato.

Invece stasera sto ritrovando Gianni Ruggiero, amico dai tempi di Brera, di cui non avevo più notizie da quando ci si incontrava al festival di Cannes. Lui veniva da Barcellona e io da Milano e ci raccontavamo le nostre storie, soprattutto di lavoro. Mesi fa ho letto un servizio su di lui, sul Corriere, però non sono riuscita a rintracciare il suo indirizzo. Ma ecco che un tale con una faccia simpatica, conosciuto in rete, si rivela essere suo nipote. Perché – pezzo di balcone a parte – mi hai sempre mandato qualcosa di speciale, di amichevole e affettuoso, nei tuoi anniversari. Adeguando i segni ai tempi. E ai luoghi, perché quando è venuto giù quel pezzo di marmo dal balcone, in fondo, ero a Cava dei Tirreni …