A che serve cadere

DSCN9880Non ci credevo, non volevo crederci; mille volte, passando in quel viottolo avevo osservato che bisognava camminare stando ben accostati a monte, soprattutto d’estate, dopo la crescita tumultuosa di erbe, rampicanti e arbusti piccoli, che tutti intrecciati tra loro davano una falsa idea del sentiero percorribile.

Invece eccomi giù, di schiena, con la nuca affondata nel punto più basso, in un morbido ma ahimè cedevole cuscino erbaceo pervaso da spine e lappole pungenti, consapevole del salto ben più drammatico da cui il mondo vegetale mi stava riparando – sopra di me il cielo e i suoi abitanti, uno scorcio di case appena intraviste, il greppo da cui mi ero distrattamente scostata – con la consapevolezza di essere stata (per il momento) appena sfiorata da pochissime spine delle tantissime che immaginavo in attesa delle mie prossime mosse.

Ho provato a gridare due volte aiuto, ma più che altro per sentire il suono della mia voce; del resto non pensavo che l’invocazione sarebbe stata udita e, in caso affermativo, ascoltata. I più avrebbero pensato a qualcosa di casuale, e oltretutto l’età media degli abitanti del villaggio dove abito pro tempore li fa abbastanza sordi (cominciando dalla sottoscritta).

La posizione in sé non era scomoda, l’ora ancora fresca, il cielo limpido, i profumi di erbe e fiori molto buoni; ma uscirne sembrava poco possibile: solo un piede stava sul terreno solido ed era impossibile pensare di raggiungere qualche erba con radici e fusto robusti e aggrapparmici, impossibile dalla mia posizione – con la testa  più in basso in una specie di shirokemi incompleto -.

Se forzavo troppo per riuscire, in qualche modo, a slanciarmi in avanti e in su, era quasi certo che il mio peso moltiplicato dallo slancio avrebbe sfondato la rete di liane che mi teneva sospesa e sarei caduta giù  nello strapiombo, magari solo per qualche metro, ma passando attraverso una griglia di spine …

Dopo avere gridato aiuto – e riso di me stessa mentre gridavo – mi sono venute in mente le ginestre che abbondano sul mio cammino mattutino: unico arbusto a cui sin da piccina mi veniva suggerito di attaccarmi in caso di scivoloni o cadute; poi mi raccontavano la storia degli Angiò e dei Plantageneti. Così anche stamattina, nei minuti in cui non riuscivo a risolvere il modo per uscire da quella situazione precaria e spinosa, cercavo di ricordare come si chiamava quello che nel cadere da cavallo pare si sia salvato proprio grazie a una ginestra a cui era riuscito ad aggrapparsi. Peccato che le ginestre, lì non ci siano: solo rovi fioriti e profumati, intessuti ad altre erbe che li mimetizzano e hanno attenuato le punture delle loro spine.

Sapevo che proseguendo nella caduta le punture non sarebbero state così lievi: quelle spine mi sembravano le unghie di un felino … Tuttavia gridare non serviva, potevo solo sperare che qualcuno passasse di lì, cosa sempre più improbabile con il progredire del sole.

Mi è venuta in mente quella storiella del passerotto intirizzito e moribondo, salvato momentaneamente da una cacca di mucca che lo aveva riscaldato; una storiella lunga e articolata, la cui morale (non così scontata) dice che se sei nei guai è meglio non farlo sapere a nessuno. Del resto io anche provando a farlo sapere non c’ero riuscita …

Non potevo nemmeno capire se qualcosa era uscito dalle mie tasche – cellulare, chiavi di casa, macchina fotografica – ma ero contenta di essermi vestita, come spesso mi succede, più del necessario: la felpa che indossavo nonostante l’aria del mattino sia più tiepida del solito mi aveva protetto le braccia e la schiena da graffi e punture; non riuscivo a girare molto la testa, e quel che intravedevo accanto a me erano solo vilucchi rampicanti e spine.

Ho pensato che avevo tutto il tempo per provare dei piccolissimi movimenti, ho cominciato a saggiare qualche festuca, avvolgendomela intorno a una mano … scegliendone diverse, con radici diverse e fusti … mi è venuto in mente Edward De Bono e il suo pensiero laterale – ascoltato e imparato alle sue conferenze – quello che si impara a usare per trovare soluzioni alternative, quando quelle scontate non danno risultati.

Mi sono chiesta se ‘laterale’ poteva essere una soluzione e ho provato a saggiare con prudenza da che parte ruotare, piano, per tentare uno slancio verso il punto solido del sentiero. Ha funzionato, solo in parte, ma il rotolamento deve aver diluito il mio peso, un po’ come accade facendo judo.

Mi sono trovata a faccia in giù, sulla terra e con una mano che annaspava in cerca di un appiglio, possibilmente senza spine. Il caso ha voluto che lo abbia trovato … e che per un soffio il rotolamento in mezzo alle erbe abbia sortito un buon effetto. Ridevo, da sola, pensando al volo che avevo rischiato di fare, contenta che nessuno avesse sentito (o ascoltato) il mio grido d’aiuto.

 

Message dans une bouteille

Se io fossi Claude Juncker andrei a nascondermi; anche se conosciamo abbastanza il retroscena di questo referendum – la pretesa di Cameron di usarlo per riaffermare la propria primazia nel partito conservatore -, referendum dall’inauspicato esito, non si può dimenticare che l’Europa che Britannia si è lasciata alle spalle è presieduta proprio da quell’ometto lì, dotato di doppia morale, doppio sguardo, doppio tutto (probabilmente anche l’anima). Da quell’uomo che rappresenta tutto ciò che sta all’opposto dell’Europa come ce la siamo raccontata.

Ora non possiamo limitarci al rammarico (insomma “che cosa diavolo pretendono gli inglesi”), ma dobbiamo premere affinché la UE torni verso la gente e non resti ostaggio di quelli che rappresentano le lobby dell’affarismo internazionale – più o meno pulito – . Dobbiamo farlo in fretta, prima che le piazze, i campanili, i musei, i paesaggi – per tacere di tutto ciò che è (stato) mobile e asportabile (esportato) – vengano ceduti, in nome di qualche fantasmagorica ‘privatizzazione’ con criteri “europei”, cioè secondo le regole che convengono ai succitati lobbysti.

Altrimenti, quando toccherà a noi andare alle urne per esprimere la nostra voglia (o rassegnazione) a rimanere, o no, cosiddetti europei, ci ritroveremo (ci ritroveremmo) nudi e crudi, senza nemmeno la possibilità di un tuffo in mare, senza poter bere un bicchier d’acqua, senza più accesso alla nostra cosiddetta ‘bellezza’ (grande o piccola).

Intanto consoliamoci dismettendo l’inglese e usando una lingua europea: questo doveva essere un “Message in the Bottle”, ma invece – con buona pace di Sting – è divenuto un “Message dans une Bouteille”.

Io sono qui e provo a guardare più in là

DSCN9764Questa gallina non è un pollo. Non è un pollo a cui io possa guardare come facevo da bimba con quelli di mia nonna. Sono una che prova a guardare “più in là”, non riuscendoci sempre però. Ma ogni tanto succede qualcosa che aiuta – che dà quella spintarella che fa ruzzolare i tuoi pensieri esitanti e incerti – a vedere quello che magari hai sotto gli occhi. Da quelle galline (tante, ruzzolanti e bianche, sul prato verde di mia nonna) a questa che ho fotografato l’altro ieri e di cui conosco razza, abitudini e vocazioni ne son successe di cose. Ma di tutto quello che è successo, non tutti si sono (ci siamo) accorti.

– Banale – direte, ed è vero, lo ammetto. Ma quei polli bianchi della nonna mi tornano in mente perché oggi sul Corriere della Sera ho letto l’articolo di Gian Antonio Stella sul primo traforo del Gottardo, quello realizzato della Societè du grand Tunnel du Gothard dove il mio bisnonno faceva il contabile, a Goeschenen, e sono andata a riguardare il documento che certifica l’avvenuta cresima di mia nonna, il 4 aprile 1880, proprio a Goeschenen, appunto. Perché la nonna alle galline ci era arrivata molti anni dopo. Dopo aver sposato, a diciott’anni, il nonno (un bellissimo uomo appare dalla foto, ma un giocatore incallito che mandò in rovina la famiglia), dopo la sparizione della propria dote, dopo un numero ragguardevole di figli, alcune guerre, la perdita di uno status ‘borghese’ che non riesco a immaginare, ma che è ben evocato dalla raffinatezza del suo ventaglio di debuttante. Costretta dagli eventi la donna minuta e severa che mi faceva le trecce da bambina, capace di inchiodare al rispetto i tedeschi che avevano installato una contraerea accanto alla sua fattoria (e ai suoi polli), era riuscita a crescere e proteggere figli e nipoti con la forza di volontà e molta energia.

I polli della nonna venivano allevati in un mondo in guerra, la seconda guerra mondiale, un globo i cui abitanti non raggiungevano i due miliardi (vado a memoria): La gallina qui sopra razzola tra le salvie, in un mondo che, pur guardandosi, non riesce a vedere sé stesso, abitato da oltre sette miliardi di esseri umani.

Che questo mondo – cioè noi – non abbia le idee chiare lo sapevo già: lo sappiamo tutti. Ma non abbiamo tempo di pensarci, cioè non sappiamo che dovremmo farlo. Per questo, accendendo la radio – ieri mattina – e ascoltando un paio di frasi, mi sono  fermata, ho spento il motore e mi sono messa ad ascoltare e a prendere qualche appunto.

Ho saputo, ho capito, ascoltandolo dalla voce viva di un geografo, che la “mappa del mondo” così come l’abbiamo interiorizzata tutti noi che ci viviamo è qualcosa che non corrisponde a un’odierna realtà necessaria. Quella mappa non è la copia del mondo com’è, ma è il mondo che abbiamo in testa una copia della nostra mappa. Avessi mai dubitato dell’importanza strategica della geografia (infatti l’hanno eliminata dai programmi scolastici!) ascoltando l’intervento alla radio del geografo Franco Farinelli sarei stata immediatamente rassicurata. Farinelli, da non confondere con Farinetti, al massimo con Farinata degli Uberti, citato da Dante come un fiorentino tra coloro ch’a ben far puoser li ‘ngegni, oppure a una delle ‘farinate’ squisite che costellano i luoghi della cucina povera nostrana. Perché il Farinelli geografo e umanista, che ho ascoltato ieri, spiegava anche – sempre alla radio – che la globalizzazione vera fa emergere i valori locali rispetto alla (sempiterna e retorica) valorizzazione della quantità.

“Ogni americano che arriva in una delle nostre ‘vecchie’ città va preso per mano, condotto nel centro e fatto inginocchiare (affinché conosca e interiorizzi la sacralità dei luoghi)”, così ha pure detto il Farinelli, che ho anche ascoltato mentre diceva che “la geografia è immaginata come se tutta l’umanità fosse immobile”. Invece gli uomini si sono sempre mossi, si muovono, eccome, e anche l’Italia ora ne sa qualcosa.

Tra i polli di mia nonna e la gallina che io – nonna a mia volta – ho fotografato l’altro ieri, il mondo è cresciuto di sei miliardi di persone e finalmente ho ascoltato qualcuno che mi ha fatto capire che non avevo capito che per capire devo cambiare il mio sguardo.

Non sia così evasivo!

DSCN9470DSCN9467Off shore è un’espressione che ormai conosciamo tutti, ma non sempre per via dii piattaforme petrolifere o di eolico. Spesso le due parole sono legate alle fughe di capitali in luoghi “off-shore”, cioè irraggiungibili dalle tasse. La grande inchiesta, condotta da un pull di giornalisti di svariati paesi, che ha prodotto i cosiddetti ‘Panama Papers” disvelando un elenco di capitalisti che potrebbero aver evaso il fisco, ha confermato all’opinione pubblica qualcosa che solo un sordo cieco poteva non conoscere: un vero e proprio club di ricchissimi. Personalità, personaggi pubblici, membri di governi: insomma la crème de la crème dell’universo mondo cerca in tutti i modi di mettere i propri capitali al riparo dalle tassazioni in patria, ma forse non solo al riparo da quello. Non tutti quelli che appaiono nell’elenco, infatti, saranno evasori fiscali, ma tutti invece hanno celato e  reso irreperibile la propria fortuna e potrebbero essere considerati più poveri di quanto non siano o addirittura non abbienti, nel caso (non raro) in cui dovessero risarcire a terzi (soggetti privati o pubblici) un danno procurato, o un reato finanziario commesso, monetizzandoli. E questa è invece un’infrazione eticamente imperdonabile.

Ma non tutti sanno, o si accorgono, quanto sia praticato e diffuso nascondere la propria ricchezza da parte di persone che si collocano – per censo – tra il club dei superpaperoni mondiali e la classe media (del mondo) che impoverisce ogni giorno di più. Si tratta di numerosi individui – di solito eredi di fortune create soprattutto da imprenditori nel secolo scorso, i cui discendenti non hanno né la personalità, né la capacità, ma nemmeno il coraggio, per proseguire il lavoro di chi è venuto prima e ha fondato imprese che ora sono svanite, con posti di lavoro perduti e capitali divenuti fantasmi affidati a situazioni off-shore, cioè invisibili.

Ci sono persone, non sempre con uno standard di vita e consumi così elevati da dare nell’occhio, che rigorosamente evadono il fisco, avendo le spalle ben coperte da un capitale dissimulato che non è per niente riconducibile a loro attività lavorative; gente che magari lavora (rigorosamente in nero), che maschera la propria ricchezza, che arriva a far parte di realtà lavorative cui contribuisce talvolta con autentiche capacità, ma che non paga le tasse né ha la capacità e il coraggio di mettere in gioco il proprio (celato) capitale in attività di cui preferiscono vivere ai margini: non pagando le tasse e vivendo una vita di seconda mano. Questi non evadono solo il fisco, ma evadono anche la vita, intesa nel senso più pieno e maturo del termine. Spesso mi domando: sarà una nevrosi di questo tempo strano, o si tratta solo di viltà?

Il ritorno a Brera di Cecilia Uematsu

RSCN9489Tutto arrotolato era il mio porta-collane: i colori appena si intravedevano, restando intatto il sospetto che fossero opera di un maestro. Srotolato, diventa il racconto di una città, di un luogo speciale, di un gruppo di maestri indimenticati, che hanno segnato un’epoca e che sono all’origine di un gusto speciale. Richard Sapper, Ornella Noorda, Norbert e Ornella Linke, Georges Coslin, Mario Cristiani, Ugo Mulas, Serge Libis, Enrica Agostinelli, Pino Tovaglia, Max Hubert … così alla rinfusa, come mi si affacciano al ricordo. Insieme ai tanti altri: indimenticabile Escolin (Marimekko), Giulio Argan e i suoi seminari di storia dell’arte, Bruno Munari come un elfo severo e sorridente … e tutt’intorno i personaggi di Milano che si risolleva dal buio della guerra e delle bombe; il Giamaica (Jamaica), Luca Scacchi Gracco, Bobo Piccoli, Alfa Castaldi, Mario Dondero, Gianni Ruggiero. E poi Pietrino Bianchi e poi la Cederna …

Tutti avvolti nel foulard dipinto da Cecilia Mora, con l’amica Agostinelli che illustrava il Barone Rampante, incantando Italo Calvino. Milano dove sei? Forse nelle prossime sere a Brera anch’io mi aggirerò tra i miei fantasmi, con un bicchiere in mano, alla ricerca di quel blu accostato a un seppia, con un righino ocra e una striscia arancio (su fondo bigio come la nebbia che galleggia sui ricordi.

E forse, in arrivo da Tokyo, mi ritroverò ancora faccia a faccia con Cecilia Mora Uematsu, le dita sporche di nero e il pennello in mano: incontrerò di nuovo la mia maestra del colore (dopo mia madre), le sue stoffe dipinte, gli orecchini enormi e gli occhi nocciola sgranati sul design giapponese … un fil di nebbia.

Ciò che resta di Biella

DSCN9298L’amica con l’occhio lungo e il tatto da intenditrice dà una palpatina alla  giacca (non nuovissima) che indosso a un vernissage. Sono cinquant’anni che vado ai vernissage e, come quasi tutte le signore di mia conoscenza, ho una specie di ‘divisa’ che indosso con la pretesa di essere a mio agio, sufficientemente elegante (dovrei virgolettare anche questo) e non apparire come una sciuretta che vuole (appunto) apparire. La giacca lunghetta che indosso me la sono disegnata io: ha tasche interne, un taglio semplice ma, soprattutto, il tessuto caldissimo e leggero con cui è stata realizzata mi ripara dal rinculo di freddo di un inverno inesistito; il discreto bon ton, spero che racconti scelte cromaticamente oculate: se il tessuto pregiato è costoso, lo è soprattutto perché garantisce una lunga durata, senza alcun esibizionismo.

E’ delicato scivolare nella terza età cercando di non essere presa per una vecchia babbiona un po’ rincoglionita, e spesso la giacca giusta aiuta. Spesso, ma non sempre, perché in questa società – abbastanza incivile – talvolta persino professionisti, che dovrebbero essere dotati di sagacia e interessati a lavorare correttamente, ti prendono sottogamba o addirittura non ti considerano affatto. Ho un bel daffare a telefonare a PrimaPagina e provocare chiedendo di guardare ai vecchi come a una risorsa: questa è una società incolta, che non sa di non sapere e che non è minimamente interessata a saperlo …

L’amica intenditrice mi scocca un sorriso complice e fa un piccolo commento sulla speciale morbidezza della giacca. E’ ciò che resta di Biella, le rispondo, e di tutte le frequentazioni biellesi che mi hanno fatto conoscere il lavoro, geniale talvolta, di quell’enclave della lana che ha saputo nel tempo conquistare il mercato inglese – spesso indossiamo capi con etichetta loro, per scoprire poi che si tratta di finissimi tessuti italiani -; Biella dove ho potuto scegliere, anche in luoghi segreti, scampoli, campioni, numeri zero, di quel lavoro meraviglioso.

Ma mentre le rispondo è come se saltasse un tappo e i ricordi colgono l’occasione per prendere la via diurna e riportarmi a qualche anno fa, alle mie avventure in quella terra così ricca di ingegni, e piena di trabocchetti. Una terra a cui sono rimasta legata, anche perché è morta lì mia madre, perché un’amica che mi ha svelato il mondo raffinato dei telai, delle cardature, dell’acqua che fa bella la lana (chi lo avrebbe mai detto) ha perso la ragione e non mi può più dare consigli e io non posso più girarmi dall’altra parte e scegliere di non seguirli.

E’ un attimo e nel ricordo mi ritrovo seduta nell’ufficio di un direttore di banca, con la donna elegante e gentile che mi ci ha accompagnata, a proporgli con spavalda timidezza di finanziarci un bel progetto, pur essendo noi così piccole di fatturato.

Ma no che non siete piccole, mi sorride bonario e ottimista il direttore. E mentre mi accorgo palpabilmente del pallore improvviso e della tensione dell’elegante e gentile accompagnatrice seduta al mio fianco, apre la nostra cartellina e cita il nostro fatturato che ammonta a otto volte circa quello che mi era stato fatto firmare da un commercialista locale molto chic…

Sono passati tanti anni da quei giorni; anni di incontri e di scoperte di un’Italia che non conoscevo; un paese che, letto sui quotidiani, assomiglia a un mosaico policromo di imbroglioni, azzeccagarbugli, furbacchioni e incapaci, che fa da fondale a farabutti più grandi e a un imponente sistema di corrotti e collusi. Nel tempo ne ho incontrati alcuni ma non tutti sono o erano così eleganti, né gentili, come la signora che impallidiva al mio fianco ascoltando il direttore della banca che le scopriva incautamente gli altarini.

Ho una piccola serie di giacche nate a Biella: sono le testimoni della capacità creativa e artigianale di quelle fredde valli. Le indosso volentieri, riscoprendo ogni volta il tepore e il senso di protezione che un tessuto di alta qualità può dare; però quel ricordo mi tormenta un po’ e mi chiedo: ma davvero do l’idea di essere una vecchia babbiona a cui far credere quel che si vuole?

Sì alla veccia, no all’integrazione

RSCN9295Jonathan Zenti, che ho avuto la ventura di incontrare (e un po’ conoscere) recentemente, mi ha consegnato due consapevolezze legate alla mia età. Una è la diversità tra i vecchi e i giovani, ma una diversa diversità, più profonda e più appetibile e vitalistica. Un’altra invece me l’ha tirata fuori facendomi chiacchierare (Daria Corrias era lì con occhi e sorriso scintillanti), e riguarda ciò che un vecchio deve permettersi e cioè una franchezza senza peli sulla lingua, munita sì di tutti gli strumenti dialettici che rendono udibile e accettabile (talvolta persino gradita) una presa di posizione su temi delicati, come quello in onda nella mente di tutti in questa vigilia pasquale.

Colgo la palla al balzo e visito la chiesa di Sant’Angelo in Colle – frazione di Montalcino: poco più di 200 abitanti, meno di cinquanta nel centro storico, dove la maggioranza è composta di tunisini musulmani più o meno praticanti – .

Nella chiesa di Sant’Angelo anche quest’anno le donne del paese hanno allestito l’altare con la veccia: un legume della famiglia delle fave, che seminano un mese o poco più prima di Pasqua e poi mantengono al buio, in una cantina. Il risultato di questa operazione è un cuscino di delicati fili platinati. Oggi sono andata a scattare una foto in chiesa, e l’altare è completamente ammantato da questo particolare evento vegetale, la cui creazione avrà una sua storia e che discende da chissà quale tradizione …

Mi sono ritrovata a parlare di questo specialissimo addobbo a diverse persone, come colta da un raptus irrefrenabile. Mi sono accorta che la necessità di raccontare la mia ammirazione per la decorazione pasquale è strettamente legato all’ennesimo crimine degli enfants de la mort – erroneamente chiamati terroristi islamici -.  La breve e politicamente scorretta riflessione a quel proposito ve la giro e propongo, con la consueta franchezza da vecchia.

Dopo Bruxelles ci siamo espressi ad abundantiam ma monotonamente. Rivado alle dichiarazioni, anche di privati cittadini, che tradiscono una specie di montaggio parallelo della tragedia terrorismo con il drammatico viaggio di migranti e profughi. La forza delle immagini è paritetica, ma giorno dopo giorno sbiadisce in un’assuefazione che rende quasi impossibile descrivere efficacemente il mosaico di casi, di singole storie e di fatalità di un racconto oscuro e senza vie d’uscita: un dramma della comunicazione che aggiunge buio al buio, creando una specie di buco nero che risucchia tutto, impedendo il pensiero.

Fin dal primo giorno della mia vita di lavoro ho dovuto imparare a ‘mettermi nei panni’ degli altri –  di solito un target per un prodotto da vendere o da far conoscere -; questo esercizio quotidiano è diventato quasi una seconda natura, che qualche volta prevale sull’istinto più immediato di mandare a l’interlocutore. Si chiama anche empatia, questa abitudine a calarsi in ciò che l’altro pensa, e può essere usata per vari scopi, anche nobilissimi (esercizio di pietas), o molto pragmaticamente per immaginare la reazione di un altro di fronte al messaggio pubblicitario.

Ho sentito invocare più integrazione da giornalisti e cittadini, da politici e intellettuali, e tutti mi fanno pensare a una sottomissione a eventi che sopravvengono, a un azzeramento quasi totale del comune buonsenso. Su tutto, l’invocazione all’integrazione mi sembra mancare di conoscenza, di senso critico, di – appunto – empatia, cioè della capacità di mettersi nei panni dell’altro.

Quale integrazione sarà mai possibile, tra persone legate a costumi così radicalmente diversi da quello più corrente tra noi abitanti della vecchia Europa? Un blog non lascia posto a riflessioni che richiedono posti a sedere e carta stampata, ma basterebbe pensare che nel paesello in cui vivo, alcuni nativi chiamano gli immigrati (spesso qui da vent’anni) ‘talebani’, e che questi ultimi – pur vivendo qui da vent’anni o poco meno – diffidano degli autoctoni e non condividono niente, a cominciare dai loro pensieri. Con rarissime eccezioni, che confermano la proverbiale regola.

Perciò io insisterei sulla veccia e su una civile e pacifica convivenza, ma integrazione, con sospensione di riti nostrani, no. Anzi, comincio a sospettare che sia proprio questa nostra cialtroneria (così credo possa apparire agli occhi degli altri) rinunciataria delle belle vecchie tradizioni a dare adito a sospetti sulla nostra capacità di essere “noi”. Beviamoci su un bicchiere di sangiovese, prima che arrivi l’invito a non bere pubblicamente il vino per non offendere i musulmani che coltivano queste vigne (e che, in privato, invece, bevono birra).

Chi abita lì sotto la mia vigna?

La mattinata si annunciava pallosissima: ben due professori universitari e tre tecnici di un’azienda specializzatissima. Più giornalista romano de Roma che avrebbe introdotto gli interventi (e chissà che sicumera!). La stanzona era già piena zeppa alle nove – che era sì l’ora d’inizio, ma non vuol dire – tutti o quasi puntualissimi. Poco cazzeggio e alcuni utili convenevoli.

Alle nove e trenta si parte e il viaggio nel vigneto, con digressioni varie, spegne persino i sussurri. Io mi perdo, perché mentre questi parlano, spiegano e raccontano, e poi alla fine tornano da capo per un lieto fine – o quasi – della bio storia, i miei piedi, subito seguiti dalla mia testa stanno calpestando ghiaia, pozzanghere, erba, stralci, il bordo del bosco, la radura pallida di brina e crocchiante, le foglie fradice che si sfanno nella terra, rametti e briciole di resti organici; deiezioni piccine, impronte, fili solitari di erba ingiallita, qualche fiore coraggioso, ghiande semisfatte, le foglie cesellate della quercia venute da lontano, quelle del fico (così profumate che paiono Penhaligon’s), brandelli di corteccia scarnificata dalle intemperie. Poi fango che si incolla nel Vibram, portando con sé pezzettini di vita – questo lo sapevo da sempre! – in una transumanza senza stagioni … Si affaccia nella mia testa un lombrico che fa ciao con una visibile mano; sciamano altri protozoi, qualche coleottero semi addormentato, intuisco funghi che sospirano e batteri che squittiscono sommessamente. E’ la storia naturale, quella imparata dalla prof Grandori, al liceo; uscita dalla teoria e sciorinata in slides commentate da uomini passionali che ci tengono con il fiato sospeso – tra un rischio e una storia d’amore; tra una trappola e un richiamo, per un disordine sessuale dichiarato senza reticenze -.

E’, finalmente, la biodiversità, la natura perfetta che pare imperfetta: insetti a iosa che mi ricordano un altro tempo; quello della mia gioventù cittadina, quando tutto questo mi faceva schifo e mi pareva sporco; quando la terra non esisteva nel mio immaginario, se non nei quadri e negli affreschi – debitamente sublimata, pettinata e divenuta scenario, decoro, ornamento pastellato -.

Il fotogramma si è ribaltato (non è una dissolvenza, è un vero e proprio stacco) va di scena la campagna, quella che ora l’altra metà (abbondante) d’Italia inizia a percepire – ma non chiaramente e non nei suoi ritmi veri – leggendo le pagine dei quotidiani o in tv, con le infinite pippe su cibo, vino e dintorni; tenute, scritte e filmate senza sapere chi abita lì sotto – tra le radici della vigna, ai piedi del fico, sotto il sottobosco, dentro quei buchetti nella terra, tra un filo d’erba quasi blu e un rametto secco che no, invece è la muta di una creatura … Guarda dove metti i piedi e ascolta questi suoni che salgono da lì sotto, se vuoi sentire la voce di chi ci abita e conoscere la sua storia.DSCN9844