Erasmo e la terra

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– Così non si dirà più “braccia rubate all’agricoltura”, con l’implicito apprezzamento negativo per chi lavora la terra -. E’ quello che ho pensato quando ho letto questa notizia; un po’ mi sono compiaciuta (finalmente si guarda alla terra come una risorsa strategica per il futuro), un po’ però mi sono preoccupata, immaginando che ai nostri governanti – e a quelli UE che metto esattamente sullo stesso piano! – possa essere venuta quest’idea solo perché non sanno più “quali pesci pigliare”.

Intanto mi fugge (dal sen) una constatazione sui modi di dire che ovviamente (ma non ci si pensa che di rado) mutano con il cambiamento epocale che si vive – di questi tempi in modo così appariscente – . E a proposito di questa appariscenza, non trovate che l’Oriente, che è entrato nelle nostre vite spesso in modo drammatico, stia acquisendo un peso culturale notevole, peso e rilevanza che ha avuto – anche in modo equivoco – negli anni passati, solo presso delle minoranze che erano espressione di un ‘dissenso’ nei confronti della politica, del costume e della cultura occidentali. Se penso alla Turchia nella UE, per esempio, mi viene in mente l’arresto dei giornalisti dissenzienti rispetto a Erdogan, e non mi piace; se vado decisamente a est, è di ieri la tragedia di Peshawar con un massacro di giovanissimi, immolati da un Islam che mostra sempre di più un volto orrido (più che pensieri di pace e di tolleranza che di rado fanno capolino nei comportamenti e nelle dichiarazioni islamici).

Dunque l’Islam che ho letto da bambina nel meraviglioso “12 Maghi per 12 fiabe”, il libro che ha formato in mio immaginario, non è uno smalto verde e turchese – come mi è apparso nelle mie divagazioni infantili – ma è questo orrendo impasto di misoginia, di invidia maschilista, di negazione della vita, di ignoranza assassina, che le recenti cronache mi hanno consegnato?

Questa infilata di pensieri, non proprio sereni e ottimisti, mi scorre in testa come una clip, pensando con scetticismo alla proposta – non ho capito bene da chi provenga – di questo Erasmus ‘contadino’ per i nostri giovani; un po’ come l’ufficializzazione dei WWOOF, per il mondo del Biologico (da Organic, che è poi la seconda delle due “o” della sigla.

L’unica concessione a un pensiero più benevolo è l’idea che magari i signori della UE si sono ricordati della promessa che ci hanno fatto, nel dicembre del 1996, con la dichiarazione rilasciata dai rappresentanti europei a Cork. La dichiarazione di Cork, appunto, che vi invito ad andare a leggere (è on line) e che è stata largamente disattesa. Divagazioni.

 

 

Col Tempo e con la Paglia

DSCN2353Può essere un privilegio, stare in campagna, se si sopportano i numerosi “minus” della condizione rurale: no cinema, no privacy (tutti fanno il processo alle tue intenzioni), no vicini (e talvolta nemmeno lontani), no scelta (in generale e in parecchi settori) tra diverse opzioni, no sensibilità (merce rara dappertutto), qualche ricatto implicito dovuto al fatto che i soggetti sono pochi, tutti legati da interessi e inclini a espellere l’alieno.
Tuttavia la campagna ha molto da dare e i suoi abitanti molto da dire e non sempre alle tue spalle: spesso hanno da raccontare storie bellissime, qualche volta esemplari, sempre molto interessanti e istruttive.
Inoltre c’è, in campagna, da scoprire chi siamo stati e dunque chi saremo o stiamo per diventare. Perché le azioni basilari della produzione di cibo avvengono qui, vicino alla terra.
Poi, se uno sta oltretutto in un sito rurale prestigioso e carismatico, come Montalcino, o addirittura in un hamlet quale Sant’Angelo in Colle, ha da leggere (e scrivere) finché vuole, perché il passato – qui – è rimasto impigliato nelle pietre che lastricano il villaggio e tra i coppi dei tetti che ricoprono le case. Il ricordo di Re Liutprando forse non ha posto nella memoria dei paesani, ma le sue tracce – e quelle del suo tempo – sono iscritte nel loro Dna. Perciò è interessante frequentarli e lasciarsi anche un po’ ‘leggere’ e indagare dalle domande e dalle illazioni.
Io – una di “fuori”, venuta da altrove ed estranea, dopo aver speso qui quasi tutti i miei piccoli risparmi – e loro – che magari girano il mondo, ma con un piede solo, perché l’altro fa da perno ed è saldamente legato a questa Heimat a cui saranno legati per sempre -, siamo diversi e per molti versi incompatibili. Ma ‘col tempo’, mi dice un tale (e con la paglia, mi viene fatto di pensare), impareremo a decifrare i rispettivi codici.

Come dicevano i saggi, “Col tempo, e con la paglia, maturano le nespole“, un proverbio double face, perché se lo si riferisce ai renitenti, resistenti, recalcitranti, oppure ‘duri di comprendonio’ ha un significato decisamente positivo; invece se ci si rifà a situazioni sottese o a lavorii carsici di rancori e malanimo, ha decisamente un carattere minaccioso. Da piccola, sapevo che “maturano le nespole”, detto a mezza voce a commento di una marachella o un dispetto, era la promessa di uno schiaffo o di un castigo.

Invece, qui in campagna, un bel cesto di Nespole, ben mimetizzate nella paglia, riporta quel modo di dire sotto l’albero dove è nato, vicino alla terra.

 

Essere o non Essere (madeinItaly)

Mi telefona uno che non conosco e che ha beccato il numero del mio cellulare sul mio sito. MI coglie mentre esco da un’edicola di Sinalunga, dove ho lasciato tre uomini alti dal volto toscanissimo (come si fa a capire ‘toscanissimo’? si capisce, si capisce molto bene) a parlare della crisi e della ‘mancanza di ricette’ per curarla.

Il tipo che ha chiamato è del nord e mi ci riconosco subito – magari non interamente nell’aria un po’ cauta, quasi esitante, con cui mi saluta -, mi riconosco soprattutto nelle parole ammirate con cui si bea della bellezza della Val d’Orcia, dichiarandosi visitatore abituale (e frequente). In realtà è uno che va al sodo; vuole il mio famoso (chissà?!) chocolat ed è andato sul mio sito, come si direbbe in milanese, a ‘ravanare’.

Stabilito il contatto e ‘rotto’ il ghiaccio, rompe pure gli indugi e scopro che sa un sacco di cose su di me e pure che vino fanno le mie figlie. Mi accorgo di aver perso un po’ i codici dialettici nordici, da come stavo per tirar su un muro, esattamente come fa la gente di qui che è cordialissima, ma che salvate le eccezioni, che pure ci sono, si può esser certi che i sorrisi sono di comodo. Ma anche a causa dei tre dal volto così toscano e dalla recriminazione facile, che mi ritornano in mente, nella seconda telefonata che, come si sul dire, tra noi intercorre, dopo aver esordito con lusinghiere (per me) richieste di chocolat (mio costoso passatempo), gli chiedo qual è l’attività della sua azienda.

Ne parla, come mi è tornato subito familiare, con quella passione quasi sensuale per il proprio fare che riconosco solo nel lombardoveneto (i piemontesi sono più chiusi al proposito) – non che altre (tutte) regioni italiane siano sprovviste di passione per il lavoro, ma nel lombardoveneto questa viene espressa in un modo particolare che mi è noto -. E mi racconta tutto un ‘inside’ che mi lascia interdetta.

In pratica mi racconta come nel settore – rubinetteria, mi cita ad esempio – vi siano aziende che acquistano le componenti in India o in Cina, incuranti della presenza di un’altissima percentuale di piombo (che in Italia è bandito da decenni, per gli effetti dannosi alla salute). Poi assemblano la rubinetteria, ci mettono il marchio “made in Italy” e furbescamente vendono con il loro prestigioso ‘marchio italiano'; con tanti saluti alla salute, alla verità delle cose, e non da ultimo ai posti di lavoro – mi viene da pensare. Me lo racconta per spiegarmi come sia diventato difficile, addirittura impervio, lavorare facendo sfoggio dei talenti e della conoscenza tutti italiani, che ci hanno reso famosi. Ecco uno in grado di apprezzare un lavoro fatto con passione, penso, e un giorno a quelli come lui racconterò la mia storia: la storia di una “strulla”.

Dopo aver parlato con il signore in questione mi viene in mente che di made in Italy c’è rimasto poco più di quella che ci piace chiamare furbizia, ma che è, ancora una volta, una frode concessa da chi dovrebbe controllare che queste porcherie non succedano.

Robin e Vladimir

Mi domando quanto e come si modificherà la sensibilità (forse anche l’intelligenza) della generazione nata in questi anni; dimostra una spiccata versatilità nell’uso di tablet e affini tecnicalità, un senso del ‘digitale’ che pare escluda (paradossalmente) l’uso delle dita così come lo conosciamo noi. Mi accorgo quanto conti (e incida in profondità) la mia manualità – scrivere, disegnare, ritagliare, incollare e mescolare tra di loro queste attività manuali –  nel guardare vedendo in modo personale ciò che osservo. Poi capisco anche che certe letture – certi autori – mi ‘stirano’ la psiche, cioè lo sguardo, cioè la manualità che a sua volta sgomitola quello che matura e gioca nella mia testa. Capisco che pensieri e lineee sul foglio, parole che scrivo, parole che leggo sono come una rete in cui si impigliano le immagini che colgo nell’ultimo oro delle foglie di sangiovese, il bagliore magenta di altre foglie che si stagliano sul nero di un bosco di lecci, l’orlo delle nuvole che ricama lo sfondo dietro l’ailanto spoglio, e così via.

Quest’anno forse per il clima e il meteo, ma forse ho anche l’occhio influenzato dalla lettura appassionante dei racconti di Nabokov: così vedo (guardo) le foglie caduche e le loro mirabili coloriture che mi sembrano più fotogeniche, più disegnabili, più raccontabili degli altri autunni. Mi viene in mente che forse con gli anni ho affinato lo sguardo, oppure capisco che il tempo passa quindi ‘guardo’ più da assetata … ma in realtà so bene che la lettura di quel formidabile raccontatore di paesaggi, soprattutto di quelli della nostalgia, che è Vladimir Nabokov, a cui mi sento così affine per modo di sentire (non certo di raccontare: lui è un genio poeta), mi accende la vista, mi ‘costringe’ a sentire mentre guardo e mi fa venire un’intensa voglia di disegnare. Proprio come un assetato ha voglia di un bicchiere d’acqua.

Così mi ritrovo a guardare fuori dalla finestra di Fonterenza, con la piccola Isola in braccio – la schiena premuta contro il mio petto e l’odore di lattante pulito e caldo che mi riempie la fronte – e fuori tra i rami del ciliegio si fa strada una macchia color ruggine intenso, appare e scompare sul filo delle movenze del pettirosso che non sa di essere osservato. Lo indico alla piccina, sussurrandole all’orecchio: lei si agita e picchia la manotta sul vetro e di rosso restano solo le foglie … Robin Hood è tornato nei suoi anfratti.RSCN2288DSCN2277

Le Mani in Pasta

Le parole sono quelle per dire un gesto arcaico e bellissimo, un lavoro di quelli che nutrono il mondo. Quando le senti ti puoi immaginare mani di rezdora appoggiate a un grembiule candido e un po’ ruvido, mani sporche di farina che si muovono – robuste e veloci allo stesso tempo – oppure le mani di un maestro di pasticceria, che ti propone una delle sue ‘chicche’ naturali (magari dopo averti proposto per anni altre ghiottonerie un po’ più artefatte; ma si sa oggi se non è naturale che ne parliamo a fare? Perciò il ‘maestro’ più o meno silenziosamente convertito alla naturalità, ti propone con ‘naturalezza’ gli stessi prodotti – buoni, buonissimi! – che prima ti vendeva sotto altre spoglie (mentite?).

Lo stesso maestro – la rezdora è introvabile, a meno che si tratti della comparsa di un set di cuisine, o di pasticceria: uno di quei ‘master-qualcosa” che ora vanno per la maggiore – però, pilotato da maestri di pensiero (e di parola), dai soliti spin doctor o loro succedanei ti racconta che uno degli ingredienti del suo dolce prelibato è (udite, udite!) l’amore, addirittura. Magari l’amore per i soldi? Insomma è l’era della parola, anche se mai il dire (parole) e il fare (cose concrete) sono stati più lontani, e così a lungo, l’uno dall’altro.

Così può accadere che ad avere le mani in pasta possano essere personaggi un po’ equivoci, tutti succedanei di (ex) figure prestigiose. Professionisti, ora un po’ scalcinati; artigiani, che si rieditano quali business men, figure pubbliche dall’aria un po’ disorientata e sì, anche qualche chef divenuto succedaneo di sé stesso, per pura ambizione, e magari di seconda mano … finiti i bei tempi del lievito madre che era la madre di tutti i lieviti. Ora quello che conta sono le parole e quando va bene delle belle foto che cantano il Kyrie al recente passato, fatto di croissant e di charlotte, di cioccolato e di torte mimosa, con in mezzo i salati più salati (per via del prezzo) mai passati su questo schermo.

Avere le mani in pasta può voler dire cercare le scorciatoie – conoscendo un paio di persone ‘giuste’, essendo ben collocato nel sistema (come un topo nel burro chiarificato) – per rastrellare soldi, per far fare carriera a quelli che ti interessano, per pensare a rimediare una gaffe…

Sì, le parole possono impressionare, contribuire a scaldare un’atmosfera, ma da sole non portano lontano, non bastano a rattoppare le coscienze un po’ sudaticce, a rasserenare un volto arcigno e teso, insomma a cambiare la sostanza delle cose; soprattutto se di ‘cose concrete’ si era abituati a trattare.

Caro Papà,

sono passati, questi ventinove anni, e quasi me li ricordo giorno per giorno. Non sono stati anni facili, ma è stato il mio tempo, qualcosa che arrivavo appena a intuire, negli anni precedenti a quel pomeriggio di sabato ventitré novembre. Fino a quel giorno ero abituata a pensare a me in modo piuttosto lineare – figlia unica (e privilegiata, di due persone fuori dall’ordinario, anche per quegli anni), tre figli, separata con un lavoro bellissimo, piena di entusiasmi e di pigrizie -; invece quella sera, quando ho visto per l’ultima volta i tuoi occhi azzurrissimi, ho capito all’improvviso che ero sola, con le spalle scoperte e con una specie di sollievo momentaneo – per essere riuscita a varcare una soglia per me prima inimmaginabile senza strazio -.

Negli ultimi anni abito in un luogo dove il papà lo chiamano babbo (“oh mio babbino caro …”), come nei melodrammi. Negli ultimi anni, un tale – uno con cui quando te ne sei andato non avrei mai immaginato di pranzare settimanalmente e di averci a che fare per lavoro quotidianamente – ha talmente sputtanato i vezzeggiativi di ‘papà’ che nella mia mente non riesco più a chiamarti, silenziosamente come ho sempre fatto, “papi, papino mio …”, anzi proprio quei vezzeggiativi (anche prescindendo dalle incresciose performance di quel tale) sono divenuti parte di un lessico superato dal clima ‘culturale’ che si è andato rapidamente instaurando in Italia (ma non solo!). Oggi avresti di certo qualche ragione in più per amare l’America degli Usa, quella a cui eri così affezionato. Tornando alla sera in cui te ne sei andato, e a quello che mi è successo dopo e ai tuoi nipoti, che ventinove anni fa mi hai chiesto di salutare con aria un po’ distante, mentre mi facevi le tue ultime raccomandazioni e mi spiegavi come si fa a organizzare in modo economico e meno doloroso un funerale (soprattutto il proprio!), ti vorrei dare qualche notizia. Non so se hai notato, ma ho virgolettato l’aggettivo ‘culturale': questo riguarda proprio quello che è successo dopo, anche a me.

Non che sia successo tutto in un botto, ovvio che no, ma nemmeno è successo qualcosa di identico a ognuno di noi, no, no! Però il mondo si è ristretto parecchio e se tu fossi tra i viventi, avresti un bel daffare a preoccuparti per gli uomini che non hanno lavoro; il fatto che questo clima di silenziosa inquietudine (mal compresa anche dagli inquieti) non sia diffuso nei miei immediati dintorni, non  mi lascia tranquilla, perché ho imparato fin da piccina, da voi, che se sta male qualcuno, quel malessere finisce per coinvolgere tutti. Tu eri uno che guardava e osservava: molto occhio per gli altri, questo l’ho imparato da te, come disegnare e modulare la propria calligrafia secondo l’umore corrente, e affrontare la vita in salita, e anche la rabbia per chi non affronta se stesso e non cerca di vincere le proprie paure.  Quello di non avere paura è qualcosa che mi avete insegnato entrambi – tu e la mamma -: forse per quello mi ha colpito molto l’intervista di Werner Herzog a Repubblica, giorni fa, e quella sua dichiarazione con cui si chiude: “La paura? Non esiste nel mio vocabolario; non so cosa sia.”!

Caro papà, oggi avresti centodieci anni e ancora più fisime di quante non ne avessi avute prima di ammalarti. Ma sono certa che non avresti paura. Se in qualche modo internet ti raggiunge, vorrei che tu sapessi che nemmeno io ho paura, e ti penso, praticamente ogni volta che mi lavo le mani e che attraverso la strada. Ma non mandarmi più segnali: io mi ricordo sempre di te (e della mamma), vi sento e vi penso. Ciao papà.

Chocolate crossing

L’impatto è così forte, repentino, esteso, da lasciarmi senza fiato. Ma non priva di consapevolezza. E’ stato come se la nebulosa di pensieri che si stavano addensando nella mia testa fosse così sgradevole da farmi perdere le misure della realtà e piombare in terra, come un salame – dicevano quando ero piccola – sei caduta come un salame. E il mio primo pensiero è andato all’appuntamento di lunedì mattina, dopodomani, con impegni precisi (tutto che funzionava come un orologio, nonostante tutto). Tutti i miei pensieri sono rimasti contusi, mentre tre o quattro uomini ciondolavano sul marciapiede di fronte, davanti al circolo Arci, guardandosi bene dall’avvicinarsi – chissà mai che dovessero chinarsi e aiutare ‘una di fora’, passata al team dei vecchi, con l’aggravante di pensare -. E’ un nero intorno alla trentina ad avvicinarsi chiedendomi se mi sono fatta male e se può fare qualcosa. Osservo la giacca in pelle color cacao – un bomber? un chiodo?, mi domando – mentre ascolto le reazioni del mio corpo … il ginocchio destro polarizza la mia attenzione e mi pare il punto più preoccupante, anche ricordando i suoi precedenti . Del ghiaccio, subito, per favore … ah l’arnica per bocca ci vorrebbe; arriva una donna che riconosco, è la barista dell’Arci, e intanto mi domando che fine ha fatto il nero col chiodo (o il bomber) e come mai non torna con un po’ di ghiaccio. E’ a lei che serve il ghiaccio?, mi chiede la barista: io sono ancora seduta sul marciapiede, intanto si è fermata un’auto e una ragazza gentile, con accento dell’est mi promette di rimanere finché mi alzo. Capisco che la barista non si è fidata della richiesta del nero (si sa mai: da loro c’è la guerra, c’è l’Ebola e comunque non capiscono la nostra lingua e nemmeno il nostro modo di fare). Comunque il nero rispunta dal bar, i tipi che ciondolavano si sono percettibilmente avvicinati, forse per capire se ci sarà spettacolo e di che genere, la ragazza dell’est mi strattona piano per convincermi ad alzarmi. Il nero è pragmatico: mi consegna il ghiaccio chiuso in uno shopper bianco, io mi ci tampono il ginocchio mentre sento che mi spunta un bernoccolo in testa; la ragazza dell’est mi consegna le chiavi dell’auto che mi erano sfuggite cadendo.

Mentre i tipi dell’Arci si dondolano con aria assente, mi chiedo se qualcuno mi ha spinta, per cadere così di colpo; ringrazio la ragazza dell’est e mi rimetto faticosamente in piedi. Mi guardo le scarpe che ho acquistato un paio di anni fa a Saint Vincent e capisco che è tempo di buttarle via, anche se paiono ancora buone: sono loro che mi hanno tradita. Penso a quello che mi aveva detto la signora che me le aveva vendute, mettendomi in guardia. Forse le scarpe hanno una vita propria? Credo che solo Nabokov saprebbe descrivere questa scena, cogliendone la dinamica in profondità, con quel modo di guardare fino in fondo l’evolversi delle situazioni, ma solo Marquez sarebbe in grado di rispondere ai pensieri di quelle scarpe e scriverci un racconto.

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O tempora, oh meteo …

“Mi sono smarrita, ciao, ma che giorno è?!” …
Scendo lungo una vigna che sta lasciando al vento tiepido manciate di foglie ancora bagnate dalle piogge di ieri e dall’umido della notte. I colori sono più netti di quanto io non ricordi, in questa stagione: le vigne sfolgorano e luccicano, oro e scintille d’acqua nel sole, contro il bosco di lecci, ancora più scuro per l’acqua e l’incapacità di luce.
Scendo di corsa – quasi – di fretta, di voglia di colazione e di tè caldo e pane abbrustolito e frutti di bosco secchi e noci. Il cibo, certo, ma davvero non stimolato dal freddo, in questa tiepida mattina di novembre.
Lei è lì, sola e smarrita e la coglie l’angolo estremo del mio occhio. Argan diceva che non vedi se non pensi e mi succede sempre, quando scendo per questa strada, di pensare alle ginestre che ti inondano del loro estremo profumo, da maggio a luglio. No, sempre magari no, ma stamane ci stavo proprio pensando.DSCN2170
Mi avvicino e la stringo tra due mani … annuso: è maggio di nuovo. Piccolo e solitario mese di maggio, in questo novembre di disorientamento.

Montalcino e un sabato di sorprese

Intanto, la nebbia:  … non è una novità – penserà qualcuno – e non lo sarebbe, se non accadesse in una serata (ormai i giorni si raggrumano in sere) con più appuntamenti. E la seconda sorpresa la trovo nel titolo, quello di un libro che è una specie di scatola cinese (ilcinese?!) in cui scovi fili e fila che si svolgono pian piano raccontando storie.
Succede così che forando la nebbia densa, odorosa di fumi di legna e di essenze aromatiche, arrivo fino al ventre del municipio, in tempo per assistere alla presentazione di quel libro.
“Ma che sorpresa è!”, obietteranno alcuni; non c’è ora, minuto, in cui non si presenti un libro. Da quando si è saputo che paesaggio, cultura, libri, arte sono chic e sarebbero anche l’ancora di salvezza del paese, tutti ci danno dentro … e che sarà mai un libro?
Ma qui sta la sorpresa, appunto nel titolo – “Montalcino di sorpresa” – e la successiva sorprendente sorpresa (ancora!) è che il contenuto è poetico, lieve, accattivante e attraente. In altre parole: ci ho trovato dentro la bellezza dei luoghi, che non è affatto oleografica – al contrario è piuttosto scabra e pungente -, l’ironia dell’autore, i sarcasmi degli abitanti, la parola che i luoghi ti rivolgono se li sai ascoltare.
E’ con il librino di Alessandro Schwed sottobraccio per ripararlo dall’umido che mi sono rituffata nella nebbia per avventurarmi su una strada sterrata che frequento poco e conosco ancora meno.
Con il finestrino a tratti aperto, per orientarmi meglio, bioccoli di nebbia che si impigliavano nei filari di viti che costeggiavano la discesa balzellante – difficile vedere le indicazioni, ma appassionante il percorso, soprattutto se l’auto non decide di abbandonare la partita sul più bello – giungo al podere ormai saldamente in mano milanese, per ritrovarmi a cena con gli affabili padroni di casa. La nebbia dunque ha un suo perché, se vai a cena come fossi a Milano …
“Trippa!”, annuncia giubilante la padrona di casa. “Troppo!”, penso con un po’ di rammarico, già rimpiangendone l’abilità non comune in cucina.
Dovevo aspettarmelo: autunno, nebbia, quasi come a Milano; la trippa è un must proprio come il Cartier della pubblicità d’antan.
Ma, sorpresa nell’ultima kokeshi della serata, c’è anche il pollo fritto. Che bontà! (e questa non è una sorpresa). Come quando fuori piove, a Milano. Ma qui siamo a Montalcino e il padrone di casa mi fa assaggiare un Rosso così profumato che penso “sì, Montalcino ti porta di sorpresa in sorpresa …”. E chissà che anch’io non ne sforni una!