Storia di una storia d’amore

E’ andata così. In tempi che a pensarci ora pare siano trascorsi cent’anni, ma invece era solo il 1985 (forse il 1984?), lavoravo felicemente in una grande casa editrice, da cinque o sei anni; la terra ruotava regolarmente su sé stessa e si muoveva nello spazio senza troppi trambusti straordinari. Ero atterrata in quel posto di lavoro esule dal mondo – decisamente più eccitante – della pubblicità. L’unica mia affinità iniziale con l’ambiente erano i libri, cioè il prodotto – come dicevo io, ma guai a chiamarli così in casa editrice perché prodotto’ e ‘mercato’ per autori, funzionari, editor e compagnia bella erano due parole volgari, che non si addicevano all’aureola di cui i libri erano circonfusi -. L’unico con cui ci si poteva esprimere liberamente in tale modo era l’editore. Cioè colui che mi aveva assunta, sapendo che ero anche una che leggeva molto e con molto gusto.

All’inizio mi era sembrato un ambiente un po’ datato, pieno di gente che ‘se la tirava’ per il solo fatto di essere lì, e che a ogni parola che ricordava il mondo più disincantato e vivace della pubblicità non mancava di uscirsene con chiose che segnavano la distanza tra cultura e “incultura”. Ma lavorando, giorno dopo giorno, avevo apprezzato un impegno che mi faceva crescere e che, grazie alla molteplicità di incontri e conoscenze, mi apriva finestre mai immaginate prima di allora. Lavorando avevo a che fare sia con giornalisti sia con autori di libri e il rapporto con questi ultimi era ogni volta ricco di sorprese e di imprevisti originali.

Nel 1982 la casa editrice aveva acquisito Marquez, autore a cui aveva fatto lungamente la posta; non conosco i particolari (né i costi) di quell’acquisizione prestigiosa, ma ricordo bene, invece i tempi del Macondo – a Milano – locale simbolo di resistenza trasgressiva delle generazioni sessantottine. E ricordo bene che la notizia dell’acquisizione a me rinverdì ricordi di quegli anni un po’ barricaderi aggiungendo un’emozione personale all’idea di un autore lontano dai territori abituali della casa editrice, che pareva vivesse in un suo mondo piuttosto circoscritto – amici registi, amici giornalisti, Fidel Castro e così via -. Avevo un mio vissuto che andava oltre il suo mitico “Cent’anni” e l’autore, nonostante la sua grandezza, mi evocava storie e ricordi privati; per il resto era lavoro. Marquez arrivava da noi, fresco di un Nobel che andava sottolineato, in occasione della pubblicazione di “Cronaca di una morte annunciata”. La sua agente aveva scelto la casa editrice che era in grado di mettere a disposizione del nuovo libro in uscita investimenti e organizzazione tali da rinverdire un mito che rischiava di rimanere legato a un libro così ‘unico’ che tutto quello che veniva dopo restava un po’ nell’ombra, con possibile flessione delle vendite degli altri titoli. Ma ora c’era il Nobel che dava l’occasione per dire qualcosa di diverso in libreria.

Quell’anno era tornato in Italia per qualche mese un vecchio amico – un autentico talento della grafica – ne avevo approfittato per affidargli il tema e chiedergli di disegnare un’affichette da regalare ai lettori nel loro luogo, la libreria e di offrire loro così un’antologia visiva di Marquez, un messaggio per raccontare l’autore di molti libri, non solo i mitici “Cent’anni di solitudine”. L’affichette fu un successo, era eloquente e delicata, con il Gabo, sintetizzato in un ritratto scuro e misterioso, che si affaccia tra pagine – simbolo, colorate e lievi, a raccontare una storia, forse addirittura a scriverla. Di quel lavoro mi è rimasto quello che viene chiamato definitivo, perché l’affichette andò a ruba e sparì anche dal mio ufficio.

Andò così che Marquez, che aveva apprezzato molto quella sintesi visiva della sua poetica, e che amava molto le nuove copertine che rivestivano tutti i suoi titoli nelle nostre edizioni, volle conoscermi personalmente, quando stava per uscire il suo nuovo libro (“El amor en los tiempos del còlera”). Nessuno, in casa editrice lo aveva mai incontrato di persona e l’editore arrivò affannato e felice nel mio ufficio ad annunciarmi che dovevo partire immediatamente per Barcellona, dove il nostro autore era ospite della sua agente, per sentire dalla sua viva voce quello che aveva da dirmi.

L’ufficio della Carmen Balcells era in Diagonal, dove arrivai in una tarda mattinata ed ero quasi più intrigata all’idea di conoscere una donna di cui avevo sentito parlare in termini straordinari – la Mamà Grande, l’aveva ribattezzata forse lo stesso Marquez -,  non solo come agente, la Carmen era una consigliera ascoltatissima, e curava gli interessi di tutti i più importanti autori di lingua spagnola; avrei imparato, negli anni, che era anche molto lungimirante, anche per conto di quelli che amava e stimava -. Da una stanzetta si affacciò il Gabo, proprio come due anni prima dalle pagine dell’affichette disegnata dall’amico americano. Che cosa l’aveva spinto a incontrarmi?

Aveva una storia da raccontarmi, a proposito del suoi “Amor en los tiempos del còlera”; amava moltissimo le copertine che la casa editrice aveva creato per i suoi libri, le amava talmente che le voleva per tutte le edizioni dei libri, in tutto il mondo. Gli spiegai che da noi c’era un ufficio, con alcuni talenti, veri artisti che lavoravano alle copertine di tutti i libri pubblicati; gli dissi anche che le illustrazioni delle sue copertine erano state ricercate e scelte dall’editore in persona; lo sapeva già e gli piaceva molto quella con l’amorino in primo piano che stavamo mandando in stampa con il libro in uscita, ma voleva una modifica e non voleva essere frainteso. Gli era piaciuta anche l’affichette con cui avevamo celebrato il Nobel e non voleva la sua richiesta venisse interpretata come un’intrusione, un’invasione di campo nel lavoro creativo di altri, e mi raccontò il suo desiderio.

Ai tempi del colera, i battelli che solcavano i corsi d’acqua nella foresta, quando avevano a bordo un malato alzavano una bandiera gialla; questo gli era stato raccontato quando era piccolo e questo particolare gli sarebbe piaciuto inserire ‘nel racconto’ che l’illustrazione della copertina evocava – un corso d’acqua in mezzo a vegetazione tropicale, un amorino in agguato in una radura lì accanto – . Ma non voleva invadere il lavoro di altri e mi chiedeva di scegliere insieme a lui come inserire “il barco” che avrebbe potuto figurare in modo naturale nell’illustrazione e come appiccicargli anche la bandiera del colera, però senza ferire chi già aveva lavorato. Con garbo.

Mentre lui mi raccontava i suoi pensieri, io pensavo a quante volte mi era capitato di incontrare persone che non avevano avuto scrupoli a intervenire nel lavoro pensato da altri, fare modifiche, usarlo come proprio, cambiarne il significato …

 

Plumetis

 

Ognuno la può pronunciare come vuole, ma l’origine di questa parola è francese (“plume”, piuma di cui evoca la leggerezza; e forse “tissu”, cioè tessuto … ma di questo secondo significato non sono certa, anche se mi sembra scontato). Perché “plumetis” è un tessuto, usato (ancora) nell’alta moda, è una mussola – principalmente di cotone – lieve, ricamata spesso con un piccolissimo pois a rilievo, in colore contrastante (di solito più chiaro) con il colore del tessuto.

A me ricorda mia madre e la sua cura per i particolari, il gusto del colore (quello che ho imparato lo devo a lei e alla Cecilia Mora Uematsu), e la sua predilezione – sempre, finché è vissuta – per tutto ciò che è di qualità, sia nella scelta di prodotti, come in quella del lavoro accurato e dei materiali – duraturi e di buon gusto -.

Da bambina a casa mia, non si “consumava”, si provvedeva al cibo e all’abbigliamento con il criterio del ‘meno, ma di qualità’. Per quanto riguarda il cibo la regola era ‘ di stagione e locale’, anche se Milano non era campagna, ma al mercato e nelle botteghe mia madre ricercava sempre la stagione e i luoghi, e siccome era una che leggeva e ascoltava, faceva scelte che ora potrebbero essere definite ‘politiche’ (no alle primizie, perché oltre a costar care erano certamente frutto di forzature e di irrorazioni di chissà quali sostanze e così via). Ma tutto avveniva senza enfasi, in modo ‘naturale’, perché i soldi erano pochi, ma le idee (di mia madre) erano chiare. E’ lei – come ho già avuto modo di ricordare su questo piccolo blog – che mi ha insegnato, in tempi non sospetti e meno affannati, a produrre spazzatura ‘pulita’, perché è parte di noi stessi, espressione della nostra cultura e segno di rispetto per quelli che la raccolgono e ci lavorano … Per il vestire, le scelte di mia madre erano limitate dalla relativa scarsità di risorse disponibili per raggiungere l’obiettivo di mandarmi in giro vestita con buon gusto, materiali duraturi, e colori che mettessero in luce quelli miei naturali.

Le due figure a cui era affidata la fattura del suo pensiero erano la signora Signorotto (ricordo che abitava a San Siro, dove venivo accompagnata per provare i vestiti) e la signorina Re, che confezionava i tailleur per la mamma e che in seguito avrebbe vestito anche me, con scelte brillanti e di gusto, fino agli anni del liceo e forse oltre … La signorina Re, che aveva una sorella modista, abitava in via Vincenzo Monti e da lei passa il mio tenue legame – nato allora – con la Toscana, un luogo esotico dove si parlava un italiano molto particolare, rispetto alla lingua della Milano di allora.

Non si facevano molti abiti, ma la cura con cui erano realizzati era pari a quella con cui venivano mantenuti. Anche quelli che venivano cuciti per me che crescevo: perciò pochi, da tener bene e con la possibilità che – abilmente allungati – potessero essere usati anche nella stagione successiva. L’estate era il momento dei piquet (o piqué), sempre bianchi, o del sangallo, o dei plumetis. Questi ultimi più delicati, ma ogni tanto mia madre seguiva le suggestioni della signora Signorotto che proponeva qualcosa che sarebbe stato particolarmente bene “alla bambina”.

Ho un ricordo particolarmente nitido di quando – non ricordo quanti anni avevo – un’estate, mia madre mi ha fatto provare l’abito di plumetis rosa, il mio preferito, e ha realizzato che ero cresciuta troppo per indossarlo ancora. L’abito fu allungato, con cura e sempre dalla Signorotto che aveva anche questa incombenza, e l’ho portato un secondo anno. Custodito con cura, con il colletto in mussola ricamata finemente, il davanti impreziosito con un ricamo a punto smock (si usa ancora ed è chicchissimo!), un po’ stropicciato ma ben tenuto, ha passato una vita intera (la mia) nel cassettone che ho ereditato da una bisnonna, insieme alle tele tessute e ricamate da nonne, bisnonne e persino trisavole (a ciò che ne resta, perché poco a poco sono – e vengono – consegnate al futuro).

Mi sono accorta, tirandolo fuori dal cassettone, che anche il mio vestito di plumetis rosa era pronto per il futuro, per una carnagione chiara e un temperamento un po’ meditativo, ma pronto ai giochi, come quello della mia nipotina più grande. E tirandolo fuori, per capire se era della misura giusta, mi è sembrato chiaro che solo le cose che hanno una storia sono capaci di legare il passato al futuro senza diventare retoriche e banali, con una staffetta di esperienze, ricordi e affetto a cui capita di dare spazio solo quando ci si accorge della relatività tempo.

 

 

Pensi a Lina?

Io l’ho chiamata “Lina” – con tutto il rispetto per tutte le Lina conosciute o sconosciute – perché definirla “pensilina” mi è sembrato eccessivo. E’ sembrato un po’ troppo anche agli abitanti di Sant’Angelo in Colle che me ne hanno segnalata la presenza chiedendomi implicitamente se l’immagine dell’oggetto in questione corrisponde davvero all’idea che l’ignoto installatore s’è fatta di loro. Certo gli abitanti di questa frazione di Montalcino non sono fieri di Lina; loro vedono centinaia, migliaia, di visitatori salire la strada che porta in cima al Colle per ritrovarsi nella piccola piazza del paese, dove Re Liutparndo, nell’ultimo quarto del primo millennio (non mi ricordo la data esatta) radunò una settantina di notai per dirimere una grana scoppiata tra due vescovi che litigavano per i confini delle rispettive diocesi (Arezzo e Roselle). Allora Sant’Angelo in Colle aveva un nome un po’ diverso, ma sempre Sant’Angelo era; la cima del colle era ricoperta di lecci, mentre ora la strada è bordata da alti cipressi popolati da nidi. In cima al colle c’era probabilmente solo un edificio religioso, mentre ora è un villaggio che conserva una forma medievale, con case quasi tutte ben restaurate. Allora le campagne erano diverse e non c’erano tutti questi vigneti circondati da boschi e scanditi da sentieri; anche le strade saranno state poco diverse da tratturi percorsi da carri e carretti, ma anche da molti uomini che andavano a piedi. Oggi invece c’è un pullman che porta i bimbi a scuola, a Montalcino. E il pullman arriva fino alla fermata, dove i bimbi l’attendono al riparo. Da qualche giorno per ripararli dal sole e dalle intemperie  è stata installata Lina: mi hanno raccontato che è reduce da un onorato servizio alla Coop di Torrenieri, altra frazione del comune di Montalcino, dove riparava i carrelli del supermarket. Un riciclo, dunque. Oggi è importante riciclare tutto; hanno trovato un modo per riciclare i morti, facendoli diventare alberi: un bellissimo pensiero in questi tempi un po’ troppo gretti.

Vorrei però che Lina fosse vestita meglio, che le togliessero le scritte che le danno quell’aria un po’ troppo vissuta e anche un po’ sciatta; vorrei che le togliessero quell’erba che le cresce in testa e la fa sembrare forfora di una capigliatura trascurata; vorrei che Lina fosse pulita, linda e bella, per far capire ai bimbi che attendono il pullman che li porterà a scuola che così si entra nella vita, avendo cura di sé stessi, non per apparire, ma per essere i degni abitanti di luoghi di rara bellezza.

Non conosco l’autore o gli autori di questa installazione; bisogna avere pazienza e aspettare che trovino il tempo per completarla e renderla degna dell’idea che chi abita i luoghi deve avere di sé. Ma vorrei suggerire di farlo velocemente, per evitare che qualche bambino venga colto dal sospetto che Lina sia l’emblema di quello che si pensa di lui e che – di conseguenza – cresca pensando di comportarsi di … conseguenza. Chi ha messo Lina pensi a lei come a una pensilina, degna di tale nome.

Buona Pasqua forse

Ci rendiamo tutti conto che il “mangiare” è diventato centrale nelle nostre vite. E’ centrale per chi mangia in abbondanza, lo è per quelli (sempre più numerosi) che devono fare bene i conti per arrivare sul filo di lana della fine mese; lo è ovviamente per chi il cibo lo vede con il binocolo e mangia solo grazie a un sistema sempre più intricato (e non sempre trasparente) di organizzazioni che si occupano di distribuirlo a chi non ha niente.

Ma non tutti ci rendiamo conto che “mangiare” e “nutrirsi” (due azioni non sempre sovrapponibili) sono il mercato più interessante per le multinazionali. Invece di questo fatto bisogna tenere accuratamente conto. Mi viene in mente la Nestlé di quando ero piccina ed era il marchio del mio latte, proveniente direttamente da quel nido – marchio dell’azienda amica (nest=nido) – in cui gli uccellini erano idealmente i miei compagni d’infanzia. Poi ho ritrovato la Nestlé come cliente – difficile e ambìto – in agenzia di pubblicità; era già un’impresa diversa, in odore di problemi africani (il latte artificiale non dà ai neonati quella protezione rispetto all’ambiente – protezione indispensabile in paesi africani – fornita solo dagli anticorpi del latte materno), un’impresa che diversificava alla grande, diventata un colosso multinazionale. Ora, infine, so bene che le multinazionali, difendendo le proprie politiche produttive, sono in grado di fare praticamente quello che a loro conviene di più e che consente i margini più succulenti all’azionariato (soprattutto agli azionisti di riferimento!), so che decidono al posto dei governi (anche alla UE!), so che strattonano la libertà di stampa che del resto non esiste (quasi) più.

Per questo, stamattina, incappando in un post su Facebook, con una foto che ritrae uno stand (al Vinitaly?) che inneggia alla bontà del Gliphosate (Glifosato), mi sono ritrovata a scrivere una lunga tirata, anziché il solito commento al fulmicotone.

L’ho fatto e continuerò a farlo perché sono ben consapevole dell’ingenuità, o della vaghezza, di chi commenta, o interviene, volendo dare supporto a un’agricoltura bio e più attenta alla salute di prodotti e suolo Perché il “mangiare” che è diventato un mercato immenso (siamo tra i sette e otto miliardi di persone che “mangiano”) ha origine da campi, orti, distretti: la terra che ci dà prodotti, dove pascolano armenti e greggi, dove sgorgano sorgenti. Terra che trattata in un modo o nell’altro può darci cibo di qualità diverse. Terra che di proprietà diverse può originare (vedi cinesi in Africa) modelli sociali, politici e umani, clamorosamente diversi gli uni dagli altri.

Per questo, convinta come sono delle  battaglie in corso – per un suolo più sano (colture bio e biodinamiche), una limitazione ragionevole del consumo di carne, un rapporto più “umano” con gli animali, una relazione più prudente con la chimica, una nuova attenzione alla cultura come elemento nutrizionale – vorrei che tutti quelli che si sentono coinvolti (e non sono pochi) in questo sguardo ecologico, imparassero a tener conto di chi hanno di fronte e fossero consapevoli dell’urgenza di creare nuovi modelli culturali, capaci di coinvolgere anche chi ha orecchi solo per sentire il rumore dei soldi.

Io penso che se Trump – uno con quella faccia, con quello sguardo, con quella voce (dimenticando cravatte, ciuffone e vestitoni) – è diventato presidente degli Usa, è solo perché c’è molto trumpismo in circolazione; sotto traccia, carsico, trova il modo di uscire allo scoperto ben travestito, per dirci che è più comodo, più conveniente, più indolore, dare ragione al più forte; dare ragione, come devono fare i giornalisti troppo spesso a chi investe in pubblicità tenendo in piedi i giornali; dare ragione a chi è amico dei politici e degli amministratori (e li tiene per la pelle di qualcosa) e può influenzare le decisioni politiche e premere affinché non sia scritto tutto quello che potrebbe essere scritto – cioè la verità – su prodotti, tecniche, tecnologie, futuro. Anche quello che deve essere scritto su molecole pericolose per la nostra salute e per quella del nostro futuro. Imparare a comunicare – ribattendo con calma e correttezza -, non stancarsi di farlo, giorno dopo giorno, per sempre. Senza perdere di vista l’obiettivo di salvare la salute del futuro.

Il Vello d’oro

Il bimbo dorme; la sua fisionomia ha qualcosa di familiare, con una lieve nota esotica. Sono giorni – forse settimane  – che mi capita di seguire le immagini che lo ritraggono. Non l’ho mai incontrato, ma mi accorgo che quasi ogni giorno leggo le sue notizie, quelle dei suoi progressi, dai primi, primissimi, passi, ormai parecchi mesi fa. La testa appoggiata sul cuscino – il piccino è immerso in un sonno profondo e sereno – mostra il profilo, un naso che diventerà interessante e la piccola bocca socchiusa. Mi colpisce la forma dell’orecchio, che in questa posizione si legge bene anche nelle sue proporzioni rispetto alla testa. Mando un commento sul disegno dell’orecchio e l’impressione che mi suscita. Dà un’impressione di vitalità inconsueta, di bella energia; mi viene in mente mia nonna (o forse era mia madre) che mi diceva che la forma dell’orecchio racconta molto di noi. Niente di esoterico, piuttosto si tratta della saggezza di chi è vissuto a lungo e ha visto molti volti imparando a osservarli e a metterli in relazione con comportamenti e malattie. Mia nonna aveva anche curato e guarito, nel modo dei semplici, parenti, amici e conoscenti, e poi anche estranei, perché aveva un buon istinto: c’era la terribile ‘spagnola’ e tutt’intorno morivano tutti. Le cure della nonna le ho ritrovate nei ricordi di Fosco Maraini – in una sua bella e intensa autobiografia, scritta nei suoi ultimi anni -, identiche a come me le narrava la nonna, attribuendole a una vecchia maremmana da lui conosciuta in gioventù. Centinaia di chilometri dai luoghi della mia famiglia, ma negli stessi anni.

Dal bimbo, invece, mi separano migliaia di chilometri, ma a lui mi legano fili diversi: conoscevo bene sua nonna, tanto da poterla chiamare amica, anche se ci si vedeva poco. Suo padre ha lavorato dove ha lavorato anche mio figlio ed entrambi hanno lasciato per ragioni analoghe. Il bimbo porta il nome di un mitico cacciatore. La preda era quel vello d’oro che aveva il potere di curare le ferite. Da quelle mie forse sto guarendo, e potrei ridisegnare a memoria l’orecchio del giovane cacciatore lontano.

Inganni e incertezze

“Penso che sia molto più interessante vivere senza sapere piuttosto che avere risposte che potrebbero essere sbagliate … non mi spaventa il fatto di non sapere le cose, di essere perso in un universo misterioso senza avere alcuno scopo – che poi è il modo in cui stanno le cose, per quello che so”. E’ proprio curioso che a scriverlo sia stato un genio della fisica, addirittura un Premio Nobel, uno scienziato che non aveva pregiudizi né ritegno a sconfinare in territori estranei alla sua materia e al suo sapere.

Ma diventa comprensibile che l’abbia scritto – il fisico Richard Feynman – un fisico dei quanti. Questo suo pensiero mi rimbalza nella mente, chiacchierando con un’amica che mi ricorda che le particelle della materia sono diverse, a seconda di chi le osserva. Non è davvero un pensiero da bar, anche se siamo due vecchie signore al bar del paese, e probabilmente io sto citando questa cosa delle particelle in modo – non solo colloquiale – molto approssimativo. Pare strano che tutti abbiano la quantistica a fior di labbra, magari in modo semplice, ma ne sento parlare da un po’ di tempo in qua, talvolta anche in modo serio: c’è chi la studia, provenendo anche da percorsi molto lontani, o anche solo per passione.

E’ un interesse scientifico che riesco a capire, perché mi evoca un’elasticità mentale che aiuta  in questi tempi di incertezza di tutto e di totale mancanza di sicurezze. Si vacilla come se mancassero punti certi a cui riferirsi; addirittura, mentre lo scrivo, mi affiora un residuo di sogni recenti che forse avevano a che fare con questo sentimento … quasi mi blocco, mentre insolve il flash dei ricordi. Miracoli della quantistica, potrei pensare. Come quando osservo un soggetto che vorrei disegnare e la luce me lo trasforma sotto gli occhi? I punti di domanda sono d’obbligo, perché “tutte le teorie che abbiamo sembra si possano riscrivere in molti modi, e guardare da un gran numero di punti di vista fisici.”. E’ di nuovo un pensiero di Feynman, trovato aprendo a caso il bel libro (Adelphi) che ne riporta le numerosissime battute e i pensieri che ha condiviso in innumerevoli conferenze.

E’ una lettura che che parla di incertezze, ma induce alla serenità. Credo che il professor Feynman si sia pochissimo interessato dei fatti altrui, in generale, e anche alla politica (sempre in generale). Penso che, invece, si sia lasciato andare all’amore per chi gli era vicino. Sfoglio il libro e trovo alcune foto che mi pare testimonino proprio questa pienezza. I figli, la moglie – anzi le mogli: ne ha avute tre – e un continuo ‘andare in profondità’, come lui stesso scrive. Non ha avuto una vita lunghissima, questo professore, ma, in compagnia dei quanti, deve essere stata una vita assai impegnata e felice. Mi chiedo se la fisica quantistica possa aiutare a essere migliori … Un’amica lontana (non quella con cui ho chiacchierato al bar) sostiene che sia la chiave per riuscirci.

Sassi

Pensavo (e dicevo) poco fa, a un’amica, che riesco a ricostruire il momento preciso in cui ho deciso di divorziare. Perché ti separi da qualcuno a cui sei legato non solo formalmente quando capisci che quello che ti divide dall’altro è troppo. Troppo grande, troppo profondo, incolmabilmente e insopportabilmente grande e profondo. Quando le diversità non sono più ‘divertenti’ o interessanti, ma appaiono per ciò che sono: il sintomo di obiettivi e traiettorie di vita che ti sono completamente estranee.

Non succede solo con le persone, ma anche con le cose e con i luoghi (anche se – ammetto – i luoghi sono determinati da chi li abita). Io trovo insopportabile stare in un luogo dove la gente ti parla per dirti sistematicamente male di qualcun’altro. Il colmo mi è capitato stamattina quando ho salutato una persona che stava lavorando a qualcosa; la cosa a cui stava dietro è di un’altra persona a cui si faceva verosimilmente un favore. Ho pensato perciò alla gentilezza da parte di chi eseguiva quel lavoro, invece chi eseguiva quel lavoro – avvicinandosi – mi ha ‘regalato’ un commento gratuito di inaudita cattiveria, proprio sulla persona a cui stava facendo il lavoro … Credo che divorzierò anche in questo caso.

Lo sanno anche i gatti: è la campagna a tenerci legati ai luoghi; la campagna e qualche abitante gentile. Scopro ogni giorno che la mancanza di gentilezza d’animo è indispensabile alla mia vita. Non solo la gentilezza degli altri, ma anche quella a cui so di essere incline, per educazione ricevuta in famiglia, perché mi fa star bene. Non la gentilezza di chi ti è grato per qualcosa, ma quella gratuita. Se non è gratuita non mi interessa. La grettezza mi spaventa e mi racconta un mondo in cui non vale la pena di vivere.

Salgo in casa e trovo, ben stesi e allineati sul tavolo di marmo, recuperato da un appartamento di via Settala, gli asciugamani di candida fiandra cuciti da mia nonna per il corredo di mia madre. Uno accanto all’altro; sopra di essi, disposti in belle file ci sono i funghi trovati nel bosco sopra casa, sono stati scottati nell’aceto e ora stanno asciugando in attesa di essere messi sottolio. Quando si dice un’idea profondamente diversa e un diverso modo di sentire.

Buonanotte è per sempre

I segnali non erano mancati. Perfino un capriolo che caracollava contromano, alle undici di mattina, che sembrava un cane smarrito. Ma anche qualche lampo nella memoria e una certa urgenza di telefonare (mai ripromettersi di chiamare qualcuno che non senti da anni: chiama e via). Un’urgenza tardiva.

Questi telefoni sono infernali. Inviano suoni ipnotici che ti costringono a guardare lo schermo: così ho capito che era arrivato un altro messaggio. Ho accostato a destra, a metà della discesa sotto Montisi, con un giro largo, per evitare di schiacciare una foglia morta che stava accartocciata in mezzo alla strada. C’era un vento forte, come di mare, e la foglia si muoveva raschiando l’asfalto. Insomma ci ho messo un po’. Poi mi sono fermata, ho aperto il telefono e ho visto il messaggio.

Di Mario mi restano solo un bel collage, un cache-col preso a Lodi nella boutique di un amico, e una campana a vento che veniva dalla California, di quelle che in luogo del battacchio hanno una specie di vela fatta con una lamina di rame: se c’è vento suona e fa un suono attutito e un po’ malinconico.

La via dei campi

Ci sono situazioni, momenti (e ovviamente luoghi), che associo a un aspetto del paesaggio, o del panorama circostante. Ciò succede quando mi ritrovo nel limitare tra una zona ai margini dell’abitato di una città (ma anche di un paese),  con le attività umane che lì si svolgono e il ‘subito dopo’, dove la natura prende (o tenta) la rivalsa, il sopravvento.

Possono anche essere situazioni sentimentali – come quando si scivola fuori da un affetto, talvolta sospinti o silenziosamente incoraggiati da un altro – oppure momenti dell’esistenza, più difficilmente individuabili come momenti di ‘cambiamento’ o di transito da una fase all’altra (perché di solito quando c’è stato passaggio da una fase all’altra, ci si accorge dopo del cambiamento avvenuto).

Un momento in cui si cambia, e si sente che ci sta succedendo qualcosa, è quando si allungano le giornate in modo apprezzabile (“al passo di un cavallo”, dice il proverbio), ma non è affatto ancora primavera; anzi può succedere una nevicata, anche abbondante, o una giornata di sole falsamente tiepido. Ma anche se non è ancora primavera, il cambiamento è già dentro di noi, forse anche dentro la terra, sotto gli strati di foglie marcescenti che non hanno nemmeno più la levità o l’energia per sollevarsi al vento, appesantite da una stagione che le ha ineluttabilmente consumate fino a ridurle concime delle stesse piante da cui sono cadute.

In questi limitari è sempre complicato muoversi, starci nel modo giusto – direi quasi, avere il colore giusto, sempre per usare una metafora -. E io spero che nonostante l’uso della metafora, indispensabile scrivendo in pubblico, si capisca che cosa vorrei dire.

Vivendo mi è capitato di essere tante persone diverse, senza tuttavia essere un camaleonte né tentando di nascondere o nascondermi. Semplicemente accade che qualcosa finisca e qualcos’altro prenda il suo posto e si cambia pelle; proprio come, al limitare della città, sulla via dei campi – in un giorno prima della vera primavera – ci accorgiamo che tra i frammenti di asfalto e di ghiaia stanno crescendo ciuffi di erbe che si riappropriano di spazi che gli erano stati sottratti da un’urbanizzazione incompleta o incerta.

Le chiamavamo ‘erbacce’, poi il nostro sguardo è cambiato e abbiamo capito (stiamo capendo) che sono le preziose avanguardie del verde selvatico e spontaneo, che preparano un ritorno alle loro sorelle più bisognose di attenzione, più delicate, più paturniose.

Stare in campagna mi ha dato più sguardo per questo ‘terzo paesaggio’ e insegnato a vedere che cosa c’è nel limite, tra la fine di qualcosa e qualcos’altro di nuovo.

Cosa cavolo pensi

Sì è vero in campagna abbiamo spesso vita dura. Quando si fa questa constatazione il primo mio pensiero va al riscaldamento, che qui – negli hamlets (frazioni) di Montalcino – paghiamo più del doppio di quanto dovremmo. Ma questo è un argomento di cui parleremo tra breve. Tutto è un po’ più faticoso, in campagna, e richiede, da parte dei non nativi, una maggiore applicazione. Mi riferisco a chi, per indole o per necessità, non può adagiarsi in un clima contemplativo; penso a chi immigra in campagna pensando di essere e fare ciò che era e faceva in una città mediamente attrezzata.

A questa riflessione ero già stata costretta, durante un weekend da queste parti, da Luciano (no, non quel Luciano lì: un altro), che di fronte alle mie motivate proteste davanti allo smantellamento di un pezzo di solido muro a secco, che veniva sostituito da un muro a secco finto (sì, succede anche questo!), lungo la strada provinciale che collega Sant’Angelo in Colle con Montalcino, mi tenne una durissima predica.

L’idea che quel Luciano mi sottopose, quel giorno lontano, era la seguente; chi vive in città, tra ascensori, autobus sotto casa, metro, tapis roulant, e così via non capisce che quelli che stanno in campagna hanno una vita quotidiana estremamente più faticosa e complicata. Che male c’è a smontare un pezzo di muro a secco che sarà lì da duecento anni a sostenere un campo, e sostituirlo con un po’ di cemento ricoperto di pietre sottili – che secondo Luciano (quel Luciano) non erano affatto diverse dalle precedenti? – . Che male c’è, se ci consente di allargare la carreggiata di “almeno venti centimetri” e andare più veloci?.

La mia risposta fu piuttosto evasiva, perché si capiva che era una battaglia persa. Ma inviai ugualmente una lettera con allegate foto a Italia Nostra. La cosa finì all’italiana, perché finirono i soldi e accanto al solido muro a secco c’è un pezzo di muro finto a secco che ora cerca di essere all’altezza. Quella volta io a quel Luciano diedi una risposta che mi sembrava ‘intelligente’ e che si basava pure su dati veri. Gli feci osservare che le strade più larghe, di scorrimento, si fanno nei posti che non vale la pena vedere, dove non ci si ferma: si va oltre. Ma era come parlare a un … muro di cemento.

Vado spesso a camminare: mi piace farlo quando so di non incontrare gente. Non è difficile in questa stagione in cui chi lavora sta rintanato nella propria attività e le comitive (si fa per dire) di manovali che vengono da lontano stanno nei campi appena spunta il sole.

Camminare a tu per tu con la natura è faticoso, perché obbliga a vedere quello che c’è e a farci i conti, magari trarre conclusioni (talvolta amare) sulla nostra lontananza dalla (chiamiamola così) possibile verità delle cose. Fa anche riflettere sulle scelte che sovente rivelano una lontananza dall’idea di paesaggio, che pure dovrebbe essere ben presente nei pensieri di amministratori che devono mettere in moto il “motore Italia”, e il paesaggio – soprattutto in questi luoghi, dove c’è – è uno dei valori più ricercati dai visitatori (soprattutto da quelli che non praticano il “magna e fuggi”).

Io cammino e passo dopo passo riconosco deiezioni e rifiuti, spesso li seguo, giorno dopo giorno, nel loro lento decomporsi; manco fossi una Sherlock Holmes nostrana potrei raccontare la loro storia e spesso risalire agli autori e alle origini. Colgo i segni e spesso mi accorgo di qualche cambiamento in preparazione. Per esempio, alcuni segni verdi, fosforescenti (numeri, tacche, indicazioni) su un breve tratto d’asfalto che mi capita di attraversare, li ho scorti quasi subito; poi li ho osservati meglio e mi sono ricordata di “quel” Luciano e di quello che mi aveva detto così tanti anni fa a proposito dei muri a secco (e la foto ce l’ho ancora).

Ho pensato che le Province non ci sono più, o forse ci sono ancora, ma non hanno i soldi per fare quello che dovrebbero (e saprebbero) fare, ad esempio curare le strade che sono ridotte a una metafora delle condizioni dell’Italia. Però, poi ho continuato a riflettere, l’Europa (che ci piace a correnti alterne) c’è ancora. Quell’Europa che ogni tanto eroga dei fondi, che a volte servono a fare cose meravigliose, altre – troppe – a fare quelle che in gioventù chiamavo vaccate. Uno dei progetti per cui l’Europa (mi risulta) stanzia fondi è quello delle rotonde, raramente indispensabili, talvolta usati dai Comuni per corroborare il bilancio. Ho rimuginato per giorni su quei segni che mi sembrano allarmanti, e lo sono perché stanno in mezzo a un bellissimo paesaggio, nel piccolo bivio che porta a Sant’Angelo, se giri a sinistra, e verso la Maremma tirando dritto.

Dominato da due bei poderi che ‘narrano’ il lavoro e la civiltà dei luoghi, quel punto del paesaggio dà l’accesso a Sant’Angelo, tra olivete, una vigna, e un’apertura verso la valle davvero unica. Un colpo d’occhio che nessuno sano di mente penserebbe di deturpare con una rotonda. Poi mi sono riscossa da questa brutta riflessione e mi sono detta :”ma cosa cavolo pensi?”.