Lettera ai gatti di Sant’Angelo in Colle

Quando decidi di andare è meglio che tu non ti volti indietro; altrimenti potresti rimanere di sale. A volte andare via da un posto pensato come il luogo ideale per viverci il resto della tua vita, vuol dire salvarsela – la vita – o almeno tentare di farlo. Io però ogni tanto mi guardo indietro ugualmente e non resto di sale: sorrido. Mi capita, quando mi sento osservata – prima mi tengo, resisto, poi però mi giro. E quando mi giravo, a Sant’Angelo, c’era sempre un gatto che mi studiava, fissandomi – con sguardo sornione o con una domanda precisa e diretta. Per questo io sorridevo. Eravate voi, cari gatti; c’era sempre qualcuno di voi alle mie spalle, a valutare se fosse il caso di fare qualche moina, uno strofinamento su una gamba, per ricavare qualcosa (magari una dormitina al caldo, in caso di neve); oppure se c’era da paventare qualche atteggiamento un po’ aggressivo, nel caso fossi spazientita da qualche incidente di percorso, qualcuna delle infinite contrarietà che la vita riserva a noi umani, anche a quelli che in fondo non avrebbero di che lamentarsi.

Sdraiati sulle lastre delle strette vie – quelle lastre che erano destinate a essere sostituite dall’asfalto, in una pensata amministrativa un po’ sbrigativa, di chi non si era accorto vent’anni fa, che i paesani avevano capito che ogni pietra vale quanto un pozzo di petrolio – o rannicchiati dietro a un angolo, alla costola di un arco o sbucanti da sotto un recinto sbeccato, mi avete tenuta sotto osservazione, qualche volta osando anche fingere di non conoscermi.

Sempre parchi di confidenze (in fondo al cuore ho sempre avuto un gatto solo), quando la bella Rachele – l’unica in grado di competere con il ricordo di un gatto che non c’è più, a maggior ragione ora che anch’essa se n’è andata in quel paradiso in cui i gatti continuano a rincorrere farfalle nell’erba – ha mostrato un po’ di condiscendenza nei miei confronti è stato solo per testare la possibilità di avere una seconda casa, quando Alba doveva assentarsi. E solo negli ultimi anni della sua vita si è lasciata un po’ andare e ha smesso di miagolarmi rauca che ero, tutto sommato, un po’ straniera. (Come se lei non fosse arrivata insieme a un cuoco sciagurato che poi l’ha abbandonata al suo destino magari randagio – ma il cuoco, il destino no! -). Ora che Rachele non c’era più, una gatta tigrata che si crede una grande cacciatrice, è sempre appostata davanti al mio uscio – incerta tra il tener d’occhio i miei andirivieni, oppure i topi che a Sant’Angelo non mancano.

Cari gatti, state appostati; tra di voi continuo a intravedere i passi silenziosi di Giacoma che sbuca dal suo vicolo, il volto proteso e sempre la stessa domanda. Qualcuno sbuca sempre da una viuzza da un angolo impietrito, da dietro gli archi; più raramente da una finestra: allora è Ermelindo con il suo fare sonoro e amichevole. Oppure altri paesani che si sono trasferiti più in basso, dove le stagioni non contano più molto, se non per il fango o le foglie morte che s’incontrano andando a trovarli. E non abituatevi troppo al tempo siccitoso, perché pioverà, pioverà di nuovo e vi penso rintanati rinculati negli anfratti che solo voi praticate, in cerca di lucertole e gechi. Allora anche i gradini di casa mia verranno buoni; belli larghi e con la possibilità di evitare il senso della pioggia, spostandosi da un lato o dall’altro, come siete abituati a fare, come ho scoperto che sapete fare, aprendo l’uscio presto, al mattino. C’è sempre un gatto nel mio cuore: e io vi penso assai. 

Pensi a Lina?

Io l’ho chiamata “Lina” – con tutto il rispetto per tutte le Lina conosciute o sconosciute – perché definirla “pensilina” mi è sembrato eccessivo. E’ sembrato un po’ troppo anche agli abitanti di Sant’Angelo in Colle che me ne hanno segnalata la presenza chiedendomi implicitamente se l’immagine dell’oggetto in questione corrisponde davvero all’idea che l’ignoto installatore s’è fatta di loro. Certo gli abitanti di questa frazione di Montalcino non sono fieri di Lina; loro vedono centinaia, migliaia, di visitatori salire la strada che porta in cima al Colle per ritrovarsi nella piccola piazza del paese, dove Re Liutparndo, nell’ultimo quarto del primo millennio (non mi ricordo la data esatta) radunò una settantina di notai per dirimere una grana scoppiata tra due vescovi che litigavano per i confini delle rispettive diocesi (Arezzo e Roselle). Allora Sant’Angelo in Colle aveva un nome un po’ diverso, ma sempre Sant’Angelo era; la cima del colle era ricoperta di lecci, mentre ora la strada è bordata da alti cipressi popolati da nidi. In cima al colle c’era probabilmente solo un edificio religioso, mentre ora è un villaggio che conserva una forma medievale, con case quasi tutte ben restaurate. Allora le campagne erano diverse e non c’erano tutti questi vigneti circondati da boschi e scanditi da sentieri; anche le strade saranno state poco diverse da tratturi percorsi da carri e carretti, ma anche da molti uomini che andavano a piedi. Oggi invece c’è un pullman che porta i bimbi a scuola, a Montalcino. E il pullman arriva fino alla fermata, dove i bimbi l’attendono al riparo. Da qualche giorno per ripararli dal sole e dalle intemperie  è stata installata Lina: mi hanno raccontato che è reduce da un onorato servizio alla Coop di Torrenieri, altra frazione del comune di Montalcino, dove riparava i carrelli del supermarket. Un riciclo, dunque. Oggi è importante riciclare tutto; hanno trovato un modo per riciclare i morti, facendoli diventare alberi: un bellissimo pensiero in questi tempi un po’ troppo gretti.

Vorrei però che Lina fosse vestita meglio, che le togliessero le scritte che le danno quell’aria un po’ troppo vissuta e anche un po’ sciatta; vorrei che le togliessero quell’erba che le cresce in testa e la fa sembrare forfora di una capigliatura trascurata; vorrei che Lina fosse pulita, linda e bella, per far capire ai bimbi che attendono il pullman che li porterà a scuola che così si entra nella vita, avendo cura di sé stessi, non per apparire, ma per essere i degni abitanti di luoghi di rara bellezza.

Non conosco l’autore o gli autori di questa installazione; bisogna avere pazienza e aspettare che trovino il tempo per completarla e renderla degna dell’idea che chi abita i luoghi deve avere di sé. Ma vorrei suggerire di farlo velocemente, per evitare che qualche bambino venga colto dal sospetto che Lina sia l’emblema di quello che si pensa di lui e che – di conseguenza – cresca pensando di comportarsi di … conseguenza. Chi ha messo Lina pensi a lei come a una pensilina, degna di tale nome.

Cosa cavolo pensi

Sì è vero in campagna abbiamo spesso vita dura. Quando si fa questa constatazione il primo mio pensiero va al riscaldamento, che qui – negli hamlets (frazioni) di Montalcino – paghiamo più del doppio di quanto dovremmo. Ma questo è un argomento di cui parleremo tra breve. Tutto è un po’ più faticoso, in campagna, e richiede, da parte dei non nativi, una maggiore applicazione. Mi riferisco a chi, per indole o per necessità, non può adagiarsi in un clima contemplativo; penso a chi immigra in campagna pensando di essere e fare ciò che era e faceva in una città mediamente attrezzata.

A questa riflessione ero già stata costretta, durante un weekend da queste parti, da Luciano (no, non quel Luciano lì: un altro), che di fronte alle mie motivate proteste davanti allo smantellamento di un pezzo di solido muro a secco, che veniva sostituito da un muro a secco finto (sì, succede anche questo!), lungo la strada provinciale che collega Sant’Angelo in Colle con Montalcino, mi tenne una durissima predica.

L’idea che quel Luciano mi sottopose, quel giorno lontano, era la seguente; chi vive in città, tra ascensori, autobus sotto casa, metro, tapis roulant, e così via non capisce che quelli che stanno in campagna hanno una vita quotidiana estremamente più faticosa e complicata. Che male c’è a smontare un pezzo di muro a secco che sarà lì da duecento anni a sostenere un campo, e sostituirlo con un po’ di cemento ricoperto di pietre sottili – che secondo Luciano (quel Luciano) non erano affatto diverse dalle precedenti? – . Che male c’è, se ci consente di allargare la carreggiata di “almeno venti centimetri” e andare più veloci?.

La mia risposta fu piuttosto evasiva, perché si capiva che era una battaglia persa. Ma inviai ugualmente una lettera con allegate foto a Italia Nostra. La cosa finì all’italiana, perché finirono i soldi e accanto al solido muro a secco c’è un pezzo di muro finto a secco che ora cerca di essere all’altezza. Quella volta io a quel Luciano diedi una risposta che mi sembrava ‘intelligente’ e che si basava pure su dati veri. Gli feci osservare che le strade più larghe, di scorrimento, si fanno nei posti che non vale la pena vedere, dove non ci si ferma: si va oltre. Ma era come parlare a un … muro di cemento.

Vado spesso a camminare: mi piace farlo quando so di non incontrare gente. Non è difficile in questa stagione in cui chi lavora sta rintanato nella propria attività e le comitive (si fa per dire) di manovali che vengono da lontano stanno nei campi appena spunta il sole.

Camminare a tu per tu con la natura è faticoso, perché obbliga a vedere quello che c’è e a farci i conti, magari trarre conclusioni (talvolta amare) sulla nostra lontananza dalla (chiamiamola così) possibile verità delle cose. Fa anche riflettere sulle scelte che sovente rivelano una lontananza dall’idea di paesaggio, che pure dovrebbe essere ben presente nei pensieri di amministratori che devono mettere in moto il “motore Italia”, e il paesaggio – soprattutto in questi luoghi, dove c’è – è uno dei valori più ricercati dai visitatori (soprattutto da quelli che non praticano il “magna e fuggi”).

Io cammino e passo dopo passo riconosco deiezioni e rifiuti, spesso li seguo, giorno dopo giorno, nel loro lento decomporsi; manco fossi una Sherlock Holmes nostrana potrei raccontare la loro storia e spesso risalire agli autori e alle origini. Colgo i segni e spesso mi accorgo di qualche cambiamento in preparazione. Per esempio, alcuni segni verdi, fosforescenti (numeri, tacche, indicazioni) su un breve tratto d’asfalto che mi capita di attraversare, li ho scorti quasi subito; poi li ho osservati meglio e mi sono ricordata di “quel” Luciano e di quello che mi aveva detto così tanti anni fa a proposito dei muri a secco (e la foto ce l’ho ancora).

Ho pensato che le Province non ci sono più, o forse ci sono ancora, ma non hanno i soldi per fare quello che dovrebbero (e saprebbero) fare, ad esempio curare le strade che sono ridotte a una metafora delle condizioni dell’Italia. Però, poi ho continuato a riflettere, l’Europa (che ci piace a correnti alterne) c’è ancora. Quell’Europa che ogni tanto eroga dei fondi, che a volte servono a fare cose meravigliose, altre – troppe – a fare quelle che in gioventù chiamavo vaccate. Uno dei progetti per cui l’Europa (mi risulta) stanzia fondi è quello delle rotonde, raramente indispensabili, talvolta usati dai Comuni per corroborare il bilancio. Ho rimuginato per giorni su quei segni che mi sembrano allarmanti, e lo sono perché stanno in mezzo a un bellissimo paesaggio, nel piccolo bivio che porta a Sant’Angelo, se giri a sinistra, e verso la Maremma tirando dritto.

Dominato da due bei poderi che ‘narrano’ il lavoro e la civiltà dei luoghi, quel punto del paesaggio dà l’accesso a Sant’Angelo, tra olivete, una vigna, e un’apertura verso la valle davvero unica. Un colpo d’occhio che nessuno sano di mente penserebbe di deturpare con una rotonda. Poi mi sono riscossa da questa brutta riflessione e mi sono detta :”ma cosa cavolo pensi?”.  

Una tromba, che non è una campana

Così ho pensato quando l’ho saputo; perché avevo appena letto i risultati della prima settimana di presidenza Trump. Nel piccolo paese che non è ancora diventato un residence di lusso – trasformato da un club, da un pull, da una venture: dal mondo qui fuori che gira avvitandosi da Putin a Trump – si muore, ed è la marcia di avvicinamento a una trasformazione ineluttabile. Da piccolo paese a rinomato resort, dove ci saranno le terme e l’anima assomiglia a una vestaglia, il passo è breve.

Così ho pensato quando hanno suonato all’uscio, stamattina, per dirmi che è morta Anna; la notizia avrà di certo avuto echi diversi nella mente di ognuno e diverso effetto. Il paese che si assottiglia (“ma no!, che è appena arrivata una coppia con due bambini”) e va diventando qualcosa che non si può conoscere. Che cosa non si sa, né lo sapranno mai gli abitanti: dipende da Trump. Cioè da uno che già dal nome annuncia fragorose e non pacifiche novità. E fa niente se non ti piace, se lui ha la faccia di un apoplettico, se il fard non riesce a mascherare l’errore, se sembra un essere così vorace da inghiottire tutto (prima di essere aspirato a sua volta). Intanto è morta Anna, mica lui. E la morte crea spazi da ricolmare con altre presenze, anche aliene. Un giorno sì e l’altro ancora si legge e si ascolta la politica che recita il rimpianto dei piccoli paesi che si svuotano e perdono il loro carattere, riempiendosi solo di turisti non sempre consapevoli (né piacevoli) o di immigrati che vivono la loro vita appartata e di risulta. Ma qual è il carattere di questo piccolo villaggio.

Tutto è disarmonico, messo insieme senza legami; l’inverno peggiora ancora la disarmonia mettendola in squallida evidenza insieme ai costi del riscaldamento. Tutto è fragile e a rischio, qui; tutto resiste se si resiste. Uno che muore indebolisce il paese, si porta via un frammento di pensiero e subito c’è più spazio per gli squilli di Trump.

Una tromba e non una campana, mi viene in mente pensando ad Anna, ha annunciato cambiamenti che addolorano; avrei preferito il contrario, ma non si può scegliere. Però, dopo la tromba, suoneranno le nostre campane.

Centouno virgola sei

rscn6218Ciao Bramante, oggi si vede il mare, dal Passo del Lume Spento. Scintilla lontano, appena più alto del profilo delle colline. Succede solo nelle giornate nitidissime come questa che presto volgerà al tramonto. E tramontando, la luce ci regalerà una serie di visioni – tutte le sfumature dei colori più caldi, quelli di una stagione che conclude i raccolti, poi pare che tutto finisca, la terra si raffredda (almeno così si spera), anche i colori si ingrigiscono, ma poi tutto ricomincia, con grande fatica. E’ una storia che tu conosci molto bene, come conosci alberi e animali di questa terra, e ulivi e vigne. L’ultima volta che ti ho visto eri di vendemmia, ma ti occupavi dei dettagli un po’ meno impegnativi, perché a vendemmiare – scarpinando tra i filari con secchi e cassette pesanti – non ce la facevi più. Però l’hai fatto fino a novantanove anni suonati, poi ci siamo messi a tavola e tra una fettuccina e un sorso di sangiovese mi hai detto che “non mi manca nulla e in casa mi rispettano”. Ho tanti ricordi legati a te, cominciando da quel becco che ruzzava con il mio figlio piccolo, quando venivo a comprare legna da te quarant’anni fa. Luciano mi ha detto che fino all’ultimo hai parlato di funghi e di cose della tua terra. Non poteva che succedere così: nessuno la conosce come te, questa terra. Però non ti ho mai chiesto se sei mai stato al mare, se l’hai mai visto. Dato che hai scelto questa giornata di sole e di vento per congedarti dalla terra, approfittane e vola ben alto: vedrai le vigne che stanno spogliando, le foglie che volano, e se spingi lo sguardo lontano, verso l’orizzonte a ovest, il mare che scintilla mobile, nella luce che cambia.

Così svanisce questa estate

DSCN0608Faccio i conti con la voglia  di disegnare sfidando la luce mobile che cambia il paesaggio, minuto dopo minuto. Seduta sul muro che circonda il piccolo paese e accoglie chi arriva cercando visioni esclusive, sono costretta a vedere quello che l’Europa degli europei riesce a combinare, cercando parcheggio in un minuscolo villaggio, fiduciosa nell’impunità garantita dalla distanza linguistica (nel caso, siamo tedeschi), … e intanto apre il cofano e si cambia le scarpe (curioso: ho visto tantissimi automobilisti cambiarsi d’abito al parcheggio) per andare al ristorante. Turisti di un’era diversa di cui ci stiamo appena accorgendo; un’era invadente, che ci toglie tutto in cambio di pochi soldi spesi; a meno che qualche amministratore illuminato capisca qual è l’altra invasione da affrontare, anche se è scorretto parlarne in questi termini.

DSCN0629

L’estate ha già un odore diverso e la luce parla già di vendemmia: i giochi sono fatti, lo leggo in mille piccoli segnali che trapelano da tutto quello che succede nella giornata. Ancora una volta mi soccorre il contatto con la terra e con le sue pulsazioni. Stasera torno a raccogliere le more, un’altra metafora che diventerà un aperitivo succoso; chiacchierando davanti a due bicchieri di bianco e una ciotola di more appena raccolte si può immaginare di fare qualcosa per migliorare un pezzo di mondo. Se non succederà rimarrà l’idea di averci provato, il ricordo della camminata nel tardo pomeriggio, con l’aria tiepida e un po’ umida tra gli sguardi sperduti di quelli che tornano in città e la dolcezza dei piccoli frutti che ho raccolto..

DSCN0640

Sì alla veccia, no all’integrazione

RSCN9295Jonathan Zenti, che ho avuto la ventura di incontrare (e un po’ conoscere) recentemente, mi ha consegnato due consapevolezze legate alla mia età. Una è la diversità tra i vecchi e i giovani, ma una diversa diversità, più profonda e più appetibile e vitalistica. Un’altra invece me l’ha tirata fuori facendomi chiacchierare (Daria Corrias era lì con occhi e sorriso scintillanti), e riguarda ciò che un vecchio deve permettersi e cioè una franchezza senza peli sulla lingua, munita sì di tutti gli strumenti dialettici che rendono udibile e accettabile (talvolta persino gradita) una presa di posizione su temi delicati, come quello in onda nella mente di tutti in questa vigilia pasquale.

Colgo la palla al balzo e visito la chiesa di Sant’Angelo in Colle – frazione di Montalcino: poco più di 200 abitanti, meno di cinquanta nel centro storico, dove la maggioranza è composta di tunisini musulmani più o meno praticanti – .

Nella chiesa di Sant’Angelo anche quest’anno le donne del paese hanno allestito l’altare con la veccia: un legume della famiglia delle fave, che seminano un mese o poco più prima di Pasqua e poi mantengono al buio, in una cantina. Il risultato di questa operazione è un cuscino di delicati fili platinati. Oggi sono andata a scattare una foto in chiesa, e l’altare è completamente ammantato da questo particolare evento vegetale, la cui creazione avrà una sua storia e che discende da chissà quale tradizione …

Mi sono ritrovata a parlare di questo specialissimo addobbo a diverse persone, come colta da un raptus irrefrenabile. Mi sono accorta che la necessità di raccontare la mia ammirazione per la decorazione pasquale è strettamente legato all’ennesimo crimine degli enfants de la mort – erroneamente chiamati terroristi islamici -.  La breve e politicamente scorretta riflessione a quel proposito ve la giro e propongo, con la consueta franchezza da vecchia.

Dopo Bruxelles ci siamo espressi ad abundantiam ma monotonamente. Rivado alle dichiarazioni, anche di privati cittadini, che tradiscono una specie di montaggio parallelo della tragedia terrorismo con il drammatico viaggio di migranti e profughi. La forza delle immagini è paritetica, ma giorno dopo giorno sbiadisce in un’assuefazione che rende quasi impossibile descrivere efficacemente il mosaico di casi, di singole storie e di fatalità di un racconto oscuro e senza vie d’uscita: un dramma della comunicazione che aggiunge buio al buio, creando una specie di buco nero che risucchia tutto, impedendo il pensiero.

Fin dal primo giorno della mia vita di lavoro ho dovuto imparare a ‘mettermi nei panni’ degli altri –  di solito un target per un prodotto da vendere o da far conoscere -; questo esercizio quotidiano è diventato quasi una seconda natura, che qualche volta prevale sull’istinto più immediato di mandare a l’interlocutore. Si chiama anche empatia, questa abitudine a calarsi in ciò che l’altro pensa, e può essere usata per vari scopi, anche nobilissimi (esercizio di pietas), o molto pragmaticamente per immaginare la reazione di un altro di fronte al messaggio pubblicitario.

Ho sentito invocare più integrazione da giornalisti e cittadini, da politici e intellettuali, e tutti mi fanno pensare a una sottomissione a eventi che sopravvengono, a un azzeramento quasi totale del comune buonsenso. Su tutto, l’invocazione all’integrazione mi sembra mancare di conoscenza, di senso critico, di – appunto – empatia, cioè della capacità di mettersi nei panni dell’altro.

Quale integrazione sarà mai possibile, tra persone legate a costumi così radicalmente diversi da quello più corrente tra noi abitanti della vecchia Europa? Un blog non lascia posto a riflessioni che richiedono posti a sedere e carta stampata, ma basterebbe pensare che nel paesello in cui vivo, alcuni nativi chiamano gli immigrati (spesso qui da vent’anni) ‘talebani’, e che questi ultimi – pur vivendo qui da vent’anni o poco meno – diffidano degli autoctoni e non condividono niente, a cominciare dai loro pensieri. Con rarissime eccezioni, che confermano la proverbiale regola.

Perciò io insisterei sulla veccia e su una civile e pacifica convivenza, ma integrazione, con sospensione di riti nostrani, no. Anzi, comincio a sospettare che sia proprio questa nostra cialtroneria (così credo possa apparire agli occhi degli altri) rinunciataria delle belle vecchie tradizioni a dare adito a sospetti sulla nostra capacità di essere “noi”. Beviamoci su un bicchiere di sangiovese, prima che arrivi l’invito a non bere pubblicamente il vino per non offendere i musulmani che coltivano queste vigne (e che, in privato, invece, bevono birra).

Sublimare il porco

Ovvero chi siamo, dove viviamo, che cosa mangiamo

DSCN7643

Ricordo che una ventina di anni fa, in tempo di vacanza, passavo spesso a piedi per la strada che da Sant’Angelo in Colle conduce a Castelnuovo dell’Abate, cioè all’Abbazia di Sant’Antimo; a qualche chilometro da Sant’Angelo, mi capitava di incontrare una grossa scrofa che pascolava nell’oliveta sottostante la strada bianca, da cui ne ammiravo le evoluzioni. Si chiamava Tina – me l’avevano detto gli abitanti del podere – e al richiamo, quando era lontana, arrivava al galoppo, facendo tremare la terra. Avevo preso l’abitudine di portarle una mela o un pezzo di pane raffermo e Tina rispondeva all’appello con tale entusiasmo che pensavo mi riconoscesse.

Un giorno, passo di lì e mi metto a strillare per chiamarla, ma Tina non risponde e io – da vera milanese che guardava la campagna con affumicati occhiali cittadini – busso al podere e chiedo ragguagli.

Tina non c’è più, mi rassicurano, “l’è salami”; io resisto al groppo di pianto, penso che comunque non sono vegetariana, ma non tralascio un apprezzamento un po’ sciocco: “oh ma era così buona!”.

Quello del podere, non so se ironico o sarcastico, mi rassicura dicendomi che Tina è sempre buona: “anche ora”.

Mi torna in mente questo episodio, leggendo la recensione a un libro dell’antropologo Marino Niola, che ‘fotografa’ il nostro approccio al cibo, analizzando il profondo cambiamento dei consumi; saltano agli occhi le nuove sensibilità, che aggregando le persone in veri e propri gruppi, in questi anni sono diventate sempre più visibili, fino a configurare nuovi mercati e nuovi interessi.

Vent’anni fa leggevamo le mappe dei consumi, per capire – attraverso i cluster psicografici – com’era il profilo ideale di un potenziale lettore di libri; oggi, quegli stili di vita che parevano numericamente flebili si sono consolidati e spesso radicalizzati, dando vita a un universo alimentare variamente segmentato, con l’irruzione sulla nostra tavola di istanze ambientaliste, salutiste, etniche, religiose, animaliste, spirituali, paesaggistiche; e forse ho dimenticato qualcosa …

Ai tempi della pubblicità – quella vera, scientifica, che deve servire a vendere e non altro – è nozione acquisita che non puoi pensare di fare una campagna per vendere un prodotto, se non ci sono i presupposti per affermarlo; sembra una banalità, ma non siamo arrivati a tenere in rispettosa – se non reverente – considerazione i vegani, oltre agli ormai scontati vegetariani, per inerzia; né la “massaia” (che nel frattempo è diventata sempre più unisex e spesso gay – Barilla insegna –) pretende il “bio” solo per sentito dire o perché sempre più spesso l’aggettivo ‘biologico’ qualifica un cibo più sicuro (o più benefico, o meno inquinante, o più salutare).

Il cibo è diventato conversazione, è affermazione – non tanto di un’identità nazionale o regionale –, è divenuto (non solo diventato) un presidio culturale, nel senso più profondo dell’aggettivo. Io mangio così, perché così io penso, così io sono.

Penso quindi mi nutro; e i pensieri, spesso inespressi, latenti, magari vaghi, vanno e provengono da molteplici direzioni: la crisi ci ha abituati tutti a una maggiore attenzione (anche quelli che non hanno troppo sofferto in questi anni), una specie di pauperismo è diventato quasi un modo nuovo di consumare (meno, ma meglio); sempre la crisi ha accelerato un processo di maggior attenzione agli sprechi, anche ambientali; la crisi, ancora, ci obbliga a volgere lo sguardo alla ricerca di risorse che possano diventare lavoro, nuovo lavoro.

Queste considerazioni sfiorano appena la complessità di un cambiamento di sguardo generalizzato – quindi anche a proposito del cibo – di cui è urgente tenere conto, perché al capolinea delle scelte diverse che diventano di massa, ci sono posti di lavoro, tipi di attività, situazioni economiche – che cambiano, che crescono, che cessano di essere redditizie –.

Chi scrive è tutt’ora onnivora – ma in modo residuale e con notevoli contraddizioni – difatti mi rendo conto di evitare la carne e pure il pesce, ma mi capita ancora, ma raramente, di mangiarne. Vivo in Toscana e in campagna, cioè in un contesto più carnivoro di quello da cui provengo; molti anni fa, arrivando dal nord non mi pareva vero papparmi una fetta di arista, tagliata spessa, colante olio profumato, tenera e invitante e appagante; e mai l’avrei chiamata Tina, me la sarei sbafata e basta.

Ora, il mio avvocato – cacciatore di lungo corso – mi ha confidato, senza sentirsi un traditore della patria tosco-senese, le delizie di un nuovo ristorantino vegetariano, apprezzando e descrivendomi la raffinatezza dei piatti e permanendo (per ora) carnivoro.

IMG_0670

Senza sondaggi, ma tastando i gusti della gente e le nuove abitudini, segno dei tempi mutati è l’apertura a Montalcino di un negozio la cui insegna dice ‘bio’; ora, in questa terra di cacciatori, di salsicce, di carne che accompagna mitici vini, di gente ligia a una tradizione in completa controtendenza rispetto alle considerazioni che ho esposto qui sopra, accanto ai cibi della tradizione – il miele, il farro, le lenticchie, i ceci, i caci, l’olio extravergine e naturalmente i vini (rigorosamente bio o addirittura biodinamici) – ecco il futuro cosmopolita e nostrano che avanza, sotto forma di quinoa, soia, pasta integrale e panetti di tofu.

E se il vino resta il protagonista, la zizzania è un legume o un cereale alternativo al riso, e il latte di riso è apprezzatissimo dai neo-lattofobi, una casta tutt’altro che esigua, che mette a rischio i meravigliosi formaggi della zona, anche quelli bio.

Ogni tanto io penso al prosciutto, qualche volta ne mangio; ma so bene che perfino chi alleva animali non sfugge a una nuova forma di sensibilità verso la loro vita; è un sentimento che si sta diffondendo e che non necessariamente si traduce in astinenza; spesso prende la forma di una richiesta: un mondo meno ‘bestiale’, anche per gli animali.

Il cibo è davvero diventato conversazione e Expo – se la politica non è abitata da stupidi, come ogni tanto lascia intuire – potrebbe figliare una vera attenzione al riguardo, con molte implicazioni positive.

Possiamo, potremmo, nutrire un pezzo di mondo, spaziando dal porco al farro, ma saziando soprattutto la fame più sublime di quelli che non si accontentano di riempire solo la pancia, e mettendo a frutto vecchie nuove vocazioni, possiamo trovare strade nuove, nel cibo, nell’ambiente e nell’arte, per far avanzare la nostra civiltà.

Fare, disfare, illuminare

RSCN8394Guardare, vedere – tutti lo sanno – sono due azioni diverse, con due diverse conseguenze. Non solo vediamo raramente “la trave” nel nostro occhio, ma a volte non vediamo nella giusta luce quello che ci circonda. Può dipendere dalla stessa luce (“godere di luce riflessa” e innumerevoli modi di dire lo suggeriscono), oppure dalla nostra psiche che riflette visioni, parole e pensieri a modo suo.

Ci sono quelli che ‘quest’oggi ha sbagliato pasticca’ (e vedono in modo stralunato), come mi dice un amico romano, con quel cinismo utile a sdrammatizzare la vita quotidiana; ci sono quegli altri che hanno le ‘fette di prosciutto’ (magari ricavate dal proprio piede di porco) sugli occhi e non ci vedono affatto, ma descrivono cose mai viste.

Un poeta dalla vita controversa, conosciuto per lungo tempo, mi aveva messo nella categoria di quelli che hanno l’occhio come quello delle mosche … è passato molto tempo da allora, e quando ho “guardato” il cipresso solitario che resiste nel paesaggio lungo la strada che scende da Montalcino a Torrenieri, mi è parso di “vederlo” attraverso un velo di lacrime. Mi sono affidata alla tecnologia giapponese capace di sana obbiettività alle emozioni e ho scattato. Ho capito che non erano lacrime ma un fiume di pioggia che batteva sul vetro e raccontava tutt’altro. Mai settembre è stato così poco retorico: niente tepori, niente sfumare dell’estate, niente sfolgorii da ricordare per intiepidire i mesi bui a venire.

Siamo passati dal caldo “sopra la media” a un clima che gela un po’, ma che ha anche il merito di riportare alla realtà, dopo un’estate eccessiva. Come in un’immagine o nei suoni, sono le differenze – qualche volta i contrasti – che aiutano a mettere a fuoco, guardando, e a vedere più chiaramente. Non solo come metafora, ma proprio nel quadro delle cose che accadono. Così una bella amicizia, ritrovata, può illuminare e scaldare; e aiutarci a vedere e apprezzare la differenza, tra sentimenti diversi e non tutti luminosi.