Pensiero

Quando vivi in campagna la morte arriva come una staffilata, a ricordarti che non camminerai per sempre tra i filari delle vigne, sul ciglio del bosco, osservando le stagioni che ti raccontano il tempo che passa. E tu sei lì.

Allora ti accorgi che l’impermanenza non è una canzone new age, ma l’incontrovertibile appuntamento con l’ignoto, nonostante le vigne, le foglie che brillano dorate, il giro del sole che disegna astrazioni capaci di sorprendere anche i più consumati dall’uso e dalle visioni.

L’affluenza della gente ti aiuta a stare in piedi, facendo parte di un unicum in cui ognuno è staffetta di un futuro in cui solo le stagioni (pur barcollanti, sostiene qualcuno) permangono. Gli umani si passano il testimone.

Ma un funerale in campagna, in mezzo a una comunità che mette in pausa le rogne – grandi o piccole – del quotidiano, per toccarsi lievemente e sinceramente: un gomito, una spalla, e dirsi che siamo qui per ora e garantiamo il rimpianto, perché uno o una di noi si allontana (e non è mai per sempre, perché il mosaico dei ricordi lo ricompone); ma noi che rimaniamo, nel guardare lo splendore inaudito delle colline in tutti i loro dettagli, ci siamo anche per chi se n’è andato.

Pensavo guidando verso la piazza, la chiesa, la gente, com’è più naturale morire, andare, lasciare, partire, dissolvere, finire. Vicino alla terra che uno conosce sasso per sasso, in questo autunno così luminoso e sfibrante. Così scolpito dalla luce che si fa fatica a pensare di lasciarlo. Eppure è così.

Colpo di sole al parcheggio

Ogni giorno passava per il parcheggio appena finito; lo faceva per guardare l’erba che cresceva ogni giorno più alta e ben messa. Sorrideva, quando osservava tra sé che avevano incurvato il percorso pedonale, passando a fianco del grande albero che all’inizio dei lavori aveva temuto tagliassero. Invece no, anzi, nello spazio inerbito che circondava e interrompeva piacevolmente i posti auto, avevano piantato altri alberi che crescendo si poteva immaginare che avrebbero formato quasi un piccolo bosco senza soluzione di continuità con il verde che già circondava il parcheggio. “In Italia non si sarebbero manco sognati di avere uno sguardo paesaggistico per un parcheggio che non è nemmeno a pagamento; chissà come funziona qui”. Perché c’era anche un banano, recuperato dall’assalto dei rovi che bordavano il fosso che scorreva lì, accanto al parcheggio. E sempre sul bordo di quella che le sembrava un’installazione, più che un’opera di urbanizzazione, c’erano un bel po’ di grandi alberi che parevano conversare tra di loro commentando le nuove piantumazioni e sbirciando la quantità di spazio messo a prato che separava le auto dalla strada che scorreva sopra e dalle costruzioni alberghiere, poco sotto. Il parcheggio era stato pianificato per ospitare settantasei auto, ma l’area che gli era stata dedicata poteva tranquillamente contenerne il doppio. Tornava ancora quella considerazione, tra il modo “all’italiana”, che davvero non reggeva il paragone con questa realizzazione. E’ la differenza tra un paese che si vuole bene, e uno, come l’Italia, che ha perso la voglia di essere, dimentico di sé stesso e della propria bellezza – pensava -.

Il parcheggio non sarà a pagamento, forse per questo si erano concessi il lusso di tutte quelle piante salvate e recuperate, dell’inerbimento, l’aggiunta di altri alberi e dei cespugli che sarebbero cresciuti. Nel crepuscolo che avanzava si riusciva già a immaginare una prossima stagione in cui i segni dei lavori recenti e delle nuove piantumazioni si sarebbero stemperati con il folto di alberi lì accanto. Non poteva far a meno di pensare che (in Italia) non pretendere un ritorno monetizzato velocemente, disponendo di un’area a duecento metri da una delle spiagge più frequentate dai surfisti e dal turismo internazionale, sarebbe stato giudicato demenziale, come se i progettisti e i loro committenti fossero colti da un colpo di sole collettivo.

 

Io non so chi sono io

Di solito è meglio scrivere di mattina: resta la traccia dei sogni e poi qualcosa di fresco affiora tra una parola e l’altra. Al mattino folate di parole mi frullano intorno e non sempre riesco a fermarle; anche se raccomando di restare: c’è troppo vento, troppa luce, troppo tutto. Il mattino è il momento più bello, ma non subito: dapprima può sembrarti difficile, ma se ti agiti un po’, ti scuoti e ti riscuoti e ti pensi come un contenitore – non solo succhi gastrici, saliva e tutto il resto -, ma come una fiala, una fiasca, in cui far stare o mettere insieme a quello che già c’è, tutto quello che arriva, con il tempo e la pioggia o a folate, appunto, parole, sabbia, foglie, pensieri, gocciole e prima colazione.

Ma prima è meglio muoversi, uscire, guardarsi intorno; finire di disintontirsi e incominciare a stupirsi; non sapere se hai “le ali ai piedi” e pensare di stare attenta a non prendere una storta (non c’è mica la mia fisio a miracolarmi, qui). Invece il ritmo non include la scrittura; scrivo da seduta e non va bene: il mattino vuole movimento, solo muovendo le gambe si mette in moto la testa, lentamente (ma invece sembra che tutto accada così in fretta) le idee rientrano negli appositi alloggiamenti e si mettono quiete, spesso cambiano significato, a volte impallidiscono, altre volte addirittura scompaiono senza lasciare il minimo segno. Tutto sembra normale, ma poi ti trovi a camminare e guardi la gente in controluce e vedi come il sole mangia i contorni e li fa baluginare, affondi in questa visione e ti viene da pensare se gli altri ti vedono come tu vedi loro. E magari pensano a chi sei e si raccontano delle storie, come fai tu. Di mattino, prendendo a prestito una vita.   

Solstizio d’estate

Mi coglie impreparata, come sempre succede. Al culmine di un tragitto in cui, poco a poco e un po’ alla volta, ho osservato le giornate che si allungavano – spiandone le variazione della luce, constatando che i giorni non si allungano in modo simmetrico, bensì di più al mattino e poi di più alla sera, come adesso.

Poi sembra che tutto vada a rovescio, come nella canzone di Dalla. Sì, insomma nuovi fenomeni sociali, nuovi criteri per dare torto o ragione; ma io – caro amico – non scrivo per raccontare fenomeni e criteri. Annoto solo le mie impressioni. Sentire l’energia che viene e va, l’umore che la segue e sentirmi colpita da una perdita del senso delle stagioni. Lì fuori è tutto giallo ocra, come a metà agosto. Però tutto tace; nessun politico ha parlato alla gente – senza fare tragedie, per carità! – consigliando di tenere d’occhio i consumi (acqua, energia elettrica). E forse non ci sarebbe nemmeno bisogno (non dovrebbe esserci) di aspettare i politici, occupati come sono a spartirsi l’animale tirando di qua e di là, perduti nel loro sogno innominabile e perfino banale. Potremmo fare da noi, molti di noi potrebbero cambiare registro.

Alcuni lo fanno e alcuni si spendono per fare un po’ di propaganda a un cambiamento di mentalità. Mentre la politica – che ha scoperto il turismo e perfino la cultura anche se non sa cos’è – ha messo in funzione uno spremilimoni per un limone inedito – il paesaggio (anche se non sa cos’è) – e vende spremute di paesaggio a gente di passaggio, per aiutare a fare cassa con occasioni becere e impunite, come abusivi che vendono schifezze e molestano i turisti, navi grandi come un sestiere che occupano Venezia, maialoni che si arrampicano fino al centro del centro più antico e minuscolo dei villaggi con auto grandi come bus, dimenticando il colesterolo mal parcheggiato insieme al golfino di cashmere in auto. Fa caldo, troppo caldo per il cashmere.

Ah Persephone, dove sei? Molla Plutone e vieni a dare una mano.