I cavoli a merenda

Tra le quattro e mezza e le cinque meno un quarto del pomeriggio nelle stagioni calde sento spesso un languore particolare; è una sensazione remota, appena un’eco di qualcosa che viene da un passato remoto e con un ricordo preciso.
Sto seduta su uno sgabellino solido ma un po’ sbilenco, basso perché costruito a misura di bambino, la schiena appoggiata alla rete da cui escono mille foglie e rametti di una natura rigogliosa e incontenibile e, tra le foglie e gli steli di così tanti verdi, si possono intravedere altri colori – zinnie e dalie e phlox e ranuncoli, e anemoni nei due classici colori -. sono una bambina un po’ pigra e meditativa, tendo a indugiare lasciandomi trascinare dai pensieri infantili che non prevedono morte e altri dispiaceri.
Del resto la guerra è finita e ora sul pane c’è sempre il burro buono che viene dagli alpeggi che stanno dietro le montagne lì intorno; la guerra è finita e io ne ho visto un bel pezzo, ma i ricordi stanno sfumando, rimescolati dalle attenzioni rivolte alla piccola di casa. Il rastrellamento in cui hanno preso mio padre, lo spavento per una sventagliata di mitra giù nella valle, quell’uomo che veniva giù dal cielo attaccato a un grande pallone bianco, l’aereo che girava ronzando sulle case sparse, quelli in divisa che parlavano con la nonna chiamandola ‘mutti’, in una lingua diversa da quelle altre che parlavamo tra noi, in casa; poi anche un grande rombo e la polvere bianca che cadeva dal soffitto sul tappeto rosso sangue che ricopriva il tavolo attorno a cui si cenava.
Ora tutto scivolava serenamente tra il pigolare di una nidiata di pulcini che la nonna mi aveva mostrato in segreto, il golfino bianco fatto con l’angora dei conigli che una notte sono spariti, la pasta fatta in casa con la farina trovata alla borsa nera e le uova del pollaio della nonna.
Sto seduta sullo sgabello a misura di bambino e mi torna in mente lo spavento più grande – quello che non dimenticherò mai – quando un aereo ha sganciato in mezzo al grande prato verde, accanto al campo dei fagioli, un micidiale spezzone incendiario. In mezzo al prato c’ero io, con la zia e il mio volpino bianco, forse destinati a diventare danni collaterali ante litteram.
Quell’orto e quel prato non ci sono più, e nemmeno la casa della nonna, ma lo scoppio assordante non riuscirò mai a dimenticarlo, e nemmeno la forma contorta del mucchio di metallo fumante. Quello rumore forte e vicinissimo ritorna spesso nei miei pensieri, anche se ora c’è un altro orto – quello dove sto seduta ora a fare merenda – un’altra casa, dalle cui finestre posso vedere lo spiazzo, dove c’era la casa della nonna, che ora è tutto occupato dalla segheria. Così assorta mi riscuoto con un sussulto per difendere il piatto dall’assalto dei pulcini che in poco tempo sono un cresciuti e sembrano una banda scalmanata, indifferenti alla presenza della grande chioccia che cerca di tenerli insieme. Finita la guerra, la merenda ora è più abbondante, anche se tutto è ancora razionato. L’ho sentito dire, ascoltando i ragionamenti di nonna zia e mamma, che di sera discorrono del futuro, una parola di cui non afferro il senso. So di essere “la bambina” o “l’enfant“, al centro dei loro pensieri: gli uomini hanno altro da fare – confini da varcare, case da recuperare, lavoro da inventare -. Per me è stato bello traslocare in questa casa che mi sembra più accogliente di quella vecchia, abbattuta insieme al grande ciliegio che le stava davanti. Poi c’è l’orto nuovo che ci dà da mangiare, e il pollaio, ora molto più modesto ma più vicino a casa, e tanti fiori che la nonna ha piantato e seminato, e che sono la passione di mia madre; poi c’è un rospo enorme che invece è l’alleato di mia nonna nella sua perenne lotta contro lumache e altri piccoli animali che divorano le belle foglie verdi delle nostre verdure – quelle che fanno bene “alla bambina” -. La merenda che mi hanno dato è pane bigio spalmato di burro e poi di miele; il miele abbonda, lo zucchero invece scarseggia ed è razionato. Il miele lo fanno le api della nonna che pianta fiori e lavande tutto intorno, e non costa se non il lavoro quotidiano: ma questo io non lo posso sapere; lo zucchero si trova alla borsa nera ed è più caro. Ho abbandonato quelle merende pochi anni dopo, preferendo il pain d’èpices che mi faceva sentire più grande, ma negli anni avevo anche amato molto l’uovo sbattuto della zia. In quella casa – della famiglia di mia madre – sarei tornata, ma solo durante l’estate, anche dopo la morte della nonna, che avevo visto un’ultima volta salutarmi dalla finestra della sua camera – molto vecchia, piuttosto severa, terribilmente lucida fino all’ultimo dei suoi giorni -.
Di quegli anni mi è rimasto il ricordo dell’orto come un piccolo paradiso dove trascorrevo ore irripetibili nei lunghi pomeriggi estivi, leggendo accoccolata nell’angolo dei phlox, nel bel fresco delle verdure, con il gorgoglio dell’acqua dello stretto fosso d’irrigazione, bordato di erbe e abitato da creature sconosciute ai miei nuovi amici di città. E mi torna la voglia di una merenda, perché sono una bambina che si ricorda della guerra.

Da dove vengo?

 

E se Facebook fosse una sindrome?
Lo penso nel momento in cui mi sveglio e la mente è libera di ricordare chi sono. Nell’impasto di idee e pensieri ritrovo il filo della mia esistenza. Penso a mia madre che partiva per Londra, a sedici anni non ancora compiuti, per andare a fare l’au pair in una famiglia altolocata e beneducata e imparare l’inglese quello vero. Penso a mio padre che volava da Tripoli a Torino, e raggiungeva la famiglia accompagnato da un libico in giacca e cravatta, nella nostra casa milanese. I ricordi sono intatti, ma gli anni trascorsi sono tanti e ora so che biglietti, cartoline e libretti, che testimoniano quello che ricordo e gli danno consistenza, sono preziosi. (Mi viene in mente il grande Nabokov, perché leggendo – e rileggendo – il racconto dei suoi esìli mi ha colpito il legame tra i momenti della vita attraccati a oggetti precisi).
Di certo Facebook ti succhia il cervello.
Le foto, sembra un paradosso, oggi raccontano poco, anche perché ora sono diventate invadenti e sovrabbondanti (con predominanza oscena di pezzi di carne cotta addobbata con l’idea di essere attraente). Ora che tutti afferrano il “telefono” e lo puntano sulla cosa, senza avere un’idea di forme colori né bisogno di pause in un racconto (senza neppure pensare all’effetto che fa a chi guarda), le foto esprimono sempre meno: pochi le usano per raccontare, troppi le usano per vendere senza chiedersi nemmeno come si fa.
Una cosa però la dicono le innumerevoli foto che intasano la rete: raccontano chi siamo e che cosa abbiamo in testa.
Facebook è uno specchio per bistecche e Chris Broadbent esiste solo nei miei ricordi?
Svegliandomi penso alle lettere che arrivavano dalla Libia; ogni giorno una lettera o una cartolina. Le cartoline di Tripoli, molto lucide con le palme, raccontavano una città poco esotica e ben pettinata in cui andare per vivere felici; le lettere erano lunghe e molto spesso contenevano un involucro di carta stagnola che avvolgeva un sottile plico di dollari. Erano i guadagni di mio padre che dirigeva un casinò, che aveva il nome di una gazzella, frequentato da militari inglesi e americani.
Gli oggetti da toccare, per ricordare, ci sono; una piccola agenda color glicine, del 1922, su cui andavo a curiosare da piccola quando riuscivo a impadronirmene, testimone dei gusti di mia madre. Un diario di mio padre, rilegato, con dediche di clienti, grati per la simpatia e l’accoglienza. Un randello di bosso, ordinato a Cuneo da mio padre, per tramortire i clienti troppo invadenti: un randello professionale, il superstite di cinque – durissimi, un po’ nodosi, con cinghia di cuoio ben avvitata per maneggiarli meglio -. Non solo di carta, sono gli oggetti legati a un ricordo.
Facebook è un subdolo attrezzo da compagnia. Bisogna usarlo senza lasciarsi usare, ma è molto difficile.
Mia madre mi ha scritto di rado, forse perché ero sempre con lei; forse perché le riusciva difficile tradurre i sentimenti in parole scritte: lei era donna di colori con un incredibile gusto per abbinarli, senza farsi intimidire da accostamenti inediti. La prima educazione a guardare mi viene da mia madre, di cui ho sempre in mente ‘guarda, Silvana, se non guardi non vedi niente’.
Mio padre scriveva, scriveva e scriveva, quasi ne avesse un bisogno fisico; lo ricordo seduto per ore davanti alla macchina da scrivere, munito di carta carbone (uno strumento meraviglioso ora sconosciuto ai più), carta vergatina per fare le copie, matite, gomme e correttori vari di cui ogni tanto saltano fuori brandelli sbriciolati.
Le lettere e le cartoline a me e a mia madre, no, quelle erano tutte scritte a mano, con una grafia veloce capace di adattarsi allo spazio da riempire che veniva tutto occupato: ed era un segno di immenso affetto e attenzione per noi che leggevamo, io e mia madre, la sua famiglia, che riceveva, avvolti in numerosi fogli scritti quasi quotidianamente – con il racconto della sua vita e i progetti per i suoi periodici ritorni – quei sottili plichi di valuta avvolta nella stagnola per sfuggire a controlli postali e possibili furti.
La posta era sicura, allora; una lettera, indipendentemente dal contenuto era intangibile. Aprire la corrispondenza indirizzata a qualcun’altro impensabile e inaudito. E certo è strano, oggi, immaginare sottili buste di carta air mail, contenenti una discreta quantità di dollari volare dalla Libia a Milano, fino alla nostra casella della posta, aperta e appesa accanto alla guardiola della portineria di via Venini. Al sicuro, come i miei ricordi.
Da lì vengo e anche da più lontano; mi aggrappo a quei ricordi come a un salvagente per non naufragare nel mare di bistecche ben cotte e mal fotografate da apprendisti maldestri che insidiano la mia navigazione con frasi sgrammaticate, che nelle loro intenzioni dovrebbero essere suggestive. Cerco una pattumiera.
Sfuggire al controllo di Facebook è possibile(?).

C’era una volta la Toscana?

Una volta lo sapevano tutti. Il bravo artigiano che ti cuciva gli stivali che avresti portato per molti anni, con i piedi asciutti e l’aria elegante; l’oste che non ti faceva il panino come lo avevi chiesto, perché quel giorno il salame che avevi scelto non era come te lo saresti aspettato; il falegname che ti consigliava di restaurare quella porta perché poteva essere recuperata e mantenere i propri caratteri, senza bisogno di spendere troppo; il ristoratore che puntava solo su quello che avrebbe potuto farti ammalare di nostalgia per quel pranzo “davanti all’Infinito” (in senso leopardiano). Ora sembra che tutti si siano scordati del sogno inseguito da tutti quelli che desideravano arrivare in Toscana; per un weekend, per le vacanze, per vivere lì.
Ora c’è chi invita a scegliere proprio i colli del grande poeta, invece di stare in coda per una bruschetta anonima e mediocre nelle piazzette dei luoghi simbolo del mito di sempre – Toscana – la terra benedetta dalla frugalità dei suoi contadini d’antan e dalla ritrosia delle grandi famiglie di fronte alla richiesta di aprire quel mondo esclusivo, di entrare nei loro giardini segreti -.
Tra i due atti di questa commedia molto italiana c’è un’epoca che rischia di finire (qualcuno già dice “la pacchia finirà”); quelli del Sunday Times (e di quanti altri si accoderanno al suo consiglio) ne hanno raccontato alcuni aspetti, ma artigiani, osti, ristoratori, albergatori e, prima ancora di costoro, gli amministratori pubblici di tutti i livelli, ne conoscono tutti gli aspetti critici. La scivolata nella mediocrità degli inarrivabili gioielli, che la Toscana offre a chi la conosce davvero, dura da tempo e gli imprenditori più intelligenti e lungimiranti ne hanno preso le distanze e cercano di distinguersi.
Quelli che saranno capaci di un’indispensabile analisi più profonda dovranno chiedersi, come primo passo, che cosa sono venuti a cercare – in Toscana – i pionieri che l’hanno lanciata come meta di un pellegrinaggio fortunatamente ancora in auge.
Perché non è vero che tutti i sogni finiscono a tavola, o in un selfie di fronte a un monumento di cui non si conosce la storia. La gente passa e non lascia niente, se non qualche volta – purtroppo! – rifiuti, sporcizia e oblio; un pubblico critico e colto pretende di più – soprattutto vuole le cose per cui la terra toscana è famosa – bellezza, civiltà, cibo locale, semplicità, eleganza, schiettezza, e consapevolezza di stare nel paradiso in terra. Ma perché sia davvero un paradiso bisogna che tutto concorra, occorre la consapevolezza di tutti, il lavoro di tutti, il pensiero di tutti.
“Ma se tu fossi a capo di questa regione, e dovessi affrontare ‘sto problema, da che cosa incominceresti?”: è proprio la domanda che mi aspetto. Io li chiamerei quelli del Sunday Times – non solo l’articolista, ma anche il direttore – e li inviterei a un incontro e li starei a sentire; poi avrei delle domande da fare, a loro e ad altri invitati all’incontro. E incomincerei a lavorare, senza lasciare passare il tempo e coinvolgendo tutti gli attori necessari. Perché quell’articolo può essere una boa, un segnale. Perché la comunicazione va gestita con sapienza e con esperienza; perché il paradiso è sempre qui – talvolta nascosto da qualcuno che si è dimenticato di parcheggiare come si deve – ma bisogna recuperare lo sguardo su questo paesaggio che – non sia mai! –  può divenire puro consumo, e consumarsi.

 

Mi chiamavano cuore di burro

Cara mamma l’ho proprio pensato qualche decina di minuti fa, quando sono ritornata sui miei passi, verso il bar dove ho appena preso un caffè, per pagare un succo di frutta a un tale a cui ogni tanto lo offro, come ho visto fare da qualche persona di qui. Lui stava arrancando per strada, veniva verso il bar e ho pensato alla sua delusione nel vedermi salire in auto per andare via…
Che mi chiamavano così mi è tornato in mente proprio in quel momento, ma me ne ero già ricordata anche ieri, parlando dei tempi in cui lavoravo in azienda: io sono quasi sempre stata ‘debole’ nei confronti di chi mi sembrava debole, e questo nel mondo del lavoro, di solito, non è consentito, non lo era neanche allora e tanto meno lo è di questi tempi. Te ne sei andata – ventiquattro anni fa – ti sei persa quindi questo scivolare in un mondo cane che assomiglia sempre di più a un racconto di Ray Bradbury. Cara mamma, allora mi chiamavano ‘cuore di burro’ forse perché pareva che fossi un po’ troppo cedevole, ma erano ancora tempi in cui non era indispensabile essere carogne o semplicemente mostrare i muscoli per fare carriera, tanto è vero che io l’ho fatta col mio appariscente cuore di burro; un comportamento e un’allure che ho dismesso solo una volta, quando un uomo davvero brillante e ambizioso mi ha sfidata, trattandomi “come una donna”. So che se tu fossi qui capiresti il senso dell’espressione che sto usando, perché proprio tu mi hai inculcato quotidianamente un paio di concetti: non farti mai mantenere da un uomo e non lasciare mai che essere donna ti metta in una condizione di subalternità.

Cara mamma i tempi che corrono sono molto diversi da quelli che tu hai vissuto, quando mi predicavi dignità e mi raccomandavi di sciacquare i contenitori prima di buttarli (per rispetto di chi raccoglieva l’immondizia), ma sospetto che ‘tenere botta’ davanti alla grettezza in cui mi capita di inciampare quasi quotidianamente, soprattutto nella smagliante campagna in cui saltuariamente ancora abito, sia sempre utile, e forse addirittura un modo per distinguersi. Non solo perché ci sono i figli e tre piccine che devono crescere pensando bei pensieri, ma anche perché scopro che ci sono ancora giovani e meno giovani, in circolazione, che vorrebbero mettere a frutto la loro intelligenza e i loro sguardi su questi paesaggi. E sono più bravi e hanno idee e voglia di lavorare per vederle crescere e affermarsi.
Cara mamma che ne dici?, mica avrò ancora quel cuore di burro?

Plissè Soleil

Ci sono state alcune stagioni che mi sembrano lontane e diverse da quelle altre che mi paiono somigliarsi tutte; ancora di più alcune, nel ricordo, mi sembrano speciali. Il tempo, quando si rompe un regime stagionale consueto e magari arriva il sole, o finalmente piove, apre delle fessure da cui escono episodi e colori, un rumore che non sentivi da anni. Mi ritrovo momenti che stavano ben ripiegati e composti in un cassetto che non aprivo da tempo, e improvvisamente la vita cambia direzione, o ha un colore diverso; soprattutto il senso di quello che hai fatto e i pensieri che ti hanno spinto a muoverti in un certo modo li vedo da una prospettiva diversa. Non è mai un “controcampo”, più spesso è un “controcanto”; perché io non sono un’altra ma sono una persona diversa, che ha dentro tutto quello che ha visto, che ha detto, che ha immaginato e il ricordo dà vita a un momento che mi ritorna in mente con sfumature e vissuti che forse sono solo immaginari. Come il controcanto che dà un colore in più a una canzone già conosciuta. E’ un ri-editing, una cover, o sono gli scherzi della memoria.
Così il sole che irrompe nel silenzio anormale del giorno festivo mi porta a uno chemisier di seta indiana color magenta; un colore così cangiante non si era mai visto a Milano e forse nemmeno a Parigi, per come lo ricordo. Il segreto di questo colore che “frigge” (come frigge e scalpita il colore in una certa tela del Veronese che sta a Brera), è dato da trama e ordito di due cromìe coraggiosamente contrapposte, un modo di tessere e di abbinare i colori che – negli anni del mio apprendistato – era sconosciuto in Occidente. Ora quell’abbinamento si fa, ma di rado porta con sé quello che riusciva a raccontare quel taglio di seta di cui mi ero appropriata, alla mostra dell’India.
Mia madre aveva un talento speciale per il colore e quando ho portato a casa la seta, sapevo che il colore non era solo inusuale: era addirittura scandaloso; ma lei non si era per niente stupita. L’incontro con la sua complice, la geniale signorina Re – già autrice di meravigliosi abiti da sera che incorporavano nell’orlo danzante il cerchio dello hula hoop; abiti che mia madre mi faceva fare per ballare alle feste – ha dato vita a un modello “francese”, un classico. Lo chemisier aveva colletto e spalle nude, tutto allacciato davanti, e a partire dallo sprone tutto a plissè soleil.
C’era qualcuno, da cui le sarte si fornivano allora, che preparava il plissè a parte: le sarte fornivano il taglio, in misura, calcolata con esattezza, e poi la parte plissettata veniva assemblata al resto. E c’erano anche le piccole ditte artigiane a cui dare la stoffa necessaria per realizzare la cintura di un abito.
Ricordo bene come mi stava quel vestito e come, camminando si apriva il plissè, i colori emettevano luce. Il magenta sfavillante dell’ordito picchiava forte sul colore più arancione della trama e il sole rendeva il tutto plausibile. In quel tempo una designer geniale, Lora Lamm, iniziava a usare coppie di coloriture per le affiche che creava a la Rinascente. Da qualche parte Ken Scott creava tessuti con coloriture inaudite. I miei cassetti sono sempre pieni di quei colori e di altri abbinamenti ‘pericolosi’. L’abbinamento è un segnale, non sono in molti a saperlo e a saperlo usare; ma il coraggio per abbinare i colori a volte è una vera e propria sfida culturale.

Sei come ti guardo

“C’è qualcosa che mi parla, in una foglia che apparentemente fa parte di un albero, di un ramo di quell’albero. Ma come mai si fa più avanti di tutto il resto? Non è solo perché sta davanti, è più vicina; lei parla perché lo sa fare, perché è ‘in condizione’ di farlo”. Più o meno è questo che mi succede quando guardo il bordo di un campo, il confine tra un prato e il bosco contiguo, il portamento di un albero o un filo d’erba che non vuole essere schiacciato, una zolla, i granelli di terra in controluce. Ho sempre guardato – credo con attenzione –  e mi è sempre successo di vedere solo quello che (qualcosa dentro di me) volevo vedere, prendendo formidabili equivoci, sempre con uno sfondo estetico apparente: ma in realtà interpretando a mio uso e consumo quello che vedevo e sentivo. Ma è solo da poco che mi sono resa conto di questo. Dopo anni che mi succedeva senza che lo capissi. Quando mi è successo di vedere quello che guardavo; vederlo non (solo) con gli occhi, ma anche con gli occhi. Quello che scrivo in questo momento può sembrare una di quelle che comunemente sono dette ‘menate’; certamente è qualcosa di molto personale (non mi succede mai di voler disegnare qualcosa o fare una foto che ho visto e mi è piaciuta). Sono sicura, invece, che sia qualcosa che accade a tutti. A tutti quelli che hanno una mente mediamente allenata a pensare anche per immagini e non solo in modo funzionale. Ho deciso di descrivere questa (?) sensazione, più che altro per ricordarmene. Intorno vedo e sento di persone che stanno perdendo la vista e lo raccontano; io capisco che la mia vista si sta modificando e cerco di venire a patti con queste mutazioni che, però, intervengono nel mio modo di vedere (non di guardare, però cambiano il modo in cui vedo). Allora quella foglia che ‘viene avanti’ ha qualcosa da dire, da dirmi, e così mi viene da disegnarla: tutto il resto – rami, rametti, butti, altre foglie, tronco e perfino erba o zolle e un po’ di altri elementi e poi cielo e, sì, nuvole (ah Turner, da andare a vedere a Roma, al Chiostro del Bramante!): tutto il resto viene dopo quella foglia. Solo così si può disegnare? Come ‘pensava’ – cosa guardava e come vedeva – Turner? Non posso evitare di chiedermelo ogni volta che penso al mare e al cielo, alla neve, a una tempesta, come lui li ha guardati, visti e in quel modo dipinti.

Patata mentale

Sto seduta in questo dehors simpatico e animato, sorseggio un ‘abatanado’ e mi godo il sole momentaneo di questa stagione incerta. Stando sola mi abbandono al piacevole vizio della divagazione; è un esercizio che mi appare costruttivo, da cui esce sempre qualcosa che poi applico nella vita quotidiana – tipo vago e utile, o qualcosa del genere -. Non bisogna però dimenticare che la vita quotidiana è fatta di banalità. La immagino come un broccato o un satin operato (chi li conosce capisce bene che cosa ho in mente!), una superficie uniforme su cui, ogni tanto, e magari con scansione regolare – appare un motivo ornamentale che può essere più o meno creativo o più o meno ripetitivo. Ma guarda un po’, certo questa è solo una metafora, ma per come mi viene in mente ha dei bei riflessi cangianti, come i bei tessuti che mi sono sempre piaciuti, che andavo a sbirciare nelle vetrine milanesi o nelle città dove i miei mi portavano in visita, così “la piccina impara a stare al mondo”. La mia sosta in un caffè non è mai troppo lunga, anche se si tratta di un bistrot dall’aria amichevole e ormai abbastanza familiare; il grande piede che mi hanno costruito dentro durante l’adolescenza è sempre in agguato e mi sospinge fin dal mattino, anche quando i tempi delle urgenze sono finiti. Così le mie divagazioni sulle banalità quotidiane hanno spazio breve anche se i disegni che mi vengono in mente sono suggestivi e il motivo che decora il tessuto prende la forma di una deliziosa conchiglia fotografata sul davanzale di una loggia a casa di una vecchia amica che sa raccontare storie affascinanti. Penso che potrei disegnarla quella conchiglia che, accanto ai rami di un rampicante non ancora fiorito, diventerà un intreccio di linee armoniose; decido che imposterò il disegno appena rientro a casa, e lascerò ad altri i colori, anche quel tenero colore vegetale che continua a tornarmi in mente, come se mi volesse parlare; una sfumatura non appariscente, eppure raffinata, come la buccia calda di un frutto nutriente; ah i colori quando li guardi, vedendoli finalmente!, nella natura, nei frutti, negli ortaggi. Quel colore che insiste a venirmi in mente potrebbe essere un ortaggio? Forse la buccia di una patata? Ma sì, forse una patata novella. Una patata?! Mi alzo e pago in fretta, più in fretta che posso; resisto alla tentazione di correre, tanto non so se ce la farei. Ma corro mentalmente, più in fretta che posso. A spegnere il fuoco sotto la patata, prima che tutto prenda fuoco.

Prima della Via Lattea

La scena si apre su una sfilata di Armani. Siamo in via Borgonuovo e tutto è bianco: il colore dei grandi pannelli fluttuanti creano quinte suggestive che saranno il fondale della sfilata. Non era un ambiente che frequentavo normalmente, anche se modelle e fotografi – grandi, grandissimi fotografi; belle e famosissime modelle – facevano parte della mia vita professionale.
L’invito alla sfilata mi era arrivato direttamente da Giorgio Armani, dopo un incontro a cinque – con Leonardo Mondadori, Gianpaolo Fabris, Armani e Ilaria Marvelli – al Saint Andrews.
L’idea di incontrare Armani me l’aveva suggerita Fabris, il cui monitor di ricerche  analizzava il mercato anche per conto del designer stilista.
Allora, con Leonardo, eravamo alla ricerca di un testimonial significativo per far leggere di più un pubblico a cui volevamo far leggere i nostri libri. Fabris aveva organizzato la colazione per farci conoscere.
Così era nato l’invito alla sfilata. Quella sera avevo conosciuto anche Gillo Dorfles: vestito di quasi bianco, era il più elegante tra tutti; avevo letto “Kitsch”, avevo vissuto a lungo tra i designer che più ammiravo. Dorfles era testimone e attore di un momento sorgivo. Era vecchio, bello, e sprizzava intelligenza.
Questa mattina al risveglio, mi è tornato in mente quell’incontro; motore del ricordo è la morte – quella di Dorfles, dopo una vita lunghissima e fertile -, ma soprattutto, un articolo di “Internazionale” sull’invecchiamento. L’articolo finisce in modo così macabro e raccapricciante che ho voltato rapidamente la pagina per non rileggere l’ultimo paragrafo e non perdere di vista il senso della vita quotidiana.
Nel dormiveglia, chissà perché, insieme alla sfilata di Armani – forse per via del bianco? – mi è venuto in mente anche il dolce millefoglie: quello con la crema tra gli strati e lo zucchero al velo.
La millefoglie è un dolce della mia infanzia: mi piaceva molto e, nel ricordo, mi pare che fosse difficile da mangiare, e che mi piacesse anche per quel motivo. Tra gli stati di pasta croccante che si sfaldavano e si sbriciolavano c’era la crema pasticcera che fuoriusciva quando la forchetta li premeva tagliando il pezzetto di dolce, e il più lieve sospiro di impazienza (o uno sbuffo di risata) sollevava una nuvoletta bianca dallo zucchero al velo che ricopriva la pasta. Mangiare la pasta sfoglia era un esercizio di equilibrio, ma il premio era sublime. Un pensiero da un’educazione cattolica?
Oppure l’avvio di un nuovo esercizio di equilibrio, in cui ricollocare ricordi e futuro, mentre cammino sotto il cielo velato, prima della Via Lattea.

Come Renzi è vestito di blu

La giornata è iniziata abbastanza presto, aprendo “Colorama”, un libro acquistato mesi fa sul filo di un’intuizione che mi aspettavo andasse delusa, invece eccomi qui a leggere, con pazienza e interesse, pagine e pagine che mi dicono a volte cose che pensavo, altre che immaginavo, altre che mi spiegano qualcosa che stava in un angolo della mia mente. Mi impunto su due date che riguardano un signore chiamato Chevreul, che lavorava alle manifatture Gobelins nel 1824; nascita e morte di costui non mi convincono e penso ci sia un refuso (1786-1889!), poi controllerò, ma non so ancora dove. Perché il nome di costui, nel libro, viene dopo quello di Goethe e della sua “Teoria dei Colori”. Goethe lo conosciamo tutti (o quasi), Chevreul invece è un chimico che dirige quelle manifatture rinomate e si collega a Goethe perché razionalizza la nomenclatura dei colori e la possibilità di riconoscerli, partendo proprio da quella teoria.
Colorama è un bellissimo libro; non so trovare un altro modo, meno banale, per dire quanto ricco di notizie, spunti, informazioni, legami che vanno in profondità. Penso che sono molte, tra le persone che conosco, quelle che con la sua lettura arricchirebbero i propri pensieri, o la propria professione, o il proprio sguardo sugli altri.
Rimando la verifica anagrafica e passo al capitolo successivo: “Blu Bovary”. Per una di quelle strane associazioni che a volte fanno partire immagini che si fondono una nell’altra, leggo il titolo e mi viene in mente Matteo Renzi, anche se ha davvero proprio poco a che fare con la figura della Principessa de Broglie che è raffigurata nel libro – vestita di un sobrio e sontuoso abito blu (che io chiamerei bleu roi) – per illustrare il significato di quel colore nella tormentata esistenza di Emma Bovary. Ma torna Renzi e mi pare che la sua immagine si sovrapponga di continuo nel mio vagare nel blu, perché nel suo vestiario il blu abbonda; direi che il blu pavone (appena un po’ più acceso dei blu d’ordinanza ministeriale) è decisamente protagonista. Su Colorama  ho letto le associazioni al colore blu – “Ombra, Scuro, Debolezza, Lontananza, Alcalino, Attrazione, Privazione” – e mi viene in mente che si potrebbe tentare un oroscopo. Di certo Rob Brezsny ce la farebbe e tirerebbe fuori qualcosa  di brillante.
Questa mattina ho dovuto abbandonare il libro per andare all’appuntamento con la mia fisioterapista, e mentre mi ci recavo – guidando in mezzo alla campagna – mi ritornava in mente il blu di quel vestito, quello della Principessa de Broglie, in un quadro che mi pare sia di Ingres. E’ un colore così denso che ti ci potresti tuffare, come un inchiostro con cui scrivere, un colore per evocare ricordi. Era il 1971, stavo sdraiata sul letto, in via Sismondi; la camera l’avevo dipinta io, di blu – tutto era di quel blu -, sul letto dondolava piano un’enorme sfera candida di carta giapponese; fuori c’era il silenzio di una domenica pomeriggio; come quando è primavera a Milano, tutto era tiepido e luminoso, la porta-finestra aperta sul balcone.Tutto era molto più tiepido dell’aria di questo marzo che pare una primavera precoce (nonostante l’inverno che vuole le sue rivincite), ma la suggestione del colore è forte, più forte di questo clima incerto. Allora il suono secco, come di un ramo che si spezza, aveva rotto il silenzio mentre sulla parete blu, di fronte a me, nel blu si apriva una stella bianca, un disegno smagliante e irregolare, al cui centro luccicava qualcosa di scuro.
In una stanza buia, tre secoli prima, Isaac Newton aveva catturato con un prisma un sottile raggio di luce e, scomponendolo in un arcobaleno, l’aveva proiettato sulla parete di fronte, colorandola di tutti i colori.
Qui, un cretino imitando le brigate rosse, aveva squarciato la mia parete blu con una carabina calibro ventidue.

Destino

Tanto non piove, mi sono detta uscendo, e mi sono incamminata. Poi ero seduta come in un patio – a metà strada tra un localino alla moda e un luogo di vecchi – con un caffè molto buono e molto lungo davanti. Ai tavoli intorno gente che chiacchiera e la lingua incomincia a suonarmi familiare, come succede quando oltrepassi una certa soglia e non resisti più a un idioma che ti era sconosciuto fino a quando ti sei ritrovato a doverlo imparare. Dentro c’è uno con il Sole 24ore aperto; sono le pagine del domenicale e il titolo “Porte aperte ai migranti” mi dice qualcosa; mi provoca una fitta, di nostalgia. Ma certo!, sono nel paese della ‘saudade’ e finora non mi era toccato mai di provare qualcosa che le assomigliasse. Dicono che sia una parola intraducibile, ma io penso che tutte le parole di ogni lingua lo sono: sono intraducibili. Perché il suono e lo sguardo con cui vengono dette non è simile a nessun altro, in nessun’altra lingua, anche se si pensa che il significato sia uguale.
Mentre lo penso – e intanto guardo intorno: colori pallidi e acidi: giallo limone e ocra rosso del cancello di fronte, e il palazzotto della farmacia (pronunciata con l’accento sulla seconda ‘a’) appena dipinto di azzurro che chiamerei cielo se qui il cielo non avesse tutt’altro colore, e il cielo stesso oggi è grigio perla, ma variegato e lentamente mobile – e ho appena sorseggiato e riguardato intorno, cercando di capire di più dove sono e (forse anche) che cosa voglio fare, mi sveglio dal mio pensiero e sento minutissime gocce sulle mani, sul naso e sulle guance … intorno nessuno si scompone, io imparo velocemente e non mi muovo. Mi godo le gocce e invece che ‘pioggia’ le penso ‘mist’, che è anche l’inizio di un mistero.
Ah è questo il febbraio promesso, quello che piove sempre ed è il mese peggiore di tutti; io so solo che è il mese della solitudine, almeno l’ho sempre pensato così, ma non è per via di mia madre che c’è nata. E’ solo perché ti dicono che gennaio è l’inizio dell’anno nuovo e tu pensi che succederà qualcosa di estremamente nuovo, poi arriva febbraio e ti mette la vita in stand-by.
Lo penso e mi alzo, perché le gocciole minute sono diventate una pioggerella e mi bagno. Ripenso all’uomo seduto con la pagina del Sole aperta su “Porte aperte ai migranti”, lo sbircio entrando a pagare: il giornale è chiuso e le persone stanno conversando un po’ accigliate. A casa ho un disegno nuovo appena iniziato a cui voglio mettere mano; guardo i platani spogli che crescono intorno a un’araucaria immensa e sono tentata di paragonarli a quelli della mia adolescenza, ma non ci riesco. Questi parlano un’altra lingua e sono più alti e più contorti. Grigio su grigio, una cortina di pioggia lievissima che suggerisce di stare in stand-by e andare a comprare il giornale.