Storia vera da non credere

Credo che ci sia da qualche parte, in una delle centomila scatole in cui ho accatastato i documenti del racconto che stenta a prendere forma, una mia foto in un ridottissimo bikini provenzale a fiorellini su fondo quasi nero. Lì, sto uscendo dall’acqua su una spiaggia ripida e sassosa che potrebbe essere quella di Vernazza; ma lo immagino senza avere la foto sottomano. Sapevo di essere leggermente troppo in carne per quel tipo di costume, che richiederebbe un po’ più di slancio tra fianchi e vita, qualcosa che ho inseguito per buona parte della mia vita, pur non facendomene un cruccio. La foto me l’aveva scattata un tale di cui non ricordo il nome, e non ricordo nemmeno come l’avevo conosciuto, e di preciso stento a ricordare che lavoro facesse – un elemento, quest’ultimo, che invece mi aiuterebbe a capire le vie di quella conoscenza -; è possibile che io l’avessi incontrato in un’officina, perché in quegli anni spesso passavo qualche ora libera a tenere maniacalmente in ordine la Mini, smontando e pulendo il carburatore (SU doppio corpo, molto delicato), e cercando di imparare dal meccanico, che preparava auto per le corse in salita, tutti i trucchi per migliorare le prestazioni dell’auto.  Se quel tale l’ho conosciuto in officina, allora doveva trattarsi di Zanardo – un meccanico serissimo e affidabile che conoscevo da tempo.
Ed è probabile che il meccanico fosse proprio Zanardo, perché il mio ricordo include anche una Porsche che il tipo che ha scattato la foto doveva aver acquistato con un guadagno extra, forse qualcosa di illecito; una Porsche che ogni tanto spuntava dai suoi discorsi. Mentre scrivo è come se riavvolgessi il filo di questo ricordo e viene fuori l’idea che quel tipo incidesse clichè, altro elemento plausibile, perché io facevo l’art director e allora – pochi decenni prima del pieno avvento del digitale – frequentavo anche incisori, preparatori, rotative, e stampatori di tutti i tipi. Nel ricordo emergono le voci e la cadenza della parlata del meccanico e dell’altro – entrambi venivano da quella terra dove la dolcezza giorgionesca delle colline si stempera per trasformarsi in un territorio che attrae per suggestioni più complesse – che avevano cadenza, parole e accenti friulani.
Quello di cui sono certa è la superficialità della conoscenza con quel tale, forse legata a un progetto grafico che mi aveva proposto. Non so perché mi avesse scattato quella foto e non riesco a ricostruire perché fossimo al mare insieme, e forse la spiaggia non era quella di Vernazza, ma un’altra non troppo distante da quella: sì, poteva trattarsi di Riva Trigoso. Erano anni in cui d’estate andavo su e giù per il passo della Scoffera e tutti quelli che frequentavo li portavo a conoscere una delle spiaggette di cui è disseminato quel tratto della costa ligure, perché al mare ci andavo spesso.
Il ricordo sarebbe davvero una scheggia minuscola e dimenticabile, se non fosse intessuto di un colore che poco a poco, mentre ripenso a quell’episodio così lontano nel tempo emerge, sollecitato da una voce che parla alla radio di un luogo incantevole e misterioso, riportandomelo al presente. Il colore è azzurro come quello di certi smalti persiani, o di una tessera di mosaico bizantino. Azzurro e turchese risalgono la mia memoria quasi fossero piccole onde di colori che si inseguono senza mescolarsi mai.
Il tipo che mi aveva scattato l’istantanea aveva famiglia a Sacile, e pur non avendo interesse per me in quanto donna, mi aveva proposto un breve viaggio nei luoghi da cui proveniva anche mio nonno Arturo – padre di mio padre, agronomo, morto settantanovenne quando avevo diciassette anni -. Il Friuli allora non lo conoscevo e non mi interessava molto: sapevo solo che dovevo essere fiera di avere anche ascendenti nati lì, in una terra dalla poetica misconosciuta; io Pasolini non lo conoscevo ancora.
Il viaggio in Porsche fino a Sacile non me lo ricordo, ma in quel tragitto, verso Udine costretti, o indotti, a una retromarcia impegnativa dopo aver imboccato un lungo viale privato che si era rivelato l’accesso a una villa di qualche notabile dei luoghi, ci eravamo ritrovati a percorrere, in direzione opposta a quella di poco prima, un rettilineo affiancato da un fosso – una strada deserta su cui stava pedalando un ciclista -. Ricordo all’improvviso un oggetto, che mi pareva partito dall’auto, volare superando il ciclista, passare sopra la sua testa e piombare nel fosso, mentre l’auto si inclinava un poco raschiando l’asfalto, abbastanza ben controllata dall’amico il cui nome continua a sfuggirmi. Non ricordo se il ciclista si fermò – mi sembra di no -, né come fu rimediato l’infortunio che avrebbe potuto essere tremendo (soprattutto per il ciclista), ma invece ricordo benissimo le due parole “bobiglia” e “spinotto”. La bobiglia con cui si avvitava la ruota nella sua sede doveva essere fermata da uno spinotto di cui non trovammo traccia, mentre recuperavamo i resti della ruota tremando dallo spavento per quello che avrebbe potuto essere un bruttissimo incidente. Chissà se le parole erano proprio quelle?, tuttavia mi sono tornate in mente ogni volta che ho visto i cerchioni di una Porsche di quel modello.
Quel viaggio a Sacile, oltre all’incidente e a una prima colazione leggendaria in casa dei parenti del proprietario della Porsche, mi ha portato a conoscere una delle due “vaucluse” europee e aveva in serbo per me una scheggia di colore. Di quel colore sta parlando una voce alla radio facendomi ricordare quell’episodio – quello che parla è uno che ama i luoghi, li conosce molto bene, e li mette in relazione con quelli del Petrarca, alle sorgenti della Sorgue.
Acque di risorgenza, quelle, esattamente come quelle del mio ricordo del Gorgazzo, dove nasce il Livenza.
Ma ritornando al mio conoscente dimenticato, più di un elemento del ricordo me ne fa risorgere un altro, quello di uomo che ho incontrato forse tre decenni dopo. Anche lui era del nord-est e mi aveva convinta a prendere in considerazione l’acquisto di un pezzo di terra a Montalcino dove avevo un podere e dove l’avevo incontrato casualmente. La terra era qualcosa a cui non avevo mai pensato prima di conoscere Gerardo (sì di questo conoscente, di passaggio nella mia vita, ricordo il nome e – va da sé – un bel po’ d’altro). Anche lui aveva un aspetto imperscrutabile e vagamente ambiguo, ben rivestito da modi civili e passione per la natura e per l’acqua; anche lui forse si occupava di cliché, anche lui aveva a che fare con qualcosa di strano, qualcosa di segreto e forse illegale; forse addirittura con un progetto criminoso.
E questo è un altro filo da inserire nella trama della mia storia, un filo con molti nodi mai sciolti, che potrebbero diventare più leggibili dopo un imminente incontro con la donna che conosce nei dettagli quello che io finora ho solo immaginato.

 

2 pensieri su “Storia vera da non credere

  1. Bellissima storia, che bello,ritessere i nostri tessuti, ripercorrere, scoprire quello che magari non avevamo scoperto… tu come i tuoi disegni, fai magistralmente

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