Independence Day

DSCN5935DSCN5936DSCN5931Nel clima infelice di slittamento generale, ogni tanto mi capita di tornare nei luoghi che hanno lasciato traccia nei miei ricordi, dove ho guardato e sentito; dove ho provato emozioni e ho capito che vivevo in un paese straordinario. Confusa dall’emozione, mi accorgo di aver usato l’imperfetto del modo indicativo; forse perché non si può non provare acuto dolore e piangere vedendo e toccando quanto l’ignoranza, l’indifferenza al bello, la rapacità, l’incapacità di capire, l’assenza idee, facciano crollare anche le testimonianze lasciate da quelli venuti prima di noi; uomini che camminavano per conoscere. Ora l’istinto di sopravvivenza suggerirebbe di restaurare ciò che resta di loro, per mantenere aperta la strada della conoscenza, per salvare la nostra memoria. Ma dalla cabina di regia dicono che abbiamo altri impegni.

Ci avverte Soldera

Se siete abbastanza grandicelli vi ricorderete dello slogan (noi della pubblicità lo chiamiamo head line) “Chi Vespa mangia le Mele“, che festeggiava una bella campagna pubblicitaria della Vespa (Piaggio).
Invece Gianfranco Soldera – produttore di un sublime Brunello di Montalcino, già noto per la vocazione e la sensibilità ambientalista – ha alzato lo sguardo per puntarlo su una vespa che non ha niente a che vedere con il made in Italy, ma che è “made in China”. Una vespa giunta clandestinamente nel nostro paese, con (pare) una spedizione di bonsai cinesi. E se i clandestini sono una partita aperta, da noi in Italia, in questo caso si tratta di un clandestino che va respinto fermamente. Perché questa vespa (piuttosto grossotta) si nutre di api e potrebbe essere il colpo mortale a una specie – quella delle api – già in grosse difficoltà anche a causa dei pesticidi che ne fanno strage. Anzi, per respingerle queste vespe è già tardi, perché si stanno già diffondendo in tutta Italia….
Super opportuno perciò l’intervento dell’ottimo Soldera, che ha segnalato il pericolo sul Corriere della Sera, e che oltretutto si esprime da Montalcino, un sito giustamente rinomato per il Brunello, ma anche per il miele.

Grazie alla ricca e singolare gamma di fiori e piante che fanno parte del paesaggio, a Montalcino l’apicoltura è particolarmente avvantaggiata. Proprio qui, a Montalcino, ai primi di settembre, si svolge una fiera internazionale del miele, che richiama da tutto il mondo produttori e consumatori del prezioso dono che ci fanno le api.

Che fare? Ce lo dirà presto A S G A; l’associazione degli apicoltori. Ma intanto spargiamo la voce; le api che muoiono non ci possono lasciare indifferenti: il loro ruolo in agricoltura è fondamentale.
Perciò, occhio! Perché “chi vespa ammazza le api“.

Il Corriere della Droga

DSCN5902Qui non siamo in Messico e i Narcos più o meno non si sa neppure chi siano. Qui anche le notizie arrivano un po’ smussate (col cappuccino, o il caffè, e la brioche). Ogni mattina, Luca ci porta la Nazione e la Gazzetta dello Sport che ci fanno sentire pienamente italiani: su la Nazione le notizie le devi leggere in filigrana, tanto riescono a essere banali; invece sulla “rosa” ci sono le notizie che contano, e che vengono lette (e commentate accuratamente) ogni giorno, con estrema attenzione. Sia mai che il campionato (mi scuso per la minuscola) fosse scosso da qualche inatteso brivido….

Meno male che c’è la televisione! Ce l’hanno tutti (no, io no, al massimo qualche streaming, ma molto raramente) e così si sentono ancora più pienamente italiani. Io me la faccio con qualche quotidiano, e con la rassegna stampa on line e finora anche con quella radiofonica. Ma da un po’ di tempo a questa parte penso con gratitudine a ‘maman’ che mi ha allevato nella sua lingua e comunque a entrambi i miei genitori che le lingue me le hanno fatte succhiare in luogo delle caramelle. Altrimenti proverei solo malessere per la banalizzazione che ci viene offerta dal giornalismo nazionale, apparentemente incurante dell’immenso macigno che sta sospeso sulle nostre teste.

Ma il villaggio non è abitato da ‘minus’: stamattina dal medico, in sala d’attesa, la gente era meditabonda. Ieri c’è stato il terremoto, lieve, ma l’epicentro era tra Montalcino e Buonconvento; non era per quello, però, che la gente era pensierosa. Una signora mi ha detto “mio marito pensa che presto ci sarà la guerra”. Guarda caso, recentemente l’ha detto pure Kissinger, che anche se non legge la Gazzetta dello Sport è uno ben informato. Ce ne fosse stato bisogno, avrei avuto la conferma delle doti degli abitanti: pure sensitivi e telepatici; magari fossero così lungimiranti i giornalisti (soprattutto quelli della Nazione)! Ma  lo sappiamo che la loro tastiera (la penna non usa più, da un pezzo) è strettamente vincolata agli interessi di editori (che da lungo tempo hanno interessi ben diversi da quelli dei cittadini).

Tutto sommato, non siamo in condizioni molto diverse dal resto dell’Italia, qui in campagna, anche se per andare a comprare un quotidiano (a parte i due di cui sopra) bisogna fare quattordici chilometri. Li faccio io – ogni giorno – e dato che non manca giorno che io vada “via”, da un po’ di tempo a questa parte mi faccio scrupolo di chiedere chi ha bisogno di medicine (la farmacia è accanto all’edicola, in qualsiasi direzione si vada); così qualcuno mi chiama, facendo lo spiritoso, “il corriere della droga”. I Narcos non c’entrano, e nemmeno la squadra narcotici, ma con questo nick name, gli abitanti svelano, ancora una volta, ironia e sensibilità. E pensare che quando il turista ignaro si arrampica quassù, dopo aver ammirato il paesaggio e il vecchissimo paese così ben tenuto, guarda con aperta benevolenza gli abitanti, pensando che essi vivano un po’ fuori dal mondo; invece qui non manca nulla. Oltre alla tv, c’è pure il “corriere della droga”!

Ghirigori

Un’arancia sul tavolo
Il tuo vestito sul tappeto
E nel mio letto, tu
Dolce dono del presente
Frescura della notte
Calore della mia vita.

Non mi sono d’improvviso appassionata alle poesie d’amore; questa – brevissima -, il cui titolo è “Alicante”, straordinariamente viene bene anche tradotta in italiano (e Prevert è così: scorrevole e facile, come una canzone che parla di giovinezza), è anche un bell’esempio di leggerezza, di quella levità così poco praticata, nella gente di Toscana, che pare non coglierla nemmeno nei propri paesaggi. Ma non la riconosce – e perciò non ne fa uso – nemmeno per parlare di vini, di luoghi, di stagioni.

Per raccontare luoghi in cui, oltre a crescere alberi sontuosi e vigne famose, pascolano greggi, pochi armenti e qualche notevole maiale, si dovrebbe avere la mano leggera e l’occhio vegano; sì, anche (soprattutto) per raccontare cibi impegnativi a gente che la carne la mangia, ma sempre di più in punta di piedi, anche senza aver letto Safran Foer.

Non so se è a causa degli eventi o delle fiction (che ci propongono quantità industriali di sangue umano – al cinema e in tv) che abbiamo cominciato a chiederci come hanno vissuto quelli che mangiamo, in attesa di essere ammazzati; non so nemmeno se questo dilagare della dieta vegana (600.000 nuovi vegani all’anno, in Germania, negli ultimi tre anni?) influenzerà più di tanto il nostro gusto, certo è che una bistecca fotografata, oggi, assomiglia troppo a carne ferita con arma da taglio. Per propormi la carne in quanto cibo senza ricordarmi l’Afganistan, devi avere la stessa leggerezza di Jacques Prévert  quando evoca una notte d’amore in una stanza poetica.

Vaga il pensiero, come in un disegno di Saul Steinberg le idee escono simili a ghirigori che prendono forma nell’aria. Se fai un passo indietro rispetto alla realtà – come un pittore che osservi la propria tela – non puoi non chiederti come mai nessuno tenga conto dello scenario che cambia e della necessità di misurarne i cambiamenti in modo oggettivo e non attraverso le proprie impressioni personali, rivolgendosi a professionisti sicuri, a veri esperti a istituti di grande affidabilità.

La diversa (rispetto a qualche anno fa) percezione di una bistecca, che ora mi appare come “carne morta” – eppure non sono vegetariana! – non è un mio sentimento personale. Stiamo tutti cambiando sguardo, mentre tutto sta cambiando intorno a noi. Eppure sento (e leggo) ancora lo stesso argomentare di anni fa. Tutti immobili? Tutti incantati? Forse sì: a me sembra di intravedere una direzione da dare ai miei pensieri, mentre come ghirigori in un disegno di Steinberg lentamente disegnano un paesaggio possibile.

La bellezza non basta mai

DSCN5758Arrivano quassù dopo una gran pedalata nel paesaggio, oppure – più banalmente – in auto; talvolta a piedi; mi aspetto che, prima o poi, giungano a cavallo in minuscole carovane. La meta è nel viaggio, è poter dire “son salito lassù”, un caffè è l’esile premio di una scelta non banale. Oppure – ben più sontuoso – un bicchiere di vino, ma da gustare a piedi nudi (le signore) affacciati sul paesaggio che chiama – anche se sei seduto in uno dei due allegri ed eleganti ristoranti che accolgono il viandante (meglio se acchittato shabby chic); il paesaggio che ti costringe ad alzarti e non limitare la visita e la vista alle bontà che il luogo offre.

Attenzione! Il buono c’è perché c’è tanta bellezza qui intorno; e non tutti hanno capito fino in fondo che la bellezza è indispensabile: all’umore, alla salute dell’anima e pure a quella del corpo. Si sale quassù per nutrirsi di bellezza e va da sé che poi ci si sieda per chiudere il cerchio, tra bellezza e bontà. “Credimi”, mi dice l’ospite gentile e attento “giro molto per luoghi non banali, ma qui c’è davvero qualcosa di speciale”.DSCN5764Se lo capissero tutti – penso, mentre lui parla e prende appunti con il tablet – sarebbe un miracolo, anzi un terno al lotto. Ma sull’idea che siano margaritas ante porcos, mi bevo un caffè e guardo il paesaggio: la bellezza non basta mai, se poi è anche così buona e generosa, figuriamoci!

 

Fino all’ultimo rifiuto

DSCN5744Cara Mamma, durante tutto il film mi tornava in mente quel tuo modo meticoloso – quella che allora pareva davvero una mania – di sciacquare il tetrapak del latte prima di buttarlo; quel contenitore che (con tuo grande rammarico) aveva sostituito la bottiglia di vetro chiusa dalla capsula di stagnola spessa. Mi ricordo i compagni di liceo che ironizzavano bonariamente su ‘sta mamma un po’ così che mi insegnava a buttare in pattumiera solo cose ben ripulite, per rispetto verso quelli che le avrebbero maneggiate e “per sporcare il meno possibile”.

Ma ahimè mi son venuti in mente pure i bidoni della differenziata, qui a Sant’Angelo, dove si finge di non sapere chi butta l’umido con la carta, i rifiuti inerti dove capita, e spesso cose puzzolenti nel contenitore del vetro e della plastica. Tanto ci sono un bel po’ di tunisini e la colpa ricade su di loro (che comunque un bel po’ di arditi scambi di bidone li fanno davvero).

Trashed è un docu-film da vedere, proprio per documentarsi, per sapere che cosa è finito ormai nella catena alimentare, in quali paradisi apparenti filtrano i percolati più osceni, per avere contezza delle nostre (in)civiltà.

Ma va visto anche per ammirare come si muove Jeremy Irons destreggiandosi tra immani cataste di spazzatura indifferenziata e putrida, raccontandone origini, tempistica, e zone d’influenza: è uno spettacolo affascinante. I vestiti, le sciarpe, gli stivali, le giacche, i teli e le sciarpe indossati con eleganza nonchalante per questo giro del mondo orrorifico, li ho osservati con attenzione da entomologo. Non ha sbagliato una sola sciarpa, Jeremy, non un dettaglio. Tutto perfetto, per raccontare i disastri che abbiamo combinato e per socchiudere uno spiraglio di speranza, verso un mondo (un po’) più pulito.

Alla fine della proiezione tutti volevano sapere come si fa ad averne una copia, magari per rivederlo e magari organizzare una proiezione, e misurare ciò che ci rimane del nostro istinto di sopravvivenza. Da vedere anche, per capire a che cosa serve una centrale a biomasse e perché possiamo benissimo farne a meno. Distribuito in Italia dalla BIM.

Dire, fare, lavorare

Più del bicchiere di vino, mi affascinano i tanti lavori che gli stanno intorno. Intorno e dentro alla vigna, al vino e alla cantina; intorno e dentro all’agricoltura colta. Sono lavori lontani da un’idea (sbagliata) d’Italia che affiora sulle pagine dei giornali e nei discorsi che intesse la politica: impiego pubblico, lavoro ai giovani, sgravi fiscali (!) per dare un lavoro, senza chiedersi quale, con quali competenze e come procurarsi queste ultime.
Sono cresciuta in un’Italia che rifuggiva il lavoro manuale, confondendolo con ‘manovale’ e tacitamente attribuendogli connotati di rozzezza e incultura; dove i giovani sono stati spinti dalle famiglie a mettersi un colletto bianco, dopo che la Fiat aveva indotto i contadini a lasciare le campagne per arruolarli in fabbrica (in una Torino ben diversa da quella del Salone del Libro e anche di Eataly).
Mi domando se il precipitare imminente di quella che ci siamo abituati a chiamare crisi (ma che è una strategia globale di appropriazione indebita di beni e diritti) darà tempo ai giovani di capire la bellezza del lavoro, di quello vero, non del posto (che non c’è più) di lavoro cantato dal film di Ermanno Olmi.
Penso ai giovani di tante età che aspirano a diventare giornalisti, registi, pubblicisti, pubblicitari (ma in realtà venditori di spazi), e che non conoscono il lavoro manuale, anzi magari lo disprezzano pure.
Poi capito in cantina e vedo il “vecchio” e il giovane al lavoro, un lavoro vero e affascinante (e pure ben pagato). Mi viene in mente che a Milano ci sono tanti avvocati quanti nella Francia tutta, che tutti i pizzaioli milanesi sono egiziani. Che gli operai agricoli sono arabi e i più umili lavori della vigna – per produrre vino – spesso li fanno dei musulmani che forse si pongono domande imbarazzanti. Che sono i macedoni a tagliare i boschi e accudirne le legna ….Che han più occhio gli americani dei nativi a promuovere lo stile toscano.
Mi viene in mente anche l’ineffabile bellezza un po’ noiosa della vita in campagna e quanto ci sarebbe da fare per ripopolare – senza enfasi, e neppure annunci – con gente e raffinato (e produttivo) lavoro agricolo (e dintorni) la (quasi ex) bella terra d’Italia. Mentre i due maestri bottai lavorano di gran lena, con competenza e un profondo legame con quello che stanno che stanno facendo,,,in particolarerisultatoolslavoro impegnativoil sapere al lavorobatman è stato quisapere e farelavoro finitomaestri bottai

La Rivoluzione degli Educati

Ti chiudono la porta sul naso; accelerano quando attraversi la strada per metterti in difficoltà; ti tossiscono in faccia; insultano quelli che identificano come più deboli e adulano senza vergognarsi quelli che possono comprarli; non mettono la freccia; ti danno sulla voce; non salutano ma si irritano se non li noti; si fermano a parlare con il tuo interlocutore indifferenti alla tua presenza; ti puntano il gomito in faccia al bancone del bar (però evitano di farlo se sei grande e grosso); telefonano a tavola strillando; non rispettano i vecchi e nemmeno i bambini; ignorano le precedenze in auto e nelle code agli sportelli; parlano male e scrivono peggio, massacrando la lingua italiana. Insomma vivono in modo offensivo. Questi e molti altri comportamenti dello stesso tipo li caratterizzano e affliggono quelli che non sono come loro.

Sono dovunque, in maggiore densità dove c’è meno istruzione, nelle famiglie che – vuoi per miseria o per pigrizia, vuoi per arroganza o per teledipendenza – non sono riuscite a contrastare i danni causati dall’affievolimento delle coscienze, dalla mancanza di buoni esempi e dalla corruzione dilagante.

Sono il volto umano del degrado paesistico e ambientale del nostro Bel Paese; un’Italia che sta percorrendo l’identico cammino in discesa di molti suoi cittadini. Per salvarci – senza dimenticare il lato economico del concetto –  prendo a prestito da Franca Valeri il concetto di “Rivoluzione degli educati” e il suo suggerimento, quello di ribellarsi, di opporsi, di controbattere, di rintuzzare, di sbarrare la strada alla negazione della bellezza, che va sottobraccio a comportamenti tanto antiestetici quanto una bruttura nel paesaggio, o un prodotto storpiato, tradito nella sua essenzaDSCN1579.

Quando Hosting suona hostile

Rimasta in panne con il mio piccolo blog, leggo la mia posta, ieri, e mi accorgo con raccapriccio di non aver pagato la fattura relativa all’hosting del mio dominio. Meno male che – anche di domenica – si può pagare con una carta di credito e sopperire alle proprie disattenzioni (e alla mia – non lo nego – trascuratezza).
Inoltre anch’io sono diventata più attenta ai costi dei servizi – inclusi quelli bancari (ma va?!) – e sei (6!) euro per bonificarne diciotto mi sembra uno scotto eccessivo.
Mi accingo perciò a pagare on line e sistemare rapidamente la cosa – così fan tutti – ma incoccio subito in una difficoltà stupida, ma apparentemente insormontabile. Non ricordo più con quale nome mi sono registrata, tra i tre o quattro che legittimamente avrei potuto usare. Niente paura, però, perché mi chiedono anche con quale mail e questo è molto più facile e accessibile. Difatti compito la mail e la pass. No, mi risponde il sistema, non è quella giusta (di certo la password). Riprovo tre volte, ma chissà quali associazioni mentali stavo facendo, quando mi sono registrata qui?! Inoltre penso, con un po’ di risentimento, a quanti numeri e codici tengo a mente per accedere a irrinunciabili servizi (almeno dieci, mi par di contarne).
Insomma non ce l’ho fatta; il sistema però mi conforta comunicandomi che posso cambiare password. Ora è un po’ difficile riportare qui tutti i passaggi che devo avere sbagliato ieri, perché sono stati molti e ho buttato un bel po’ di tempo, prima di lasciar perdere e pensare che avrei chiamato direttamente al telefono l’hosting, all’indomani, a uffici aperti. Cosa che ho fatto, ricevendo una spiegazione puntuale, ma velocissima, nel consueto gergo del settore, per addetti ai lavori. Comunque mi mandano una password che il sistema partorisce per default e che è complicata e cervellotica (ma si sa, la sicurezza ha un suo prezzo: ora lo sa anche Obama!). Quindi procedo, ma al momento in cui devo pagare, cliccando sul marchio che corrisponde alla mia carta di credito, non c’è alcuna reazione. Richiamo l’hosting, che questa volta è una donna e mi pare spazientita,   mi fa rifare tutta la procedura – inclusa composizione della supercomplicata password – la sbaglio tre volte, sentendo come fosse sul collo l’inequivocabile sbuffo di impazienza da parte dell’operatrice all’altro capo del filo. Mi sento vecchia e obsoleta, subito dopo mi sento incapace e anche un po’ scema. Per consolarmi penso che ‘quella lì’ non ha (ancora) affrontato nemmeno un centesimo delle montagne che ho dovuto scalare nella vita; poi mi pento e ‘quella lì’ torna ad essere una donna giovane a cui non hanno insegnato che l’educazione conviene, sempre, anche quando chi hai di fronte ti sembra una cacchetta.

Poi finalmente, riesco a pagare, ma non è merito dell’efficienza di ‘quella lì‘, ma solo del ‘sistema’ che finalmente alla terza sollecitazione (identica alle due precedenti) si sblocca. Ora ho pagato e posso postare questo post, fregandomene della ripetizione. E posso iniziare a cercarmi un hosting meno ostile e più educato.