Taping

Così si chiama e vuole dire che c’è qualche speranza. Speranza di non rimanere in ginocchio, non nel senso di “in ginocchio da te”, come nella canzone che mi pare di ricordare; bensì ‘senza’ ginocchia, cioè senza un pezzo di sé la cui deprivazione toglie la gioia di camminare.

Da decenni ormai, per alleggerire un handicap che mi affligge, mi costringo a citare “tre uomini in barca” (ho ancora un’edizione bigia della BUR) e ogni volta non posso evitare di associare il nome dell’editore – Rizzoli – a quello identico di un rinomato ospedale dove si va in pellegrinaggio per problemi ortopedici. La citazione del ginocchio della lavandaia, da parte di uno dei tre uomini, quale malattia lamentata da un altro dei tre notoriamente ipocondriaco, mi ha messo di buonumore (è divertente riconoscere la propria ipocondria in un libro molto amato dai tempi dell’adolescenza), finché non è diventata elemento di alleggerimento per una pena assillante.

Tuttavia, con il passare degli anni, ho scoperto di essere in compagnia numerosa – con gente anche giovanissima afflitta da rotture, distorsioni, distrazioni, …, alle ginocchia – e  in questo caso “mal comune” non è affatto “mezzo gaudio”. Ma come spesso accade a tutti i miei compagni di sventura, più sento male più provo voglia di camminare, di saltellare, di usare queste malandate articolazioni per farmi portare a esplorare i luoghi interessanti che sono tali, o lo sono molto di più, solo se visti a piedi, in piedi, in avvicinamento lento, o camminandoci in mezzo.

Perché se ci arrivi lentamente hai modo di lasciare che le immagini ti lavorino dentro, di osservare come la luce batte su un ramo e gli dà un ruolo diverso nel contesto in cui lo stai guardando, o di lasciarti pervadere dalla vastità di una montagna che incombe e lasciare che rotoli su di te, in una sorta di mite sopraffazione. Come accade anche nell’assaggiare un vino o un frutto, per arrivare al cuore del sapore, cioè al senso del suo essere, vedere le cose nelle diverse luci non è così immediato; e le ginocchia sono importanti, perché ti portano proprio lì.

Sto scoprendo un sacco di cose sulle ginocchia (anche sul vino, se posso divagare un attimo) e sulla loro importanza. Naturalmente ho la mia guida fisioterapica e anche lì (le scoperte non finiscono mai) ho capito che la scoperta è reciproca, che riattivare le mie articolazioni non lascia indifferente la mia fisioterapista – una sorta di transfert che passa dalla manipolazione delle mie ginocchia, da cui acquisiamo conoscenza, entrambe.

Così ieri, nel percorso (l’ennesimo) verso la remissione da un piccolo trauma, mi è stato applicato un ‘taping’, una gabbia di nastri che inviano messaggi stimolanti al mio sistema neuromuscolare; il messaggio deve essere particolarmente penetrante perché riesce a modificarmi l’umore e la vista. E a farmi camminare spedita.DSCN7013

Il Corriere della Droga

DSCN5902Qui non siamo in Messico e i Narcos più o meno non si sa neppure chi siano. Qui anche le notizie arrivano un po’ smussate (col cappuccino, o il caffè, e la brioche). Ogni mattina, Luca ci porta la Nazione e la Gazzetta dello Sport che ci fanno sentire pienamente italiani: su la Nazione le notizie le devi leggere in filigrana, tanto riescono a essere banali; invece sulla “rosa” ci sono le notizie che contano, e che vengono lette (e commentate accuratamente) ogni giorno, con estrema attenzione. Sia mai che il campionato (mi scuso per la minuscola) fosse scosso da qualche inatteso brivido….

Meno male che c’è la televisione! Ce l’hanno tutti (no, io no, al massimo qualche streaming, ma molto raramente) e così si sentono ancora più pienamente italiani. Io me la faccio con qualche quotidiano, e con la rassegna stampa on line e finora anche con quella radiofonica. Ma da un po’ di tempo a questa parte penso con gratitudine a ‘maman’ che mi ha allevato nella sua lingua e comunque a entrambi i miei genitori che le lingue me le hanno fatte succhiare in luogo delle caramelle. Altrimenti proverei solo malessere per la banalizzazione che ci viene offerta dal giornalismo nazionale, apparentemente incurante dell’immenso macigno che sta sospeso sulle nostre teste.

Ma il villaggio non è abitato da ‘minus’: stamattina dal medico, in sala d’attesa, la gente era meditabonda. Ieri c’è stato il terremoto, lieve, ma l’epicentro era tra Montalcino e Buonconvento; non era per quello, però, che la gente era pensierosa. Una signora mi ha detto “mio marito pensa che presto ci sarà la guerra”. Guarda caso, recentemente l’ha detto pure Kissinger, che anche se non legge la Gazzetta dello Sport è uno ben informato. Ce ne fosse stato bisogno, avrei avuto la conferma delle doti degli abitanti: pure sensitivi e telepatici; magari fossero così lungimiranti i giornalisti (soprattutto quelli della Nazione)! Ma  lo sappiamo che la loro tastiera (la penna non usa più, da un pezzo) è strettamente vincolata agli interessi di editori (che da lungo tempo hanno interessi ben diversi da quelli dei cittadini).

Tutto sommato, non siamo in condizioni molto diverse dal resto dell’Italia, qui in campagna, anche se per andare a comprare un quotidiano (a parte i due di cui sopra) bisogna fare quattordici chilometri. Li faccio io – ogni giorno – e dato che non manca giorno che io vada “via”, da un po’ di tempo a questa parte mi faccio scrupolo di chiedere chi ha bisogno di medicine (la farmacia è accanto all’edicola, in qualsiasi direzione si vada); così qualcuno mi chiama, facendo lo spiritoso, “il corriere della droga”. I Narcos non c’entrano, e nemmeno la squadra narcotici, ma con questo nick name, gli abitanti svelano, ancora una volta, ironia e sensibilità. E pensare che quando il turista ignaro si arrampica quassù, dopo aver ammirato il paesaggio e il vecchissimo paese così ben tenuto, guarda con aperta benevolenza gli abitanti, pensando che essi vivano un po’ fuori dal mondo; invece qui non manca nulla. Oltre alla tv, c’è pure il “corriere della droga”!