Sublimare il porco

Ovvero chi siamo, dove viviamo, che cosa mangiamo

DSCN7643

Ricordo che una ventina di anni fa, in tempo di vacanza, passavo spesso a piedi per la strada che da Sant’Angelo in Colle conduce a Castelnuovo dell’Abate, cioè all’Abbazia di Sant’Antimo; a qualche chilometro da Sant’Angelo, mi capitava di incontrare una grossa scrofa che pascolava nell’oliveta sottostante la strada bianca, da cui ne ammiravo le evoluzioni. Si chiamava Tina – me l’avevano detto gli abitanti del podere – e al richiamo, quando era lontana, arrivava al galoppo, facendo tremare la terra. Avevo preso l’abitudine di portarle una mela o un pezzo di pane raffermo e Tina rispondeva all’appello con tale entusiasmo che pensavo mi riconoscesse.

Un giorno, passo di lì e mi metto a strillare per chiamarla, ma Tina non risponde e io – da vera milanese che guardava la campagna con affumicati occhiali cittadini – busso al podere e chiedo ragguagli.

Tina non c’è più, mi rassicurano, “l’è salami”; io resisto al groppo di pianto, penso che comunque non sono vegetariana, ma non tralascio un apprezzamento un po’ sciocco: “oh ma era così buona!”.

Quello del podere, non so se ironico o sarcastico, mi rassicura dicendomi che Tina è sempre buona: “anche ora”.

Mi torna in mente questo episodio, leggendo la recensione a un libro dell’antropologo Marino Niola, che ‘fotografa’ il nostro approccio al cibo, analizzando il profondo cambiamento dei consumi; saltano agli occhi le nuove sensibilità, che aggregando le persone in veri e propri gruppi, in questi anni sono diventate sempre più visibili, fino a configurare nuovi mercati e nuovi interessi.

Vent’anni fa leggevamo le mappe dei consumi, per capire – attraverso i cluster psicografici – com’era il profilo ideale di un potenziale lettore di libri; oggi, quegli stili di vita che parevano numericamente flebili si sono consolidati e spesso radicalizzati, dando vita a un universo alimentare variamente segmentato, con l’irruzione sulla nostra tavola di istanze ambientaliste, salutiste, etniche, religiose, animaliste, spirituali, paesaggistiche; e forse ho dimenticato qualcosa …

Ai tempi della pubblicità – quella vera, scientifica, che deve servire a vendere e non altro – è nozione acquisita che non puoi pensare di fare una campagna per vendere un prodotto, se non ci sono i presupposti per affermarlo; sembra una banalità, ma non siamo arrivati a tenere in rispettosa – se non reverente – considerazione i vegani, oltre agli ormai scontati vegetariani, per inerzia; né la “massaia” (che nel frattempo è diventata sempre più unisex e spesso gay – Barilla insegna –) pretende il “bio” solo per sentito dire o perché sempre più spesso l’aggettivo ‘biologico’ qualifica un cibo più sicuro (o più benefico, o meno inquinante, o più salutare).

Il cibo è diventato conversazione, è affermazione – non tanto di un’identità nazionale o regionale –, è divenuto (non solo diventato) un presidio culturale, nel senso più profondo dell’aggettivo. Io mangio così, perché così io penso, così io sono.

Penso quindi mi nutro; e i pensieri, spesso inespressi, latenti, magari vaghi, vanno e provengono da molteplici direzioni: la crisi ci ha abituati tutti a una maggiore attenzione (anche quelli che non hanno troppo sofferto in questi anni), una specie di pauperismo è diventato quasi un modo nuovo di consumare (meno, ma meglio); sempre la crisi ha accelerato un processo di maggior attenzione agli sprechi, anche ambientali; la crisi, ancora, ci obbliga a volgere lo sguardo alla ricerca di risorse che possano diventare lavoro, nuovo lavoro.

Queste considerazioni sfiorano appena la complessità di un cambiamento di sguardo generalizzato – quindi anche a proposito del cibo – di cui è urgente tenere conto, perché al capolinea delle scelte diverse che diventano di massa, ci sono posti di lavoro, tipi di attività, situazioni economiche – che cambiano, che crescono, che cessano di essere redditizie –.

Chi scrive è tutt’ora onnivora – ma in modo residuale e con notevoli contraddizioni – difatti mi rendo conto di evitare la carne e pure il pesce, ma mi capita ancora, ma raramente, di mangiarne. Vivo in Toscana e in campagna, cioè in un contesto più carnivoro di quello da cui provengo; molti anni fa, arrivando dal nord non mi pareva vero papparmi una fetta di arista, tagliata spessa, colante olio profumato, tenera e invitante e appagante; e mai l’avrei chiamata Tina, me la sarei sbafata e basta.

Ora, il mio avvocato – cacciatore di lungo corso – mi ha confidato, senza sentirsi un traditore della patria tosco-senese, le delizie di un nuovo ristorantino vegetariano, apprezzando e descrivendomi la raffinatezza dei piatti e permanendo (per ora) carnivoro.

IMG_0670

Senza sondaggi, ma tastando i gusti della gente e le nuove abitudini, segno dei tempi mutati è l’apertura a Montalcino di un negozio la cui insegna dice ‘bio’; ora, in questa terra di cacciatori, di salsicce, di carne che accompagna mitici vini, di gente ligia a una tradizione in completa controtendenza rispetto alle considerazioni che ho esposto qui sopra, accanto ai cibi della tradizione – il miele, il farro, le lenticchie, i ceci, i caci, l’olio extravergine e naturalmente i vini (rigorosamente bio o addirittura biodinamici) – ecco il futuro cosmopolita e nostrano che avanza, sotto forma di quinoa, soia, pasta integrale e panetti di tofu.

E se il vino resta il protagonista, la zizzania è un legume o un cereale alternativo al riso, e il latte di riso è apprezzatissimo dai neo-lattofobi, una casta tutt’altro che esigua, che mette a rischio i meravigliosi formaggi della zona, anche quelli bio.

Ogni tanto io penso al prosciutto, qualche volta ne mangio; ma so bene che perfino chi alleva animali non sfugge a una nuova forma di sensibilità verso la loro vita; è un sentimento che si sta diffondendo e che non necessariamente si traduce in astinenza; spesso prende la forma di una richiesta: un mondo meno ‘bestiale’, anche per gli animali.

Il cibo è davvero diventato conversazione e Expo – se la politica non è abitata da stupidi, come ogni tanto lascia intuire – potrebbe figliare una vera attenzione al riguardo, con molte implicazioni positive.

Possiamo, potremmo, nutrire un pezzo di mondo, spaziando dal porco al farro, ma saziando soprattutto la fame più sublime di quelli che non si accontentano di riempire solo la pancia, e mettendo a frutto vecchie nuove vocazioni, possiamo trovare strade nuove, nel cibo, nell’ambiente e nell’arte, per far avanzare la nostra civiltà.

Cipolletta

Stamattina, tra le notizie che ho ascoltato, ne ho annotate tre, da mettere in relazione tra di loro. Una è ovviamente quella che riguarda il Pil, che dai dati della prima trimestrale dell’anno in corso segna una contrazione; la seconda è un’apparente notiziola da niente sull’imminente apertura di farmacie per vegani di stretta osservanza (i vegani sono osservanti per antonomasia) e la terza notizia era il commento di Cipolletta al dato del Pil. Un commento sui cui contenuti e sul cui senso concordo totalmente.

Parto dall’ultima. Cipolletta ha dichiarato che si continuano a leggere i dati sui consumi (e sul Pil) con quelli che ha definito molto felicemente ‘occhiali vecchi’, cioè inadatti alla bisogna, e così finalmente ho sentito un commento utile e sensato a questa (ormai non più così definibile) “crisi”. Infatti chi vive la vita di ogni giorno in famiglia, in ufficio, in azienda, in metro in città, tra i piccoli imprenditori …, non ha potuto non accorgersi che tutti consumano – consumiamo – meno. A una seconda occhiata, non si può non accorgersi che i nostri consumi sono in evoluzione, in movimento; nel senso che dietro a ogni spesa c’è un pensiero, e se il primo pensiero è “posso?”, “ce la faccio?”, cioè riguarda la quantità l’ammontare della spesa (rispetto al proprio budget), cioè la ‘grandezza’, dietro questo primo (per molti inconsueto) pensiero ha cominciato ad affacciarsene un altro, di tipo qualitativo, che prende in considerazione la tipologia della spesa. E qui passo a considerare la piccola notizia dell’apertura di una catena di farmacie per vegani – cioè per quelli che non consumano nessun prodotto o sostanza di origine animale: no latte, no miele, no uova, no propoli; no a tutto ciò che appartiene al mondo animale -; non è una notizia così strana, in Europa, ma in Italia è abbastanza inedita. In Germania e nei paesi anglosassoni, lo stile vegano è molto più diffuso che da noi; personalmente sono almeno venticinque anni che scrivo ogni tanto su temi analoghi. Ricordo una lezione tenuta alla LUISS, agli studenti di giornalismo, a cui dissi che la nostra alimentazione sarebbe mutata di pari passo (e in conseguenza) con l’evolversi del nostro comportamento con gli animali e con la nuova sensibilità nei confronti della natura. Per andare un po’ sbrigativamente, la cosiddetta crisi ci ha spinti ad accelerare i nostri sentimenti in talune direzioni. Chi mangia di meno (indotto a fare un po’ di risparmio a causa della crisi) inevitabilmente si accorgerà di stare meglio (di salute) e allo stesso tempo contribuisce a creare una cultura, un’opinione, in quella direzione. Ancora una volta, il mercato si muove, in direzioni che non riguardano solo i numeri, ma anche generi, abitudini, stili, cultura; perciò leggere le quantità non è sufficiente per sapere dove stiamo andando. Cipolletta lo sa e lo sappiamo tutti noi che abbiamo lavorato – con passione e serietà – nel mondo della pubblicità, che – va sottolineato – non è quello di Berlusconi (semmai il suo è quello della propaganda che ha forzato e spaccato il mondo della pubblicità!). Peccato che non lo sappia chi governa, che non lo sappia la politica che si agita spesso a sproposito e in modo ignorante. Abbasso i sondaggi e viva le ricerche qualitative, dunque, che danno non solo i numeri ma anche conoscenza e pensieri per guardare al futuro con maggior consapevolezza.

Ghirigori

Un’arancia sul tavolo
Il tuo vestito sul tappeto
E nel mio letto, tu
Dolce dono del presente
Frescura della notte
Calore della mia vita.

Non mi sono d’improvviso appassionata alle poesie d’amore; questa – brevissima -, il cui titolo è “Alicante”, straordinariamente viene bene anche tradotta in italiano (e Prevert è così: scorrevole e facile, come una canzone che parla di giovinezza), è anche un bell’esempio di leggerezza, di quella levità così poco praticata, nella gente di Toscana, che pare non coglierla nemmeno nei propri paesaggi. Ma non la riconosce – e perciò non ne fa uso – nemmeno per parlare di vini, di luoghi, di stagioni.

Per raccontare luoghi in cui, oltre a crescere alberi sontuosi e vigne famose, pascolano greggi, pochi armenti e qualche notevole maiale, si dovrebbe avere la mano leggera e l’occhio vegano; sì, anche (soprattutto) per raccontare cibi impegnativi a gente che la carne la mangia, ma sempre di più in punta di piedi, anche senza aver letto Safran Foer.

Non so se è a causa degli eventi o delle fiction (che ci propongono quantità industriali di sangue umano – al cinema e in tv) che abbiamo cominciato a chiederci come hanno vissuto quelli che mangiamo, in attesa di essere ammazzati; non so nemmeno se questo dilagare della dieta vegana (600.000 nuovi vegani all’anno, in Germania, negli ultimi tre anni?) influenzerà più di tanto il nostro gusto, certo è che una bistecca fotografata, oggi, assomiglia troppo a carne ferita con arma da taglio. Per propormi la carne in quanto cibo senza ricordarmi l’Afganistan, devi avere la stessa leggerezza di Jacques Prévert  quando evoca una notte d’amore in una stanza poetica.

Vaga il pensiero, come in un disegno di Saul Steinberg le idee escono simili a ghirigori che prendono forma nell’aria. Se fai un passo indietro rispetto alla realtà – come un pittore che osservi la propria tela – non puoi non chiederti come mai nessuno tenga conto dello scenario che cambia e della necessità di misurarne i cambiamenti in modo oggettivo e non attraverso le proprie impressioni personali, rivolgendosi a professionisti sicuri, a veri esperti a istituti di grande affidabilità.

La diversa (rispetto a qualche anno fa) percezione di una bistecca, che ora mi appare come “carne morta” – eppure non sono vegetariana! – non è un mio sentimento personale. Stiamo tutti cambiando sguardo, mentre tutto sta cambiando intorno a noi. Eppure sento (e leggo) ancora lo stesso argomentare di anni fa. Tutti immobili? Tutti incantati? Forse sì: a me sembra di intravedere una direzione da dare ai miei pensieri, mentre come ghirigori in un disegno di Steinberg lentamente disegnano un paesaggio possibile.