Italia, Italia…

Vado all’Ufficio Postale e chiedo dodici francobolli. Strano, ma vero, l’impiegato si mette a sfogliare un faldone – ogni pagina girata appaiono francobolli diversi – indugia, mi guarda, poi volta ancora una pagina e ne estrae dei foglietti grandicelli. Me li sottopone insieme a un tubo di colla: “ognuno ha tre francobolli, per favore li incolli lei, però!” Così scopro una chicchina a me sconosciuta: un triplo francobollo (senza colla) dei Centocinquant’anni d’Italia, “Fatti d’Arme”, riportanti tre battaglie – Isonzo, Bezzecca e Porta Pia – documentati da dipinti di sapore vagamente romantico. Bellissimi, soprattutto commoventi; soprattutto in questi giorni di coda bassa, orecchie basse, di vergogna nazionale e internazionale.
Ne ho comprati più di quanti me ne sarebbero serviti, per ricordo; ricordo di un paese disseminato di idioti, di raccomandati, di mafiosi, di cocainomani da strapazzo, di sgrammaticati incolti, di politici e amministratori indegni, di personaggi più o meno noti che sarebbero presentabili se non si sapesse che sono ‘inviati speciali’ di altri … Eppure questa disseminazione, in cui non puoi fare a meno di inciampare di continuo, non riesce a cancellare bellezza, genio, capacità, dedizione, affidabilità, solidarietà e ancora bellezza: così tanta bellezza che neppure la massa critica costituita dalle troppe vergogne nazionali riesce a cancellare del tutto.
Unica, magra e – ammetto – inutile compensazione di questo orrore è il sospetto che da altrove, si guardi a noi come a qualcosa di cui bisogna assolutamente impadronirsi. Questa è, almeno in questo momento, la sensazione che provo.

Racconti del Tavolo

Se gli oggetti ‘significano’, allora il mio tavolo (o sono io ad essere sua?), il tavolo antico che mi segue da una vita, sa raccontare molte storie. Però i segni che incidono finemente la sua superficie – intessendosi con quelli del noce lombardo con cui è stato costruito – a me raccontano soprattutto quella della signorina Re e di sua madre – la signora Re, che me l’ha lasciato in eredità –.
Facevo il liceo e andavo “dalla signorina Re” per misurarmi un abito, o per prendere le misure per farlo, e scegliere con lei (sotto lo sguardo vigilante di mia madre) tra le belle stoffe che ci arrivavano dall’America.
Una decina d’anni più tardi avrei preso le distanze da quel mondo che andava spegnendosi, mentre dalla via Vincenzo Monti sarebbero stati sfrattati i vecchi milanesi, per far posto a una borghesia ancora discreta, ma già molto ricca e la mia generazione scopriva il made in Italy nelle boutiques.
Sarte e modiste finivano in periferia e subito dopo in disuso, ma ho fatto in tempo ad ereditare il tavolo, che funziona anche come macchina dei ricordi: basta passarci sopra una mano, o posarvi un oggetto e mi tornano in mente. Mi viene da una donna, morta molto vecchia, che aveva lavorato come sarta per tutta la sua vita, sul vecchio tavolo di qualcuno che glielo aveva lasciato, usato come piano su cui tagliare. Si era accorta che lo guardavo sempre e mi aveva detto che sarebbe diventato mio.
Ora che siamo entrati in un mondo che a tratti pare tornare quello della signorina Re, ma spogliato dai valori che rendevano interessante essere tutti un po’ poveri, penso a via Aurelio Saffi angolo Vincenzo Monti in quegli anni e a quelle due donne – così creative e spiritose – che una volta mi hanno cucito un vestito da ballo, infilandogli nell’ orlo il cerchio hula hoop, quando si usava la gonna “a palloncino”.

La Produzione della Felicità

Tra gli uomini importanti che ho conosciuto nella mia vita, Franco Biondi Santi si distingue – a mio, questa volta davvero modesto, avviso – per due tratti che lo rendono straordinario. Un carattere di fondo è la sua assenza di superbia, tutt’essendo consapevolmente orgoglioso di sé e del suo lavoro. L’altro aspetto – che si ritrova talvolta nei grandi artisti – è la capacità di rendere felici quelli che incontrano il suo vino (la sua opera). E’ come se lui ci mettesse un ingrediente unico, segreto e speciale.

Buon compleanno Franco Biondi Santi! Continua per molti anni a renderci felici.

La Cutrettola e il Pellicano

Ovvero come passare di colpo dalle gioie della campagna alla percezione del marciume in cui affondiamo. La cutrettola è un passeraceo molto singolare – ha una camminata lieve a cauta che la fa somigliare ad una danzatrice: infatti viene chiamata ballerina – e io ne conosco alcune famigliole che nidificano intorno al villaggio non natio dove abito. Osservare una cutrettola (che, tra l’altro, tende a interagire anche con gli umani) è una vera delizia; solo l’upupa riserva soddisfazioni simili!
Stamattina però ne ho incontrata una che non conoscevo, in un luogo inedito, ai bordi della provinciale vicino al ponte sull’Orcia, quasi in provincia di Grosseto. Pareva facesse l’autostop: quasi non si scansava al passaggio delle auto, tornando continuamente sui propri passi, sul bordo della strada che percorreva camminando su e giù, con una certa determinazione. Cercate una cutrettola e osservatela nelle sue azioni quotidiane: vi consolerà delle porcherie che quotidianamente potete scoprire leggendo ciò che resta della libertà di stampa del nostro paese.
Ma come – si può obiettare – il governo è cambiato, ora c’è gente davvero sobria, che finalmente si comporta e si esprime come dovrebbe farlo chi tiene in mano le redini di un paese, in un momento così delicato…
E sull’allure di chi governa il paese non c’è proprio niente da dire, se non quello che magistralmente – in poche frasi, infilate una dopo l’altra, con ineluttabile consecutio – osserva Travaglio (un giornalista che ho spesso trovato detestabile), sulla prima pagina del Fatto Quotidiano, oggi, dando corpo a tutto quello che pensiamo in tanti – diversamente appartenenti – ma che viene taciuto da tutta la stampa “che conta”. Più che malinconico, allarmante.

Cavoli Miei

Ho scoperto “le Colombaie”, un punto vendita senese di verdure cresciute in un grande orto omonimo, a Pian dei Mori, vicino a Sovicille. Tra una rapa e un porro ho trovato anche certi cavolfiori che mi piacciono moltissimo e ne ho acquistato uno. Mentre lo lavavo per cuocerlo (lessato poco, con poco sale e poi condito con olio e pepe), pensavo che questi cavoli – si chiamano cavolfiori romani? – mi piacciono prima di tutto esteticamente. Hanno un’aria orientaleggiante, un po’ stilizzata e quelle loro cuspidi paiono piccole pagode, e sono belle sode quando le metti in bocca; mi piacciono anche perché non acquisiscono mai quella patina un po’ viscida che ogni tanto prende i cavolfiori comuni (che pure sono molto gustosi).
Mentre lo mangiavo facevo una riflessione.
La vita in campagna, dove il controllo sociale è fortissimo, dove tutti sanno tutto (o presumono di saperlo), dove tutto viene letto e decrittato in chiave “bianco o nero”, “amico nemico”, eccetera, insegna a capire anche altri contesti e le conseguenti dinamiche.
Perché nessun luogo, come un luogo piccolo, ti fa capire quanto gli interessi di matrice diversa (ad esempio quelli pubblici, o quelli di lavoro, e quelli privati) sono spesso destinati a incrociarsi e mischiarsi tra loro; e come questo miscuglio sia poi ancora destinato a miscelarsi con sentimenti e pensieri; e quindi come il tutto, infine, dia luogo a comportamenti – magari un saluto particolarmente cordiale, o al contrario un saluto che improvvisamente diventa reticente – che non vengono capiti, soprattutto da chi è arrivato dalla città o da altri paesi lontani.
Curiosamente, la città, viene comunemente vissuta come “un luogo pericoloso”, mentre la campagna è gabellata come luogo idilliaco (e lo è, quando non attraversi sentimenti e interessi ignoti).
Chissà se l’espressione “sono cavoli miei“, invece che essere lo pseudo addolcimento di quell’altra più brutale e diretta, non dipende invece dal fatto che dalla campagna vengono i cavoli, appunto. E alcuni cavoli, magari un po’ diversi dai soliti, sono proprio i cavoli miei!

Nelle Nuvole

Il paesaggio è nelle nuvole, ma con i piedi ben in terra. Le nuvole si trasformano in nebbie, allagano la valle, si infilano negli anfratti e si impigliano nei tralci vecchi delle vigne che attendono di essere potate. Diventano un lago, là dove una volta c’era il mare: sennò come avrebbe fatto ad arrivare fin lì, sotto il Castello di Poggio alle Mura, l’enorme balena antica, di cui si sono ritrovati i resti fossili? Sennò come sarebbe diventata così speciale questa terra che è stata fondo marino, navigata dagli etruschi, percorsa dai soldati, cantata dai poeti, arata da migliaia di uomini che ci hanno lavorato? Così è il paesaggio in una delle sue mutazioni, di questa campagna. Le nuvole, oggi, sono solo un modo per cambiare faccia, nascondendo una parte di sé e rivelandone un’altra. Buon anno, paesaggio!

BUON ANNO?!

No – dico! – vogliamo augurare buon anno proprio a tutti? Tutti, tutti? Anche a quelli che ci hanno messo in crisi? Anche a quelli che vogliono farci vedere lanterne dove ci sono (pochissime, ormai) lucciole? Anche agli arroganti? Agli ignoranti con la pretesa di prevaricare? Anche ai molestatori dei più deboli? Anche ai capetti? Anche ai pistola? Anche alle caste? Anche agli intimidatori? Anche a quelli che toccano il culo alle donne quando pensano che nessuno li veda e ti minacciano quando sono certi che nessuno li sente?
Be’, cari amici, io a questi qui – e a tanti che hanno reso la nostra vita difficile (e a volte pericolosa), con comportamenti ambigui, insidiosi, al limite del lecito –, questa volta, non auguro buon anno.
Buon Anno, invece a chi sa ridere di sé stesso, a chi lavora duro per sbarcare il lunario, ai ricchi illuminati (pochi, ma ci sono!), ai troppi poveri (tanti e rapinati), a chi non serba rancore; buon anno a chi si ricorda degli altri, ai beneducati (pochini), a tutti quelli che sanno voler bene, a chi sa fare un passo indietro, a chi si scusa, a chi ha il coraggio delle proprie idee; buon anno ai generosi, agli imprudenti, ai visionari, a chi sa di non sapere abbastanza (e cerca), a chi si spende per gli altri (ce ne sono alcuni!), a chi sa apprezzare la franchezza, a quelli che la raccontano giusta, a chi si ricorda, a chi sa dimenticare … e a tutti i non allineati (con l’augurio che il non esserlo serva a qualcosa).

Natale & C.

Sono i giorni più difficili dell’anno; sono la riprova delle nostre contraddizioni. Sono come un parafulmine su cui si scaricano sentimenti e paturnie. E poi c’è il pranzo, responsabile – insieme a tutti gli altri episodi enogastronomici di questi giorni – di un nostro incremento annuale di 500 grammi di peso; un mezzo chilo che non smaltiamo più durante l’anno e che ci si accumula addosso insieme ai ricordi – quelli piacevoli e gli altri amarognoli – di un periodo dell’anno che emana un’atmosfera speciale, anche se te ne stai solo e fermo in casa tua.
Per questo Natale ho aperto un dono ricevuto da Franco Biondi Santi. Ho bevuto la sua bottiglia pensandolo con gratitudine.

Lampredotto’s Day

Non è la prima volta che il paesello riserva sorprese inedite. Avete visto le facciate spente e le imposte chiuse? E la piazza deserta? Negli stessi luoghi, basta il guizzo di un uomo che pensa ad andare avanti, che ha in mente le tradizioni e che sa bene quali sono, da sempre, le risorse indispensabili per superare l’inverno – iniziato giusto avant’ieri –. Sono sempre le stesse e vengono dagli anni non lontanissimi in cui erano il buon cibo (anche semplicissimo) e un buon bicchiere di vino a migliorare l’umore di chi conosceva soprattutto il lavoro.
Così ieri sera è circolato l’sms che prescriveva una merenda supermattiniera al Leccio, un’invenzione natalizia di Gianfranco e di suo figlio Luca. “Lampredotto’s day”, ha visto un’affluenza molto casual di genti ben mescolate – una classe unica senza discriminazioni sociali: buongustai –.
C’era il lampredotto, dunque (e chi non lo conosce se lo fa spiegare), il lambrusco che giocava fuori casa, il prosciutto dei luoghi e persino pasticcini immigrati dall’Amiata.

Buon Natale.

Scienza della Comunicazione

Sono giorni che mi scervello per capire il senso di questo annuncio ‘pubblicitario’, che di certo promuove un’attività non profit, ma di quale attività si tratti rimane un mistero. Se dovessi decodificare, dall’annuncio così come appare, un obiettivo della comunicazione, potrei azzardare qualcosa che assomigli a un’esaltazione della promiscuità ‘senza barriere né confini’, di nessun genere. Non riesco a capire però quale azione sociale possa richiedere l’accostamento di due modelli così stravaganti – sia chiaro che non lo sono in sé, ma nell’accostamento l’uno all’altro e soprattutto per l’uso che se ne fa –, quale pertinenza vi sia tra il claim “il cuore si scioglie” (e perché e come mai, esso si scioglie, e il cuore di chi?). Forse il freddo che è arrivato di botto mi ha intorpidito le facoltà mentali. Chi ha tirato fuori i non pochi soldi per pagare la pagina sul regionale de La Repubblica, con un annuncio che non annuncia? I veri lavori anomali comprendono i troppi svolti da persone perfettamente incompetenti. Più idraulici, per favore, e non per modo di dire.