Racconti del Tavolo

Se gli oggetti ‘significano’, allora il mio tavolo (o sono io ad essere sua?), il tavolo antico che mi segue da una vita, sa raccontare molte storie. Però i segni che incidono finemente la sua superficie – intessendosi con quelli del noce lombardo con cui è stato costruito – a me raccontano soprattutto quella della signorina Re e di sua madre – la signora Re, che me l’ha lasciato in eredità –.
Facevo il liceo e andavo “dalla signorina Re” per misurarmi un abito, o per prendere le misure per farlo, e scegliere con lei (sotto lo sguardo vigilante di mia madre) tra le belle stoffe che ci arrivavano dall’America.
Una decina d’anni più tardi avrei preso le distanze da quel mondo che andava spegnendosi, mentre dalla via Vincenzo Monti sarebbero stati sfrattati i vecchi milanesi, per far posto a una borghesia ancora discreta, ma già molto ricca e la mia generazione scopriva il made in Italy nelle boutiques.
Sarte e modiste finivano in periferia e subito dopo in disuso, ma ho fatto in tempo ad ereditare il tavolo, che funziona anche come macchina dei ricordi: basta passarci sopra una mano, o posarvi un oggetto e mi tornano in mente. Mi viene da una donna, morta molto vecchia, che aveva lavorato come sarta per tutta la sua vita, sul vecchio tavolo di qualcuno che glielo aveva lasciato, usato come piano su cui tagliare. Si era accorta che lo guardavo sempre e mi aveva detto che sarebbe diventato mio.
Ora che siamo entrati in un mondo che a tratti pare tornare quello della signorina Re, ma spogliato dai valori che rendevano interessante essere tutti un po’ poveri, penso a via Aurelio Saffi angolo Vincenzo Monti in quegli anni e a quelle due donne – così creative e spiritose – che una volta mi hanno cucito un vestito da ballo, infilandogli nell’ orlo il cerchio hula hoop, quando si usava la gonna “a palloncino”.

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