Signore e Donzelle

Credo sia stata la cena in onore dei maggiolai – insomma di quelli che a maggio vanno cantando e suonando, vestiti in costume, secondo tradizione – e pazienza se la suddetta cena si è svolta due mesi dopo.
Quello che conta è che quando le “ragazze” di Sant’Angelo, come le chiamo io, si mettono ai fornelli, per una cena di paese, c’è sempre la fila a prenotarsi, e vengono anche da lontano..
Il giorno in cui ritroverò, nel mucchio dei numerosissimi documenti fotografici che raccontano i miei ricordi  – storie e  paesaggi paesani, immagini delle cene  con “Picchio” che cucinava, il tavolo serpeggiante che attraversava la piazza, i piatti conditi di buona volontà e voglia di essere vivi e lì – mi verrà un colpo, perché quella gente se n’è andata per sempre, insieme alle storie, alle ricette poverissime, al lavoro che era pura fatica (ormai dimenticata). Per questo la dedizione (parola desueta, ma precisa) con cui le donne del paese puntualmente ricordano a loro stesse, a quelli che restano, ai parenti e agli amici lontani (e agli immigrati, quali la sottoscritta) ciò che resta di allora – le vecchie ricette, il fare insieme, un senso di solidarietà che travalica le rivalità paesane – questa dedizione non ha prezzo. Nella speranza che il gesto venga raccolto da chi succederà a queste mani e a questo sapere. Per la solidarietà son altri tempi, quelli di oggi; per il riposo, invece, il paese è pieno di angoli forniti di fresco, brezza giusta nonché panorama stupendo (per ora).

Beata solitudo

Una spiaggia quasi all’alba permette di pensare, prendendosela comoda, senza scotto alcuno. “Beata solitudo sola beatitudo” l’ho letto su qualche ‘regola’ monastica, forse; di certo sta scritto su una formella decorata fissata al muro di un podere bellissimo che sono andata a guardare da vicino, durante una camminata … solitaria.

Da sotto la sabbia tutto intorno alla mia postazione mattutina occhieggiano centinaia di migliaia di mozziconi, che impiegheranno qualche decina di anni a disfarsi rilasciando sostanze ad ogni ondata. Dopo la cocaina nelle fogne di Milano, la nicotina nel Mediterraneo.

Da soli, in mezzo a tanta bellezza ancora intatta ancorché contaminata dai rimasugli di bagnanti e vacanzieri, non si può non pensare a quanto siamo ingombranti e dannivi: raccogliere plastica, avanzi e mozziconi per lasciare solo avanzi della nostra biologia ci permetterebbe di illuderci di non avere lasciato tracce del nostro passaggio.

Italia in Fumo

Se una sera d’estate un architetto, o un avvocato, o un commercialista, o un medico – uno che è reduce da anni di studi, culminati in una laurea – va a cena in un bel ristorante, dopo aver ammirato il suggestivo paesaggio toscano, in uno dei luoghi più famosi per i costosi vini e la cucina schietta e nostrale – un luogo conosciuto e ri-conosciuto di là d’oceano e nell’universo mondo per la cultura e le bellezze naturali – e si gode la serata con altri architetti o avvocati o commercialisti e/o medici, tutti professionisti competenti e rispettati, tutti accompagnati dalle loro signore – signorili, eleganti, abbronzate, profumate con discrezione e con sciarpe di voile ton sur ton -, tutti in grande familiarità col batista di lino e il tasmanian.

Se una sera d’estate questi signori vanno a cena e, chiacchierando amabilmente dei loro fatti e di varia mondanità nel dopo cena, sublimano la serata in fumo di sigaretta, come mai gli è venuta l’amnesia del posacenere? Si vede che il fumo nuoce gravemente. Alla buona educazione. 

 

Distribuendo Bruttezza

Urbanistica, questa sconosciuta. Almeno così mi sembra, leggendo i giornali e guardandomi intorno. Mentre il buon Visco – neo Governatore della Banca d’Italia (non il solito pericoloso sovversivo) –  sostiene dalle pagine del Corriere della Sera (e non dalle colonne di un foglio alternativo e rivoluzionario) che per risollevare il nostro paese bisogna curarne l’estetica (oltre a consolidare il patrimonio immobiliare, cominciando da quello storico, per metterlo in condizioni di resistere ai terremoti), gli italiani – complice il caldo, la miopia acuta e la proverbiale sventatezza – provvedono a una tempestiva redistribuzione della bruttezza.
E in Toscana ciò ha una sua logica, perché questa sarebbe la regione della bellezza, sarebbe la regione che ha sdoganato la campagna, la ruralità, l’agricoltura e i suoi prodotti tipici e naturali, ad una Nazione di cittadini che andavano al mare o in montagna e che alla campagna associavano solo povertà, solitudine, lontananza dal mondo attivo. E la Toscana è anche la regione che ha saputo riproporre valori antichi – ora più attuali e ambiti che mai – all’universo mondo!

Ma la Toscana ora deve diventare più brutta, per poter stare nella media nazionale. Lunghe strade costeggiate unicamente da noiose colline coltivate, da noiosi oliveti, noiosissimi campi di grano con vecchi casali noiosi, pievi noiosamente millenarie, file di noiosi cipressi, tigli, lecci, pini italici, finalmente si svecchiano, lasciando il posto a fabbriche, fabbrichette, capannoni, e, eziandio!, un po’ di distributori di benzina, gas, gasolio eccetera, di cui sentivamo acuta nostalgia (ma non avevano detto che la rete dei distributori di carburanti doveva ridursi? Ma nessuno è mai andato oltre le Alpi, dove prima di costruire in paesaggi molto meno pregiati di questo, ci studiano a fondo?).
Dunque finalmente opere per sviluppare il turismo e incoraggiare la visita: affinché chi viene in Toscana non resti sconcertato dall’eccessiva armonia e dall’innegabile, ma noiosa, bellezza del paesaggio.

Forse c’era bisogno di un distributore, forse le centrali a biogas servono per far diventare la regione un modello del “carbon free”, ma a quest’ultimo proposito consiglio di fare un giretto dalle parti di Grosseto Est per ammirare l’incoraggiante accoglienza consistente nella centrale a biogas, completa di cupola (!), piscina puzzolente, e traffico di camion che trasportano i materiali che la alimentano.

Invece, a proposito del distributore che ha già fatto tabula rasa di un bello scorcio di paesaggio laddove venendo da Siena si svolta a destra, dalla Cassia, per raggiungere Montalcino e le famose vigne, basta passare di lì e gettare uno sguardo, perché si capisca come un avvocato – Giancarlo Cignozzi –  amante del vino e della musica si sia sentito in dovere di chiamare un po’ di giornalisti e dichiarare il suo sconforto.

Nessuno dice che non si deve fare nulla, ma prima di consumare suolo, ambiente, paesaggio e risorse economiche, siamo tutti ormai convinti di ciò che ha scritto il Governatore Visco: “perché la nostra economia si riprenda bisogna incominciare a curare l’estetica del nostro paese”. Magari incominciando a ricordarsi che esiste una scienza in cui gli italiani sono reputati: si chiama urbanistica e serve a conferire un aspetto armonioso alle attività produttive, alle abitazioni, alle situazioni paesaggisticamente rilevanti, affinché si costruisca migliorando l’aspetto estetico di ciò che ci circonda, per non distribuire bruttezza.

Paesaggio Toscano News

Chi non ha mai sentito parlare della delicata bellezza del paesaggio toscano alzi la mano.
Chi non ha mai fatto un viaggio anche lungo, per fare un “week end in Toscana”, o non ha mai desiderato ardentemente visitare i luoghi cantati da poeti, ispiratori di musica e protagonisti della grande arte italiana, alzi la mano.
Sto, ovviamente, rivolgendomi a coloro che in Toscana non risiedono o non vi sono immigrati. Tutti quelli che non hanno alzato la mano, perché conoscono o frequentano la Toscana, oppure ci sono nati (e guarda un po’, ci sono pure affezionati); che non alzano la mano perché hanno scelto la Toscana come luogo di vita e di  rinnovamento, come luogo di valori di civiltà altrove scemata; oppure non alzano la mano perché in Toscana vanno a fare vacanza o ci sono stati, almeno una volta nella vita – come pellegrini sulla via Francigena, come turisti, come studenti, come visitatori colti e appassionati -, tutti costoro potrebbero ricevere un colpo al cuore, prossimamente, quando e se uno dei punti della Via Francigena sarà (rischia di essere) arricchito da tre centrali a biogas, proprio a ridosso di una pieve che non ne sente proprio il bisogno.

Arricchito è un participio passato un po’ forte, che mal si adatta sia al percorso della Francigena e al paesaggio a cui fa riferimento il progetto che alcune (?) aziende stanno proponendo alla comunità locale, sia a questa stessa comunità e ai suoi amministratori, che contro questo tipo di arricchimento si sono schierati.

Perché è vero che il mondo sta cambiando e bisogna guardare a nuove energie – rinnovabili e sostenibili – ed è vero che bisogna essere attenti al “nuovo” e all’innovazione, ma bisogna innanzi tutto salvaguardare la salute e l’economia (e la bellezza!) delle comunità e dei luoghi. Bisogna tassativamente mettere in atto queste salvaguardie, altrimenti rischiamo di perdere la ragione stessa per cui il nostro paese piace e ha incantato per secoli gli uomini più intelligenti e sensibili dell’Europa e del mondo intero.

Ora il nostro paese piace anche – e molto – agli uomini del business; forse perché siamo in un periodo di immensa debolezza, e la nostra ‘pancia molle’ lascia preludere svendite e occhi semichiusi davanti alla prospettiva di qualche soldo (o qualche posto di lavoro).

Voglio ricordare, allora, che proprio ieri, sul Corriere della Sera – non una testata in mano a pericolosi sovversivi – il direttore Ferruccio De Bortoli ha intervistato il Governatore della Banca d’Italia – un uomo che ha familiarità (by definition) con l’economia e le banche – e questi ha sottolineato l’importanza di un restauro “estetico” e sottolineo estetico oltreché  strutturale del nostro paese, per rilanciare la nostra economia e rimettere ai primi posti il turismo. Perché, come ha detto un americano che ha visitato il luogo recentemente, “se voi costruite fabbriche nel paesaggio che noi veniamo ad ammirare per la bellezza (e per la serenità che è capace di comunicarci), noi in Italia non torneremo più”.

Non NIMBY, dunque ma una progettualità che tenga conto della delicatezza dei luoghi, della loro unicità a livello mondiale, della loro sostanza come risorsa attrattiva e come vantaggio competitivo rispetto a chi non ha storia né memoria.

Il documento che documenta le ragioni dei “no” alle tre centrali a biogas, alle monocolture indispensabili alla loro alimentazione, al traffico pesante per trasportare i materiali per integrarne l’alimentazione, all’inquinamento ambientale e paesaggistico connesso a un’operazione che sembra più orientata al business di pochi, anziché ai vantaggi collettivi – turismo in primis – è stato sottoscritto dai cittadini di un comune – Buonconvento – che è stato segnalato come uno dei “Borghi più belli d’Italia“. 

 

Laura Grimaldi

Un anello disegnato apposta per lei, l’eterno fumo di una sigaretta, la voce roca intessuta d’umorismo, l’inglese in tutte le sfaccettature e accezioni, l’incedere femminile e sicuro, alcuni vestiti molto belli. Le presentazioni alla forza di vendita.
L’insofferenza per certi tipi di mediocrità, l’amicizia un po’ spazientita con un grande editore; il coraggio e il sorriso.
Gli anni di incontri e lavoro, alla Mondadori.

L’intelligenza e il coraggio; il sorriso. Ciao Laura, non mi scriverai la dedica sul tuo libro.

 

 

Dedicato a Yves Bonnefoy

«l’Italia è stata per me, nella vita vissuta o in quella immaginata, tutto un labirinto di insidie e di lezioni di saggezza, tutta una rete di segni di una misteriosa promessa».
Il poeta francese ottantanovenne – è uscito l’anno scorso un Meridiano che ne raccoglie tutte le opere – ha scritto che nel paesaggio italiano ha trovato  e ritrova il percorso della sua ispirazione. Il paesaggio del nostro paese lo ha ispirato, lo ha mosso nel profondo, come è successo a grandi musicisti, a pittori e scrittori, che con i loro libri, con la musica, le poesie e le immagini che sublimano il nostro paese, hanno intessuto nei secoli un mito che si sta velocemente bruciando tra ignoranza e avidità.

Ogni tanto mi pare di toccare con mano questo spreco di bellezza e di ricchezza, anzi con i piedi. Mi è successo, per esempio, camminando una di queste mattine, sul ciglio di una strada bianca, dove essa fa una curva – intorno ci sono cespugli di cisto e lentisco e qualche ginestra, davanti la strada si apre incuneandosi nel bosco – e va verso un’abbazia millenaria.

Tutti i Colori di un’Albicocca

Tra le gioie della campagna, può esserci il buon cibo. Scrivo “può”, perché non necessariamente tutti lo cercano, lo offrono, lo sanno preparare. La confettura di albicocche (non è in vendita) di cui parlo è frutto di una serie di combinazioni felici.

Ho sempre amato la parola spagnola per albicocca – “albaricote” – perché col suo suono riesce a darmi l’idea del sapore di un frutto tra i miei preferiti (e di un colore che dice tutto il bene del mondo).

Amo l’albicocco di Fonterenza – piantato da noi, poche decine d’anni orsono -; un albero avaro, come spesso sono gli albicocchi, che sembra seguire un suo pensiero segreto.

Quest’anno si è esibito alla grande con una super produzione: tanti frutti, di taglia media, tutti sanissimi (e mai neanche un trattamento, da quando è stato piantato!). Le ragazze di Fonterenza ne hanno raccolto una cassetta e l’hanno portata a Luca – il giovane chef de Il Leccio – che ha fatto la sua parte preparando una confettura che poi userà per i suoi dolci ‘hand made’, che propone a clienti ed amici.

(Se capitate al bar, nella piazza di Sant’Angelo, di primo mattino, Luca o il suo babbo vi proporranno, insieme al cappuccino regolamentare, una fetta di una torta “della sera prima”).

Ecco la breve storia di questa confettura – dall’albero alla fetta di pane su cui è stata spalmata, da Luca – in una mattina di giugno, seduti sotto gli ombrelloni, nella piazza di Sant’Angelo in Colle, con una lieve brezza fresca che induceva alla lettura, davanti a una tazzina di caffè. Filiera breve=storia corta.

Que vivan los albaricotes 

Le mille luci del neo-enologo

Che il vino stia entrando nelle corde di molti personaggi, l’abbiamo capito. C’è D’Alema che con i risparmi di una vita ha comprato una tenutina, per mettere al sicuro il futuro della prole (tutti/e a fare il contadino!). Poi c’è Sting, con una tenutona in Toscana (e dove se no?) che, si è già capito, sarà il futuro suo come pierre del vino. Poi ci sono gli attori: la Sandrelli (però è anche nuora di Soldati!), quella francese di cui non ricordo il nome a Pantelleria, quell’altro non so più dove; poi ci sono naturalmente i giornalisti, in primis Lerner (in Piemonte, e dove altrimenti?), poi ci sono gli scrittori – e fa niente se non me ne viene in mente manco uno, perché da qualche parte ci sarà di certo. -.
Quello che invece mi mancava era uno scrittore che si autonomina “enologo”.
In una lunga intervista, in un noto dorso della cultura – genere e medium poco frequentati da quelli del vino, che i giornali li leggono solo per leggere numeri, o per capire a che punto è la notte – Il cosiddetto “edonista della letteratura americana” Jay McInerney si lascia andare con l’ottima Farkas, che lo stuzzica a modino, a dichiarazioni, come dire?, inedite. Una di queste diventa il titolo dell’intervista e pare davvero esagerata: “Ho bevuto in una sera 20 mila dollari di vino” che anche con il cambio che spiace a Obama fanno più di 30 milioni di vecchie lire, cioè praticamente la caparra per un piccolo appartamento.
Poi scopri che proprio oggi esce – per i tipi di Bompiani – “i Piaceri della Cantina” che è il suo libro di autoconsacrazione quale ‘critico del vino’ (ma mi pare che lui preferisca proprio enologo), e scopri pure, continuando a leggere, che – di vino, sempre – scriverà nientemeno che sul Wall Street Journal, come opinionista. Il vino è davvero pervasivo, si insinua nella vita di tutti, è immancabile, indispensabile, insostituibile. E qui si attorciglia anche ben bene all’editoria che sta tra quella cosiddetta “di consumo” e quella di profilo un po’ più alto. Ma dato che i vini si vendono (ancora) – nel senso che si ‘consumano’ e poi la bottiglia è vuota e se vuoi bere devi aprirne un’altra – mentre sospetto che con i chiari di luna correnti, i libri saranno vieppiù prestati (semmai ci si consumano su gli occhi,  almeno io), allora uno scrittore brillante si tiene un job di scorta, così potrà continuare a scrivere, e a bere, senza spendere i 20 mila dollari per bere da solo in una sola sera.

Attenti al lupo!

Un sound che ti ha accompagnato per tutta l’infanzia e per un bel pezzo di gioventù; una canzone le cui parole sono state interpretate in modo diverso, da ognuno di noi; l’amore per gli animali che in sogno possono anche diventare personaggi di fiabe da adulti; il Fosso Lupaio che segna il confine della tua terra; una voce che si interrompe per sempre (e di questi tempi ne senti anche di più la mancanza); fare vino prima di tutto per passione (intrattenere la terra e lavorare duro per farlo come pensi debba essere fatto);i tempi che raccontano nuove storie – più difficili, più appassionanti -.
Le emozioni e i sentimenti che imprimono nuova energia, e un lupo che ti fa venire voglia di cantare una canzone che lui cantava come nessun’altro può. Dedicato a Lucio Dalla