Non un granché, ma sempre ‘meglio di due dita negli occhi’. Anche un po’ di grandine, ma – pare – non micidiale. Una pausa attesa da mesi al




caldo insostenibile. La macchia intorno alle vigne che è diventata bruna – qualcosa di mai visto, mi dicono i vecchi – forse avrà avuto un piccolo sollievo. Il termometro è finalmente sceso (a mezzogiorno) sotto i 25°. Poi, nel pomeriggio, tutto ricomincia: umido e caldo, ma almeno abbiamo pensato (per un momento) all’ombrello come a un oggetto utile.
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Eid ul Fitr
Domenica scorsa è finito il Ramadan, ma al paesello non ce ne siamo accorti perché la comunità tunisina è partita per le ferie.
In realtà qualcuno è tornato – proprio domenica – e con un giovane uomo (che ha lasciato la famiglia in Tunisia) parlavo lunedì sera dell’articolo 28 della nuova costituzione tunisina, in cui le donne sono definite “complementari”. Quella definizione andrebbe a posizionare le donne quali accessori “utili” – all’uomo, alla famiglia, alla società – anziché rafforzarne la parità – finora molto teorica e più realistica nel nord di quel paese, ma totalmente disattesa al sud.
Curiosamente, il mio interlocutore, a cui facevo presenti le manifestazioni (di donne e di uomini) avvenute soprattutto a Tunisi, faceva mostra di non saperne niente, mentre in modo per lui inedito (e piuttosto acceso) rinfocolava il proprio diritto di essere ‘religioso’.
Un diritto che – ovviamente – do per scontato, anche se l’Islam, da queste parti, suscita molte antipatie. Ma le antipatie e la sensazione che esso sia una specie di ‘corpo estraneo’ sono legate molto all’alto tasso di ignoranza e di paura di ciò che è del tutto o poco conosciuto.
Siamo molto lontani dal concetto di “fascino della diversità”, da entrambe le parti – paesani e immigrati – i primi che mal digeriscono lingua, costumi e novità portati da questi lavoratori spesso più scuri di pelle (fattore che tutt’ora inasprisce lo sguardo dei nativi); gli altri, che sono arrivati qui per lavorare e che sono anch’essi piuttosto chiusi nelle loro abitudini. Non solo, ma gli immigrati stabili – che hanno acquisito conoscenza del lavoro e vi sono cresciuti dentro – con le rivoluzioni della primavera araba e la presenza tra noi di imam, hanno acquistato sicurezza e ‘cittadinanza’ e sentono profondamente i loro diritti ad affermare un senso della vita che io definisco – tra me e me – meno ‘pornografico’.
E’ paradossale – riflettevo, mentre chiacchieravo con il giovane tunisino – ragionare delle prospettive poco ilari per la metà femminile del cielo, in quel di Tunisia – stando però su una terra e in un paese in cui le donne sono viste ancora con occhio arcaico, anche (soprattutto) nel piccolo paese in cui vivo attualmente.
La Parte del Leone
Se c’è qualcosa di vilipeso, di frainteso da un popolo di giovani ed ex-giovani orecchianti è proprio la comunicazione. Una scienza che ha regole precise, ma che ha bisogno di un solido substrato culturale e di un tot di esperienza accanto a un maestro; proprio come accade per i medici e gli avvocati, o gli architetti e gli ingegneri, non basta un diploma per essere un punto di riferimento capace di migliorare l’immagine di un’impresa o la conoscenza di un prodotto: bisogna allenarsi accanto a qualcuno che sia più esperto…
In altre parole, non basta essere un ‘nativo’ dell’informatica che è sì un formidabile strumento, ma resta una “matita” da saper usare per esprimere concetti e contenuti, e questi contenuti per arrivare a segno hanno bisogno di essere elaborati in modo appropriato.
Poi occorre quella scintilla particolare, capace di farti aderire a una professione, che si chiama vocazione o istinto, o sensibilità.
Se tutto ciò è vero per quanto riguarda il mondo del profitto, lo è ancora di più per le imprese sociali, per la pubblica amministrazione, per le associazioni che diffondono azioni, supportano attività, propongono civiltà, salute, ecologia, solidarietà….
Nell’universo mondo ogni anno si fanno campagne – su tutti i media – per promuovere il vasto settore del non profit e c’è un uomo che ha creato – più di vent’anni fa – un’associazione con cui ha raccolto tutto il meglio di quel settore e lo ha schedato, creando così un archivio unico al mondo – per numero, completezza e qualità delle campagne – che sta diventando un punto di riferimento per la P.A., per le Università e per i settori più evoluti del non profit.
Pierfederico Leone è un vecchio leone della pubblicità che con determinazione e tenacia ha creato l’archivio ADEE, che raccoglie più di tremila campagne sociali, realizzate da agenzie e professionisti della pubblicità di moltissimi paesi del mondo. Lo ha fatto con un obiettivo che assomiglia a un sogno, che è quello di far crescere una nuova cultura della solidarietà, un mondo più civile, da lasciare a quelli che verranno.
Un modo innovativo di invecchiare: facendo la propria parte!
Il Nostro Amico Teo
“teosinte Erba annua (Euchlaena mexicana) delle Poacee, alta 1-3 m, con robusti culmi e con foglie e fiori simili a quelli del mais; i fiori femminili sono disposti in spighe, raggruppate in un’infiorescenza circondata da una guaina fogliare. Il t. è spontaneo nel Guatemala e nel Messico, dà abbondante fogliame e foraggio, per cui è coltivato nelle regioni calde e temperate dell’America, dove è anche infestante. Ricerche di genetica (ibridazione di mais e di t. con l’affine genere Tripsacum, studi citogenetici ecc.) suggeriscono che il t. sia il prodotto dell’ibridazione naturale del mais primitivo con Tripsacum, e che il mais coltivato si sia originato, nel Messico o nell’America Meridionale, da un tipo di mais avente chicchi rivestiti dalle glume e glumette e capaci di scoppiare se esposti a forte calore (mais da scoppio o popcorn degli Americani); tale mais, coltivato già più di 2000 anni a.C., sarebbe stato contaminato più tardi con il teosinte.”
La prima volta che ho incontrato il Teosinte è stato al Museo Pigorini. Un Museo che tutti dovrebbero conoscere; un luogo dove mandare i giovanissimi, a scoprire le meraviglie della diversità e a documentarsi sul ruolo dell’alimentazione nello sviluppo dei popoli.
Ho anche immaginato una creatura – Teo, il Teosinte divenuto bimbo – che dialoga, a scuola, con scolari e studenti – parlando di cibi e di prodotti, ma anche di problemi alimentari e di acqua – Perché già allora (2002), cambiamento climatico e problemi connessi richiedevano attenzione grandissima e urgente, da parte della politica e delle amministrazioni.
Ero stata colpita dalla lungimiranza della Provincia di Grosseto – soprattutto dall’assessore all’agricoltura (Alessandro Pacciani, docente a Firenze) – che sposava con entusiasmo un prodotto editoriale nuovo e spingeva per farlo adottare nelle proprie scuole. Ma è bastato poco tempo a far passare in secondo piano un’idea (che mi è stata regolarmente pagata!) forse non abbastanza elettorale.
Il Teosinte – il grano basico di cui si conoscono tracce plurimillenarie – non ha prodotto germogli, in terra di Maremma e insieme a lui – terminata quest’ondata di siccità – chissà quante idee e quanti spunti saranno rimasti nei cassetti delle pubbliche amministrazioni del nostro paese, sempre più occupate a vendere sulla stampa l’indispensabilità del proprio ruolo.
Così Teo è finito nella mia rubrica – un po’ supponente – “Margaritas ante 


Porcos“.
A Night in Tunisia
Fino a qualche anno fa, il muretto che circonda il piccolo paese toscano, nel suo lato occidentale, nelle calde sere estive ospitava la seduta della popolazione che prendeva il fresco – la maggior parte erano vecchi -; ora quello stesso muro sta subendo una mutazione profonda e bifronte.
I vecchi son morti, salvo le donne più resistenti e qualche vecchio nuovo che non fa testo. Le donne hanno scovato altrove un angolo per fare salotto, ci han portato delle sedie pieghevoli che son più comode (e hanno pure la spalliera a cui appoggiarsi).
Così, al tramonto, quando il paesaggio di questo versante dà il meglio di se stesso – talvolta mostrando l’isola del Giglio alta sopra le colline all’orizzonte, con l’ultimo guizzo di luce che inargenta il Tirreno – ora può succedere di vedere qualche coppia cinematografica – magari lei a piedi nudi – che va a sorbirsi qualche stilla di Brunello all’imbrunire, con uno dei venticelli in repertorio che a lei fa danzare l’abito intorno alle caviglie e a lui gonfia lievemente la camicia intorno al petto (il bianco è di rigore, mi raccomando).
L’altra faccia di questa nuova medaglia toscana si siede sul muro più tardi – dopo cena, Ramadan permettendo – con intenti identici a quelli degli abitanti d’antan: riposarsi dopo una giornata di lavoro. I gesti, però, la lingua e l’assenza totale delle donne mi ricordano con prepotenza che siamo approdati in Tunisia – paese d’origine dei nuovi abitanti del sito toscano – e che quello stesso paese ha appena stilato una nuova carta costituzionale, in cui la donna è “complemento dell’uomo”. In questo la Tunisia ci supera, almeno per chiarezza, dichiarando in tutta trasparenza la considerazione di cui gode l’altra metà del cielo nell’immaginario islamico.
Mentre nella mia mente insolve A Night in Tunisia penso che Gillespie doveva avere un’idea ben diversa – e più emozionante – di quel paese allora esotico.
Italia Olanda: o-o
No, non si tratta di calcio, né di altro sport. Si tratta di federalismo , di difformità culturali tra le nazioni che compongono l’Europa: in questo caso si tratta di due dei paesi fondatori del primo nucleo europeo.
Ho sempre osservato – da Milano – che gli svizzeri che ‘scendevano’ in Italia, mostravano immediatamente un loro ‘mister Hyde’ che invece restava ben celato a casa loro. Ho visto tedeschi compiere gesti inauditi, a casa loro, appena giunti nel Bel Paese, dove c’è certezza di impunità (con l’eccezione dei poveracci).
Mi mancava l’Olanda, anzi mancavano questi due olandesi, che ho incontrato in un bar, che anch’io frequento, dove fanno un caffè stupendo e cappuccini altrettanto buoni.
I due maschiacci – grandi e grossi, ciula e balossi – avevano scelto bene, in quanto a bar, ma la mattina era caldissima e il sole implacabile costringeva a camminare radenti ai muri. Così il duo ineffabile ha pensato bene di parcheggiare l’auto
sull’uscio della chiesa: più fresco e – volendo anche visitare la bella chiesa di Paganico (dopo l’italico cappuccino) – più a portata di mano e meno faticoso!
Quando hanno visto che facevo gli occhiacci si sono precipitati in chiesa….
La vera storia di Fratel Coniglietto
Che il mondo fosse pieno di esseri disumani già lo sapevamo. Che quegli esseri lì – davvero immondi – abbandonassero gli animali, lo sapevamo pure. Che ogni tanto agli animali abbandonati succeda di trovare qualche essere che invece si merita l’aggettivo “umano”, può capitare; ma al nostro eroe – Fratel Coniglietto – è capitata un’avventura singolare e sublime. Buttato (si presume) fuori dall’auto da un bastardo che aveva fretta di raggiungere il mare (magari con i figli, a cui era stato regalato il suddetto coniglietto bianco da compagnia), si è trovato nei pressi di una bella vigna di sangiovese, in un sobborgo di Montalcino. Accanto alla vigna abita un uomo che ci lavora e che possiede una bella coniglia – grande, robusta e materna – che ha subito adottato Fratel Coniglietto. (Pare che l’adozione non fosse così disinteressata; pare che ci fossero di mezzo mire sessuali: le coniglie, si sa, sono note erotomani, ma chissenefrega, l’ha adottato e, vi assicuro, lo difende dagli intrusi, ben consapevole di essere più forte di lui, più grossa e abbastanza aggressiva.). Lui, Fratel Coniglietto, è stato adottato anche dal padrone della coniglia e gode delle simpatie del proprietario della vigna; inoltre ha anche conosciuto una lepre con cui ha acquisito una certa familiarità.
Insomma, tra le tante storie di campagna, questa non prevede ‘cattivi’ e lascia intendere che tra tanti ‘capitani coraggiosi’ a volte può di più un cuor di coniglia 
….
Perché pago le tasse.
Me lo domando troppo spesso, quando sento le manfrine – spesso idiote – della politica. Me lo chiedo ogni volta che Monti non taglia ciò che mi immaginavo fosse stato messo lì a tagliare. Mi viene in mente ogni volta che realizzo che ho fatto la sciocchezza di lavorare – nonostante la tarda età, l’indipendenza economica e (così dicono benevolmente gli amici) i talenti di cui mamma e papà m’hanno dotata, in grado di allietarmi l’esistenza dandomi pure l’impressione di fare cose -.
Per una volta mi son risposta “ecco perché hai finora pagato le tasse” e vivendo pure in campagna, in un luogo che somiglia piuttosto a un esilio (seppur bellissimo) fuori mano, la risposta è stata doppiamente (seppure a livello mentale) entusiasta.
Inoltre ho doppiamente odiato tutti quelli che evadono, con l’esclusione di coloro che sono costretti a farlo, altrimenti non mangerebbero. Sì, perché diciamocelo francamente, le tasse sono sacrosante, tuttavia, per una serie di distorsioni pianificate scientemente a tavolino dagli inqualificabili gestori del nostro destino, esse sono regolate in modo tale per cui i ‘piccoli’ soccombono, i Goliath (troppo avidi e ferocemente ignoranti) godono di servizi gratuiti perché paiono nullatenenti, e i grandi evasori (però solo quelli grandi) se la passano allegramente.
Ci sono infatti due categorie cui non spetterebbe l’accesso a servizi (scuola, sanità) gratuiti, una è quella dei grandi evasori – per intenderci gli “scudati” a zero penalità, per esempio – e quella dei grandi proprietari di patrimoni che sono sotto gli occhi di tutti, verso cui l’occhio delle amministrazioni competenti è spesso incredibilmente benevolo (ungeranno?, mi chiedo ogni tanto).
E dopo aver espresso lo sdegno verso i parassiti che assediano il nostro paese, ecco la “menzione d’Onore” all’ospedale che sarebbe riuscito certamente a salvarmi la vita – nonostante la lontananza, la strada impervia, il traffico e la mia stupidità (di cui parlerò solo in privato) – se i sintomi che facevano presumere il pericolo si fossero concretizzati in qualcosa di più drammatico ancora.
Se ci fosse un Tripadvisor degli ospedali, vi raccomanderei Le Scotte di Siena e il suo pronto soccorso che è davvero pronto e davvero soccorre, i medici competenti, gli infermieri bravi ed efficienti, ma anche gentili, il senso dell’urgenza e della carità umana. Scusate se è poco, e di ciò offro uno spicchio “rubato” con la mia camera dalla mia camera dove sono rimasta in osservazione, per essere osservata in modo puntuale,
rigoroso e … salvavita. Le Scotte: perché talvolta pagare le tasse ti salva la vita.
Il Buon Governo della Lingua
Poteva essere il luogo ideale, uno dei luoghi ideali per farci una sosta. Le pareti esterne tinteggiate di rosa, il portico ombreggiato e profumato dagli alti pini circostanti, i tavolini di plasticaccia senza pretese che ti fanno intendere cose semplici, gente senza pretese; tutto faceva pensare a un luogo vero, come quelli che ancora immagini per un relax, dopo una giornata al mare…
E’ sabato, c’è poca gente, per essere in luglio; tanto meglio per quelli che sono qui, senza pensarci su troppo. Lo spread impazza, forse l’unico giornale non ansiogeno sarebbe La Gazzetta dello Sport, ma insomma, siamo in Italia – pur sempre un grande paese, pieno di risorse, come ci sottolinea la stampa quotidiana – abbiamo paesaggi (ancora) bellissimi, un sacco di storia antica testimoniata da piazze, chiese, palazzi, archeologia, quadrerie sconfinate, affreschi commoventi, ruderi suggestivi. Abbiamo storie più ruspanti e caserecce che hanno generato prodotti e prodottini; vini maestosi, pane croccante, formaggi che battono la Francia, zuppe da sogno, verdure profumate, frutti succulenti, pesci in tutte le salse, dolci per tutte le infanzie. Un paese da fiaba, con una lingua, inoltre, che tutti ci invidiano, che molti studiano; lingua considerata la più musicale, la più amabile, la più ambita …
Siamo riusciti a far fuori quasi tutto – paesaggi, siti archeologici, luoghi che riuscivano a raccontare secoli di storia solo a guardarli – ora smantelliamo anche la nostra lingua, attraverso il rassicurante politichese.
Per la cronaca: il caffè era buono, il prezzo giusto, lo scontrino in regola. Il panino invece era stato “effettuato” con un ciaccino che grondava olio stantio e racchiudeva formaggio fuso che sapeva di plastica ( avevo chiesto pecorino). Un panino osceno, ma effettuato, burocraticamente.
Per
dimostrare che non solo siamo sempre più ignoranti, ma ci vogliamo pure male.
Tradizione senza Tradimento
Quando mi ha messo sotto il naso quattro fior di zucca alla sua maniera, il giovane Luca – che ha guardato con attenzione la su’ nonna che li faceva ripieni, nella cucina di famiglia anni fa – forse non si è reso conto di aver toccato un tasto delicatissimo.
Come si fa a rimanere fedeli alla propria terra e alle sue tradizioni, senza tradirle ma riproponendole con passo più leggero e moderno?
Forse solo un giovane appassionato ci poteva riuscire: il risultato si intuisce facilmente dalle immagini: non sono riuscita nemmeno a stabilire l’inquadratura giusta. Le forchette si sono allungate nel piatto, la soffice ricotta, coi suoi profumi, era stata magistralmente avviluppata dai fiori che sentivano ancora la freschezza dell’orto (proprio come una volta, ma con più leggerezza). Mi sono immaginata la nonna di Luca che buttava giù uno sguardo compiaciuto a ‘sto nipote che si diverte a riproporre le sue ricette, mettendoci pure un pizzico di gioventù. Buon appetito. al Leccio, as usual


