Se non sei sommelier

DSCN1117Se sei un enologo tanto meglio per te; sei probabilmente più famoso di un attore, ben presto ti chiederanno anche l’autografo, sei un protagonista della nuova stagione, della way of life più desiderabile – the age of wine (copyright Biasutti) -; sei l’uomo più invidiato, che fa il mestiere più desiderabile … A meno che ti sia successo un incidente di percorso con uno dei tuoi clienti, come ho letto oggi sul Corriere della sera, pagine di Firenze: “enologo fiorentino stalker, pazzo di gelosia ha minacciato una sua cliente, ed è finito in manette”. Così almeno c’è scritto sul quotidiano in edicola oggi.

L’ho letto con scarso interesse, un po’ impigrita dalla canicola, un po’ distratta da altre idee sul vino – più profonde e interessanti -, trovate altrove. Ma, possiamo rendercene conto se non viviamo nelle nuvole, non passa giorno senza una notizia sul vino, sia essa di economia o di consumo (cioè di vita quotidiana). E non c’è vita quotidiana senza vino (così pare), o senza considerazioni sulla cantina di questo o di quello. Perché non c’è questo o quello che non abbia vigna o (più probabilmente) che sia esente da passioni enologiche. Ci chiamavamo Enotria e sarebbe bene che tornassimo a quel nome (o dovrei dire denominazione?). Non si beve ‘un bicchiere di quello bono’, ora si degusta: un verbo che trovo impiccione e un po’ disgustante come il suo sostantivo. Ma critiche lessicali a parte bisogna prendere atto della tendenza. Se avete figli o nipoti badate che non si accasino con un astemio (con o senza apostrofo e nel pieno rispetto del gender, o no: fate voi), sarebbe una iattura, finirebbero fuori dalla commedia quotidiana. Che sia almeno sommelier, e poi può anche essere avvocato o ingegnere, o quello che il mercato del lavoro gli consente di essere, purché sia sommelier e allora il dialogo è garantito e la socialità pure.

E’ strano rendersi conto della centralità del vino vivendo in mezzo alle vigne; ed è ancora più strano accorgersene quando sei in città e la gente sa che vieni dalla campagna (anzi da uno dei luoghi più rinomati del vino). Strabuzzano gli occhi e vogliono sapere tutto. Una volta chi aveva “la casa in Toscana” era guardato con invidia e concupiscenza (ricordo bene l’autrice romana di un best seller famoso sollecitarmi imperiosamente di invitarla in Toscana); ora fa più colpo chi svela di abitare in mezzo alle vigne – per esempio – di Montalcino. Oppure accanto a quelle dell’Etna, o in Piemonte (o nel meraviglioso Friul). Ma Montalcino ha più successo sia perché c’è un ‘residuo’ di Toscana che affascina tutt’ora (nonostante una serie di fattori l’abbiano resa un po’ antipatica agli italiani), sia perché il paesaggio qui la fa da padrone, sia perché il Piemonte non ha ancora recuperato il suo carisma d’antan (difficile non lasciare il cuore intorno a Barolo); l’Etna – bellissima e smagliante – è lontana e pochi conoscono il Friuli e i verdi turchesi di quelle parti (che ho ritrovato citati in una tavola di Paolo Caliari – “nell’Orto di Getzemani” – custodita a Brera).

Faccio una scommessa: quando qualcuno scoprirà quel colore vorrà essere in grado di risalire a un vitigno che gli corrisponda e correrà a fare un corso di sommelier.

A piedi, a piedi!

DSCN6504Un antidoto all’afa che riduce l’adrenalina a risciacquatura di piatti? Aprire e chiudere la giornata con una bella camminata veloce, incuranti dell’afa (di sera) e del sole che sorge (prima delle sei) al mattino, e ti trafigge gli occhi (occhiali scurissimi, per chi come me non se lo può permettere). Strasudati, via sotto la doccia; cene leggere (verdurine a gogo), notti brevi, ma adrenalina che torna ai livelli normali. Parola d’ordine: alleggerire (alleggerirsi). E con i ristoranti che brulicano di gente, i soliti adoratori del sole che al tramonto si appollaiano sulla sunset Promenade di Sant’Angelo in Colle – direte o penserete voi – con un bicchiere di quello super buono che dondola e rotea in controluce (come un secondo sole, non meno affascinante dell’altro), come si fa a fare il classico ‘passo indietro’ dalle gioie della tavola?

Semplice: ci si convince che è meglio così. Si prende l’abitudine di bere pochissimo ma straordinariamente bene (poi molta acqua); verdurine come sopra e piccoli piatti nutrienti ma di dimensioni molto contenute.

Ma allora sei a dieta?! Nossignori, si gode del poco e i pensieri propedeutici a tali obiettivi non mancano. Si acquisisce il cambiamento profondo e globale, che ci chiede di mutare e interpretare in modo non pietistico, non afflitto, questo nuovo tempo in cui se si vuole ostentare, non si può che esibire una nuova asciuttezza di costumi, di abbigliamento, e forse anche di parole. L’eleganza del ‘poco’ è riservata a chi sa come procedere per sottrazioni: meno mobili, meno suppellettili, meno ornamenti, meno trucco, … meno ciccia.

L’ormai vecchio Latouche ormai sussurra la sua predica, invita a scoprire l’eleganza della (falsa) frugalità, frequentare il tema della condivisione (indispensabile diventare solidali) e giustamente spara sul concetto di ‘crescita sostenibile’ bollandola come una locuzione ipocrita.

Andare a piedi oltre a giovare (v. sopra), a stimolare, ad allenare il corpo (ma soprattutto la mente!) permette di incontrare il mondo vegetale e dialogare con esso. Credo di aver già confessato che parlo con un albero – il fico magico del Ricci – e posso aggiungere ora che il fico mi risponde. Ho sentito sghignazzare qualcuno a questo riguardo, eppure è così. Non sempre gli passo accanto, ma ogni volta non manco di salutarlo e di fargli una carezza. Lui mi guarda e risponde. Una grattatina sulla sua pancia formidabile, poi via, con le adrenaline tutte ben messe a fare una doccia e a leggere qualcosa di fresco e di buon gusto, tipo Alan Bennett. Buona notte.DSCN6505

A Regola d’Arte

DSCN7180La Grecia, l’Europa, il debito pubblico, il PIL, il lavoro. Soprattutto il lavoro; questi sono i pensieri di oggi e scrivo “soprattutto il lavoro” perché se c’è il lavoro è come avere un’assicurazione sulla vita, contro tutti i rischi … Il lavoro dunque è strategico! Mi viene in mente passando per Via del Paradiso, dove oggi hanno smontato le impalcature necessarie a un restauro che è stato quasi completato e incontrando Roberto e Fabrizio che sono alle ultime battute di un lavoro, ben pianificato, che ha cambiato il volto di una casa che si dice sia tra le più vecchie (se non la più vecchia) del vecchio paese in cui attualmente abito.

E’ raro che mi soffermi a guardare (in questo caso addirittura ammirare) il lavoro dei muratori; perché troppo spesso mi è capitato di veder ‘tirar su’ delle cose che non mi piacevano affatto. Ora poi, con il consumo di suolo ben al centro delle cronache è ancora più fastidioso assistervi. Invece mi fermo per osservare i due – che conosco da anni – che con perizia hanno restaurato ‘sta casa, scrostando tutta la vecchia stuccatura e rifacendola a nuovo. E se ‘a nuovo’ suona maluccio riferito a una casa vecchia, vi rassicuro subito … dalla scelta del colore dello stucco – impastato dai due – al modo accurato con cui sono ridisposte le pietre – un vero ri-editing! – tutto viene fatto a mano e a regola d’arte … come l’Italia meriterebbe e come bisognerebbe tornare a  fare. Non per riportare il paese e il lavoro ai tempi oscuri d’una volta, con sfruttamento e schiavitù, ma per tornare anche ai lavori manuali che significano cura della bellezza.DSCN7165DSCN7177DSCN7178DSCN7165Mentre li osservo lavorare e guardo con quanta cura risistemano pietra accanto a pietra, affinché il loro “opus” segua un criterio ben introiettato nella loro mente (e magari anche nel loro cuore!), Roberto mi ricorda alcuni loro lavori che avevo avuto occasione di andare a vedere ormai parecchi anni fa … nel suo racconto fa capolino Bruno, che lui ricorda esser stato il maestro da cui ha imparato e mi viene spontaneo osservare che allora dovrebbero trovarsi qualche apprendista a cui insegnare. A Fabrizio s’illuminano gli occhi d’orgoglio mentre approva con vigore: affermo che in Italia è giunta l’ora del restauro di quello che c’è. E li vedo d’accordo. Penso che se nessuno impara, il paese perde davvero qualcosa di importante, perché questi uomini non sono nati qui inutilmente. La regola dell’arte l’hanno imparata da Bruno, ma la grazia e la maestria con cui sistemano le pietre rende la via del Paradiso – dove stanno finendo quel lavoro – degna del nome che porta. Mi suona un po’ retorico, mentre lo scrivo, ma fuor di retorica non trovo altre parole per dire che questa è davvero cultura!…DSCN7163

A Lezione dal Maestro, purché sia quello vero

Sì, purché sia un vero Maestro e lo sia anche con il cuore, cioè con uno slancio che gli viene da dentro e gli dà quella forza – quell’energia psichica – che i discenti riconosceranno anche senza accorgersene, senza razionalizzare.

In tempi di cibo a tutto spiano, purché sia commestibile e se ne possa parlare (o sparlare), spuntano a destra e a manca maestri di gelato, di cioccolato, di lievitazione (o forse di levitazione?), di sfogliatelle, e così via. La spiegazione del fenomeno forse non è solo nell’avvento di Expo, ma – a mio parere – sta nella spinta delle multinazionali del business che da tempo sanno che sette miliardi di uomini sono un target sicuro per un unico prodotto: il cibo e l’acqua.

Cibo che ha caratteristiche religiose, salutistiche, estetiche – etiche, mondane, e qualche volta (spesso?) diviene simbolo di un’appartenenza sociale (status symbol). Mangio (o non mangio) carne o nutrimenti che derivano dal mondo animale, digiuno per ragioni spirituali o perché me lo suggerisce (o impone) la mia religione, oppure me ne frego; non butto mai il pane (ed ecco che riscopro la panzanella) per ragioni scaramantiche o religiose, oppure perché non è elegante farlo (e non lo è davvero!). E così via.

In questo mondo in cui il cibo è tornato a essere centrale – come in tempo di guerra (infatti) – anche un panettiere di serie B, un po’ furbo o con un consigliere lungimirante accanto, può reinventarsi “maestro”, anche se non sa usare appieno la lingua italiana,  e aspirare a insegnare a nuove generazioni di donne e di uomini (che non l’hanno mai imparato dalle loro nonne smemorate), come si fa a fare un pane, o un dolce, o una crema, anche molto sempliciDSCN7027.Donne e uomini lo ascolteranno ammirati (più uomini che donne?), perché del cibo non si può fare a meno e sette miliardi di clienti vengono orientati, condizionati, pasturati come carpe, e sospinti a scegliere – in questo periodo – tutto ciò che è (o appare) home made, nei punti vendita imprescindibili, come Eataly insegna (in modo sempre meno convincente). Perché il cibo è soprattutto business e il maestro questo lo sa, perché ci campa: l’importante è che insegni con il cuore, affinché il suo pane (o quel che è) sia condito, non solo con gli strafalcioni ma anche con i semi del futuro. Scegliere il Maestro giusto, questa è la scommessa (e il mio augurio). Buon Independence day!

Da-lin da-lan noi siamo un clan

Se mai ho avuto la sindrome del nido vuoto – disturbo quasi impossibile per chi ha provato spesso un bisogno acuto di passare qualche momento in solitudine, come pausa tra incontri impegnativi o difficili – ora sto scoprendo la fisicità intensa di una rete del cui divenire non mi sono quasi accorta, tanto veloce e impalpabile è stata la sua costruzione, suggellata da nascite e nuove parentele interessanti e interessate a scambi di idee e di conoscenza … E il vino, inteso come comunità ricca di sfumature e di passione, aiuta, favorisce e alimenta l’interesse reciproco.

In pochi anni sono entrati nella mia vita nuovi paesi e nuove interessanti persone, trainati da due piccoli esseri consapevoli del loro potere. Il vecchio film – “sei gradi di separazione” – in cui  si teorizza che con sei passaggi di ‘testimone’ ognuno di noi può entrare in relazione con chicchessia, è largamente superato da una realtà che lascia vagare la mia immaginazione in tre continenti e tra idiomi diversi, inclusi alcuni dialetti e un vernacolo insidioso.

Perché ne scrivo? Mi sono accorta del valore di una rete (conosco e so pesare quella costituita dalle conoscenze che si basano sulla propria reputazione) proprio attraversando questi tempi difficili, in cui, per paradosso, mi pare che venga un po’ meno lo spirito di solidarietà, che a me sembrerebbe invece indispensabile. E l’idea di una estesa rete di relazioni parentali, con gente che lavora e studia in una miriade di settori molto diversi tra di loro, che vive in luoghi agli antipodi, per distanza o per settori d’interesse, che parla e pensa in lingue così diverse tra loro, mi appare come un’abbagliante ricchezza.

Provengo da due famiglie numerose e complesse, ma sono cresciuta come figlia unica, perciò più sola e impreparata alla moltitudine di relazioni tra consuoceri, cognati, parenti acquisiti: forse proprio per questa disabitudine, mi interessano molto e le sento come un accrescimento della mia esistenza e non come un limite o un intralcio. Sono arrivata a pensarmi come parte di una tribù, come membro di un clan e mi scopro a canterellare una tiritera che arricchisco giorno dopo giorno di nuove rime baciate, il cui inizio fa: da-lin … da-lan … noi siamo un clan … e poi prosegue – ogni giorno una rima – andando così a disegnare idealmente un paesaggio di persone e personaggi che formano tutti insieme un mio mondo immaginario che si aggiunge a quello in carne e ossa. Man mano che conosco e riconosco un nuovo membro della tribù ci ricamo sopra un verso che descrive e amplia, a modo mio, il mio clan: così affettuoso, variegato e vivace.

Raccontaci, Ascheri

DSCN6823Una domenica, un giardino che parla di usi di mondo e di sapienza di famiglia; la campagna intorno illuminata a estate. Un appuntamento classico in un luogo che dove i ricordi si intrecciano al presente. Il primo pranzo in giardino della stagione è un classico in sordina, in cui qualche volto giovane si mescola agilmente con signore e signori che hanno un’allure da volpi argentate (volpi ‘sparate’ diceva un collega, re delle ricerche di mercato, per definire quelli che avevano superato la settantina, indenni o quasi, perché solo sfiorati dalle fucilate della vita).

Da quando sto in campagna – e che campagna!: un vero luogo da privilegiati – di pranzi in giardino ne ho frequentati molti, locali e nei dintorni, ma meno che in città… Se stai in città, in un luogo minerale come Milano (i cui giardini sono e rimangono segreti), pare che ti colga una fregola irresistibile di verde, quando le giornate appena cominciano ad allungarsi e il tempo si fa tiepido; e allora i terrazzi diventano giardini.

Da Francesca, nel giardino incantato di ortensie e rami che si intrecciano sulla nostra testa, siamo stati invitati per ascoltare Mario Ascheri che racconta (che peccato che non lo possano ascoltare i giovani di questa terra che troppo poco sanno e ancora meno sanno di non sapere …) la storia dei Chigi. Mi auguro che l’Ascheri sia così generoso (e lungimirante) da inaugurare una serie di quaderni (“I Quaderni di Mario Ascheri”), di bel formato, centoventi pagine e le illustrazioni solo in copertina o b/n al centro libro, per raccontarci – con la sua maestria – queste storie di una terra di cui lui sa dire senza retorica, e con un certo ritmo da romanzo (e che nessuno osi pensare che ‘romanzo’ sia una diminutio, perché non è così) che tiene alto l’interesse della platea, nonostante la narrazione avvenga dopo pranzo (e che pranzo!) e dopo il piovasco vaghissimo che ha inquietato la padrona di casa e animato i convitati …

Mi veniva in mente un pranzo alla Giudecca, in altro tempo e altro giardino, dove il sole splendeva, ma le inquietudini erano ben altre che una tovaglia inumidita dai capricci del tempo. E ascoltando il professor Ascheri che ci dava dentro con energia – perché è uno a cui raccontare piace e lo fa con una passione contagiosa – pensavo che se ce ne fossero tanti, come lui – diciamo un migliaio, sparsi per il paese – e se li si potesse incaricare di narrare la storia e le storie dell’Italia, nei giardini, nei chiostri, in certe piazzette, in qualche radura, … oh raccontaci ancora, Mario Ascheri …

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Nel Prato Estivo

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C’è il calamo aromatico, e c’è il cardo santo, ci sono altea galega dragoncello e fumaria, e poi anche melissa e passiflora e santoreggia montana … Me li ritrovo nel piatto, nei tajarin di Mauro Musso, cucinati da Francesca, che li ha conditi con asparagi e fagiolini e qualche grano di un sale misterioso che insieme a un peperoncino abbastanza misurato (giapponese), coronano questa pasta – piatto unico per una quasi vegetariana come me – che accompagna un volante assaggio del Rosso delle mie figliole, appena imbottigliato e versato con orgoglio da Francesca che mi ha invitato a casa sua.

Per andare a trovarla ho fatto la strada bianca che porta a Sant’Antimo; per me è come andare al cinema, e il film è un pezzo della mia vita, di quando i miei tre figli piccoli venivano con me – sballottati in auto, da soli o con amici piccoli e grandi – e dividevano con me il paesaggio che ci scorreva accanto. Conosco a memoria vigneti e olivete, e anche gli alberi che bordano questa strada; ho mangiato questa polvere le numerose volte che l’ho fatta a piedi, per vedere meglio e per trapuntare con i passi e gli odori delle piante lo scenario che si attraversa, andando verso la vecchia Abbazia …

La sensazione di vuoto che provo ogni tanto, quando sento che tutto cambia e non tutto sarà come pensavo (pensavo?), ogni volta si colma con un guizzo di resilienza – modo o sostanza o energia, di cui abbondo e non so se esserne lieta -; quest’oggi i tajarin di Musso Mauro (se ne sconsiglia il consumo in gravidanza) sono la mia botta di resilienza-DSCN6794

 

Un giglio come metafora

DSCN6741Erano raffigurati su tutte le ‘immaginette’ della prima comunione. Appaiono pure nell’iconografia di San Luigi. Per tutta l’infanzia li ho detestati, per il profumo ridondante e per l’abbinamento a un concetto di purezza che puzzava di monaca; e io le monache le avevo subite, alle elementari e persino in prima media. Da un istituto religioso mi ero fatta espellere, dopo aver commesso una serie di nefandezze da bambinona silenziosa e testarda. Sempre in un’aura di profumo intenso, abbinato in modo, per me, quasi indissolubile all’immagine dei gigli.

Li ho amati invece dopo averli ammirati tutt’intorno alla Costaccia – piccolo affascinante podere dei vicini – e Lola, la mia vicina di podere me li aveva piantati a Fonterenza, per proteggere gli iris dalle ‘spinose’-. Lola portava un copricapo a cono per proteggersi dal sole e tornava dalla fonte, camminando silenziosa e dritta come un fuso, magra, con un portamento da contadina viet, infinitamente più elegante di certi signorotti banali. (La incontro ancora, Lola, a qualche anno dalla sua morte – avvenuta a novant’anni, sorbendo un cucchiaio di minestra poi reclinando il capo – quando svolto una certa curva, prima della fonte; e c’è sempre un ramoscello che si agita o una foglia che ha un fremito, per dirmi che lei è lì e pensa al tempo che farà).

I gigli dunque, e Lola Fagnani, con la sua voce acuta e sonora e il dono della terra: i suoi orti, le sue piante, i suoi fiori, e l’estetica della fertilità. Ora, stamane in particolare – dopo l’ennesima (milionesima?) cronaca di malversazioni, corruzione, ruberie in tailleur, cravatte firmate e autoblù, i gigli che perseverano a crescere, nell’incolto, tra i lavori che scaravoltano la campagna, talvolta deturpandone la bellezza, ritornano per segnalare con il profumo prepotente e il loro candore imperterrito, la necessità di recuperare la purezza, senza mezze misure. Non quella un po’ pelosa e sudaticcia a cui mi rimandavano le prediche delle monache noiose – di cui ho un pessimo ricordo – ma quella di una coscienza vitale e vivace, vogliosa di futuro, di pulizia e di energia intelligente. Gigli, insomma, da rivoluzione!

La vera storia di un addio

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Ci si immagina che chi, come me, non ha fede, non sia toccato dal destino di un luogo ad alto contenuto spirituale, come l’abbazia di Sant’Antimo, che da oltre un mese è al centro di incontri, commenti, versioni diverse.

Ma Sant’Antimo, e la piccola comunità di canonici premostratensi che l’hanno abitata da poche decine d’anni a questa parte, sono (stati) anche per la gente come me, fino a poche settimane fa una presenza speciale, nitida e irradiante, come il saio quasi candido indossato da quei monaci. Troppo carismatica per passare inosservata, la comunità di questi canonici è anche stata per lunghi anni, da queste parti, l’unico tocco di autentica eleganza (se l’eleganza è la capacità di esserci senza apparire, in senso ostentativo, ma lasciando un segno distintivo). Gli uomini angelicati dal saio bianco sono anche stati i testimoni del cambiamento che ha toccato i versanti delle colline, con la crescita di presenze – doviziose, anche se non sempre altrettanto carismatiche – insieme alla crescita di vigneti divenuti famosi, fino alla capacità, ormai acquisita da tutti, di pronunciare la parola ‘bellezza’ (pur dandole un senso economico). I canonici regolari premostratensi sono stati il contrappasso del vino e del suo opulento edonismo, ma sono (anche) divenuti con il tempo un complemento (un completamento, un cerchio che si chiude), pur non essendo astemi. Ora vanno via, lasciando desolata – con quella che è stata definita, dal Corriere della Sera, una fuga -, “per una guerra di proprietà di alcuni locali”, tutta una comunità che in vario modo contava su di loro; e so che il dispiacere è forte.

Lascio però ai giornalisti il compito di offrirci le varie versioni di una verità che pare un Rashomon della val d’Orcia, ma senza Kurosawa alla regia. Mi limito a pensare che forse, paradossalmente, questa non sarà (solo) una fine, ma è (anche) l’inizio. Di qualcosa di nuovo, perché le cose cambiano.

 

Lezioni di Giapponese

Il mio primo incontro con il Giappone risale ai tempi del liceo, anche se l’iconografia giapponese per me era riconoscibile sulla confezione di “Fleur de Rocaille”, il profumo di Rochas usato da mia madre quando ero bambina che annusavo di nascosto.

(Avevo già letto Mishima, al cinema avevo visto L’arpa birmana – Biruma no tategoto – piangendo lacrime amare: il Giappone era un mondo su cui l’America aveva gettato due bombe atomiche.) Il liceo, a Brera, era contiguo all’accademia di belle arti, già a quei tempi frequentata da stranieri attratti dalla fama dei maestri che vi insegnavano – Marino Marini, Pompeo Borra, Achille Funi, Guido Ballo -, e Brera, con il Jamaica e mamma Lina, Fiori Chiari, le sorelle Pirovini, le due strepitose cartolerie, la Scala, il Corriere, e le gallerie d’arte, era un polo magnetico della cultura internazionale. Hideo Hikeda era un giapponese del nord, beveva moltissimo vino (quel vinaccio che noi studenti bevevamo allora), era bellissimo, molto esotico e bravissimo fotografo: divenne ben presto il beniamino di noi pivelli milanesi, insieme alla Claudine che veniva dal Belgio, con le unghie laccate, il rossetto e un’aura di eleganza a noi sconosciuta.

Un Giappone molto più tradizionale entrò a casa dei miei genitori con Sanae Ando,  collega designer, nell’avveniristico ufficio sviluppo de la Rinascente dove un destino molto benevolo mi aveva offerto la prima occasione di lavoro in un ambiente che si ispirava alla ‘scuola di Ulm’. Per l’occasione, Sanae aveva indossato il kimono e viaggiato in tram (extracomunitaria ante litteram) nel gelido Natale milanese, accolta dai miei come una figlia, pensando alla sua lontananza da casa (conservo ancora alcuni dei suoi doni – piccoli capolavori dell’artigianato giapponese – che ci portò quel giorno).

Un’altra tappa del mio viaggio giapponese era stata più traumatica – imparando le tecniche per cadere – nelle prime lezioni di judo del maestro Takero, un campione che aveva aperto la prima palestra per l’insegnamento delle arti marziali in una Milano che si apriva a un cosmopolitismo senza scivolare nell’esotico. Per qualche anno mi sono procurata una serie di lussazioni che hanno segnato inesorabilmente le mie spalle, ma migliorato il mio umore interiore. Avevo già incominciato a usare Mitsuko, un profumo di Guerlain che nel ricordo si avvicinava molto a quello usato da mia madre, che nel frattempo era diventato introvabile. Un libro ereditato da Albe Steiner(repertorio delle simbologie giapponesi), la prima Pentax, le amatissime carte di riso stampate a mano, un ventaglio di carta rosso e oro, le kokeshi, il Giappone e la sua mostra, organizzata a la Rinascente: se guardo indietro nella mia vita c’è più Giappone che America.

Per questo, quando Hiro è sbarcato dal treno, mi sono ritrovata nel suo abbraccio e nelle sue risate. Come naturali erano i commenti sorti dalle situazioni un po’ paradossali, misurando i contrasti, nell’incontro tra occidente e oriente: visioni, modelli, interiorità, psiche, stili, colori. “Un modo diverso di pensare a dove andremo …”, commenta pensieroso.

Una lingua da guerrieri, il giapponese, con un fondo di crudezza coraggiosa, con inchini che ne sono parte integrante. Un Oriente lontano dalla Cina, un confronto DSCN2336da cui quest’ultima esce con un’immagine un po’ kitsch. Così Hirotaka, davanti all’insegna del “Bar Sayonara” mi dice, convinto: “è certamente di un cinese”, e invece – macché! – era un dopolavoro di Prato …