La vera storia di un addio

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Ci si immagina che chi, come me, non ha fede, non sia toccato dal destino di un luogo ad alto contenuto spirituale, come l’abbazia di Sant’Antimo, che da oltre un mese è al centro di incontri, commenti, versioni diverse.

Ma Sant’Antimo, e la piccola comunità di canonici premostratensi che l’hanno abitata da poche decine d’anni a questa parte, sono (stati) anche per la gente come me, fino a poche settimane fa una presenza speciale, nitida e irradiante, come il saio quasi candido indossato da quei monaci. Troppo carismatica per passare inosservata, la comunità di questi canonici è anche stata per lunghi anni, da queste parti, l’unico tocco di autentica eleganza (se l’eleganza è la capacità di esserci senza apparire, in senso ostentativo, ma lasciando un segno distintivo). Gli uomini angelicati dal saio bianco sono anche stati i testimoni del cambiamento che ha toccato i versanti delle colline, con la crescita di presenze – doviziose, anche se non sempre altrettanto carismatiche – insieme alla crescita di vigneti divenuti famosi, fino alla capacità, ormai acquisita da tutti, di pronunciare la parola ‘bellezza’ (pur dandole un senso economico). I canonici regolari premostratensi sono stati il contrappasso del vino e del suo opulento edonismo, ma sono (anche) divenuti con il tempo un complemento (un completamento, un cerchio che si chiude), pur non essendo astemi. Ora vanno via, lasciando desolata – con quella che è stata definita, dal Corriere della Sera, una fuga -, “per una guerra di proprietà di alcuni locali”, tutta una comunità che in vario modo contava su di loro; e so che il dispiacere è forte.

Lascio però ai giornalisti il compito di offrirci le varie versioni di una verità che pare un Rashomon della val d’Orcia, ma senza Kurosawa alla regia. Mi limito a pensare che forse, paradossalmente, questa non sarà (solo) una fine, ma è (anche) l’inizio. Di qualcosa di nuovo, perché le cose cambiano.

 

2 pensieri su “La vera storia di un addio

  1. Le cose cambiano, tanto è vero che non entravo in una chiesa neanche se ci venivo trascinato di peso e ora, da almeno un paio di anni sono dei luoghi silenti, freschi,pieni di luce dove ci trovo pace pur non avendo fede.
    Neanche un paio di mesi fa assistevo al gioco di due lepri sotto gli ulivi centenari accanto all’abbazia, pensando a quel concime celeste messo fra le viti nei vigneti accanto, a uel torrente che attraversa una vigna come una risaia, all’armonia di quel giardino interno e ai bovi che fino alla fine dell’800 riempivano di azoto la chiesa che era stalla e la casa massima occupata dal contadino.
    A SIena anche la chiesa è paranormale come tutto il resto.

    • La prima volta che ho visitato S.Antimo era piena di animali che cacavano sul pavimento: una stalla, praticamente …

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