Passaggi

E’ come quando, al cinema, il singolo fotogramma – senza smettere di essere movimento – ruota su sé stesso offrendoci una scena completamente diversa dal racconto che ci era stato fatto fino a un momento prima. Così sta ruotando tutto ciò che conoscevamo del mondo, e quello che pensavamo immobile, nel suo essere com’era, viene indotto o trascinato o sconvolto e quindi coinvolto e messo in movimento. In questo cambiamento, progressivamente accelerato, ci sono – c’erano – luoghi, pensieri, modi di essere apparentemente inamovibili, che restavano tali grazie (più che a intuibili omertà) al pigro conformismo di chi ha ‘mangiato la foglia’ e procede verso i propri obiettivi – grandi o più modesti – proprio grazie all’atteggiamento accomodante, non eccessivamente critico, salendo sul treno che funziona meglio …

Ma i diversi sipari che si alzano su zone e comparti del vivere, in tutto il mondo, mostrano a chi ha occhi per sentire e orecchi per vedere, che questa volta non cambia tutto affinché tutto possa rimanere com’era: no, questa volta è diverso. Ciascuno di noi è all’oscuro, ma tutti noi intuiamo che quello che veniva guardato con sufficienza o  supponenza, fino a ieri, oggi non desta stupore neppure nelle persone più semplici. Chi è più consapevole – difficile esserlo fino in fondo – questa volta non ha vantaggi; questa volta la consapevolezza è un premio di consolazione immateriale, e non compensa l’incognito.

Di questo passaggio abbiamo avuto, qui a livello locale, un’avvisaglia in certo qual modo emblematica (o simbolica?), ed è l’addio dei canonici regolari Premostratensi all’Abbazia di Sant’Antimo – che lasciano dopo trent’anni circa in cui sono stati, allo stesso tempo, una presenza sublime e un’attrazione turistica -. E, se non ci vedo male, avremo magari RSCN9120altri segnali, meno eterei e più forieri di cambiamenti ulteriori, nel prossimo futuro.

In un paesaggio quasi immobile, in cui il movimento era governato dai frulli di ali ormai ispessite e un po’ lente rispetto alle richieste epocali, qualcosa si muove forse tentando di capire il mondo che cambia, questa volta, non per modo di dire.

Tra un santo e un crostino

 

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Non sarà un addio – ci ripromettiamo – è un cambio della guardia; qualcosa che nemmeno avrei immaginato, pochi mesi fa.

La bella Abbazia di Sant’Antimo – un mattino di luglio stavo sdraiata nell’erba, dietro all’abside, disegnando gli olivi lucenti nella calura – sarà presidiata da altri religiosi che daranno il cambio ai Premostratensi, canonici agostiniani biancovestiti che tornano alla casa madre, in Francia … e a Sant’Agostino subentrerà San Benedetto (“ora et labora”); laicamente penso che cambia la Regola, rimane bianco il saio. E i fratelli di Sant’Antimo, che hanno anche presidiato come parroci questo villaggio di Sant’Angelo (luogo fintamente appartato, frequentato da regine, ministri e personaggi lustri e lustrabili: antico, cosmopolita, riservato, paesano, e un po’ snob), oggi sono nostri ospiti.

Oggi, una manciata di abitanti saluta chi parte e chi arriva; qui al villaggio, don Antonio, il nuovo parroco – un’aria tosta, di prete campagnolo, colto e spirituale quel che basta -.

Chi parte (i Premostratensi) sa bene che crostini come quelli che assaggiano alla Trattoria del Pozzo, nei dintorni della franciosa casa madre saranno introvabili.

 

 

 

 

A che serve diventare vecchi?

DSCN7859La domanda arriva in mezzo al petto e di prima mattina, come una fucilata. Me la pone una newsletter francofona che dà consigli di salute alternativi – spesso illuminanti, talvolta un po’ banali -. E subito mi elenca i disastri della vecchiaia: ossa e denti che vanno a ramengo, i capelli che cadono, il peso che aumenta, la memoria che svanisce; per non parlare delle malattie che si instaurano in questo panorama desolante.

Ma a me salta subito in mente Matteo Renzi, l’uomo che rottama e il disprezzo che testimonia quotidianamente per tutto ciò che è vecchio – a cominciare dagli esseri umani -; che cosa pensare a questo proposito: da un certo punto di vista lo capisco e lo giustifico, poiché (in un certo senso) non sa quello che dice. Inoltre penso che tra trent’anni, se avrà la (s)fortuna di invecchiare, sarà pronto a comprare l’usato sicuro, a cominciare da sé stesso. Penso alla precedenza che mi pare dia alle cosiddette grandi opere, su tutto ciò che racconta storia del paese Italia e le gesta dei suoi uomini più rilevanti.

Poi mi ricordo di Ray Bradbury e di quel suo racconto -“la decima vittima” o “la settima vittima” (uno dei due titoli è quello della trasposizione cinematografica interpretata da Ursula Andress in stivali bianchi, traforati, di Courrèges) -, in cui in un mondo affollato e imbelle qualcuno inventa un vero e proprio ‘gioco al massacro’, con cacciatori e ignare vittime designate, per dare una via di sfogo alla violenza repressa. E’ l racconto di un mondo in cui giungere alla vecchiaia è più difficile (perciò secondo i fondamenti del marketing più appetibile?) e comunque chi ci arriverà potrà dire di aver lottato per farlo.

A che serve, a chi serve, invecchiare? Se lo devono essere chiesto tutti quelli, tra coloro che ho conosciuto cammin facendo, che hanno scelto di non invecchiare oltre, o magari già vecchi di non vivere la stagione della vita da taluni indicata come quella della saggezza, da altri come l’età della beatitudine (come citava una mia amica): beatitudine magari ricercata e forse qualche volta raggiunta o scoperta.

Domanda – confesso – che non mi sono mai posta, prima di stamattina; nemmeno quando mi capita di incrociare vecchi decrepiti che trascinano i propri passi su un marciapiede sporco, o sostano nel sole appoggiati a un bastone, accecati dalla luce, annichiliti di fronte a una giornata vuota di fronte a sé. Domanda che non mi ha mai neppure sfiorato, nemmeno scoprendo che alcuni erano più giovani di me, con alle spalle una vita più piana e meno veloce della mia e forse persino più ricca di soddisfazioni e affetti.

Ho avuto la fortuna di incontrare alcuni maestri ammirabili e ho sempre guardato la vecchiaia degli altri con un occhio attento e con l’idea che la mia vita fosse intrecciata alla loro; pensando comunque che ciò che sapevo, capivo e conoscevo – vivendo – fosse anche legato a quello che avevo appreso, mimato, capito, imparato da loro, da quelli che avevano vissuto prima di me e stavano vivendo la vecchiaia prima del mio inverno personale.

Dico in generale, ovviamente, perché a parte alcuni scienziati o grandi professionisti e tecnocrati, in questa epoca di continua innovazione tecnologica e di scoperte scientifiche, uno deve guardare ai giovani per capire e sapere come usare uno smartphone o come funziona una app; ma non è esattamente questa la “conoscenza” a cui mi riferisco. La mia citazione dei vecchi come testimonial e maestri di vita e conoscenza è legata alla loro esperienza, e prima ancora al senso che hanno dato alla loro vita, senso che può essere diverso per molti e che può mutare vivendo stagioni diverse, più o meno appaganti.

Quello che ora mi scoraggia e mi impedisce di rispondere alla domanda che mi è arrivata stamattina è la constatazione di una diversità di sensibilità che si è acuita, proprio in questi anni di cambiamenti e di mutazioni. Mi sembrava che nel mondo dei consumi, in fase di globalizzazione giungesse da oriente un senso diverso, più profondo per chi è giovane, con un invito a guardare oltre le rughe e la voce tremula, più appagante per i vecchi con la prospettiva di un ruolo dignitoso e rispettabile in una società alla ricerca di esperienza. Dimenticavo però che la globalizzazione ha realizzato soprattutto un unico macro obiettivo: quello di rendere tutto più effimero e superficiale, come un fast food per anime vaganti.

L’uomo che sapeva

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Tutto si stempera nel ritmo implacabile del mondo vegetale. E nessun verbo è così male assortito, quanto il “vegetare” attribuito alle esistenze perse al pensiero, alla volontà, alla propria evoluzione. Persino quando agonizza e poi muore (muore?), il mondo verde mi pare determinato ai suoi scopi, al disegno che coltiva e persegue.

Tutto si stempera guardando questo autunno che sfolgora e attenua. Anche i necrologi che annunciano la partenza per il dove misterioso di conoscenti, compagni di scuola e di avventure, ex-fidanzati o sodali in imprese più o meno utopistiche, o anche persone appena sfiorate ma stimate e ammirate, oppure colleghi e capi con cui ho condiviso brani di una vita che a tratti mi pare inventata durante un dormiveglia un po’ ebbro – in preda a sinestesie – non fosse che mi rimangono ricordi non solo virtuali, né solo memorie di una signora svagata e in disarmo.

Così non è stato immediato il soprassalto di dispiacere e poi di rammarico acuto, quando leggendo quasi in automatico le colonne dei necrologi, il nome di Pino Buongiorno se ne è uscito galleggiando a mezz’aria. E mi è tornata in mente una delle ultime volte in cui l’ho incontrato e parlandogli per mezz’ora, gli ho raccontato una storia che già mi sembrava inverosimile, eppure era accaduta, e il suo sguardo si faceva sempre più attento annodando il mio racconto a fatti concreti e inseriti in uno scenario di cui conosceva contorni e implicazioni. E non ho mai scordato il suo commento lapidario che mi fece capire quanto il mondo in cui viviamo può essere pericoloso, nella sua quotidianità.

Poi la natura prende il sopravvento e le nostre vite, ogni tanto, mi appaiono marginali rispetto ai progetti del mondo vegetale; mentre l’autunno si esibisce con chiaroscuri e sfumature, lasciandoci intendere che sorprese e cambiamenti potrebbero essere anche notevoli, il ricordo di PB si mescola a quello di giorni che stanno diventando un’epoca e a luoghi che appartengono a un racconto da riservare a quelli che vogliono capire. Perché ricordare e basta, non serve a nessuno.

Sublimare il porco

Ovvero chi siamo, dove viviamo, che cosa mangiamo

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Ricordo che una ventina di anni fa, in tempo di vacanza, passavo spesso a piedi per la strada che da Sant’Angelo in Colle conduce a Castelnuovo dell’Abate, cioè all’Abbazia di Sant’Antimo; a qualche chilometro da Sant’Angelo, mi capitava di incontrare una grossa scrofa che pascolava nell’oliveta sottostante la strada bianca, da cui ne ammiravo le evoluzioni. Si chiamava Tina – me l’avevano detto gli abitanti del podere – e al richiamo, quando era lontana, arrivava al galoppo, facendo tremare la terra. Avevo preso l’abitudine di portarle una mela o un pezzo di pane raffermo e Tina rispondeva all’appello con tale entusiasmo che pensavo mi riconoscesse.

Un giorno, passo di lì e mi metto a strillare per chiamarla, ma Tina non risponde e io – da vera milanese che guardava la campagna con affumicati occhiali cittadini – busso al podere e chiedo ragguagli.

Tina non c’è più, mi rassicurano, “l’è salami”; io resisto al groppo di pianto, penso che comunque non sono vegetariana, ma non tralascio un apprezzamento un po’ sciocco: “oh ma era così buona!”.

Quello del podere, non so se ironico o sarcastico, mi rassicura dicendomi che Tina è sempre buona: “anche ora”.

Mi torna in mente questo episodio, leggendo la recensione a un libro dell’antropologo Marino Niola, che ‘fotografa’ il nostro approccio al cibo, analizzando il profondo cambiamento dei consumi; saltano agli occhi le nuove sensibilità, che aggregando le persone in veri e propri gruppi, in questi anni sono diventate sempre più visibili, fino a configurare nuovi mercati e nuovi interessi.

Vent’anni fa leggevamo le mappe dei consumi, per capire – attraverso i cluster psicografici – com’era il profilo ideale di un potenziale lettore di libri; oggi, quegli stili di vita che parevano numericamente flebili si sono consolidati e spesso radicalizzati, dando vita a un universo alimentare variamente segmentato, con l’irruzione sulla nostra tavola di istanze ambientaliste, salutiste, etniche, religiose, animaliste, spirituali, paesaggistiche; e forse ho dimenticato qualcosa …

Ai tempi della pubblicità – quella vera, scientifica, che deve servire a vendere e non altro – è nozione acquisita che non puoi pensare di fare una campagna per vendere un prodotto, se non ci sono i presupposti per affermarlo; sembra una banalità, ma non siamo arrivati a tenere in rispettosa – se non reverente – considerazione i vegani, oltre agli ormai scontati vegetariani, per inerzia; né la “massaia” (che nel frattempo è diventata sempre più unisex e spesso gay – Barilla insegna –) pretende il “bio” solo per sentito dire o perché sempre più spesso l’aggettivo ‘biologico’ qualifica un cibo più sicuro (o più benefico, o meno inquinante, o più salutare).

Il cibo è diventato conversazione, è affermazione – non tanto di un’identità nazionale o regionale –, è divenuto (non solo diventato) un presidio culturale, nel senso più profondo dell’aggettivo. Io mangio così, perché così io penso, così io sono.

Penso quindi mi nutro; e i pensieri, spesso inespressi, latenti, magari vaghi, vanno e provengono da molteplici direzioni: la crisi ci ha abituati tutti a una maggiore attenzione (anche quelli che non hanno troppo sofferto in questi anni), una specie di pauperismo è diventato quasi un modo nuovo di consumare (meno, ma meglio); sempre la crisi ha accelerato un processo di maggior attenzione agli sprechi, anche ambientali; la crisi, ancora, ci obbliga a volgere lo sguardo alla ricerca di risorse che possano diventare lavoro, nuovo lavoro.

Queste considerazioni sfiorano appena la complessità di un cambiamento di sguardo generalizzato – quindi anche a proposito del cibo – di cui è urgente tenere conto, perché al capolinea delle scelte diverse che diventano di massa, ci sono posti di lavoro, tipi di attività, situazioni economiche – che cambiano, che crescono, che cessano di essere redditizie –.

Chi scrive è tutt’ora onnivora – ma in modo residuale e con notevoli contraddizioni – difatti mi rendo conto di evitare la carne e pure il pesce, ma mi capita ancora, ma raramente, di mangiarne. Vivo in Toscana e in campagna, cioè in un contesto più carnivoro di quello da cui provengo; molti anni fa, arrivando dal nord non mi pareva vero papparmi una fetta di arista, tagliata spessa, colante olio profumato, tenera e invitante e appagante; e mai l’avrei chiamata Tina, me la sarei sbafata e basta.

Ora, il mio avvocato – cacciatore di lungo corso – mi ha confidato, senza sentirsi un traditore della patria tosco-senese, le delizie di un nuovo ristorantino vegetariano, apprezzando e descrivendomi la raffinatezza dei piatti e permanendo (per ora) carnivoro.

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Senza sondaggi, ma tastando i gusti della gente e le nuove abitudini, segno dei tempi mutati è l’apertura a Montalcino di un negozio la cui insegna dice ‘bio’; ora, in questa terra di cacciatori, di salsicce, di carne che accompagna mitici vini, di gente ligia a una tradizione in completa controtendenza rispetto alle considerazioni che ho esposto qui sopra, accanto ai cibi della tradizione – il miele, il farro, le lenticchie, i ceci, i caci, l’olio extravergine e naturalmente i vini (rigorosamente bio o addirittura biodinamici) – ecco il futuro cosmopolita e nostrano che avanza, sotto forma di quinoa, soia, pasta integrale e panetti di tofu.

E se il vino resta il protagonista, la zizzania è un legume o un cereale alternativo al riso, e il latte di riso è apprezzatissimo dai neo-lattofobi, una casta tutt’altro che esigua, che mette a rischio i meravigliosi formaggi della zona, anche quelli bio.

Ogni tanto io penso al prosciutto, qualche volta ne mangio; ma so bene che perfino chi alleva animali non sfugge a una nuova forma di sensibilità verso la loro vita; è un sentimento che si sta diffondendo e che non necessariamente si traduce in astinenza; spesso prende la forma di una richiesta: un mondo meno ‘bestiale’, anche per gli animali.

Il cibo è davvero diventato conversazione e Expo – se la politica non è abitata da stupidi, come ogni tanto lascia intuire – potrebbe figliare una vera attenzione al riguardo, con molte implicazioni positive.

Possiamo, potremmo, nutrire un pezzo di mondo, spaziando dal porco al farro, ma saziando soprattutto la fame più sublime di quelli che non si accontentano di riempire solo la pancia, e mettendo a frutto vecchie nuove vocazioni, possiamo trovare strade nuove, nel cibo, nell’ambiente e nell’arte, per far avanzare la nostra civiltà.

Dire, pensare, disegnare

DSCN8556E’ una grazia ricevuta, un soccorso nei momenti di cupezza, un’idea di estrema indipendenza, uno spasso, un motivo di buonumore: disegnare è pensare, specchiarsi nel paesaggio, vedere oltre. Disegnare è anche scoprire un sé misconosciuto o ben celato sotto strati di materiali vari …

Ne scrivo perché quello che per alcuni privilegiati è un talento, per tutti può essere una di quelle scappatoie dalla banalità o dalle ansie quotidiane. Provare a disegnare la propria ansia, senza sperare o supporre di creare chissà che, può essere un’attività foriera di sorprese, tutte gradite, tutte in grado di arricchire chi si lascia andare – e lascia scorrere la penna o la matita sul foglio -.

Ed è ben diverso dai virtuosismi di chi acquerella (i pochi bravi acquerellisti sono veri artisti che creano immagini grandemente evocative); disegnare (come scrivere a mano)è come avere un gomitolo confuso dentro di sé e dipanarlo mentre la penna scorre sul foglio. Come tutte le attività manuali-artigianali, disegnare dà una grande soddisfazione psicofisica: c’è qualcosa di impagabile nel riuscire a rendere concretamente visibile qualcosa che uno ha in testa, magari in modo confuso. Lo stesso accade con la scrittura a mano: è come se i pensieri fluissero giù per la testa, lungo il collo, sulla spalla e poi – aggirando il sovra spinato (un muscolo che fa scherzi da prete alla maggior parte degli ultrasessantenni troppo baldanzosi) – strisciassero giù per il braccio e l’avanbraccio, fino a entrare miracolosamente nel pennino o nell’inchiostro della stilografica e andassero a fare i loro bisogni sul foglio immacolato. E possono anche essere pensieri, idee o forme terribili, ma saranno liberati dalle loro ombre, dagli eccessi inesprimibili, dall’indicibile.

Per questo mi mettono in ansia i programmi scolastici, i nuovi protocolli che vanno a regolare i rapporti scritti tra persone e/o istituzioni, in cui si prevede l’esclusivo uso dei supporti digitali. Il dito (la mano) – evocato dall’aggettivo ‘digitale’ è totalmente eliminato e viene considerato solo come uno strumento. Ma strumento è invece la macchina, che a volte si impadronisce dei nostri pensieri e li rivela …

Fare, disfare, illuminare

RSCN8394Guardare, vedere – tutti lo sanno – sono due azioni diverse, con due diverse conseguenze. Non solo vediamo raramente “la trave” nel nostro occhio, ma a volte non vediamo nella giusta luce quello che ci circonda. Può dipendere dalla stessa luce (“godere di luce riflessa” e innumerevoli modi di dire lo suggeriscono), oppure dalla nostra psiche che riflette visioni, parole e pensieri a modo suo.

Ci sono quelli che ‘quest’oggi ha sbagliato pasticca’ (e vedono in modo stralunato), come mi dice un amico romano, con quel cinismo utile a sdrammatizzare la vita quotidiana; ci sono quegli altri che hanno le ‘fette di prosciutto’ (magari ricavate dal proprio piede di porco) sugli occhi e non ci vedono affatto, ma descrivono cose mai viste.

Un poeta dalla vita controversa, conosciuto per lungo tempo, mi aveva messo nella categoria di quelli che hanno l’occhio come quello delle mosche … è passato molto tempo da allora, e quando ho “guardato” il cipresso solitario che resiste nel paesaggio lungo la strada che scende da Montalcino a Torrenieri, mi è parso di “vederlo” attraverso un velo di lacrime. Mi sono affidata alla tecnologia giapponese capace di sana obbiettività alle emozioni e ho scattato. Ho capito che non erano lacrime ma un fiume di pioggia che batteva sul vetro e raccontava tutt’altro. Mai settembre è stato così poco retorico: niente tepori, niente sfumare dell’estate, niente sfolgorii da ricordare per intiepidire i mesi bui a venire.

Siamo passati dal caldo “sopra la media” a un clima che gela un po’, ma che ha anche il merito di riportare alla realtà, dopo un’estate eccessiva. Come in un’immagine o nei suoni, sono le differenze – qualche volta i contrasti – che aiutano a mettere a fuoco, guardando, e a vedere più chiaramente. Non solo come metafora, ma proprio nel quadro delle cose che accadono. Così una bella amicizia, ritrovata, può illuminare e scaldare; e aiutarci a vedere e apprezzare la differenza, tra sentimenti diversi e non tutti luminosi.

 

Il tempo del vino in uno Schluck

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Quando penso all’Europa, la mia immaginazione ha sempre visualizzato un ideale ‘insieme’ di paesaggi, genti, prodotti, cultura che vengono da lontano e che vivono nella modernità. Una modernità privilegiata da una ricchezza culturale che la protegge dalle banalizzazioni e dagli appiattimenti del falso mito della globalizzazione, e che le dona invece un cosmopolitismo naturale e consapevole: qualcosa di lieve e persistente, come i profumi della vendemmia, che aleggiano da queste parti, in queste settimane.

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Un’Europa fatta di gente che conosce la storia di ciò che produce, e che è consapevole (ma in modo … naturale) dell’effetto che fa, produrlo, e in giro per il mondo.

Questi pensieri, mentre pranzavo con Paul Truszkowski e Julia Klueber – domenica, nel sole, a Sant’Angelo in Colle – mi ronzavano in testa, tra un antipasto vegetariano e un tortello all’olio e salvia (“I like butter” mi dice Paul, ma l’ho convinto a provarli con l’extravergine e il parmigiano, alla mia maniera) e, ovviamente, una bottiglia scelta – quella sì – da Paul.

Quando hanno appoggiato sul tavolo la loro creatura di carta (per vedere l’effetto che fa), ho avuto un doppio soprassalto. Doppio: uno che riguarda l’Italia che (troppo poco) legge e l’altro legato ai vissuti del vino tra la (maggior parte della) gente del vino.

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Ah se tutti gli uomini (e le donne: ma le donne son meglio) che fanno quel meraviglioso prodotto si strofinassero gli occhi e bevessero qualche libro …, ah se tutti quelli che qui (e là) incontro, sposassero la consapevolezza … allora sarebbe davvero vero quello che ieri un nostro noto uomo politico ha detto (“possiamo essere un grande paese”, o qualcosa del genere, nonostante le virgolette).

“SCHLUCK”: un’onomatopeia per dire ‘inghiottire in un sorso’. Da adottare immediatamente, una parola che nella mia bellissima lingua non esiste, ma in Europa sì. Da sfogliare, per ricordare che siamo europei (se scegliamo di esserlo), solo se lo sentiamo e se capiamo di che cosa siamo fatti. Da leggere – personalmente con fatica: in tedesco – e da guardare, per ricordare la grafica che non è decorazione ma una scelta per dare significato. Da guardare per tirar fuori – a costo di andare a ripetizione – quello di cui i grandi vini hanno bisogno: non degustazioni, ma sentimenti, tutte quelle vibrazioni che sanno evocare, a cominciare dall’erotismo (ho scritto ‘erotismo’ e non altro), cioè qualcosa di completamente sconosciuto se si sta solo e sempre seduti davanti alla tv …

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Poi mi sono chiesta che fortuna avrebbe in Italia un semestrale raffinato ma leggibile e fruibile, in un pubblico che legge scarsamente; poi mi sono ricordata di qualcosa che la gente del vino forse ignora o sottovaluta e cioè che libri e vino, da sempre vanno insieme (leggere i monitor psicografici, please), che un bicchiere sta bene con un libro e che raramente è un bicchier d’acqua. Poi mi sono domandata se in questi tempi difficili ha ancora senso avere questi pensieri e mi sono risposta di sì, confortata nientedimeno che dal presidente della Repubblica che, silenzioso com’è, quando apre bocca ricorda che la cultura è un ponte su cui cammina il mondo verso il futuro (e non è una banalità, gentili signori!). Poi ho pensato che tutti questi pensieri vanno condivisi, perché i profumi che aleggiano nel tempo della vendemmia non possono solo tradursi in “degustazioni”, ma devono tradursi in emozioni: altrimenti avranno vita breve e prezzi bassi.

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E io so bene che per decifrare le emozioni, capirle, viverle e comunicarle servono strumenti culturali: senza di quelli il vino – anche il più grande – vale meno, molto meno.

Tutto questo ho capito in uno schluck.

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Una flor para la Carmen

Troppe volte mi ritrovo a leggere con rammarico e un po’ incredula la notizia della scomparsa di qualcuno che ho conosciuto in anni intensi, in casa editrice; del resto una grande casa editrice è un vero e proprio palcoscenico in cui entrano – qualche volta irrompono – i personaggi più diversi. L’altro ieri, quando ho appreso della morte di Carmen Balcells è stato un po’ come se fosse morto un’altra volta Gabriel Garcia Marquez.

Negli uffici dell’agenzia letteraria della Carmen, allo storico indirizzo di Diagonal, avevo incontrato per la prima volta il grande Gabo, che aveva chiesto di vedermi per discutere dal vivo le copertine dei suoi libri (che voleva uguali, in tutto il mondo e in tutte le lingue in cui erano tradotti, a quella che il mio editore gli aveva proposto). Un incontro che aveva eccitato tutta la casa editrice, perché l’autore era stato conquistato, ma nessuno – nemmeno l’editore in persona – l’aveva conosciuto personalmente.

Lui indossava abiti vagamente contadineschi, di un marrone intenso e caldo, come gli occhi, i baffoni, i capelli … tutto, proprio come l’avevo fatto disegnare da un amico, per una bellissima affichette realizzata in occasione del Nobel che gli era stato conferito; era, insomma, esattamente come appariva nella mia immaginazione, o come alcuni dei suoi personaggi.

Ma la Carmen – grandi gonne, toni spenti, capelli raccolti, aria paciosa che non traeva in inganno – era un concentrato di energia, di intelligenza costruttiva, di dinamismo tutt’altro che scontato. Una persona da ascoltare e da guardare fino in fondo, per scoprirne sfumature e filigrana. Una donna che non dava niente per scontato e che dominava i suoi amatissimi autori. Di salute instabile e sguardo attento, mi avrebbe aiutata enormemente, negli anni successivi a fare le scelte giuste per Marquez che si fidava e affidava alla sua intelligenza.

L’ultima volta che l’avevo incontrata, nel suo ufficio sulla Diagonal, ero andata a Barcellona per presentarle la donna che si sarebbe occupata dei suoi autori e ci eravamo salutate con la promessa di una sua visita a Siena, per vedere i paesaggi di questa campagna, “se la salute me lo permetterà”. Una volta di più per imparare che certe promesse vanno coltivate alacremente, se si spera davvero che siano esaudite.

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Voce Amica

DSCN7808La parola resilienza mi fa tornare in mente l’immagine della farina sulla spianata da impasto, e la mezza tazza di acqua tiepida e leggermente salata che viene versata nel centro di quel vulcano bianco che dovrebbe trattenerla per impastarsi e diventare tagliatelle; e l’acqua pare si ingegni per uscire, dividendosi in mille rivoli, da quella prigione bianca. Poi penso agli alberi quando si protendono tenacemente alla ricerca della luce, quando questa è bloccata da una parte. L’epilogo sarà diverso, perché l’acqua sull’asse per fare la pasta dei miei ricordi infantili non sfuggirà al suo destino alimentare, e invece un albero che tende tutto sé stesso, (a costo di “cambiare idea” o portamento), per sopravvivere o per crescere meglio, ce la farà.

Imitare la resilienza degli alberi? Non so, ma certo per cambiare e fare in modo che il cambiamento sia un’evoluzione (qualcosa di costruttivo e di vitalizzante) richiede lo sforzo di imparare l’attitudine di quell’ albero alla ricerca di luce, o forse anche di prepararsi a fare “la fine” dell’acqua che diventerà tagliatelle (cioè qualcos’altro). Il senso della resilienza, almeno per me, è quello che ci capita di sentire in certi momenti in apparenza insormontabili quando si è chiamati ad affrontare e risolvere difficoltà e amarezza (che ogni tanto la vita ci propone) senza consegnarsi alla rassegnazione e al comodo pessimismo, ma cercando alternative, con attitudine positiva. Evitando magari di fare la fine dell’acqua e cercando di comportarsi come un albero che insegue la luce bloccata da un lato, volgendosi da un’altra parte.

Per questo concordavo con la voce amica che stamane mi rivelava di trovare ‘ispirazione’ (e forse anche ‘consolazione’?) in un quartetto di Franz Schubert che aveva ascoltato al risveglio e che gli aveva regalato, aprendo gli occhi, la forza di affrontare un lavoro impegnativo, in una giornata più difficile delle altre.

Amo molto Mendelssohn che ascolto spesso, ma la musica di Schubert è capace di farci andare alla ricerca della luce, e vedere da che parte arriva, come fanno DSCN7808gli alberi – creature solo apparentemente immobili.