Il senso della politica, nell’orto

L’inverno non ha una sola faccia; mentre si annuncia più crudo, con le temperature che scendono e i venti artici in arrivo, vado a visitare l’orto della nostra canonica; è un fazzoletto di terra, racchiuso tra muri vecchi e di bell’aspetto, minuscolo teatro delle gesta della gatta Rachele, che ama restarvi imprigionata (preferibilmente d’estate) e luogo prediletto di Alba – donna di talenti e volontà – che qui li esercita, realizzandosi.

Un orto, che è un giardino, che è una serie di pensieri, che è un luogo di sogni (e perché no, di illusioni), che fa pensare alla terra e al cielo, contemporaneamente. Al cielo, data la contiguità con la chiesa parrocchiale e la profusione di fiori; alla terra, grazie ai frutti, che sono un po’ come i pensieri di Alba quando prendono forma e sostanza, e colori.

Un orto ci può salvare la vita, esattamente come la bellezza e i buoni pensieri; e quest’orto – e i suoi pennuti e discreti abitanti – esprimono dell’Italia, in questa fase da basso impero, ben più di quello che sanno dire i politici in cashmere e in loden: talento, passione, amor proprio, senso estetico, dignità del lavoro. Un orto per salvare l’Italia?  estetica dell'ortoValerianaGalline veggentiMa che cavolo vuoiuna rosa è una rosa è una rosainsalata un po' spaventataSì, mi pensi? Ma quanto mi pensi?piccoli miracoli canonici

Il Piatto Piange

Due righe al volo, per ricordare a chi magari legge questo micro-blog che oggi è stata data notizia della chiusura di Richard Ginori. Una notizia che non può lasciare indifferenti tutti coloro che hanno a cuore il futuro del nostro paese.
I tag che ho messo a questo post vogliono ricordare altri tempi e uomini politici di ben altro spessore, rispetto allo squallore odierno e nostrano. Quando ho sentito la notizia di RG, stamattina, mi è venuto in mente Claude Neuschwander, un capo che ho avuto ai tempi in cui ho lavorato in e per Publicis Conseil – la più grande agenzia di pubblicità francese. Neuschwander mi è venuto prepotentemente in mente, a causa della sua presa di posizione su l’affaire Lip – una fabbrica storica di orologi che ha rischiato di andare a rotoli negli anni intorno al sessantotto – e non casualmente, perché il comportamento di CN, già impegnato e vicino alla politica, nella Francia di quegli anni, è stato molto diverso dall’indifferenza che avverto a proposito di Richard Ginori. Indifferenza, o altri interessi?

La sensazione che il meglio dell’Italia – non sempre rappresentato da forzieri traboccanti euro – i marchi più antichi e pregiati (Richard Ginori è attiva dal millesettecento!), il know how più raffinato, gli archivi ricchi di iconografie rare e ricchissime – insomma ciò che costituisce la spina dorsale della nostra storia stia per essere ceduto – svenduto – ai furbetti amici degli amici giusti, è molto forte.

Questi trecento lavoratori (e le loro famiglie) sono importanti, ma non ci si deve “limitare” alla loro tutela, perché se RG viene chiusa (e poi magari riaperta altrimenti e altrove), a questi lavoratori ne seguiranno altri; ma non di “solo” lavoro si tratta, si tratta di un futuro che viene tolto a tutto il paese.

Non lasciamo che i servizi di piatti dei nostri genitori diventino mero antiquariato, facciamo in modo che i nostri figli possano fare merenda in un piatto da dessert di Richard Ginori, (più che un piccolo lusso è soprattutto un segno d’affetto), con tutto ciò che questo comporta.

Il Bello e il Brutto

Sgombriamo il campo dagli equivoci – senza voler demonizzare, ma giusto per capire se si è sintonizzati correttamente – e proviamo a ragionare su ciò che aiuta a rendere gradevole (qualche volta eccezionalmente bello) un luogo, diventando un elemento da tutelare, e quello che costituisce bruttura (magari solo secondo quelli un po’ più esigenti) e che contribuisce perciò a respingere il visitatore.
Insomma, con questa che non è più una crisi, ma un ridimensionamento degli interessi, che si tramuta rapidamente in economia, cioè in benessere-malessere, (quasi) tutti capiscono che laddove ci sono degli elementi che possono avvantaggiare un luogo, richiamando visitatori che vengano a soggiornarci e che se ne tornino poi a casa loro, parlandone bene (meglio se benissimo), bisogna metterli in risalto (il che non vuol dire creare superfetazioni fasulle); mentre se ci sono elementi che disturbano l’armonia e la bellezza di un luogo è urgente eliminarli – dirimendo, beninteso, ciò che vi sta a monte – .

Questi criteri, quasi banali, ora sono divenuti l’elemento portante di una strategia da adottare con urgenza, per limitare le perdite di interesse e di credibilità nei confronti del nostro paese e delle sue “bellezze” di cui ci riempiamo la bocca (ma che non sempre teniamo in adeguata considerazione); ora non è più tempo di sorvolare, perché la concorrenza è molta ed è implacabile e si gioca su diversi livelli – cortesia, efficienza, onestà (!!), esclusività, bellezza – ed è proprio con la bellezza che a volte si riescono a compensare altre magagne nazionali. C’è il bello e c’è il brutto; io penso che si debba dare la precedenza al bello e sanare rapidamente le brutture. Perché a volte basta un elemento negativo a scassare l’armonia di un luogo bellissimo. Sì, lo so, sono banale.

La sera andavamo al Jamaica

Sfoglio i giornali che parlano del nuovo anno e vedo – mica tanto tra le righe – fin dove è scivolato il paese; lo metto a confronto, allora, con quella stagione della mia vita in cui ho ricevuto in dono una visione del mondo come luogo di promesse – lavoro, creatività, operosità, cultura – in anni ancora segnati dalle ultime tracce del dopoguerra; quel tempo in cui Milano (non a caso, Milano) era diventata quasi in modo arcano, il centro dinamico del pensiero e delle idee…E come vorrei che i giovani – ma anche quelli più maturi (che però oggi appaiono ancora molto giovani) potessero mettere a confronto quel tempo di fermenti genuini, con l’attuale stagione del mercato e del commercio delle idee.
Designer, fotografi, scultori, giornalisti e attori, artisti e galleristi, scrittori, poeti, filosofi erano il caleidoscopio vibrante che diffondeva idee, nutrendo l’immaginario delle prime generazioni affrancate dalla guerra.
Quelle strade che univano, nel centro di Milano, il Poldi Pezzoli , gli uffici dell’Olivetti, le gallerie d’arte (la Blu e il Naviglio, tra le altre), la Rinascente, il Corriere della Sera, Brera (con l’Osservatorio, l’Accademia e la Braidense), la Scala, la Banca Commerciale (con l’imprinting di Mattioli), la Permanente, e il Palazzo Reale, …, pullulavano letteralmente della gente che ha fatto da levatrice a un’Italia nuova, traendola dalla miseria, dall’analfabetismo, dal fascismo latente (e mai del tutto spento).
E prima o poi, durante la giornata, li incontravi al Jamaica; Guido Vergani, Gianni Dova, Romano Lorenzin, Franco Russoli e Guido Ballo, Sandro e Guido Somaré, Luca Scacchi Gracco, Alfa Castaldi e Mario Dondero, Luca Crippa, Uliano Lucas, Lucio Fontana e Marco Valsecchi, Pietrino Bianchi, Roberto Leydi, Eco, Baj, Del Pezzo; Max Huber, Tullio Kezich, Cardazzo,Schifano, La Pietra, Mulas Provinciali, Zavattini, la Cederna e Salvatore Quasimodo … un Olimpo dell’intelligenza in cui noi giovanissimi studenti ci tuffavamo, abbastanza consapevoli del nostro privilegio, istintivamente consci della ricchezza a cui avevamo accesso. Un miracolo che è durato fino a metà degli anni sessanta, e che permane nelle sue forme – notevolmente addomesticato – anche oggi, per ricordare, ma ormai solo al turista (ahimé!), un’Italia povera, assetata di crescita e di conoscenza, un paese emozionante, industrioso e ingenuo, pieno di sogni e con il coraggio dell’intelligenza.
Ho ritrovato tutto, con le foto che mi han fatto fare un bagno di giovinezza (di quelle toste!) in un libro che rende assai bene quel tempo ricco; un bel libro e una carrellata di facce immortalate dai più grandi fotografi del nostro paese.
Jamaica, Arte e vita nel cuore di Brera – Rizzoli -.

Speriamo di fare Tredici, con la Forza delle Idee

Chiudo l’anno seguendo la celebrazione di un funerale. Era quello del Morino – un uomo malato che però riusciva a curarsi e a vivere una vita più che decente – ; era cacciatore, cinghialaio e se non sbaglio fedelissimo del piddì. E’ morto d’imprudenza, inopinatamente. Una cosa che può capitare a tutti noi, girando l’angolo sbagliato, o attraversando la strada al buio sottocurva, com’è successo a lui. L’Implacabile Signora è sempre lì, a sfogliare la sua Agenda. Altro che l’Agenda Mari-e-Monti, flebilmente diccì, pronta ad associarsi al piddì, per spremere ancora un po’ là e un po’ lì.
E allora auguri, via: pieghiamoci volentieri al vecchio rito, ancora una volta; diamoci dentro, teniamoci forte, però non reggiamo più il moccolo a questo ritorno al vecchio, al ritrarsi nel buchetto sicuro.
E ancora auguri di buoni pensieri, belle idee col coraggio di esporle e affrontarle; auguri di un’Italia meno floscia e moscia, che subisce e tace.
E auguri di trovare il coraggio di difendere lingua, paesaggio, e tutte le buone cose di questo paese.
Auguri insieme alla buona terra, il più prezioso tra i beni tangibili degli italiani, e che il sole sorga su un paesaggio politico completamente nuovo!

2013 in bocca al lupo, ma senza “pò” e senza “perchè”, senza “stò” e senza “quì”

Forse ci tocca un altro anno col sor Monti; allora consoliamoci con la ri-scoperta della nostra bellissima lingua. In opposizione ai “pink” e “green”, ai “choosy” che passano per “trendy”. Spegniamo la televisione e accendiamo un libro. Riguardiamo l’italiano, pensandolo come uno strumento per riempirci la testa, prima ancora che la bocca e lo stomaco. Perché senza avere la testa piena di idee, non ci riempiremo affatto la pancia. Non costa nulla (per ora), non è tassato (per ora): l’italiano è una grande lingua, melodiosa, ricca di vocaboli che stanno cadendo in disuso, ma che la renderebbero – se usati – ancora più ricca. Non priviamocene, coltiviamola, usiamo correttamente accenti e punteggiatura: utilizziamola per ragionare sui problemi del paese, sui nostri problemi.
Non permettiamo nemmeno che dei politici poco colti e per niente preoccupati ci intorpidiscano con le loro volgarità, con i berci, e i verbi troncati (anda’, fa’, comincia’, sta’, mangia’,…) del loro linguaggio abborracciato.
Ricordarsi della nostra lingua vuole dire ricordare la nostra storia, anche in modo critico e autocritico. Facciamolo, non lasciamoci espropriare anche di questo.

E non aspettiamo “un attimino“

Saluto natalizio dal paese del paesaggio, al tramonto (tra mare e Monti)

Prima abbiamo avuto uno che ci ha dichiarato che con la cultura non si mangia; ora abbiamo (avuto, per il momento) uno molto ambizioso che ci fa andare tutto di traverso: le sue dichiarazioni si potrebbero riassumere così –andrò dove c’è il voto – (e se mi va male lì, son sempre in tempo per il Quirinale) .
Tra un equilibrismo e l’altro dei partiti che tendono a farsi votare schermendosi da questo professore-banchiere-tecnico, non si sa a che voto votarsi, ma noi facciamo partire i nostri pensieri da questo paesaggio, che non si mangia, ma che dà da mangiare (benissimo) e da bere anche meglio: buon paesaggio a tutti!  Guardarlo è gratis, emoziona e fa pure bene alla salute.

 

La Stagione dei Colori

Se vai a camminare di questi tempi – giornate cortissime e poca luce – pensi che tutto sia bigio: le vigne spoglie, l’erba annientata, fango un po’ dappertutto; e poi quel po’ di nebbiolina (quando non sono vere e proprie nuvole) che vela ciò che resta del paesaggio.
Se poi cammini per disciplina personale, hai l’abitudine a ‘svuotarti’ la testa, passo dopo passo, lasciando che il tuo sguardo allo stesso tempo, si riempia – faccia una vera scorta – di quello che la terra sa donare a chi l’apprezza.
Noi di città siamo particolarmente adatti a questo esercizio spirituale, che può assumere aspetti molto diversi: qualche volta diventando terapia – per noi la terra mantiene un sapore di rarità -. Siamo i fruitori ideali della campagna, anche se non tutti i nativi se ne sono resi pienamente conto (c’è ancora chi pensa a noi – a quelli di noi che più raramente di una volta si spingono fin qui, magari nei weekend – come alla gente che arriva attratta dal vino). Siamo i fruitori ideali della campagna, invece, a prescindere dal vino, che pure è un formidabile dono di queste vigne.
Ma il senso di liberazione che provi, se vai a camminare sfidando la stagione, è incomparabile, e tra i regali per i tuoi occhi (e per gli occhi della mente), c’è la sorpresa dei colori che in altre stagioni sono scontati e che ora invece riescono a sorprenderti.

Se poi hai anche l’abitudine di informarti – leggendo i giornali, guardando e ascoltando gli altri media – la campagna può diventare un rifugio. Così accade in questi giorni in cui la politica offre il suo peggio (anzi, il peggio del peggio sperimentato finora!), senza alcun riguardo per il buon senso (di chi ancora non lo ha perso), o per l’intelligenza non ancora sopraffatta dalla nausea.

Se vai a camminare puoi fare degli incontri piacevoli, magari con una pietra che, con la sua storia a colori, riesce a farti dimenticare l’ineleganza e la bruttezza degli uomini del “Palazzo”, di qualsiasi colore essi siano, con la loro insipienza e le loro ipocrisie di vanitosi.

 

12 12 12

Ho sempre pensato che 12 e 21 fossero due buoni numeri. Ho un libro molto interessante, vecchio di decenni, di Georges Ifrah sul significato dei numeri (penso a Ifrah e mi viene in mente che il suo nome fa rima con sifrah, in arabo ‘zero’.

Ho un’amica che ogni tanto osserva come ciò che io scrivo in questo ‘blog’ (che virgoletto in quanto atipico) sia insignificante, ovvero oscuro, per chi legge. Forse le ho già risposto che non mi importa molto. Come mi interessa relativamente essere letta. Talvolta i blog possono essere una specie di ‘mestruo’ della coscienza, o delle proprie riflessioni, e come tale non necessariamente caricarsi di espliciti significati.

Scrivere in modo gratuito – non per lavoro e nemmeno per raggiungere un obiettivo più o meno trasparente, come fanno alcuni, qua e là sulla rete – è un privilegio: scrivere a mano ancora di più, insieme a cantare, suonare e disegnare, senza aver paura del segno che resta sulla carta – sia esso una parola o un lineamento -.
Oggi è una giornata freddissima, ma è il 12 12 12: una reiterazione di un numero che mi piace e che mi suscita belli pensieri.
Oggi è anche il giorno dei funerali di Pietrino; chi ha avuto un meccanico, sulla cui spalla piangere per lo spinterogeno perduto (lo so benissimo, in tal caso sarebbe l’elettrauto), sa che cosa intendo se mi spingo a dire che Pietrino era (è) un’istituzione, molto migliore – soprattutto molto più affidabile – delle istituzioni a cui ci ha abituato chi ci governa.

Tornando al 12 12 12 (ma che soddisfazione compitarlo!), di lui mi sono accorta stamane in banca e da quel momento ho provato un sentimento di libertà, come se mi fossi scrollata dalle spalle un mio recente modo di essere – più accondiscendente – a cui mi sono sottoposta, emigrando dalla città alla campagna. Come se la vita in campagna necessitasse di uno stato d’animo speciale, per essere vissuta.

Ho fatto una promessa a me stessa, di ritrovare qualcosa che non era perduto, anche se così mi sembrava, talmente era stato ben nascosto. Scherzi dei numeri!

Scherzi del 12 12 12.

 

SIAMO TUTTI SOLDERA.

Chi è entrato, nella notte tra domenica e lunedì, nella cantina di Gianfranco Soldera a Montalcino e ha sversato il vino fracassando il lavoro di anni, ha soprattutto ucciso un po’ Montalcino. Non ha demolito di un “ette” il mito di Soldera e del suo superbo vino, semmai ha reso le bottiglie superstiti autentiche rarità; ha creato un’emozione bruciante fra quanti vivono la campagna e la creazione del vino con passione e intensità; ha anche certamente impaurito coloro che camminavano tra le vigne consapevoli della supremazia di questo vino, compiacendosi della ricchezza di questo pensiaro; ha fatto capire che la mafia è ovunque: e fa niente se – come alcuni dicono – non si tratta di mafiosi etichettati, anche in questo caso quel che conta è il pensiero.
Per ciò che mi riguarda colgo l’occasione per parlare: perché il silenzio è una colpa, l’adesione omertosa a qualsiasi scuola di pensiero è mafiosa. Il silenzio crea mostri, la parola che esprime idee (buone o mediocri o dissonanti che siano) genera, discussione, libertà e crescita civile. Per questo testimonio la mia solidarietà – non di amica, bensì di cives – a Soldera, e sottolineo che la mia testimonianza andrebbe a chiunque subisse un tale sfregio al proprio lavoro – fosse la vittima un amico, un conoscente o qualcuno di cui non condivido alcunché, o qualcuno che non stimo -.

Ho paura del silenzio, degli sguardi in tralice, delle parole non dette, del dissenso non espresso, delle vendette ignoranti. Perché con questi si scivola indietro, nel baratro dell’inciviltà.