Una Vigna come Antidoto

Non ho vigna né ho mai piantato una vigna, ma ho partecipato, da vicino, ai passaggi che occorrono per farlo e conosco, in prima persona, quel senso di esaltazione che ti coglie – quando pensi che niente potrà frapporsi tra te e il tuo disegno – al momento dello squadro o a una delle fasi preparatorie. C’è chi parte in quarta e chi – anche se non vede l’ora – medita a lungo ogni scelta, vuoi per ambizione (di avere il meglio vigneto possibile) o per abitudine a decidere con una strategia in mente.
E quest’ultimo è il caso di Chris – un entusiasta meditante – una persona davvero singolare tra quelle che incontro da queste parti. Chris avrà una vigna e ha un disegno in mente, qualcosa che si intravvede ma che condivide solo fino a un certo punto con gli altri. Oggi abbiamo pranzato insieme – io, lui e Stefano – bevendo dei vini naturali francesi e parlando animatamente di vino (di cui sono incompetente), della sua vigna e dei vini biodinamici (di cui siamo tutti e tre fan).
Sta aggregandosi un po’ di gente intorno a questa bio idea – non solo viticoltori , ma anche gente che di vino non sa nulla – non solo perché l’ecologia è un tema generalmente (e molto genericamente) tra i più sentiti, ma anche per via del ‘vento nuovo’ che agita i pensieri delle persone, man mano che si vanno scoperchiando tutte le brutture di politica e business.
Costruire una vigna (lo sapevate che ci vuole una vera e propria licenza edilizia? L’Italia è un paese complicato, e qualche volta ridicolo), ma anche solo l’idea che qualcuno lo faccia, è un bell’antidoto alle schifezze di cui ho letto oggi sui quotidiani.

Toscana Style

Esco di buonora e vado nel simulacro di edicola che il luogo in cui abito mi offre. È giovedì e sulla sparuta rastrelliera trovo (anche) il Corriere (hanno da tempo smesso di chiedermi “quale?”). Di giovedì diventa obbligatorio, perché c’è la striscia di Disegni, per me impagabile.
Avviluppato strettamente con il Sette questa volta c’è un supplemento del supplemento e mi chiedo se – come al solito – sarà stato distribuito solo in Toscana o l’avranno mandato anche, allo sbaraglio, in giro per l’Italia, tra quelli che (magari) potrebbero scegliere di venire in Toscana e farci una vacanza. Perché il titolo del dorso è Toscana Style e sospetto che sia inserito solo nelle copie distribuite in Toscana; infatti la perseveranza con cui ho visto scegliere di fare la pubblicità dei propri luoghi e dei propri prodotti unicamente a sé stessi è una caratteristica regionale, però questa volta il “supplemento del supplemento” in oggetto è talmente demotivante che – abbinato al Sette del Corsera – anche solo in Toscana, potrebbe riuscire a far fare le vacanze altrove anche ai più sciovinisti.
Toscana Style fa il verso ai magazine patinati, ma in chiave autolesionista: dall’immagine di copertina color incendio, con un cielo di un colore che ai milanesi parrebbe consueto (rosa grigio spento) in un’afosa giornata di luglio, lo sfogli ed è un’antologia di errori marchiani. Cominciando dall’impaginazione – che pare si sforzi di far apparire anche le pagine redazionali come se fossero pubblicitarie – e continuando con le titolazioni “ottocento anni e non sentirli”, e con le immagini che ad esse sottostanno, come la bella fanciulla in armatura che vende il soggiorno in un “antico borgo completamente ristrutturato e trasformato in un complesso turistico, (cioè in tutt’altra cosa) ..”; è tutta un’accozzaglia di titoli burocratici o di slogan orecchiati nel modo più sconcertante; sembra la satira della pubblicità.
Non manca, nella carrellata di immagini che non danno tregua lungo le sessantasei pagine (in cui si umilia anche il nobilissimo carattere Bodoni) una delle festevoli donne della mitica campagna “voglio vivere così”. Insomma, una confusione senza senso, che smentisce la Toscana della sobrietà, della semplicità elegante, dei paesaggi da meditare, che è completamente ignorata (per fortuna). Quella si conosce col passaparola, o la si scopre andando a naso e fidando nell’istinto e quando la si incontra, ci si ritorna.

Montalcino nel Bicchiere

Mi interessa annotare velocemente qui, il titolo di queste poche righe, che potrebbe diventare anche quello di una politica o di una serie di appuntamenti dedicati a far conoscere a una ‘base’ di consumatori, che hanno sentito parlare di Montalcino, del Brunello, e che non sanno non conoscono, non hanno mai assaggiato. Un pubblico di clienti in divenire, magari non proprio il pubblico perfetto per un Brunello perfetto. Ma un pubblico adatto ai tanti vini – tutti molto buoni – non conosciutissimi magari, ma tutti vini che quando li bevi … ti ritrovi Montalcino nel Bicchiere. Una cosa allegra, da organizzare con attenzione, senza cedere alla faciloneria….

A Scuola da due Panzanelle

Mentre il solco tra l’immaginario del turista  e ciò che ci si attende da lui rischia di diventare ogni giorno più profondo, può succedere – anche di questi tempi – di incappare in piccoli miracoli, che ti riportano al tuo, di immaginario, e ai giorni giovani dei primi viaggi in Toscana, così fertili di sorprendenti meraviglie.

Prima meraviglia fra tutte, a quei tempi, la semplicità. Qualcosa che oggi mi pare un po’ dimenticato, che era invece l’ingrediente principale dei viaggi primigeni, emergendo persino dalle fotografie che riportavano a casa (magari Milano), l’idea che lì in Toscana la vita fosse  più serena e più ‘vera’, più gentile e più esteticamente accettabile; altrimenti perché farsi tutte quelle centinaia di chilometri in auto?

Io credo che, se chi amministra, chi produce, chi vende, chi ospita viaggiatori e turisti (insomma chi tratta il marchio “Toscana”) e anche chi fa i famosi vini, non si libera dal folklore (pieno di panzane) per recuperare lo stile d’antan – che altro non era se non il frutto di una vita più semplice ma assai armoniosa e un uso virtuoso e colto delle risorse disponibili –, l’economia fiorita sull’idea della Toscana Felix, si scontrerà con la disillusione che ogni tanto ho sentito nei commenti degli ospiti di questa terra; e non ci sarà campagna pubblicitaria che tenga, né promozioni più o meno articolate a far barriera. La disillusione chiede pedaggi assai alti e complicati da scontare.

Ma tornando alle sorprendenti meraviglie di cui sopra e alla speranza che esse mi suscitano (ma gli altri sono ciechi?), eccole qua. In sé non avrebbero niente di eclatante; si tratta di panzanelle, per la precisione due: una mangiata allo Scalo, all’Osteria di Pino e Daniela, l’altra al Colle, al Leccio di Gianfranco (e l’autore è il figlio Luca).

Per i non esperti dei luoghi, Scalo e Colle sono le due declinazioni di Sant’Angelo – frazione di Montalcino –, praticamente un ossimoro, come usa dire, ma in questo caso lo è davvero, perché è difficile trovare due luoghi più diversi – l’uno dall’altro – di questi.

Non vi darò la ricetta delle due panzanelle, anch’esse molto differenti, ma ne cito solo l’ingrediente principale: “il dono di raccontare”. Invece voglio parlare dei due locali e dei loro clienti e di come può accadere che da due visioni diametralmente opposte, si possa arrivare alla stessa clientela – non identica, si badi – qualche volta (ma non sempre) con diversa capacità di spesa, ma sempre con la stessa identica idea nella testa: regalarsi un’esperienza.

Mi è accaduto di pranzare ieri allo Scalo, con una frugale panzanella, tra l’editor di Chomsky, autisti di corrieri, impiegati, due giovani produttori di Brunello, alcuni operai della provincia, due importatori anglosassoni. C’era anche  un gruppo di cinesi di Hong Kong – giunti in processione, sotto un sole implacabile, protetti da variopinti ombrelli parasole – che hanno assaggiato ogni pietanza (tutte diverse una dall’altra) commentandole vivacemente.

Poi ho cenato ieri sera al Colle, tra i titolari di due grandi produttori di Brunello, l’ordinario di storia del cinema (UNIGE) e la moglie originaria di Montalcino, una tavolata di americani che annuivano con entusiasmo ad ogni portata, un’altra comitiva di anglosassoni, con cinque bambini, elegantissimi e molto sciolti, e mi è tornata voglia di panzanella. E l’ho ordinata: ancora più frugale e diversissima.

Bisognerebbe che molti andassero a scuola da queste due panzanelle, per un indispensabile ripasso di turismo.

 

La Domenica Bio

 

Una vampata d’estate ci sta travolgendo – il mezzogiorno è più che mai di fuoco – io però sto in un paesetto ormai semidisabitato (ma delizioso), che sorge su un cocuzzolo di roccia a quattrocento metri e che gode dei venti da ogni dove e di sera, sempre, bisogna mettersi il golfino.

Lì ieri è venuta un’amica – qualcosa di più: una con cui abbiamo diviso anni di marketing e di buon senso, rallegrando i fatturati di clienti d’agenzia e poi di una spettabile casa editrice – come si suole dire – leader del mercato. Insieme abbiamo incontrato Giuliano che ci parlava di ‘buon senso’; lui essendo uno che governa le colture di una grande azienda che si sta riconvertendo al biologico è stato coinvolto in una serie di osservazioni e domande che in campagna si fanno solo di domenica mattina, perché altrimenti non c’è tempo. “Ma in pratica, riconversione, che cosa comporta” gli chiedevo, e non lo facevo a vanvera, perché la frontiera del biologico viene occupata da molte ‘new entries’ – alcuni sono agricoltori convinti, altri mi paiono molto mosci e un po’ opportunisti – e non bisogna scivolare nel ‘biologico di maniera’, cioè nell’applicazione (o peggio nella declamazione) di regole e di nuove consapevolezza che le supportano, applicate solo perché c’è la sensazione diffusa di gradimento da parte dei consumatori.

Anche se – io penso – questa attenzione, magari forzata, verso le modalità biologiche (o addirittura bio-dinamiche) porterà inevitabilmente alla diffusione di un nuovo pensiero, più consono ai tempi nuovi. Certo che – per esempio – se Montalcino fosse tutta ‘bio’ – e lo sussurravo in un incontro al direttore del consorzio di qui – avrebbe un validissimo strumento in più per impressionare i mercati; e sarebbe davvero un caso originale, un esempio per gli altri, dopo tante chiacchiere…

Il Giuliano in questione non fa parte del club virtuale che aggrega molte pasionarie del bio, scienziati, produttori con gli occhi attenti, sperimentatori e persino monaci buddisti (che tra parentesi e buddismo a parte dimostrano grandissima competenza agricola), lui è un fattore ‘old style, ma colto e sensibile e con l’occhio lungo. Lui ha tagliato corto (in realtà non ha risposto alla domanda) e paro paro mi dice – piantandomi gli occhi in faccia – “prima degli anni della chimica ad oltranza, c’era il buon senso; c’erano le stagioni e c’era la luna: ora fare biologico vuole dire soprattutto tornare a un’agricoltura del buon senso”.

Dire che fossi totalmente soddisfatta non è esatto (mi sembrava di sentire il brontolio della compagine di produttori biodinamici, che si slancerebbero in una discussione a oltranza)… ma è già qualcosa di molto onesto!

 

La Bella Estate

Eccola. Per una volta si presenta come te l’aspetti – un cielo terso che col passare delle ore si scurisce, diventando di un irresistibile blu intenso e vibrante – e non ti delude. Il tempo è abbastanza asciutto, in questo primo giorno d’estate e tutto porta a viverlo come un ritorno all’infanzia, anzi, alle prime emozioni della giovinezza, con gli odori che sembrano farsi più intensi e una strisciante voglia di prendere la vita in modo più rilassato. Invece la campagna richiede lavoro (una volta si diceva “da sole a sole”), giornate lunghe nelle vigne, traffico intenso per strada, con trattori che vanno e vengono per i ‘trattamenti’, che li intravedi tra le quinte di verde intenso in cui si sono evoluti i filari.

Sembrerebbe tutta una belluria invece anche la campagna è afflitta da presenze umane – a me paiono un po’ anacronistiche – non sempre affidabili. Anche in campagna la vita al femminile può avere aspetti penosi, forse più delicati di quelli di una donna in città, dove ci si difende meglio – a mio parere – da pettegolezzi e (può capitare) aggressioni, magari anche solo verbali.