

“Ai giovani designer consiglio di andare a zappare la terra” è il titolo dell’articolo che riporta la dichiarazione di Enzo Mari – madre di tutti i designer (perché gli altri suoi pari sono scomparsi da un pezzo) –. Titolo per me galvanizzante, per almeno due buoni motivi; prima di tutto perché il Mari Enzo l’ho conosciuto (avendo avuto anche una storia con il suo non meno geniale fratello Elio) e perché ha fatto parte da protagonista dello scenario milanese, non ancora da bere, in cui mi aggiravo adolescente giustamente inquieta, tra Brera, la Scala (intesa come piazza e loggione), Danese (il luogo del design per antonomasia), la Rinascente (dove si annidavano i geni europei della grafica (vera), del design, della Cultura (con la maiuscola meritatissima) e i fotografi più cosmopoliti. Il tutto pervaso da un sentimento di apertura – una vera e propria ouverture sonora – verso l’universo mondo, avendo capito che era proprio l’ora di essere lì.
Ma l’altra ragione, che manda in risonanza i miei pensieri, è la terra; quella che Mari
vorrebbe far zappare dai giovani designer, la grande maestra e madre vera della conoscenza. Giovani amici miei, ecco, la terra, insegnata da Beppe di Tavernelle, un altro giovane vecchio maestro, disposto a insegnare a chi ha orecchi per ascoltare, occhi per osservare, mani per lavorare. Una lezione in campo, da ricordare mentre assaggerete il vostro Brunello di Montalcino.
Accadeva nella vigna di Beppe di Tavernelle l’altro ieri, con Luciano Ciolfi, di San Lorenzo, uno che sa di non sapere mai abbastanza.
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Stato Opaco

Chiama l’Istat a casa e la donna gentile (ma pur sempre burocratica) al telefono cerca di capire che animale sono, con una serie di domande standardizzate. È comprensiva,tuttavia adatta le mie risposte alle caselline schematizzate del programma che deve aver davanti a sé, mentre mi parla. Alla domanda che mi fa – dopo aver saputo che lavoro ancora e intuito che il mio lavoro non corrisponde al suo schema – “quante persone impiega?” rispondo che faccio da sola, come sempre più accade e come consiglio tutti di fare; mi allargo in una spiegazione, perché capisco che la mia risposta secca l’ha toccata personalmente (a fine telefonata apprendo che è precaria, avendo perso il lavoro a cinquantacinque anni) e aggiungo che “questo Stato non incoraggia ad assumere: è opaco”.
L’aggettivo che ho usato per qualificare lo Stato la incuriosisce e alla fine della telefonata mi domando anch’io come mi sia venuto in mente. Ma come definire altrimenti uno Stato (con la maiuscola immeritata) che evita di tassare chi esporta illegalmente capitali forse guadagnati in modo illecito; che incoraggia il doppio lavoro di quelli che l’amministrano, concedendo doppi incarichi e consentendo di continuare ad esercitare una professione privata mentre si gestisce la cosa pubblica; che tortura chi cerca di essere in regola, vessandolo con impegni e adempimenti stupidi; che viene meno agli accordi contrattuali, ma solo con i deboli che non possono divincolarsi, mentre con i potenti ha un occhio di riguardo; che ha osato infarcire i luoghi del governo con persone in attesa di giudizio, con ministri che dichiarano di “pulirsi il culo con il Tricolore” (relata refero), con persone di dubbia moralità e con ceffi che usano un lessico lontano anni luce dalla lingua di Dante; che ha dimenticato il proprio paesaggio, le opere d’arte e gli artisti, la dignità delle persone che hanno lavorato per tutta la vita, una scuola che aiuti i giovani ad affrontare il futuro, le donne (se non come prostitute e comunque in subordine al potere); che se ne frega di chi non ha pensione e tenta di rubarla a chi ce l’ha; che smantella tutto ciò che può dare sicurezza; che aumenta le tasse a chi le paga e promette di non farle pagare a chi evade; come si può non definire “opaco” uno Stato così equivoco?
Algoritmi nella vigna
Ho sentito che tutto il casino mondiale dipende da certi algoritmi che si assomigliano troppo tra di loro. Un momento: riparto dall’inizio; qui siamo in campagna ma parliamo di borsa; parliamo della Borsa che crolla si rialza e ri-crolla; lacrime e sangue e soldi a palate per i pochissimi che conoscono il gioco al massacro.
Frugando nella memoria ricordo che la Borsa aveva come obiettivo quello di capitalizzare le aziende: queste si mettevano sul mercato, facendo magnifici road show (ne ho allestito anch’io qualcuno) in cui sfoggiavano i loro gioielli (idee originali che erano divenute prodotti di successo; uomini che mandavano avanti l’impresa con lo stesso piglio con cui Margherita ‘manda’ il trattore; margini operativi di tutto rispetto e conti in ordine). Poi si quotavano per vedere l’effetto che fa e ramazzavano i soldi per progredire, sviluppare le loro attività, migliorare la rete di vendita, creare nuovi prodotti (magari sempre più in linea con le aspettative dei clienti e le necessità epocali del mercato …). Quelli che erano divenuti azionisti tenevano d’occhio l’impresa e compravano o vendevano a seconda degli andamenti aziendali, politici, e del mercato.
Dimentichiamo quel film e arriviamo a questi giorni. Tra allora e ora, è successo che il riferimento per chi ‘gioca’ in borsa è sempre meno il valore (in termini concreti e misurabili) di un’impresa, e prevalgono strumenti legati esclusivamente alla finanza Ma quello che ha accelerato le cose in questa direzione è la velocità parossistica, conferita ad acquisti e vendite, dall’era digitale. Per cui, nello stesso tempo in cui tutti vendono, un furbacchione (bene informato) da solo può acquistare a prezzi stracciati e poi subitissimo rivendere guadagnando un miliardo di dollari (Soros avant’ieri). Non è tutto qui, ma questo un po’ spiega perché il mondo va su e giù dalle montagne russe a velocità pazzesca.
Bene, non ho capito come, ma tutto ciò è possibile grazie a certi algoritmi*; pare però che alcuni di essi siano quasi identici tra loro e questa somiglianza generi ulteriori casini.
E pensare che la parola “algoritmo” mi fa venire in mente il verde ondeggiare delle alghe in un fondale o il più familiare dondolio dei grappoli nella vigna, un road show nell’imminente stagione di vendemmie, invece:
*un algoritmo è un elenco finito di istruzioni univocamente interpretabili, ciascuna delle quali deve essere precisamente definita e la cui esecuzione si arresta per fornire i risultati di una classe di problemi per ogni valore dei dati di ingresso.
More di Buonumore
Un ritorno all’infanzia, per chi ce l’ha avuta; un ricordo di quando erano parte integrante della dieta estiva, per tutti quelli che al tempo dell’infanzia hanno dovuto fare i conti con un’economia pauperistica, nell’assenza quasi totale di stipendi, prebende, sussidi, finanziamenti, soldi.
Le more, in questi giorni, brillano su tutte le siepi e a questa latitudine sono belle grosse; ma attenti a coglierle, perché è meglio farlo quando si è sicuri che non abbiano beneficiato di qualche trattamento, insieme a una vigna o a un altro coltivo.
Se sono sane e lontane da gas di scarico, diserbo, anticrittogamici (ma anche da zolfo e rame!), si colgono e si mangiano lì per lì, e più le mandi giù più sale su il ricordo dell’estate, che è già un pezzo avanti e si appresta al suo giro di mezzo; il ricordo si trasforma in buonumore e ci puoi giocare con le parole, creare un tuo mantra personale, per scacciare le puzze del mondo che fuoriescono dai buchi della speculazione corrotta. Oppure – come suggerivo all’amico Andrea Pagliantini, sul suo blog – ci fai un ‘clafoutis’ e ti mangi l’estate prima che te la rubino.
La Borsa e la Terra
Forse solo la tv – che non guardo, perciò non so – risparmia ai suoi utenti il mantra quotidiano sugli andamenti di borsa. Non la radio – fedelissima radiotre – nemmeno i quotidiani, seppure con accenti diversi. Comincio ad appassionarmi a questo tema che, giorno dopo giorno, si allontana dalla vita nostra e appare sempre di più per quello che mi pare sia: un grande complotto (di pochi individui) che vogliono impadronirsi del mondo e ridurre in schiavitù tutti gli esseri umani.
Stamattina uno che si definiva ‘operatore finanziario’ lo diceva, praticamente lo dichiarava con tranquillità, al giornalista che gli chiedeva lumi sulle cosiddette agenzie di rating, come se fosse normale che un’istituzione privata (l’agenzia di rating, appunto) – costituita dalle banche che usano i dati della stessa agenzia che esse hanno creato – che tiene sulla corda stati e cittadini; non più alcuni stati, ma gli Stati Uniti (oltre al nostro paese e agli altri compagni di tormento europei) e forse anche la Francia (le cui condizioni debitorie sono state dichiarate ‘sicure’, perciò possiamo essere quasi certi che verrà messa sotto schiaffo). Non so voi, ma io ho la sensazione che il cambiamento che ci aspetta – neanche troppo dietro l’angolo – sia enorme, fiabesco, ma nel senso dell’incubo. Un tempo si poteva pensare che il più grande cambiamento sarebbe avvenuto nel momento in cui la Cina avrebbe acquisito il dominio del mondo ex-occidentale, ora mi pare che una specie di Spectre stia assaltando il mondo intero e mi domando: chi sarà il James Bond che ci caverà d’impiccio?
Forse un eroe contadino? Uno che conosca tutti i segreti della terra e che li custodisca per un futuro in cui tornare a un’economia meno virtuale e più virtuosa, cioè meno Borsa e più terra.
Pensami Giacomina
Vivo in un paese la cui atmosfera speciale è ormai legata alle pietre di cui sono costruite le case, al garbo dei restauri (ma non tutti), al buon cibo dei due ristoranti e all’afflusso quotidiano di avventori vogliosi di fare “l’esperienza enogastronomica” in un luogo che suscita in tutti l’idea di una vita meno tesa e più umana. Ormai i nativi sono ridotti a poche unità, integrate da una piccola comunità nordafricana e da alcune robuste badanti polacche e ucraine: tutti intenti a farsi gli affari propri e alcuni molto impegnati a sbarcare il lunario.
Perciò l’ho saputo solo oggi, e forse non l’avrei nemmeno saputo, se non avessi l’abitudine di salutare tutti gli abitanti che incontro e di scambiarci due parole, quasi che queste brevi chiacchiere potessero colmare gli interstizi e le crepe ormai evidenti tra persone con vite centripete e dissonanti. Perché mi sono accorta da tempo ormai, che le pur poche persone rimaste ad abitare il paese – parlo di quelli che sono originari dei luoghi – sono schierate in gruppetti, ognuno aggrappato a un non so che, a un’area di potere, a una tradizione di casta sociale … ed è molto triste constatare che un luogo in cui (un tempo ormai lontano) tutti erano molto poveri ma pronti a stare insieme per celebrare una ricorrenza, ora è diventato un posto molto bello, anzi affascinante, dove i superstiti – molto più benestanti di chi non c’è più – hanno perso ogni senso della loro comunità.
Che la Giacoma, non l’avessi incontrata per il paese da qualche po’ di tempo, incominciavo a sentirlo, ma non a notarlo (orari diversi, i miei, e anche un po’ discontinui) ma anche se è ultranovantenne e se ogni volta che l’incontravo in paese non mancava mai di dirmi che lei presto sarebbe finita a Terracina – con grottesca e cimiteriale battutaccia alla toscana – la vivevo sana come un pesce e nemmeno più ipocondriaca come un tempo. Ma un ictus, no, non era nel mio immaginario, e nemmeno avrei mai pensato che (per un mese) durante le mie mattutine visite al bar di piazza, in cui incontro due o tre vecchi abitanti, a questi non sarebbe mai venuto in mente di dirmi (o di chiedermi) di Giacomina, che era stata trovata in casa in terra priva di conoscenza e che –dopo una trafila ospedaliera – da qualche tempo non vive più in paese, ma in ‘commenda’.
Napalm e il Paesaggio

Del Napalm sentivo parlare ai tempi della guerra in Vietnam, da ragazzina; la sola parola mi evoca una natura devastata, defoliata, scarnificata. Vivendo in un paesaggio ricco – con innumerevoli e mutevoli tonalità di verdi –, rigoglioso e ben coltivato, in mezzo a tante vigne ben messe, a boschi densi e a una macchia mediterranea di cui si parla in tutto il mondo come fonte di fragranze benefiche, la parola “Napalm” di solito sta accucciata in un remoto angoletto del mio cervello, in disuso.
Mi è balzata fuori – e l’ho proprio detta, anzi gridata – mentre percorrevo la bella strada sinuosa che collega Sant’Angelo in Colle allo Scalo; un percorso che attraversa uliveti e vigne, tutto bordato da episodi di macchia (carpini, cisti, lentisco e mirto, ginestre, quercioli e ginepri), da piante arbustive di varia grandezza, a tratti più o meno folte, con un’irregolarità armoniosa, con belle fioriture stagionali, che arricchisce il paesaggio e ne valorizza le colture. Perciò dapprima ho pensato al solito cretino che ha buttato un mozzicone di sigaretta incurante delle conseguenze, per ricredermi quasi subito, perché per alcuni chilometri si vedono i segni devastanti di quello che (immagino) era nato come un “intervento di manutenzione” dei bordi della strada.
Per chilometri, lunghi tratti di un rosso tanto innaturale quanto violento, con rami malamente spezzati che paiono rantolare e tutta l’erba annientata dallo spargimento di un defoliante avanzato in qualche guerra, palesemente velenoso, trasformano il bordo della strada in un cimitero della natura (e del paesaggio), proprio nei giorni in cui – nonostante le flessioni indicate dalle statistiche delle presenze – essa è più frequentata da visitatori e turisti, che girano per ogni dove, alla scoperta del sublime (e famoso) paesaggio toscano.
Elio e un’altra storia
D’estate si ha l’impressione di essere in vetrina, insieme alle case vecchie (e ben tenute), ai tramonti, alle vigne che ce la stanno mettendo tutta. La cosa che mi piace di più dell’estate è il rumore dei trattori al lavoro: chiudi gli occhi e puoi vedere la luce, l’ocra intenso della terra, la polvere che si posa dovunque, solo ascoltando il ronzio insistente di questi bestioni.
D’estate ci sono i turisti, molto spesso per vino. E non tutti i turisti mi piacciono: troppi guardano e non vedono o vedono le cose meno significanti. Ma qualche turista che si siede sulla scala della chiesa (con lo sguardo perso nel vuoto che ogni tanto mette a fuoco una pietra) lascia intendere di essere in pausa, magari da una vita piena di ansia. Chi viene ‘da fuori’ può immaginare che queste belle colline siano un rifugio ideale: non è proprio così, ma gli effetti di un bel paesaggio sull’umore di una persona sono scientificamente provati.
D’estate c’è anche una grande offerta di musica – d’ogni genere – mi verrebbe da dire fin troppa, ma in realtà questo è molto piacevole. Così domenica sera – serata conclusiva di Jazz & Wine (un appuntamento consolidato con bella musica, grandi artisti e il clima valdostano sovente esibito da Montalcino nelle serate estive) è venuto Elio, senza le Storie, ma con un pianista straordinario.
Elio – che conosco da tempo come nipote del mio ‘assistente storico’ – si è anche manifestato lunedì mattina al bivio con Sant’Angelo per un appuntamento con le gemelle (riconosciute la sera prima). Ecco, Elio – e lo sguardo che girava intorno, mentre panoramicava sui poderi lì intorno, sul Colle che spuntava dietro i cipressi, sugli alberi e sulla valle nitida di fronte a noi – ieri mattina era il contrario di un lepido turista alla ricerca di chissà che. Guardando la campagna ha chiesto, constatando, “anche tu ti sei trasferita qui” e senza darmi tempo di distinguere, in una risposta ben argomentata, la rava dalla fava, ha decretato rapido: “Ottima Scelta” (con l’aria di dirlo con “O” e “S” maiuscole).
Mi faceva riflettere, l’incontro con quest’uomo intelligente, che guarda aldilà della superficie delle cose: quante storie, quante menate ci facciamo, vivendo in un paradiso non ancora privatizzato.
Sogni (propri) e affari (degli altri)
Avrei dovuto intuirlo da uno dei primi episodi – vissuto in prima persona – capitati dopo il mio trasferimento tra le verdi colline e la grande montagna, in mezzo a un mare di vigne.
Correva il mese (e il giorno esatto) in cui mi fu accreditata la prima mensilità della pensione di vecchiaia, guadagnata in quasi quarant’anni di lavoro; col senno di poi avrei dovuto chiedere che mi fosse accreditata sul mio ‘conto di città’, ma mi era sembrato più agile averla lì nello sportello rassicurante del villaggio (come se tutto ciò non fosse poi una manfrina). Forse averla lì – la pensione – mi faceva sentire meno pensionata e più vacanziera (Tremonti, già in politica, ancora scriveva sul Corsera).
Era quasi mezzogiorno ed era aprile – che come ormai sanno tutti ‘è il più crudele dei mesi’ – e io attraversavo la piccola piazza del villaggio abbastanza pensierosa per la mia nuova condizione (di pensionata) che pareva negarmi la capacità di intraprendere (chissà poi perché, ma agli stati d’animo si comanda poco). Tuttavia sentivo che stavo raccogliendo i frutti di tanti anni di lavoro – interessante, anche divertente, ma non privo di aspetti sconvolgenti – e forse ero arrivata al momento di fare un bilancio della mia vita.
Il bilancio, invece, fu eseguito con azione tosca e fulminea da una signora vecchiotta e intraprendente, una paesana sempre ben stirata e comandina, che attraversava la piazza in quello stesso istante e che, incrociandomi, si espresse così: “ Oh te, ‘un morirai mi’a di fame con hodesta pensione he ti ritrovi!?…”.
Oplà. Primo ribaltamento di fotogramma; prima volta in cui m’è capitato di trangugiare a vuoto, come se gli anni di allenamento in azienda – trascorsi col kriss malese tenuto saldo tra i denti – li avessi passati a coglier margheritine. Prima volta in cui la ‘filiera’ mi si manifestava nella sua immanenza.
Perciò non mi stupisco più se un signore vende un’azienda a un altro signore e un bel po’ di gente (tra cui certamente la signora vecchiotta di cui sopra!) è al corrente non solo dell’importo esatto del corrispettivo – utile da sapere anche per capire gli andamenti di un certo mercato (o forse la reputazione del signore in questione e quella del prodotto aziendale) – ma anche della situazione debitoria (al centesimo) dell’azienda venduta, delle condizioni di pagamento particolari inclusi.
In campagna si coltivano i sogni. Sugli affari degli altri.
Il Pensiero Irregolare
In campagna i pensieri girano liberi e indisturbati, ti saltano fuori dalle rughe della fronte e cominciano ad aggirarsi, prima nei vicoli del paese e poi nei viottoli di campagna, per finire nei rovi (dove cominciano a far mostra le more) o accasciati per il caldo sotto un cipresso, o un leccio.
Il Pulcino – indimenticabile piccolo uomo tutto fare, che ha piantato e smacchiato intorno al podere – diceva che l’ombra ideale è quella del leccio, ma guai a quella del noce, che è sottilmente tossica (lui non diceva così, ma il senso è quello).
I pensieri non cozzano contro muri o sbarramenti creati da flussi di pensieri regolamentati: di sinistra, di destra, qualunquisti, liberal, reazionari, e così via, al massimo si beccano una graffiata dai rovi.
In campagna è difficile pensarla “in un modo” o in quell’altro: se accade si entra a far parte di una fazione che pensa solo i propri interessi e allora hai finito di pensare.
