Brunello è meglio

E’ come al cinema, quando vedi una dissolvenza lenta di un’inquadratura con un’altra immagine che affiora al suo posto (dissolvenza incrociata). Così, e neppure molto lentamente, sta cambiando il vissuto della campagna, della vita e del lavoro in campagna e sulla terra; un cambiamento che non è affatto un ritorno alle origini, come parrebbe a una lettura superficiale di quello che – libri, film, saggistica, premi e canzoni – la cultura e l’informazione ci stanno proponendo.

Una mattina di chissà quanti anni fa, vicino a piazza del Campo, mi incontro con Emilio Giannelli che aveva pubblicato un libro delle sue già famose vignette da Mondadori; son trascorsi così tanti anni che fatico a ricordare se l’incontro era pianificato (credo di sì) oppure casuale. Sta di fatto che Giannelli era un autore della Casa Editrice e il mio lavoro prevedeva anche la cura della comunicazione in occasione dell’uscita dei libri … Perciò mi ero ritrovata il libro di Giannelli, alla fine del giro delle dediche, con il disegno di una matita che invece era una bottiglia di Brunello e la scritta “Brunello è meglio!” quale dedica personalizzata. Ma io del Brunello sapevo – a quel tempo – poco o niente; ero solo la felice proprietaria di un bel casale nel comune di Montalcino, anzi era il casale che si stava impadronendo della mia vita e mi tiranneggiava non poco.

In altre parole, nonostante da sempre io amassi la campagna, come luogo dello spirito, da vivere e soprattutto immaginare, non pensavo affatto di andarci a stare; mi piaceva andare, stupirmi, riempirmi gli occhi e la testa (di virgiliane riflessioni) e tornare alle snervanti incombenze (ma così appassionanti) e alle responsabilità che l’Editore mi aveva affidato. Tuttavia, misteriosamente, la pausa che mi concedevo così raramente nutriva la mia vita, la allargava e l’approfondiva, facendomi intravedere significati che anni prima mi erano sfuggiti. Per esempio, ho riletto sul filo di quei vissuti la storia della mia nonna materna – nata in una famiglia borghese e finita proprietaria di un piccolo appezzamento di terra, dove, dopo essere rimasta vedova, aveva cresciuto uno stuolo di figli, allevato animali, coltivato frutti e ortaggi, resistito all’occupazione tedesca – nel sud della Francia -. Sì, insomma dalla terra veniamo tutti quanti e se riusciamo a distaccarci dal riflesso automatico che nella mente della maggior parte di noi la lega all’idea di lavoro troppo faticoso e (fino a pochi anni fa) socialmente emarginante, essa ci può far sentire emozioni oltremodo liberatorie, soprattutto in questi tempi di prevalenza della finanza in un mondo visibilmente più angusto.

Fu sul filo di questo intimo sentire che quando, alcuni anni dopo, mi trovai nell’occasione di acquistare un pezzo di terra in questa campagna, con una buona dose di incoscienza e senza alcuna esitazione, mi ci buttai a corpo morto. Su quella terra ci pascolavano alcune greggi di pecore che ‘rotolavano’ giù per la collina accompagnate dal lavoro frenetico di tre o quattro pastori maremmani e mi sembrava che nulla sarebbe mai cambiato, dal punto di vista scenico.

Ma non voglio tanto raccontare una storia di famiglia (verranno, pochi anni dopo, le mie figlie a costruire lì sopra un pezzo della loro vita), quanto constatare che nei vent’anni che sono trascorsi da quel tempo e da quei vissuti è avvenuto il cambio di fotografia a cui faccio cenno all’inizio del post. Mentre io guardavo la terra con occhio bucolico e la mente piena delle ricerche psicografiche che fotografavano i cambiamenti socioculturali, i vini docg iniziavano una nuova tappa del loro viaggio sui mercati del mondo e nella mente dei loro futuri pubblici di riferimento. Uno in particolare – come aveva scritto Giannelli: “Brunello è meglio!” – sarebbe diventato la bandiera enologica del made in Italy …

Non voglio nemmeno parlare di quel mercato e di quei vini, ma della spinta che essi, con il loro successo, hanno dato a un nuovo sguardo sulla terra (magari inizialmente solo sulla vigna) e sulla vita in campagna. Perché all’inizio ci fu il vino, forse non da solo perché per quelli di città anche gli olivi contavano (si stava scoprendo l’olio extravergine!).

Ma se avete avuto la pazienza di leggere queste righe, ora vorrei concludere facendo un’ultima osservazione. Fare vino, soprattutto un vino famoso – legato più che a un concetto di eleganza all’idea di essere un bene di lusso (purtroppo!)  – ha attratto verso la campagna, e bene o male verso un certo “stile country” nostrano, moltissima gente e soprattutto un bel po’ di soldi. Chi è milanese come chi scrive sa bene quanto “la vigna in Toscana” (ma anche in Piemonte) sia simbolo di stato nel mitico quadrilatero del design e della moda … Ma chi gira nel mondo del vino si sarà anche accorto del profondo mutamento che da alcuni anni ne sta ri-segmentando le preferenze e i consumi; un po’ sbrigativamente si può dire che se una volta (vent’anni fa) parlare di vino bio faceva storcere il naso (e di vini naturali non si parlava per niente), ora si guarda sempre di più al vino come a un (passatemi l’espressione) dono di un terroir, a qualcosa che deve essere figlio di quella vigna e di chi l’ha creata.

Attenzione; non sto parlando di vino in senso enologico, sto facendo delle associazioni con dei vissuti che non ho spazio, in questo contesto, di ampliare e approfondire; ma quello che vorrei sottolineare è il nuovo concetto di campagna, di vita in campagna, di lavoro sulla terra – ora non più obbligatoriamente la vigna – che si sta facendo strada nelle fasce e nei cluster più ‘meditativi’ e critici della nostra società (ma che non è ancora così acquisito dal mondo del vino).

Me ne sono trovata una fotografia puntuale proprio oggi sul Corsera, con il pretesto di una recensione al film (che non ho ancora visto) di Alice Rohrwacher, con il racconto di alcune esperienze di vita quotidiana e lavoro in campagna con “la fatica della terra che convive con la chiavetta Usb per collegarsi al web”. E non è più la testimonianza un po’ modaiola di un nuovo “stile di vita”, bensì il reportage di scelte più sentite nel profondo, meno estetizzanti e più faticose nella pratica, per andare verso qualcosa che si sente come più vero, qualcosa che lascia più spazio ai lati affettivi che le generazioni appena precedenti hanno scansato, in favore di un benessere che ha un po’ irrigidito la loro anima  …

Anche se dietro l’angolo c’è come sempre l’affarismo aggressivo e senza regole – si parla ancora poco di land grabbing, ma è un fenomeno che ha già sconvolto popolazioni dell’Africa – oggi molti giovani e anche molte persone di mezza età che non hanno liquidato il pezzetto di terra dei nonni, lo stanno ritrovando e rivalutando come un luogo di vita e una nuova dimensione da cui provare a vivere con meno. Non so se sia una “decrescita”, o se invece non si tratti di un vero e proprio sguardo nuovo, ma è il vino l’artefice di questa apertura, il nuovo e diverso mercato del vino che con il vecchio (ma recente) modo di viverlo ha ben poco da spartire. “Si beve con la mente” ha constatato e scritto Angelo Gaja. Di certo si beve molto meno ed è un’opportunità per guardare al vino in modo nuovo, e per guardare alla campagna come un luogo per pensare (e immaginare che cosa significherà – per le nostre vite – questo nuovo sguardo sulla terra).

E’ Primavera

DSCN9857E’ primavera e ho il mal di gola. Che implicitamente dà ragione alla stagione. Le montagne russe della temperatura – sale e scende da un minuto all’altro, con dei grandi nuvoloni che svelano e velano, rivelando il vero spirito di questo maggio ballerino – ci suggeriscono prudenza (“maggio, adagio”). Io ho avuto il dono di una seconda nipote, dopo una prima che era giunta a ravvivare il paesaggio umano un paio d’anni fa. E questa seconda nipote mi si affaccia in tutta la sua diversità, dalla prima; già un po’ aliena come visual (avrebbero detto gli art director d’antan), emette anche suoni polarmente diversi, più sonori, più pieni e meno acerbi.

Con un po’ di spirito d’osservazione si può già intuire, anche nelle creature alla loro alba, qualche carattere particolare e cogliere i primi fili di una comunicazione che inevitabilmente, nel suo strutturarsi, perderà qualcosa della propria essenza e acquisirà, in cambio, suggestioni dal circondario. Non sono innamorata dei bambini a prescindere; talvolta mi conquistano, altre volte mi sono un po’ antipatici. Ma di solito questa antipatia sboccia nei momenti particolari, quando hanno dalla loro parte un adulto che li ‘manda avanti’, come fossero dei fenomeni.

Ci sono cose che mi parrebbero obbligatorie, con i bambini: di certo sarebbe bello che tutti conoscessero alberi, fiori, erbe e animali. Ho l’impressione che la gente di campagna (cioè chi ci sta da sempre) non colga l’importanza di questa conoscenza, che potrebbe dare un valore diverso alla vita vissuta – almeno in parte – vicino alla terra: una cosa che sospetto sia sentita come un minus, rispetto alla vita in città.

Certo la città offre più libertà e un ventaglio di opzioni – per vedere, informarsi, divertirsi, conoscere – e poi l’anonimato, che in campagna è totalmente sconosciuto, come anche la discrezione, la riservatezza, il riserbo, il rispetto della privacy … sono argomenti che ogni tanto sfioro, per poi rinunciare ad andare più a fondo, perché mi pare di scorgere – in certe circostanze – anche calore e affetto, ma so che è un’illusione. Tuttavia la campagna dà così tanto alla mente, la stimola e la nutre di suggestioni continue; spinge a osservare e già veder crescere le piante (non è affatto come avere l’orto sul balcone!) come in un dialogo continuo tra di loro e con la stagione, vedere come reagiscono all’acqua e perfino alla grandine – la meteorologia è decisamente più vivace – arricchisce la mente e i sensi, con sentimenti più forti. Queste emozioni nutrono la psiche e dovrebbero essere rese accessibili a tutti i bambini. La campagna li può far sognare, e mi lascia perplesso quel modo di dire di certe madri – cresciute in campagna – che la rinnegano ai loro figli, come se la terra sporcasse le mani …

 

Il Paesaggio è come il Viagra

DSCN9830Parlavo avant’ieri con una donna che stimo e a cui mi rivolgo per avere consigli – è anche il suo mestiere quello di dare consigli, ma lei ha una marcia in più, perché si vede che ci mette del suo, un’attenzione appassionata che dice molto di lei – e questa signora vivace e intelligente mi ha raccontato che ha bisogno di camminare, per problemi di salute. Va quindi a camminare, impegnandosi con il marito in giri anche lunghi, nella campagna in cui è nata e cresciuta e a cui ha finora fatto poco caso, indaffarata a crescere la famiglia, lavorare in ufficio, occuparsi dei genitori e così via. Mi ha scaldato il cuore sentire l’emozione nel suo racconto, mentre mi diceva con parole sue (che assomigliavano così tanto ai miei pensieri!) quanto guardare i paesaggi che la campagna offre, qui nel senese, intorno al bel paese in cui sta e lavora, le stia facendo bene allo spirito e perciò alla salute …

Di solito chi è nato in un paesaggio non ha molti strumenti per riconoscerlo e quindi dargli il valore che si merita; ci vorrebbero tanti medici a prescrivere di curarsi con il paesaggio e questo farebbe bene assai ai luoghi, all’economia, alla spesa pubblica … Al grido di “meno statine più paesaggio” si spenderebbe di meno in antidolorifici, in statine (ovviamente), in anti diabetici, in antidepressivi, in viagra (il paesaggio fa bene anche al pisello).

Se il paesaggio fosse riconosciuto e interiorizzato dai politici e dagli amministratori pubblici, accadrebbero alcuni miracoli di cui abbiamo bisogno con urgenza: 1)- anziché costruire per compiacere un elettorato avido e ignorante, si lancerebbe una campagna per “restaurare e mettere in sicurezza” il nostro patrimonio, con identico risultato in termini di fatturato e posti di lavoro (ma meno business per i cementieri, però), con una riqualificazione professionale dei lavoratori del settore edilizio e dintorni, che recupererebbero anche capacità artigianali che minacciano di scomparire; 2)- agricoltori e lavoratori del settore agricolo avrebbero uno status diverso e verrebbe finalmente riconosciuto anche il loro compito sociale di salvaguardia e di custodia, con valorizzazione di prodotti e fatturato; 3)- le amministrazioni pubbliche (e sulla loro scia, i suddetti agricoltori) la smetterebbero di sversare, appena possono, ettolitri di sostanze che hanno lo scopo di seccare l’erba “risparmiando lavoro” (con gli effetti che illustro nella foto qui sopra): otterremmo due benefici e il primo riguarda proprio il paesaggio che rimarrebbe dei suoi colori naturali, con vantaggio per gli occhi e per la mente; il secondo riguarda la salute, perché si tratta di sostanze su cui gravano dubbi e sospetti.

Questo pensavo, dopo aver svoltato su per una stradetta scoscesa, dopo un camminata benefica in mezzo al verde e alle vigne; quel verde così incompreso e bistrattato, eppure così benefico, per la  mente e per la bilancia del turismo.

Largo ai polli

DSCN9792Come si è “vecchi” nell’immaginario della gente? Me lo chiedevo stamattina, dopo un caffè al bar in piazza, in questo paesello in cui i vecchi abbondano e sono parecchio variegati, ma l’accezione in cui viene letta la vecchiaia li uniforma (di ogni erba un fascio!), li accomuna in un unico vissuto, accantonandoli come persone che devono stare in disparte.

Me lo sono chiesta, un po’ sorpresa dal ‘giovane’ Marcello a cui ho raccontato che metterò il ritratto dei suoi genitori, che ho disegnato (e mi pare anche piuttosto bello) forse un paio d’anni fa, in un certo libro sul Brunello – ma con un taglio molto particolare (perché io di vino in quanto tale so davvero poco!) – a cui sto lavorando e sulle prime mi è anche sembrato contento, ma poi ha soggiunto, lasciandomi indignata, ma quante cose fai?, devi stare un po’ calma, ne vuoi far troppe …

Confesso sono rimasta sconcertata, sulle prime, poi però ho pensato che il Marcello in questione – essendo ancora giovane e non avendo vissuto che poco della vita che potrà vivere e in cui potrà spaziare – non ha la benché minima idea di quante cose si possano fare, quante idee mettere in campo, quanto lavoro, quanti pensieri sono realizzati da gente che lui (e il buon Matteo Renzi) probabilmente vedono come relitti, come risulta, oppure come persone che dovrebbero starsene quiete, perché sono altri quelli che devono “andare avanti”.

Tutto sommato può essere vero, se la visione del lavoro, degli affetti, della sessualità, della socialità, delle infinite attività umane è limitata; ma non lo è se si riflette a quanti talenti un uomo o – meglio specificare: non si sa mai – una donna possono mettere a disposizione degli altri e quanta esperienza si accumula in una vita.

Perché chi glielo va a dire a Dorfles – con i suoi centoquattro anni e un articolo settimanale sul Corsera – che deve darsi una calmata. E chi sussurrerà a Maurizio Pollini che sarebbe meglio smettesse, che ci sono alcuni pianisti di grande talento a cui deve lasciare spazio(?), o a Chomsky, chi suggerirà di smetterla, a più di ottant’anni, di scrivere e insegnare (ai più giovani) le sue teorie? E Carol Rama non dovrebbe forse smettere di dipingere? E il nostro Napolitano? …

Ma tu – mi pare di sentirlo il Marcello (ma anche i giovanilisti renziani e non) – mica sei una di loro! Infatti no, non lo sono: sono altra, diversa, come ognuno di noi è e ognuno di noi, possedendo talento (qualsiasi talento), esperienza, visione, affettività, deve “esserci” e spenderli, per chi ha occhi, orecchi, sensibilità per capire e imparare, ed energia per prendere il testimone. Attenzione: può non essere banale ed essere pesante da portare!

Cipolletta

Stamattina, tra le notizie che ho ascoltato, ne ho annotate tre, da mettere in relazione tra di loro. Una è ovviamente quella che riguarda il Pil, che dai dati della prima trimestrale dell’anno in corso segna una contrazione; la seconda è un’apparente notiziola da niente sull’imminente apertura di farmacie per vegani di stretta osservanza (i vegani sono osservanti per antonomasia) e la terza notizia era il commento di Cipolletta al dato del Pil. Un commento sui cui contenuti e sul cui senso concordo totalmente.

Parto dall’ultima. Cipolletta ha dichiarato che si continuano a leggere i dati sui consumi (e sul Pil) con quelli che ha definito molto felicemente ‘occhiali vecchi’, cioè inadatti alla bisogna, e così finalmente ho sentito un commento utile e sensato a questa (ormai non più così definibile) “crisi”. Infatti chi vive la vita di ogni giorno in famiglia, in ufficio, in azienda, in metro in città, tra i piccoli imprenditori …, non ha potuto non accorgersi che tutti consumano – consumiamo – meno. A una seconda occhiata, non si può non accorgersi che i nostri consumi sono in evoluzione, in movimento; nel senso che dietro a ogni spesa c’è un pensiero, e se il primo pensiero è “posso?”, “ce la faccio?”, cioè riguarda la quantità l’ammontare della spesa (rispetto al proprio budget), cioè la ‘grandezza’, dietro questo primo (per molti inconsueto) pensiero ha cominciato ad affacciarsene un altro, di tipo qualitativo, che prende in considerazione la tipologia della spesa. E qui passo a considerare la piccola notizia dell’apertura di una catena di farmacie per vegani – cioè per quelli che non consumano nessun prodotto o sostanza di origine animale: no latte, no miele, no uova, no propoli; no a tutto ciò che appartiene al mondo animale -; non è una notizia così strana, in Europa, ma in Italia è abbastanza inedita. In Germania e nei paesi anglosassoni, lo stile vegano è molto più diffuso che da noi; personalmente sono almeno venticinque anni che scrivo ogni tanto su temi analoghi. Ricordo una lezione tenuta alla LUISS, agli studenti di giornalismo, a cui dissi che la nostra alimentazione sarebbe mutata di pari passo (e in conseguenza) con l’evolversi del nostro comportamento con gli animali e con la nuova sensibilità nei confronti della natura. Per andare un po’ sbrigativamente, la cosiddetta crisi ci ha spinti ad accelerare i nostri sentimenti in talune direzioni. Chi mangia di meno (indotto a fare un po’ di risparmio a causa della crisi) inevitabilmente si accorgerà di stare meglio (di salute) e allo stesso tempo contribuisce a creare una cultura, un’opinione, in quella direzione. Ancora una volta, il mercato si muove, in direzioni che non riguardano solo i numeri, ma anche generi, abitudini, stili, cultura; perciò leggere le quantità non è sufficiente per sapere dove stiamo andando. Cipolletta lo sa e lo sappiamo tutti noi che abbiamo lavorato – con passione e serietà – nel mondo della pubblicità, che – va sottolineato – non è quello di Berlusconi (semmai il suo è quello della propaganda che ha forzato e spaccato il mondo della pubblicità!). Peccato che non lo sappia chi governa, che non lo sappia la politica che si agita spesso a sproposito e in modo ignorante. Abbasso i sondaggi e viva le ricerche qualitative, dunque, che danno non solo i numeri ma anche conoscenza e pensieri per guardare al futuro con maggior consapevolezza.

Onda su Onda

Episodio 05 Sant’Angelo in Colle
https://vimeo.com/93391065
psw: grandmas

Eccolo lì il paesello, la sua gente, le vigne e le vecchie case. E poi Fonterenza e i suoi abitanti e un format che ci ha catturati e ci manda in onda per il mondo … Un giovane di talento – grande talento! – Donal Skehan, uno pieno di energia e di vera curiosità, con una affettività spiccata che usa in modo abile e intelligente, ha fatto un giro d’Italia con un occhio ai luoghi (ha grande senso estetico), un altro alla cucina (è bravo e in crescita di popolarità), un terzo occhio (sarò un caso?) alle donne più vecchie – le nonne! – usandole come testimonial dell’attualità delle tradizioni culinarie (e non solo).

Con una storia semplice e ripetitiva – un format, appunto – scopre un posto, un piccolo paese, e i suoi abitanti; con un copione che viene sceneggiato di volta in volta, con la tecnica dell’istantaneità, su misura delle circostanze e delle storie personali. Un format che fa il giro (televisivo) del mondo, riproponendo la cucina casalinga (pre-made in Italy), per niente folk e un po’ pop. E in questo luogo canta pure la grandezza di un terroir … Enjoy Sant’Angelo in Colle.

Ciao Luciano!!!

Dopo una settimana di tormenti – ma chi dice che è finita qui? – sono riuscita a rientrare nel mio blog. Tutto dipende dalla mia ignoranza degli strumenti più elementari, e dalla mia supponente convinzione che “avere contenuti ti esime dalle competenze astruse, come quelle tecniche” … Invece no!, davvero non è così e io dovrei pure saperlo, perché se il media è (almeno un po’, ma invece lo è molto) il messaggio, allora bisogna acquisire almeno le basi, almeno quelle che ti permettono di padroneggiarlo e non vagare per giorni alla ricerca del tuo sito perduto.

Però lasciatemi almeno scrivere che queste macchine sono davvero create da addetti (una setta vera e propria) che usano logiche da cui mi sento tagliata fuori. Lasciatemi dire anche quanto ci si senta tagliati fuori – qui in campagna – con connessioni insufficienti e ballerine, onde vaganti e capricciose: insomma lo so che a Milano non ci sono problemi, ma proprio là dove ti serve di più la connessione è qualcosa di aleatorio. Questa campagna sarebbe perfetta se potessi dialogare a mio piacimento, invece è come se ci si dovesse sempre preoccupare degli aspetti tecnici, anziché della sostanza delle cose!

Per fortuna c’è Luciano, per fortuna c’è Alessandra, per fortuna ho recuperato un bel po’ di memoria, anche se non sono a mio agio – nemmeno come postura – davanti a questo portatile alieno.

Per fortuna c’è il sole, caldo e convincente, quasi un messaggio rivitalizzante. La luce cambia le cose: te ne accorgi quando fotografi e scopri che la campagna ha mille volti.

Ho disegnato un fiore a Montalcino

Quando frequentavo la scuola media avevo un professore di disegno che si chiamava Francesco Speranza; lo ricordo come un uomo piuttosto bassino, animato da un sacro fuoco che lo entusiasmava quando ci faceva copiare le nature morte allestite sulla cattedra. Era, mi ricordo, sempre sorridente ma fermo nei suoi propositi, fervente cattolico, ogni tanto ‘tirava in ballo’ dei soggetti religiosi (mi par di ricordare) ma risultavano molto meno appassionanti delle nature morte in cui io sistemavo delle belle mele renette un po’ rugginose … erano gli anni della Scuola Media Tadino, che associo mentalmente a “I Promessi Sposi” e capisco subito perché: il cortile della scuola, dalla parte che confinava con via San Gregorio, era delimitato (e lo è tutt’ora, ovviamente) da una costruzione seicentesca, con un fossato e con dei camini piuttosto appariscenti; tutto in mattoni scuri e ancor più scuriti dal tempo e dalla fuliggine milanese; perché quello era uno dei lazzaretti ai tempi della peste.

Tutti questi ricordi vengono all’unisono, affiorano bruscamente mentre rifinisco un disegno – ci sono giornate in cui il desiderio di mettere la penna sulla carta e lasciare che la mano vaghi sul foglio è un’urgenza irresistibile e mi dà una soddisfazione totale, come mangiare appagando un appetito vero – che mi è venuto il bisogno di fare dopo aver visto in una camminata pomeridiana il cisto in fiore, il fiore più strepitoso (anche più degli iris!) che ci offre la macchia mediterranea e che segna, da queste parti, l’inizio del mese di maggio.

Ho sempre disegnato, da piccina e poi da adolescente, fino agli anni del liceo e poi all’Accademia di Belle Arti. Ricordo che quello che disegnavo, a disegno terminato non mi piaceva: gli trovavo tutti i difetti, soprattutto una certa pesantezza che mi sembrava togliere verità alla raffigurazione e appesantirla con una certa goffaggine …Poi ho imparato a staccarmi da quello che avevo disegnato e a riguardarlo dopo qualche giorno e allora riuscivo a vedere anche qualche aspetto più convincente. Ma ben presto ho smesso di disegnare per il mio piacere e ho disegnato per lavoro, come designer prima e in seguito come art director. La vita poi mi ha portato lontano dall’Accademia e dal disegno per diletto o per ricerca personale e il mio lavoro ha avuto sviluppi imprevedibili e piuttosto singolari.

Mi sono ritrovata con una penna e un taccuino da disegno tra le mani solo molti anni più tardi, in un luogo affascinate e antico, Jerash, sulle rive del Wadi Jerash a nord di Amman, sito abitato sin dai tempi del Neolitico, ma ricco soprattutto di vestigia romane. Avevo lasciato a Milano la macchina fotografica e non ho trovato niente di più pratico che disegnare quello che volevo memorizzare e riportare visivamente a casa. Da allora non ho più smesso di disegnare e ho scoperto che i disegni mi arrivano da dentro e da lontano, e che posso disegnare tutto, se lascio che la mano vada per conto suo …

Anche oggi con il fiore del cisto – disegno raramente dei fiori, ma il cisto era irresistibile –  ho capito che volevo metterlo nel mio cahier, senza leziosi compiacimenti, solo per ricordare quei cinque petali color magenta, il cuore giallo oro quasi zafferano, le foglie solo in apparenza spente, con una barbina morbida che ne vela il verde, spegnendolo e velandolo di grigio, come fossero impolverate.

Mi è venuto in mente dopo, con un sentimento di gratitudine, il professor Speranza, pittore di vaglia che si guadagnava da vivere come insegnante in attesa del successo giunto qualche anno dopo; mi sono tornati in mente di colpo i suoi pungolamenti, le sue esortazioni, e poi i commenti di mia madre (che forniva le mele renette per gli still life sulla cattedra). Mia madre che voleva fermamente che avessi anche una formazione artistica e ambiziosamente mi sospingeva alle lezioni – di disegno e di piano – perché bisogna allenare tutte le nostre sensibilità, senza pretendere di padroneggiare i risultati (o di diventare degli artisti), ma prima di tutto per il piacere di imparare e di mettersi alla prova.

Tutto questo avveniva prima. E poi oggi ho disegnato il fiore del cisto, a penna in bianco e nero ma pensandolo con tutti i suoi colori.

La Triennale, ogni anno

DSCN9650Vivo in campagna, si sa, per la maggior parte del mio tempo; ogni volta che torno in città – soprattutto se si tratta della città da cui vengo – la vivo intensamente, poiché i miei occhi e i mei sensi hanno appreso altri paesaggi (quelli in cui desideravo vivere, da sempre) che però lasciano ampio spazio alle mie nostalgie e anche ad altre visioni.
Uno dei miei ricordi più vividi (e più lontani negli anni) riguarda il momento in cui ho capito, provando una sofferenza acutissima, che avrei potuto vivere solo una vita (forse due). Sarà per questo che mi piace Murakami Haruki, che nei suoi libri riesce a raccontare proprio questo sentimento.
Ciò che non potevo sapere, in quel momento così tanti anni fa, era che invece avrei potuto vivere vite diverse, se fossi stata capace di metterle in fila, una dietro l’altra, come i vagoncini di un treno-giocattolo, magari agganciati l’uno all’altro o forse no. Me ne sono accorta l’altro giorno ritornando alla Triennale (lo faccio ogni anno, è più facile vedere dove si è arrivati); ho pensato di visitare la mostra curata da Italo Lupi (è stato mio collega, tanti anni fa e mi ricordo sempre il suo naso che pesca un po’ in bocca …) che illustra il design italiano, prendendo le mosse dalla prima metà del ‘900 e di seguito mostrando molto bene autori e oggetti, della seconda metà del XX° secolo che mi sono familiari, perché ci ho vissuto accanto, li ho visti lavorare e ho visto nascere quei pezzi e potrei citare a memoria alcuni dei discorsi che si facevano a quel tempo. Quella è stata una vita intera, unica, con amori e tutto il resto; unica e distinta, iniziata quando sono uscita dall’Accademia e durata pochi intensissimi anni; poi è finita quando ho cominciato a lavorare in un’agenzia di pubblicità.

Insomma è impossibile raccontare tutto in un blog, anche se questo format mi dà l’impressione di parlare ad alta voce, di raccontare, con un bicchiere di vodka (o d’acqua, che è lo stesso) davanti.

Ma la Triennale si è sommata ad altri incontri, anche casalinghi, al riconoscimento di una “modalità” (si dirà così?) che sta facendo irruzione (oppure scivola dentro, chissà) nella nostra vita – di certo nella mia – una nuova medialità che modificherà, cambiando forse anche i modi di sentire e di vedere, di certo modificando le percezioni.

Nello stesso ‘girone’ c’è un bel po’ di paesaggi e di habitat natura (ancora e nonostante tutti i miopi in circolazione). Ed è come se questi due contesti (attenzione: non si tratta di contrapposizioni tra città/tecnologia e natura/paradiso perdente) fossero due vite che procedono in parallelo, portando alla luce storie che scorrono una accanto all’altra.

 

Il Ritorno della Schiscetta

Quello che pochi anni fa – all’inizio dell’epocale ribaltamento di fotogramma – poteva anche sembrare l’inizio di un’era di revival quasi modaiolo, ora appare (e si fa pure toccare con mano) in tutta la sua crudezza per quello che è, un tempo nuovo, da affrontare con occhi tersi, muniti di buoni strumenti culturali – quelli che ti permettono di non soggiacere se non ce la fai, e comunque ti consentono di sopravvivere – per esempio la padronanza della propria lingua (almeno quella!), e l’abitudine a consultare dizionari e vocabolari, non solo per essere certi del significato delle parole che stiamo adoperando per esprimerci, ma anche per arricchirla di tutte le sfumature richieste dai nostri pensieri (almeno da quelli che vogliamo dividere con qualcuno). E a proposito di pensieri: a me sembra che si pensi meno; si mugugna molto ma in modo un po’ vacuo, poi però mi pare che ci si accontenti di pensieri minimi. Si potrebbe obiettare che tutte le energie sono concentrate altrove, impegnate ad affrontare un’esistenza diversa da come ce l’avevano lasciata immaginare… sarà ma mi pare che anche a questo proposito circolino poche idee, poche riflessioni costruttive e che si metta in campo poca energia.

Questa riflessione non riguarda solo la gente in generale, ma anche (soprattutto) i mezzi d’informazione e il loro rapporto con la politica o almeno con ciò che ne resta. Difatti mi pare che giornali e tv (ma anche la radio) siano diventati dei ripetitori e che solo pochissimi media analizzino in modo critico le “proposte” che la politica emette. Insomma un piattume, con la gente zitta zitta e i più audaci tra i giornalisti che riportano – ma quasi di sfuggita – questo silenzio di bonaccia, che non dice nulla di buono. E’ un silenzio che parla di annichilimento più che di rassegnazione.

Ma in questo spaesamento spuntano gesti e comportamenti (saranno nuove abitudini?) un po’ come i fili d’erba che si fanno strada nelle fessure di un marciapiede poco curato. Non so se sia un “fare di necessità virtù” o un rifugiarsi nei piccoli gesti (talvolta sono minuti piaceri) consolatori. Qua e là si assiste a dei ritorni e a rivalutazioni che rispondono a due criteri: quello di far risparmiare e a pari merito quello di ‘far bene’.

Una delle riscoperte più notevoli è quella della schiscetta – non solo come oggetto, per chi ne possiede una -; sta diventando una nuova abitudine, e chi non ha la schiscetta rimedia con un Tupperware scientificamente riempito a casa, con cibo casalingo – più sano, più economico (mi pare che il sandwich sia in calo) -. Prevedo che ci saranno ristoratori che compenseranno eventuali e non augurabili contrazioni di fatturato entrando nell’ora pranzo con proposte / schiscetta allettanti soprattutto per chi non ha a casa qualcuno che cucina.

Osservavo – ma non sono riuscita a fare una foto! – l’altro giorno a Milano una vetrina di Humana, un’agenzia per il lavoro. Numerosissime le offerte, ma non ho la più vaga idea delle retribuzioni; cercavano “sarte finite”, “responsabili delle vendite, lingua cinese”, “interpreti” (lingue varie), e una sfilza di addetti a lavori manuali che credo si stiano tutti rivalutando. Perché si tende ad aggiustare tutto, a riparare (c’è stata pure una manifestazione in questo settore). Se ora fossi in cerca di lavoro eviterei però un’attività che prevede un intermediario, l’eviterei come il fuoco. L’intermediario assomiglia troppo a uno che ‘rastrella’ i lavori da fare, li distribuisce, riscuote dal cliente, trattiene un’abbondante provvigione e paga chi ha lavorato “a babbo morto”.

Se cercassi lavoro, mi munirei di una schiscetta – possibilmente di metallo come quelle originali con cui potevi anche scaldare il cibo contenuto (il fermaglio che la chiude fa le funzioni di un manico di pentola) – e mi avventurerei ogni mattina verso un lavoro manuale (da cercare in rete). DSCN9633Un lavoro che richieda abilità specifica, ma soprattutto pazienza e buona educazione. Cercherei di apparire (oltre che essere, beninteso) affidabile; credo che l’affidabilità sia una qualità apprezzata che sta un po’ come una specie di ombrello al di sopra di altre capacità più specifiche. In un mondo in cui tutto è molto labile – la parola data ha un valore molto relativo – e non ci si può fidare più manco di chi governa, penso che l’affidabilità sia un valore in crescita (ma non si tratta della parola che di per sé, ancora una volta, non basta!). L’altro aspetto che curerei è l’esercizio di buona educazione e un lessico non troppo ricco (i clienti non capirebbero o diverrebbero sospettosi), ma molto corretto e puntuale, senza (troppe) parolacce. E poi una schiscetta piena ma non stracolma di cose buone per poter sostenere un lavoro efficiente, senza cadute di tono (né di zuccheri!).