Solstizio d’estate

Mi coglie impreparata, come sempre succede. Al culmine di un tragitto in cui, poco a poco e un po’ alla volta, ho osservato le giornate che si allungavano – spiandone le variazione della luce, constatando che i giorni non si allungano in modo simmetrico, bensì di più al mattino e poi di più alla sera, come adesso.

Poi sembra che tutto vada a rovescio, come nella canzone di Dalla. Sì, insomma nuovi fenomeni sociali, nuovi criteri per dare torto o ragione; ma io – caro amico – non scrivo per raccontare fenomeni e criteri. Annoto solo le mie impressioni. Sentire l’energia che viene e va, l’umore che la segue e sentirmi colpita da una perdita del senso delle stagioni. Lì fuori è tutto giallo ocra, come a metà agosto. Però tutto tace; nessun politico ha parlato alla gente – senza fare tragedie, per carità! – consigliando di tenere d’occhio i consumi (acqua, energia elettrica). E forse non ci sarebbe nemmeno bisogno (non dovrebbe esserci) di aspettare i politici, occupati come sono a spartirsi l’animale tirando di qua e di là, perduti nel loro sogno innominabile e perfino banale. Potremmo fare da noi, molti di noi potrebbero cambiare registro.

Alcuni lo fanno e alcuni si spendono per fare un po’ di propaganda a un cambiamento di mentalità. Mentre la politica – che ha scoperto il turismo e perfino la cultura anche se non sa cos’è – ha messo in funzione uno spremilimoni per un limone inedito – il paesaggio (anche se non sa cos’è) – e vende spremute di paesaggio a gente di passaggio, per aiutare a fare cassa con occasioni becere e impunite, come abusivi che vendono schifezze e molestano i turisti, navi grandi come un sestiere che occupano Venezia, maialoni che si arrampicano fino al centro del centro più antico e minuscolo dei villaggi con auto grandi come bus, dimenticando il colesterolo mal parcheggiato insieme al golfino di cashmere in auto. Fa caldo, troppo caldo per il cashmere.

Ah Persephone, dove sei? Molla Plutone e vieni a dare una mano.

Una tromba, che non è una campana

Così ho pensato quando l’ho saputo; perché avevo appena letto i risultati della prima settimana di presidenza Trump. Nel piccolo paese che non è ancora diventato un residence di lusso – trasformato da un club, da un pull, da una venture: dal mondo qui fuori che gira avvitandosi da Putin a Trump – si muore, ed è la marcia di avvicinamento a una trasformazione ineluttabile. Da piccolo paese a rinomato resort, dove ci saranno le terme e l’anima assomiglia a una vestaglia, il passo è breve.

Così ho pensato quando hanno suonato all’uscio, stamattina, per dirmi che è morta Anna; la notizia avrà di certo avuto echi diversi nella mente di ognuno e diverso effetto. Il paese che si assottiglia (“ma no!, che è appena arrivata una coppia con due bambini”) e va diventando qualcosa che non si può conoscere. Che cosa non si sa, né lo sapranno mai gli abitanti: dipende da Trump. Cioè da uno che già dal nome annuncia fragorose e non pacifiche novità. E fa niente se non ti piace, se lui ha la faccia di un apoplettico, se il fard non riesce a mascherare l’errore, se sembra un essere così vorace da inghiottire tutto (prima di essere aspirato a sua volta). Intanto è morta Anna, mica lui. E la morte crea spazi da ricolmare con altre presenze, anche aliene. Un giorno sì e l’altro ancora si legge e si ascolta la politica che recita il rimpianto dei piccoli paesi che si svuotano e perdono il loro carattere, riempiendosi solo di turisti non sempre consapevoli (né piacevoli) o di immigrati che vivono la loro vita appartata e di risulta. Ma qual è il carattere di questo piccolo villaggio.

Tutto è disarmonico, messo insieme senza legami; l’inverno peggiora ancora la disarmonia mettendola in squallida evidenza insieme ai costi del riscaldamento. Tutto è fragile e a rischio, qui; tutto resiste se si resiste. Uno che muore indebolisce il paese, si porta via un frammento di pensiero e subito c’è più spazio per gli squilli di Trump.

Una tromba e non una campana, mi viene in mente pensando ad Anna, ha annunciato cambiamenti che addolorano; avrei preferito il contrario, ma non si può scegliere. Però, dopo la tromba, suoneranno le nostre campane.