Il Colore delle Parole

Campari e Calassole parole del campariessere brilli e vederci chiaroleggere per piacere Vivo nella terra del Brunello e quando voglio andare a Milano, bevo un Campari. Il pensiero arriva subito a destinazione, nella mia testa, e non è quello della “Milano da Bere”, che sarà stata effimera ma non era poi così sgradevole (almeno per chi beveva!), ma è quello delle parole – anzi della parola scritta: quella che fa l’uomo differente e meno piatto -; delle parole e dei libri; delle pagine in cui perdersi per poi ritrovarsi diversi, dell’editoria assaltata dal business, dalla finanza, dalla politica (e magari dalla ‘Ndrangheta); parole per dire il proprio dissenso (o la propria volontà), libri per incrementare pensieri e azioni. Editoria per alimentare il bisogno di conoscenza: ingrediente indispensabile per alimentare l’amore.

 

Ghirigori

Un’arancia sul tavolo
Il tuo vestito sul tappeto
E nel mio letto, tu
Dolce dono del presente
Frescura della notte
Calore della mia vita.

Non mi sono d’improvviso appassionata alle poesie d’amore; questa – brevissima -, il cui titolo è “Alicante”, straordinariamente viene bene anche tradotta in italiano (e Prevert è così: scorrevole e facile, come una canzone che parla di giovinezza), è anche un bell’esempio di leggerezza, di quella levità così poco praticata, nella gente di Toscana, che pare non coglierla nemmeno nei propri paesaggi. Ma non la riconosce – e perciò non ne fa uso – nemmeno per parlare di vini, di luoghi, di stagioni.

Per raccontare luoghi in cui, oltre a crescere alberi sontuosi e vigne famose, pascolano greggi, pochi armenti e qualche notevole maiale, si dovrebbe avere la mano leggera e l’occhio vegano; sì, anche (soprattutto) per raccontare cibi impegnativi a gente che la carne la mangia, ma sempre di più in punta di piedi, anche senza aver letto Safran Foer.

Non so se è a causa degli eventi o delle fiction (che ci propongono quantità industriali di sangue umano – al cinema e in tv) che abbiamo cominciato a chiederci come hanno vissuto quelli che mangiamo, in attesa di essere ammazzati; non so nemmeno se questo dilagare della dieta vegana (600.000 nuovi vegani all’anno, in Germania, negli ultimi tre anni?) influenzerà più di tanto il nostro gusto, certo è che una bistecca fotografata, oggi, assomiglia troppo a carne ferita con arma da taglio. Per propormi la carne in quanto cibo senza ricordarmi l’Afganistan, devi avere la stessa leggerezza di Jacques Prévert  quando evoca una notte d’amore in una stanza poetica.

Vaga il pensiero, come in un disegno di Saul Steinberg le idee escono simili a ghirigori che prendono forma nell’aria. Se fai un passo indietro rispetto alla realtà – come un pittore che osservi la propria tela – non puoi non chiederti come mai nessuno tenga conto dello scenario che cambia e della necessità di misurarne i cambiamenti in modo oggettivo e non attraverso le proprie impressioni personali, rivolgendosi a professionisti sicuri, a veri esperti a istituti di grande affidabilità.

La diversa (rispetto a qualche anno fa) percezione di una bistecca, che ora mi appare come “carne morta” – eppure non sono vegetariana! – non è un mio sentimento personale. Stiamo tutti cambiando sguardo, mentre tutto sta cambiando intorno a noi. Eppure sento (e leggo) ancora lo stesso argomentare di anni fa. Tutti immobili? Tutti incantati? Forse sì: a me sembra di intravedere una direzione da dare ai miei pensieri, mentre come ghirigori in un disegno di Steinberg lentamente disegnano un paesaggio possibile.

Dire, fare, lavorare

Più del bicchiere di vino, mi affascinano i tanti lavori che gli stanno intorno. Intorno e dentro alla vigna, al vino e alla cantina; intorno e dentro all’agricoltura colta. Sono lavori lontani da un’idea (sbagliata) d’Italia che affiora sulle pagine dei giornali e nei discorsi che intesse la politica: impiego pubblico, lavoro ai giovani, sgravi fiscali (!) per dare un lavoro, senza chiedersi quale, con quali competenze e come procurarsi queste ultime.
Sono cresciuta in un’Italia che rifuggiva il lavoro manuale, confondendolo con ‘manovale’ e tacitamente attribuendogli connotati di rozzezza e incultura; dove i giovani sono stati spinti dalle famiglie a mettersi un colletto bianco, dopo che la Fiat aveva indotto i contadini a lasciare le campagne per arruolarli in fabbrica (in una Torino ben diversa da quella del Salone del Libro e anche di Eataly).
Mi domando se il precipitare imminente di quella che ci siamo abituati a chiamare crisi (ma che è una strategia globale di appropriazione indebita di beni e diritti) darà tempo ai giovani di capire la bellezza del lavoro, di quello vero, non del posto (che non c’è più) di lavoro cantato dal film di Ermanno Olmi.
Penso ai giovani di tante età che aspirano a diventare giornalisti, registi, pubblicisti, pubblicitari (ma in realtà venditori di spazi), e che non conoscono il lavoro manuale, anzi magari lo disprezzano pure.
Poi capito in cantina e vedo il “vecchio” e il giovane al lavoro, un lavoro vero e affascinante (e pure ben pagato). Mi viene in mente che a Milano ci sono tanti avvocati quanti nella Francia tutta, che tutti i pizzaioli milanesi sono egiziani. Che gli operai agricoli sono arabi e i più umili lavori della vigna – per produrre vino – spesso li fanno dei musulmani che forse si pongono domande imbarazzanti. Che sono i macedoni a tagliare i boschi e accudirne le legna ….Che han più occhio gli americani dei nativi a promuovere lo stile toscano.
Mi viene in mente anche l’ineffabile bellezza un po’ noiosa della vita in campagna e quanto ci sarebbe da fare per ripopolare – senza enfasi, e neppure annunci – con gente e raffinato (e produttivo) lavoro agricolo (e dintorni) la (quasi ex) bella terra d’Italia. Mentre i due maestri bottai lavorano di gran lena, con competenza e un profondo legame con quello che stanno che stanno facendo,,,in particolarerisultatoolslavoro impegnativoil sapere al lavorobatman è stato quisapere e farelavoro finitomaestri bottai