Ricevo (bontà sua) periodicamente, da Angelo Gaja delle note, dei comunicati, dei press, che spesso mi condisce e arricchisce di notiziole e chiose addentellate che sono (per la sottoscritta) anche più sapide dei comunicati a cui fanno corollario.
Oggi mi è arrivata una nota sulla vendemmia che mi conferma la lucidità dell’uomo più sagace tra quelli che abitano il mondo, variegato e non sempre amabile, del vino.
Lascio stare il commento telefonico già avvenuto, ricco di scoppiettanti annotazioni angeliche, che a me incompetente hanno socchiuso finestrelle e porticine, svelandomi un continente che andrebbe esplorato da penne e computer ben più strumentati di quelli miserrimi della sottoscritta.
Ma non posso non prendere atto che, a fronte dell’incapacità generale di dialogare in modo maturo e complesso su uno dei temi più inebrianti del mercato – il vino, appunto! -, Angelo Gaja si dimostra l’unico player in grado di comunicare, non solo con l’inevitabile competenza che gli viene dall’essere il protagonista più notevole, ma anche con l’occhio lungo e il cinismo intelligente indispensabili a chi da sempre arriva in groppa a un cavallo bianco.
Tanti leggeranno (altrove)
il testo a cui mi riferisco, ma mi chiedo quanti – tra gli innumerevoli interessati – saranno in grado di rilanciargli la palla in modo adeguato. Le nostre vigne hanno bisogno di più cultura – quella vera che nasce dalla capacità di ognuno di noi di coltivare la propria storia -.
Sono forse troppo Gaja? Non so: da sempre l’intelligenza e la capacità di confronto mi affascinano, più di qualsiasi buona bottiglia.