Buonanotte è per sempre

I segnali non erano mancati. Perfino un capriolo che caracollava contromano, alle undici di mattina, che sembrava un cane smarrito. Ma anche qualche lampo nella memoria e una certa urgenza di telefonare (mai ripromettersi di chiamare qualcuno che non senti da anni: chiama e via). Un’urgenza tardiva.

Questi telefoni sono infernali. Inviano suoni ipnotici che ti costringono a guardare lo schermo: così ho capito che era arrivato un altro messaggio. Ho accostato a destra, a metà della discesa sotto Montisi, con un giro largo, per evitare di schiacciare una foglia morta che stava accartocciata in mezzo alla strada. C’era un vento forte, come di mare, e la foglia si muoveva raschiando l’asfalto. Insomma ci ho messo un po’. Poi mi sono fermata, ho aperto il telefono e ho visto il messaggio.

Di Mario mi restano solo un bel collage, un cache-col preso a Lodi nella boutique di un amico, e una campana a vento che veniva dalla California, di quelle che in luogo del battacchio hanno una specie di vela fatta con una lamina di rame: se c’è vento suona e fa un suono attutito e un po’ malinconico.

La vita in sogno

Il teatro è tutto rivestito di tarsie in legno pregiato: un bel disegno a losanghe di sapore solidamente borghese, come gli arredamenti di questo periodo. Non c’è moltissima gente, ma è sufficientemente pieno. Il brusio è lieve e non fastidioso; percorro tutto il perimetro esterno – intorno ai due ordini di poltrone – accompagnando un piccolo gruppo di visitatori di riguardo che mi hanno fatto un’improvvisata.

Uno di essi è particolarmente attento all’ambiente, come è sempre stato interessato a tutto quello che ho fatto. Siamo invecchiati entrambi, con consapevolezza. Nel gruppo c’è anche un altro testimone di riunioni e anche di feste in casa di amici di tutti, ma io sono più colpita dalla presenza di chi mi stava accanto un giorno (d’autunno?), nella mia città improvvisamente sconvolta da un crollo di un intero palazzo, in viale Monza. E’ successo in seguito allo scoppio di una bombola, o di una perdita, di gas.

E’ pomeriggio, per fortuna, in orario d’ufficio, perciò molti sono al lavoro e per questo si salvano. Il traffico è sconvolto e c’è un blackout intermittente delle centrali telefoniche sovraccariche: anche il mio cellulare non funziona. Ho una riunione, dovrei rientrare in ufficio e sono in ritardo. L’uomo che mi accompagnava (e che è venuto a trovarmi nel teatro) è partecipe della mia ansia. Finalmente riesco a chiamare la mia segretaria che risponde subito chiamandomi ingegnere e dicendomi che la signora non c’è, che ci sono anche altre persone che l’aspettano.

Riesco a visualizzare la segreteria del mio ufficio, con il divano di Scarpa e il pannello dove ho fatto riprodurre tutti insieme i vecchi simboli delle collane editoriali; la scrivania con l’intrepida Giuditta, con la sua voce gentile e la mania (condivisa) per l’italiano nitido, che scrive impeccabilmente e sa anche riconoscere una trappola mortale, pure se chi la costruisce è un professionista del settore.

La giacca blu di gabardine di quel pomeriggio ora è appesa fuori dall’armadio; è ancora impeccabile ma troppo leggera per essere indossata in questa stagione. La guardo come un reduce di guerra osserva la divisa indossata durante una battaglia impegnativa, da cui è uscito vivo. La indosso scrutando nello specchio i movimenti di quel pomeriggio di fuoco, ricordando che prima di entrare nella sala riunioni l’avevo allacciata, per sentirla ben stretta in vita; e poi gli scoppi, il fumo, la silenziosa rissa mortale.

La scema del villaggio

RSCN0577Trovo sul Corriere della Sera un articolo d’annata (1964) sul Ferragosto a Milano, a firma di Dino Buzzati. Mi torna in mente la sera in cui l’avevo conosciuto – Dino Buzzati -, a cena al Gourmet ristorante – evento, aperto in via Torino, a Milano, non ricordo più da quale società, in nome di una centralità dell’enogastronomia intuita con sagacia eccessivamente precoce da qualcuno di cui ho ricordi nebulosi. Il luogo era elegante, con tavoli rotondi, un po’ troppo grandi per una vera conversazione.

Ne scrivo perché tra i tanti intellettuali, saggisti e poeti, narratori e giornalisti che mi è capitato di incontrare per parlare di libri, Buzzati l’avevo incontrato per discutere di pubblicità e pianificare un strategia. A tavola eravamo in tre: Antonio Scanziani – nostro ospite e mio capo, nell’agenzia di pubblicità dove ero art director, Dino Buzzati e la sottoscritta. Oggi, mentre scorrevo l’articolo, pensavo al singolare modo di risparmiare del management del Corsera (stanno riempiendo, ogni giorno, pagine su pagine con articoli d’antan di giornalisti defunti) e mentre mi ripromettevo di smettere di leggere il vecchio quotidiano – soprattutto di acquistarlo! – mi è venuto in mente che dei tre seduti quella sera a cena (1968?) al Gourmet, ero l’unica superstite. Antonio Scanziani infatti è morto – lasciandomi delusa perché era figlio di centenari – qualche mese fa; in sospeso avevamo un incontro pianificato e rimandato negli ultimi anni, numerose volte.

Così, se non annotavo qui (e là) di quell’incontro, nessuno ne avrebbe mai conosciuta la ragione. Scanziani era un uomo straordinario; figlio di Piero – scrittore, saggista e uomo volitivo e coltissimo – aveva aperto (e qualche volta chiuso) agenzie di pubblicità, con soci (Claudio Maria Masi de Vargas Machuca e Bragadin) e senza soci. Aveva avuto (avevamo) clienti straordinari, creativi brillanti (tra cui la sottoscritta) e un intuito ineguagliato, prima durante e dopo di lui. Tra i clienti, l’immobiliare Pedroni, che stava lanciando Milano San Felice, progettata da Luigi Caccia Dominioni e Vico Magistretti. Ho ancora i lay out e le bozze di un corposo dépliant, datato ma storicamente prezioso, dato agli agenti che vendevano gli immobili ai milanesi più sensibili a uno ‘stile di vita’ futuribile, oggi imploso e riservato agli asiatici che lavorano nelle multinazionali della fottuta globalizzazione.

La cena con Buzzati era frutto della visione di Scanziani che lo aveva arruolato per scrivere una serie di articoli sul “vivere in città con il gusto della campagna”. E’ proprio così: sono passati quasi cinquant’anni da quella cena e oggi qualcuno usa lo stesso ‘claim’, anche se si sono ormai dissolte le ragioni per farlo.

Quando ho letto il breve reportage di Urbano Cairo che ora ha conquistato la maggioranza nel Corriere e mi è venuto in mente il primo pranzo (‘colazione’, diciamo a Milano) di lavoro con lui, diventato nuovo capo dei venditori di spazi pubblicitari dopo l’uscita di Lorenzo Pellicioli; ho ricordato anche la domanda che mi aveva posto, entrando quel suo primo giorno, nel ristorante della Mondadori, dove portavamo gli ospiti.

L’ho empiricamente ricollegata alla mia cena con Dino Buzzati e Scanziani, così tanti anni fa, perché Buzzati, pur essendo un grande, ‘non se la tirava’ come si usa dire e contribuì, con creatività e senso del marketing, a costruire una prima pagina de “Il Giorno” redazionale, per promuovere questo nuovo stile campagnolo in città (Caccia Dominioni aveva addirittura immaginato – e preteso –  un gregge pascolante al centro del complesso). Quanto a Cairo – di cui Berlusconi amava raccontare vita e miracoli (!), con particolari succosi -, quel giorno, trent’anni dopo la mia cena con Buzzati, entrando come mio ospite al ristorante Mondadori di cui dicevo prima, sbattendo le palpebre un po’ intimidito, mi chiedeva se “qui ci sono degli scrittori, seduti ai tavoli?”.

Ripensavo a questi incontri, e alla mia vita in campagna ricca di bellezze naturali e non priva di delusioni, alla mia pervicace e stupida attenzione per la raccolta differenziata, l’imbestialimento che mi prende constatando l’indifferenza verso la sporcizia che nasconde la bellezza delle pietre, il tappeto di osceni mozziconi di sigaretta che gli insensibili si ostinano a lasciare in terra, i disgustosi kleenex usati che si annidano tra le fresche erbe profumate, il pattume fisico e morale che pesa sull’anima di chi si ricorda di avercene una. Ripensavo all’assenza di idee e all’idea di assenza di pensiero che può cogliere a tradimento e ho capito di essere la scema del villaggio.

L’uomo che sapeva

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Tutto si stempera nel ritmo implacabile del mondo vegetale. E nessun verbo è così male assortito, quanto il “vegetare” attribuito alle esistenze perse al pensiero, alla volontà, alla propria evoluzione. Persino quando agonizza e poi muore (muore?), il mondo verde mi pare determinato ai suoi scopi, al disegno che coltiva e persegue.

Tutto si stempera guardando questo autunno che sfolgora e attenua. Anche i necrologi che annunciano la partenza per il dove misterioso di conoscenti, compagni di scuola e di avventure, ex-fidanzati o sodali in imprese più o meno utopistiche, o anche persone appena sfiorate ma stimate e ammirate, oppure colleghi e capi con cui ho condiviso brani di una vita che a tratti mi pare inventata durante un dormiveglia un po’ ebbro – in preda a sinestesie – non fosse che mi rimangono ricordi non solo virtuali, né solo memorie di una signora svagata e in disarmo.

Così non è stato immediato il soprassalto di dispiacere e poi di rammarico acuto, quando leggendo quasi in automatico le colonne dei necrologi, il nome di Pino Buongiorno se ne è uscito galleggiando a mezz’aria. E mi è tornata in mente una delle ultime volte in cui l’ho incontrato e parlandogli per mezz’ora, gli ho raccontato una storia che già mi sembrava inverosimile, eppure era accaduta, e il suo sguardo si faceva sempre più attento annodando il mio racconto a fatti concreti e inseriti in uno scenario di cui conosceva contorni e implicazioni. E non ho mai scordato il suo commento lapidario che mi fece capire quanto il mondo in cui viviamo può essere pericoloso, nella sua quotidianità.

Poi la natura prende il sopravvento e le nostre vite, ogni tanto, mi appaiono marginali rispetto ai progetti del mondo vegetale; mentre l’autunno si esibisce con chiaroscuri e sfumature, lasciandoci intendere che sorprese e cambiamenti potrebbero essere anche notevoli, il ricordo di PB si mescola a quello di giorni che stanno diventando un’epoca e a luoghi che appartengono a un racconto da riservare a quelli che vogliono capire. Perché ricordare e basta, non serve a nessuno.

Bio Bio Bio Bio

DSCN5687Ammiro Giannelli (che ho anche il piacere di conoscere, fin dal tempo in cui è stato brevemente un autore Mondadori) e alcune sue vignette sono semplicemente geniali. Quella di oggi sul Corriere, invece mi ha folgorata, lasciandomi un po’ di amaro in bocca. Riguarda l’ormai nota vendita ai cinesi della Pirelli, una delle stelle del nostro firmamento industriale, giusto per non citare la brutta espressione “eccellenza italiana”, modo di dire divenuto ormai retorico.

Ma l’amarezza non aleggia tanto (o solo) a causa della vendita ai cinesi, ma piuttosto perché, con una di quelle alchimie del caso descritte da Gustav Jung, la vignetta di Giannelli, oggi, sintetizza bene il mondo alla rovescia in cui stiamo vivendo.

Sembra di stare in un racconto un po’ surreale; un mondo di paradossi. Gli emiri che finanziano il terrorismo internazionale e acquistano il nuovo centro di Milano e in chissà quali altri affari hanno le mani (qualcuno dice energia e acqua); Putin che correrebbe volentieri in soccorso della LePen; gli americani che secondo Sean Penn – ma non solo secondo lui – sarebbero all’origine (addirittura i creatori) dell’ ISIL; il capitalismo ‘comunista’ dei cinesi che però lasciano a capo della Pirelli cinese il Tronchetti Provera; e la lista includerebbe non pochi casi nostrani, anche più vicino a noi comuni mortali …

Rientrando invece in panni più campagnoli, ma non meno mediatici, si fa una carrellata su Vinitaly per apprendere che l’esecrato e stigmatizzato mondo dell’agricoltura biologica (e biodinamica), nella sua accezione vitivinicola sta diventando un protagonista ed è non solo esaltato, ma da ciò che si può leggere sui grandi quotidiani – Corsera in primis – è portato in palmo di mano dal mondo fino a ieri più critico verso le pratiche ‘naturali’ e più vicine ai bioritmi della terra. Solo che questi “nuovi protagonisti” del bio pretendono di fare i primi della classe, con un atteggiamento da “ora ti spiego io come si fa”.

Ed è tutto un predicare il nuovo corso bio, da parte di quelli che fino a ieri ne prendevano le distanze. Chi però poi allunga il passo in campagna e fa una girata tra le vigne scopre che davvero molte di quelle che venivano trattate con sostanze sistemiche e con concimi chimici, ora si presentano con un rigoglio di favino, tra un filare e l’altro. Non ci si può davvero lamentare di queste apparizioni: fa bene, fa meglio a tutti (prima di tutto alla terra stessa) questo nuovo sguardo ecologico. Io magari sono troppo maliziosa e scettica, perché penso che non si tratti tanto di un’evoluzione, quanto di una scelta fatta sulla consapevolezza di un’attenzione speciale dei consumatori per i cibi naturali (vino incluso).

Ci sono quelli che coltivano direttamente la loro vigna, da anni, anzi da decenni,  praticando l’agricoltura biologica; da qualche tempo anche alcuni produttori più grandi e particolarmente attenti – hanno adottato queste pratiche. Questa presa di coscienza, queste acquisizioni, sono un segnale positivo.

Meno positivo invece è il tentativo di chi fino a ieri lontano e scettico, rispetto a queste pratiche colturali, di ergersi a maestro, di dare indirizzo e regole, di costruire recinti e dare etichette … insomma di normare un qualcosa che è prima di tutto un modo di essere e di sentire. Da tutti gli articoli affiorano gli stessi aggettivi che fanno pensare che tra pochissimo sarà tutto un bio bio bio bio. Tutto il contrario di tutto quello che succedeva anni fa. Proprio una realtà scaravoltata, come sagacemente sintetizza Giannelli, con gli imprenditori che diventano “comunisti”, invece degli operai.

 

Silenzio!

Che mi succede?! Una botta di nausea da eccesso di parole. Davvero molto strano per una che con le parole ci lavora e ci fa i conti da una vita. “Silenzio, ora si fa.”, è quello che vorrei dire a tutti i parlatori, di solito piuttosto abili, che ci imbottiscono di suoni che pretendono di corrispondere ad azioni …, ma che dico: addirittura a concetti e magari anche a qualcosa di profondo.
Nessuno ascolta, ma neppure si ascolta o ri-ascolta. Se qualcuno lo facesse si accorgerebbe che non è vero che le parole possono essere dette ‘al vento’; se non altro perché ora esistono media più insidiosi e molto sofisticati rispetto a quelli in uso comunemente fino a qualche anno fa. Ma anche se questi media così sofisticati e avveniristici non esistessero, da sempre le parole – soprattutto se corrispondono a promesse – scavano dei tunnel nella mente e nel cuore delle persone, fanno germogliare idee, abbozzano orizzonti: sono vive e lavorano nel profondo della psiche.
Mi torna in mente una presentazione di trent’anni (?) fa, al quinto piano della Mondadori, Sala Consiglio, presenti – se ben ricordo – Piero Ottone, allora DG dei periodici, Neila Prizzon, la grande indimenticata signora della pubblicità che tanto fatturato portò a quell’azienda.
C’era la presentazione di una campagna pubblicitaria per promuovere un settimanale (non ricordo quale). Qualcuno dei presenti, piuttosto digiuno di comunicazione e in particolare di pubblicità, stava esortando a usare dei claim che a me sembravano decisamente imbonitivi. Intervenne la Prizzon che non era abituata a camarille e pissi pissi: “Non possiamo raccontare balle ai nostri clienti, promettendo che il giornale sarà qualcosa che non riusciremo a dare e a fare; non possiamo fare una campagna bellissima che promette miracoli e vende migliaia di copie in più, come per magia, perché non c’è niente di peggio di una campagna bellissima che promette un prodotto meraviglioso e lo fa acquistare da milioni di persone. Quando tutti quelli che l’hanno acquistato si accorgeranno che quella cosa lì è una “merda”, non ce lo perdoneranno più e li avremo persi per sempre!!”.
Così disse la Prizzon. Che sapeva come funziona la comunicazione e portava in azienda miliardi di fatturato. La regola è sempre la stessa.

Brunello è meglio

E’ come al cinema, quando vedi una dissolvenza lenta di un’inquadratura con un’altra immagine che affiora al suo posto (dissolvenza incrociata). Così, e neppure molto lentamente, sta cambiando il vissuto della campagna, della vita e del lavoro in campagna e sulla terra; un cambiamento che non è affatto un ritorno alle origini, come parrebbe a una lettura superficiale di quello che – libri, film, saggistica, premi e canzoni – la cultura e l’informazione ci stanno proponendo.

Una mattina di chissà quanti anni fa, vicino a piazza del Campo, mi incontro con Emilio Giannelli che aveva pubblicato un libro delle sue già famose vignette da Mondadori; son trascorsi così tanti anni che fatico a ricordare se l’incontro era pianificato (credo di sì) oppure casuale. Sta di fatto che Giannelli era un autore della Casa Editrice e il mio lavoro prevedeva anche la cura della comunicazione in occasione dell’uscita dei libri … Perciò mi ero ritrovata il libro di Giannelli, alla fine del giro delle dediche, con il disegno di una matita che invece era una bottiglia di Brunello e la scritta “Brunello è meglio!” quale dedica personalizzata. Ma io del Brunello sapevo – a quel tempo – poco o niente; ero solo la felice proprietaria di un bel casale nel comune di Montalcino, anzi era il casale che si stava impadronendo della mia vita e mi tiranneggiava non poco.

In altre parole, nonostante da sempre io amassi la campagna, come luogo dello spirito, da vivere e soprattutto immaginare, non pensavo affatto di andarci a stare; mi piaceva andare, stupirmi, riempirmi gli occhi e la testa (di virgiliane riflessioni) e tornare alle snervanti incombenze (ma così appassionanti) e alle responsabilità che l’Editore mi aveva affidato. Tuttavia, misteriosamente, la pausa che mi concedevo così raramente nutriva la mia vita, la allargava e l’approfondiva, facendomi intravedere significati che anni prima mi erano sfuggiti. Per esempio, ho riletto sul filo di quei vissuti la storia della mia nonna materna – nata in una famiglia borghese e finita proprietaria di un piccolo appezzamento di terra, dove, dopo essere rimasta vedova, aveva cresciuto uno stuolo di figli, allevato animali, coltivato frutti e ortaggi, resistito all’occupazione tedesca – nel sud della Francia -. Sì, insomma dalla terra veniamo tutti quanti e se riusciamo a distaccarci dal riflesso automatico che nella mente della maggior parte di noi la lega all’idea di lavoro troppo faticoso e (fino a pochi anni fa) socialmente emarginante, essa ci può far sentire emozioni oltremodo liberatorie, soprattutto in questi tempi di prevalenza della finanza in un mondo visibilmente più angusto.

Fu sul filo di questo intimo sentire che quando, alcuni anni dopo, mi trovai nell’occasione di acquistare un pezzo di terra in questa campagna, con una buona dose di incoscienza e senza alcuna esitazione, mi ci buttai a corpo morto. Su quella terra ci pascolavano alcune greggi di pecore che ‘rotolavano’ giù per la collina accompagnate dal lavoro frenetico di tre o quattro pastori maremmani e mi sembrava che nulla sarebbe mai cambiato, dal punto di vista scenico.

Ma non voglio tanto raccontare una storia di famiglia (verranno, pochi anni dopo, le mie figlie a costruire lì sopra un pezzo della loro vita), quanto constatare che nei vent’anni che sono trascorsi da quel tempo e da quei vissuti è avvenuto il cambio di fotografia a cui faccio cenno all’inizio del post. Mentre io guardavo la terra con occhio bucolico e la mente piena delle ricerche psicografiche che fotografavano i cambiamenti socioculturali, i vini docg iniziavano una nuova tappa del loro viaggio sui mercati del mondo e nella mente dei loro futuri pubblici di riferimento. Uno in particolare – come aveva scritto Giannelli: “Brunello è meglio!” – sarebbe diventato la bandiera enologica del made in Italy …

Non voglio nemmeno parlare di quel mercato e di quei vini, ma della spinta che essi, con il loro successo, hanno dato a un nuovo sguardo sulla terra (magari inizialmente solo sulla vigna) e sulla vita in campagna. Perché all’inizio ci fu il vino, forse non da solo perché per quelli di città anche gli olivi contavano (si stava scoprendo l’olio extravergine!).

Ma se avete avuto la pazienza di leggere queste righe, ora vorrei concludere facendo un’ultima osservazione. Fare vino, soprattutto un vino famoso – legato più che a un concetto di eleganza all’idea di essere un bene di lusso (purtroppo!)  – ha attratto verso la campagna, e bene o male verso un certo “stile country” nostrano, moltissima gente e soprattutto un bel po’ di soldi. Chi è milanese come chi scrive sa bene quanto “la vigna in Toscana” (ma anche in Piemonte) sia simbolo di stato nel mitico quadrilatero del design e della moda … Ma chi gira nel mondo del vino si sarà anche accorto del profondo mutamento che da alcuni anni ne sta ri-segmentando le preferenze e i consumi; un po’ sbrigativamente si può dire che se una volta (vent’anni fa) parlare di vino bio faceva storcere il naso (e di vini naturali non si parlava per niente), ora si guarda sempre di più al vino come a un (passatemi l’espressione) dono di un terroir, a qualcosa che deve essere figlio di quella vigna e di chi l’ha creata.

Attenzione; non sto parlando di vino in senso enologico, sto facendo delle associazioni con dei vissuti che non ho spazio, in questo contesto, di ampliare e approfondire; ma quello che vorrei sottolineare è il nuovo concetto di campagna, di vita in campagna, di lavoro sulla terra – ora non più obbligatoriamente la vigna – che si sta facendo strada nelle fasce e nei cluster più ‘meditativi’ e critici della nostra società (ma che non è ancora così acquisito dal mondo del vino).

Me ne sono trovata una fotografia puntuale proprio oggi sul Corsera, con il pretesto di una recensione al film (che non ho ancora visto) di Alice Rohrwacher, con il racconto di alcune esperienze di vita quotidiana e lavoro in campagna con “la fatica della terra che convive con la chiavetta Usb per collegarsi al web”. E non è più la testimonianza un po’ modaiola di un nuovo “stile di vita”, bensì il reportage di scelte più sentite nel profondo, meno estetizzanti e più faticose nella pratica, per andare verso qualcosa che si sente come più vero, qualcosa che lascia più spazio ai lati affettivi che le generazioni appena precedenti hanno scansato, in favore di un benessere che ha un po’ irrigidito la loro anima  …

Anche se dietro l’angolo c’è come sempre l’affarismo aggressivo e senza regole – si parla ancora poco di land grabbing, ma è un fenomeno che ha già sconvolto popolazioni dell’Africa – oggi molti giovani e anche molte persone di mezza età che non hanno liquidato il pezzetto di terra dei nonni, lo stanno ritrovando e rivalutando come un luogo di vita e una nuova dimensione da cui provare a vivere con meno. Non so se sia una “decrescita”, o se invece non si tratti di un vero e proprio sguardo nuovo, ma è il vino l’artefice di questa apertura, il nuovo e diverso mercato del vino che con il vecchio (ma recente) modo di viverlo ha ben poco da spartire. “Si beve con la mente” ha constatato e scritto Angelo Gaja. Di certo si beve molto meno ed è un’opportunità per guardare al vino in modo nuovo, e per guardare alla campagna come un luogo per pensare (e immaginare che cosa significherà – per le nostre vite – questo nuovo sguardo sulla terra).

Inverno Italiano

Ho avuto un capo che, a un certo punto della sua permanenza in casa editrice – dove lavoravamo entrambi – ha scritto un libro. Il libro non l’aveva materialmente scritto lui (scrivere richiede tempo e lui era l’amministratore delegato di un gruppo articolato e complesso), ma raccontava, credo piuttosto fedelmente, del suo lavoro nella Germania est, al tempo della riunificazione; un complesso incarico ufficiale, conferitogli da qualche istituzione, il cui obiettivo forse era quello di individuare i punti d’incontro tra due culture separate, fino ad allora, da un muro al cui abbattimento Gorbaciov aveva dato il suo contributo indispensabile.

Quel mio capo (era ancora in procinto di dare un nuovo impulso alla propria carriera) si lamentava con me di aver venduto solo ottantanove copie del suo libro (che era stato pubblicato da uno dei marchi del gruppo editoriale da lui amministrato); si lamentava perché riteneva che il libro meritasse ben di più. In effetti, il libro era scritto bene, da un giornalista che aveva raccontato bene gli episodi salienti di quella stagione di lavoro così impegnativo, in un momento così significativo per la storia della Germania e dell’Europa.

“Ma caro mio – gli avevo commentato – se, invece di scrivere un libro intitolato ‘Autunno tedesco’, tu avessi proposto ‘Primavera francese’, avresti avuto un gran successo, indipendentemente dai contenuti; anche se i contenuti, in questo caso, non possono che peggiorare la situazione!”.

In quel periodo c’era una grande attenzione per la Germania che dava l’idea di essere in procinto di compiere un’operazione immane; ricordo che alla Buchmesse a Francoforte circolavano delle t-shirt nere con dicitura “Endlich, ein Deutschland weniger”, testimoniando un’inedita autoironia. Quel mio capo era persona colta, ma un po’ noiosa, come tutti quelli che scoprono un po’ tardi nella vita un lato inedito dell’esistenza, tendendo poi a concentrarvisi troppo; però sarebbe uno con gli strumenti adeguati (e lo sguardo giusto) a tagliare finalmente i costi di stipendi, prebende, privilegi costosissimi e dintorni, del milione (o poco più) di politici, manager pubblici, loro amici e amici degli amici, che sono all’origine di questo inverno italiano, di cui è impossibile vedere la fine.

Potrebbe farlo molto bene, perché oltre a possedere le qualità ideali per affrontare i problemi della complessità dell’azione, non dovrebbe ‘tagliare se stesso’ (è la precondizione indispensabile affinché i tagli siano effettivi). Poi magari potrebbe scrivere un libro, facendosi aiutare da un giornalista giusto, via di fuga dalla banalitàper raccontare l’epopea, e pubblicarlo con un titolo finalmente primaverile. Io gliene sarei così grata da promettergli fin d’ora almeno tremila copie vendute.

 

Gli occhi azzurri di Alberto B.

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Scrivo pensando a ciò che Alberto Bevilacqua avrebbe detto leggendomi, ma lui non può più farlo e ciò mi rende un po’ meno libera, tuttavia. Alberto non era un amico, nemmeno un conoscente, anche se qualche prova di (vera) amicizia da lui l’ho avuta e per conoscerci ci si conosceva molto bene. Ma Alberto era l’Autore, quello con la “A” maiuscola e non perché faceva Alberto, ma per l’ovvia ragione che portava immensi guadagni all’editore. Per questo, quando riuscirono a catturarlo, gli ordini di scuderia furono tassativi e assolutisti: andava assecondato, in tutto e per tutto.

Ma se mi aspettavo un dittatorello isterico e vanitoso – come troppi autori che non conoscono lo specchio, soprattutto quello dell’anima – mi fu dato di ritrovare qualcosa di diverso e non c’è tempo qui, ora, di raccontarlo. I ricordi vanno alla rinfusa, dalla sua conoscenza della banda della Magliana – e i racconti puntuali che ne faceva, le gesta e i caratteri, a chi aveva inclinazione all’ascolto -, al tonno con piselli che mi servì una moglie (slava, mi par di ricordare) a casa sua, a Vigna Clara, una sera di venti e poco più anni or sono. E l’ultima nuotata insieme, all’Argentario, dov’era in vacanza al Pellicano con l’amica di quell’anno 1994; e il consiglio “parla con l’Opus Dei, ti possono aiutare”, in un momento difficile (suggerendo ovviamente anche il nome giusto).

L’amico delle donne, soprattutto delle cento e più mila lettrici degli anni d’oro dell’Italia che non leggeva, amava l’azzurro (come i suoi occhi) e temeva la morte, ma forse più ancora la decadenza fisica – lui che aitante non era, ma poteva vantare mille sfumature di una voce interessante, che sapeva usare e che usava.

Un viaggio a Lily Dale, per lanciare un suo titolo in uscita, mi valse l’incontro con il mondo della spiritualità americana e non solo, ma soprattutto la momentanea guarigione dal mal di schiena, da cui ero stata colpita con l’arrivo di Berlusconi in casa editrice; di quel viaggio a New York, con il consueto nugolo di giornalisti importanti avemmo occasione di parlare anche per altre ragioni, che riguardavano la politica italiana, di cui conosceva praticamente tutti i retroscena.

Tra tante foto, ne ho scovata una del giorno in cui l’ho consolato un po’ della vecchiaia incipiente, rivelandogli che somigliava sempre più a un pittore fiammingo. Gli piacque.

Numerology

guarda come volo!Gli animali sanno contare?
Secondo gli specialisti, la nozione di numero non è estranea al comportamento di certi animali. Anche i più scettici attribuiscono ad alcune specie una rudimentale capacità di contare, che si esplicita in svariati modi.
E’ quanto afferma Georges Ifrah, nell’introduzione di “Storia Universale dei Numeri” (Mondadori 1983), un libro coinvolgente, in cui si può anche cercare – junghianamente – la spiegazione di qualcosa di particolare, di un evento che ci sembra in sincronia con qualche nostro pensiero.
Perché, come scriveva Aristotele, ben più di duemila anni fa, a proposito dei seguaci di Pitagora, “pareva loro evidente che tutte le cose modellassero sui numeri la loro natura e che i numeri fossero l’essenza primordiale di tutto l’universo fisico“.
Il numero appare sempre di più, oggi, la chiave per comprendere i fenomeni più diversi.
Il libro che cito qui sopra si impegna a raccontare e spiegare una fase eroica dell’umanità: quando gli uomini che abitavano la pianura lungo il Nilo, i giardini di Babilonia o le foreste dello Yucatan hanno inventato i modi per rappresentare i numeri.
Io, più modestamente, ho capito l’essenza dei numeri quando mi sono resa conto di avene smarriti ottocento. Quelli telefonici che – più o meno – sono in grado di dare voce a un amico, prenotare un ristorante, raggiungere qualcuno che (càpita) si è perso di vista, in una fase successiva della vita, chiamare qualcuno in aiuto, in un momento critico; oppure lavorare.
Ottocento numeri non erano tutti quelli della mia/nostra esistenza, tuttavia sono quelli che – con o senza sei gradi di separazione – mi connettono con il mondo, o con quella sua porzione che ha acquisito spazio e vitalità nella mia vita di ora. Grazie alla rete ne ho recuperati quattrocentoventitré; poi si è materializzata Vodafone – un po’ in ritardo, ma con la voce gentile di Rafaela – e mi ha dato altri tre numeri, che dovrebbero mettermi al riparo da altre incresciose disavventure.

Per tornare a ciò che ho perso e spiegare a me stessa come sia potuto accadere, mi rifaccio al messaggio di Aristotele che ho trascritto qui sopra. Questa perdita è come doppiare una boa e misurarsi con un vento nuovo, la cui forza è tutta da misurare.

In vista del Ferragosto.

12 agosto (08) 2013: numero antroposofico: (1+2+8+2+0+1+3) = 8