All’armi siam turisti

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Non solo uno sfogo: un vero allarme

Non so voi, ma io mi ricordo piuttosto bene delle “vacanze intelligenti”, lanciate dall’Espresso, che a quel tempo – ma che tempo era, e dov’eravamo? – era il punto di riferimento di un genere di persone (un gruppo socioeconomico disomogeneo con consumi e atteggiamento culturali simili) che in quel giornale ritrovava le proprie propensioni e opinioni.

Ripensandoci, cerco di ricordare com’erano le vacanze, prima di diventare intelligenti – un po’ stupidine, magari – e com’eravamo; sarebbe meglio scrivere ‘com’era la gente nei miei dintorni allargati’.

Per soccorrermi potrei andare a rileggere qualche ricerca Eurisko del professor Calvi, o di Giampaolo Fabris, o di Enrico Finzi, oppure qualche annuario Esomar, per dare una sbirciata ai consumi in Europa – trent’anni orsono – e vedere di nascosto l’effetto che fa.

Scriverei in modo molto ben documentato, ma meno empatico: in verità preferisco attingere al pozzo personale, essere meno scientifica (ma lo scrivo solo per mettermi al riparo da qualche geologo dell’animo umano) e consegnare a questo blog l’emozione violenta (e sincera) che mi suscita il vespaio turistico di cui il belpaese è l’involontaria e finora supina vittima.

I ricordi – quelli con tanto di documenti a suffragio – li riservo alla carta stampata, perché è lì che si può dire “l’ho messo nero su bianco”, con buona pace del blog che ha altre ambizioni … Ma questa è un’altra storia.

Tornando alle vacanze stupidine d’antan, io c’ero; c’ero ma facevo già vacanze intelligenti (secondo quello che scriveva l’Espresso). A questo punto qualcuno ridacchia e dice tra sé e sé eccola qui la nostra che si parla addosso … Ehm, no, aspettate a ridere alle mie spalle, potrebbe rivelarsi paradossale …

Sì, perché io ero tra quelli – pochini ancora, ma ‘intelligenti’, secondo l’Espresso – che venivano in Toscana, anzi: si precipitavano. Qualche volta scegliendo un villaggetto da niente, con annessa pieve e paesaggio “incontaminato”, preferendolo a una sortita in una delle cittadelle europee che rigurgitano cultura e buona (almeno in apparenza) educazione.

Come mai questa preferenza? Intanto bisogna dire che non ero sola a fare questa scelta e che allora – con gli italiani indaffarati a diventare cosmopoliti – c’erano persone, qualche volta anche intere famiglie, che sentivano dentro di sé l’urgenza di conoscere l’Italia. Allora non si usava citare il Grand Tour (ora lo si cita scrivendolo senza la “d” finale, come se fosse una specialità gastronomica un po’ volgarotta).

Strano, no?, conoscere l’Italia, questo paese rimasto un po’ medievale ma solo nella mentalità, perché la parte più fisica è disseminata di scritte zimmer frei, già da qualche decennio e anche nell’Emilia di allora (in Toscana no, allora le zimmer – frei o besetz che fossero – in Toscana, grandi alberghi a parte, erano una rarità). Perché, come appresi a Montalcino dalla viva voce di un’ostessa, i turisti meno vengono meglio stiamo noi, affermazione sottolineata in tempi più recenti da qualche senese docg piuttosto imbufalito.

Ma torniamo a noi e alle vacanze intelligenti, che consistevano in un pellegrinaggio reverente, racchiuso tra due viaggi – andata e ritorno – talvolta faticosi, altrimenti trascorsi guidando in un traffico ancora plausibile, ma su un percorso troppo lungo per sopportare delusioni. E le delusioni, allora, erano pochine: la gente, ispida ma quasi sincera, ti accoglieva volentieri, raccontandoti aneddoti veraci e storie belline; la gente era contenta di ‘questi strulli’ che arrivavano giù dalle loro comode città, perché i nativi si svagavano un po’. Con il visitatore era un po’ come andare al cinema; lui si raccontava con accento esotico e si lasciava a sua volta incantare dai racconti dei nativi, che osservava con rispetto e venerazione, perché li viveva come i testimoni di una vita speciale (‘stile di vita’ non si usava ancora dirlo, e ora per fortuna non si usa più), di una vita più umana, meno di corsa a fare la spesa, di corsa in ufficio, di corsa alla riunione, di corsa al cinema, di corsa, di corsa!

Perché i nativi vivevano di quello che coltivavano nell’orto e nella vigna, del loro miele e del formaggio che magari veniva dalla montagna, e uno dei loro caratteri di fondo era la parsimonia; l’altro era la generosità, soprattutto dei loro racconti. Una vera narrazione di un paesaggio austero e poetico: qualcosa che ognuno di noi – proto-intelligenti – avrebbe voluto infilarsi dritto nel cuore e portarselo a casa, nella città crudele.

La narrazione era punteggiata di fette di pane con cibi esotici – salame vero, buristo, prosciutto d’oro (in quanto rarità preziosa) e assurdamente salato – e persino il pane, da solo, sapeva di verità: qualcosa di un po’ dimenticato. Il vino – salvo eccezioni speciali pessimo e grossolano – era delizioso e ci parlava del coraggio di quelle genti abbarbicate alla terra, che manco conoscevano il significato della parola ‘paesaggio’ (del resto, se è per quello, il significato non lo sapevano nemmeno i ministri della Repubblica) né quanto fosse preziosa la tavola ‘del dugento’ (sparita) nella chiesuola in fondo al viale di cipressi.

Noi “intelligenti” sì che sapevamo tutte queste cose: forse perché venivamo da lontano, lavoravamo una quantità mostruosa di ore, guadagnavamo molto (rispetto a salari incerti e rari e le pensioni precoci) e poi, soprattutto!, volevamo conoscere il bel paese. …

Ora, guardo le coppiette che non sono riuscite a parcheggiare la loro Mercedes Benz (e mi ricordo il canto a cappella di Janis Joplin) accanto al tavolo del ristorante, si fermano un attimo per fare una foto e portare via un po’ di paesaggio (tanto non sanno cos’è), i tacchi dodici stridono sulle pietre (ma d’altronde se ci fosse l’asfalto sarebbe peggio); la gonna palpita, la sera cala tiepida: andiamo a cena …

Mi domando quanti di loro abbiano una vaga idea di quanto era forte e netta l’emozione che ci coglieva salendo l’erta fino alla piazzetta e se sanno apprezzare quanto di buono e vero qui assaggiano e sperimentano. Di certo, per quanto quasi tutti iper connessi, nessuno di loro può arrivare a vedere quello che allora c’era e alcuni riescono ancora a sbirciare, se hanno qualcosa dentro, se hanno strappato un ricordo a uno che una come me ha (ancora) il privilegio di conoscere.

Poi leggi dei tuffi a Venezia dal Ponte dei Sospiri, vai a Roma e senti che l’incenso che aleggiava si è convertito in pizza; Firenze che puzza di fritto …

Allora mi viene in mente che se non ci pensiamo noi (noi chi?) a curare la bella Italia – lingua e pizza, luoghi della fede e fontane, prode e costoni, boschi e uliveti, tabernacoli e chiostri – a curarla ferocemente, a ‘farla pagare’ e valere in termini di rispetto, riguardo, cura, attenzioni in punta di piedi, anche la bella Italia diventerà altro, qualcosa da strada, da kleenex buttato, da orinatoio d’emergenza, da pietre porta mozziconi, cartacce … bottiglie … lattine … blister …

La grande emozione diventa una bellezza di ricordo. Avanti un altro.

Oh Lord, won’t you buy me a Mercedes Benz? / My friends all drive Porsches, I must make amends. / Worked hard all my lifetime, no help from my friends, / So Lord, won’t you buy me a Mercedes Benz?…

Segnali, segni, segnalazioni

DSCN0675Mentre in giro imperversano le sagre, di tutto il cibo immaginabile, nella campagna si moltiplicano i segnali di fine stagione. Non so perché la fine dell’estate colga tutti così immalinconiti, come se solo con il caldo ci si potesse permettere un po’ di spensieratezza. Forse sarà a causa dei costi crescenti del riscaldamento, che raffreddano gli entusiasmi per l’imminente autunno. Qui a Sant’Angelo in Colle paghiamo il gas 4 euro al metro cubo, cioè – se non ho letto male su internet – circa quattro volte il suo prezzo di mercato.

Ecco che i piccoli borghi, le frazioncine di cui sono disseminate le campagne, si svuotano. Oppure qualcuno potrebbe suggerirmi un’altra lettura: i costi lievitano perché c’è meno gente e i costi di gestione vengono suddivisi fra meno utenti … sì, ma non si dovrebbe incentivare la gente a rimanere nelle zone rurali che – come recita la dichiarazione di Cork “per la priorità dell’ambiente rurale in Europa”- sono un’alternativa fondamentale allo stile di vita metropolitano, per i giovani europei?

Non solo riscaldarsi costa quattro volte quello che si spende in città. Per avere il privilegio di vedere le rondini radunarsi, a cominciare da metà agosto, giorno dopo giorno e accingersi a partire verso sud, qui rinunciamo ad avere un cellulare che funzioni ‘normalmente’, facciamo a meno di internet abbastanza spesso (soprattutto se il vento è forte o se piove in modo sconsiderato); il fulmine (evento frequente) brucia tutte le schede elettroniche che trova in paese, nonché qualche modem e ovviamente l’illuminazione stradale.

E’ vero che la campagna è un bene di lusso – e lo diventerà sempre di più – ma per viverci bisogna allenarsi con i frati trappisti. Lo penso, mentre osservo le prime avvisaglie della prossima transumanza delle rondini: i rondoni sono partiti a luglio, ma di loro non sento la mancanza, mentre le rondini lasceranno dietro di loro un vuoto. Perché vivono quasi dentro casa (lo farebbero se glielo si permettesse: più di una volta sono state sorprese a costruirsi un nido in una stanza a loro gradita), perché osservano l’andamento casalingo e si regolano su di esso, perché chiacchierano con noi, a modo loro. Le rondini stanno per andarsene, i turisti no!

E non è che sia un male: si vive di turismo. Ma quest’anno tra il luogo e i turisti si è spezzato qualcosa. Sempre più spesso arrivano, si cambiano le scarpe (a volte anche il vestito, in macchina) scendono dall’auto parcheggiata il più vicino possibile alla loro sedia al ristorante, fotografano il tramonto, anche quando non c’è, mangiano e se ne vanno. Il fatto è che spesso hanno auto più grandi della piazzetta del paese e ignorano completamente il parcheggio che sta a poco meno di cinquanta metri dalla piccola piazza. perciò all’ora di pranzo e a quella di cena, il villaggio è completamente sfigurato dalle auto, parcheggiate alla rinfusa.

Quando mi accorgo, dai loro segnali, che le rondini stanno per partire, mi viene sempre in mente la storia de Il Principe Felice, ma le rondini di oggi, per loro fortuna, non sono così generose; inoltre io non conosco nessun Principe Felice altrettanto preoccupato per i poverelli. Anche questo probabilmente è un segno dei tempi.

Quarant’anni dopo

RSCN0648Esco di casa abbastanza presto – ogni mattina o quasi – per avere il privilegio di un “a tu per tu” con il cielo, la natura e il paesaggio. Quest’ultimo è parecchio cambiato rispetto al 1975, anno in cui mi sono meritata la definizione di “strulla di Milano” per aver acquistato un podere ‘in mezzo al nulla’ (che fa rima con ‘strulla’!), un bel podere giusto qui sotto, poco sotto questo borgo incantato nel tempo.

Sono passati più di quarant’anni da quel tempo ed esattamente quarant’anni dalla nascita delle mie figliole secondogenite (seconda e terzogenita, per essere tecnicamente corretti),la cui nascita è avvenuta a Milano – ieri, quarant’anni fa – .

Un tempo che è volato, ma durante il suo volo sono successe molte cose; non tutto quello che è successo è piacevole, Ma tutto è interessante e significativo, e molte cose andrebbero raccontate, perché la memoria è un dono importante senza il quale ci perdiamo di vista.

Raccontare non vuol dire rimpiangere e nemmeno rivangare (che bello questo verbo così agricolo che mi si piazza nel mezzo della frase e la contestualizza in questa stupenda campagna.

IL luogo per raccontare non è questo: questo è un blog, una località utile per assaggini vari e per saggiare come fluisce l’adrenalina, all’idea di sgranare ricordi di fatti avvenuti, di incontri straordinari, del paesaggio che cambia sotto l’egida (e l’impulso) di una trasformazione mossa dal successo di un vino divenuto così famoso da sopraffare quasi la notorietà del comune in cui diviene … Una trasformazione a cui hanno partecipato le due creature nate quarant’anni fa (le gemelle di Fonterenza) che hanno nel frattempo creato una piccola azienda agricola, messo in giro pel mondo la loro etichetta e la firma – Fonterenza – che racconta una storia. La loro e quella dei luoghi.

Un racconto nel racconto dunque; perché i ‘quattro sassi nel nulla che fa rima con strulla’, cioè il vecchio podere – vecchissimo, e non scriverò ‘antico’ trattandosi di aggettivo strausato anche per le banalità più banali – il vecchio podere, dicevo, non si limita a essere una casa, una costruzione in tutta la sua concretezza, ma è soprattutto una storia, storia di luoghi in cui si incastona perfettamente la storia delle due bambine che i luoghi li amano e li hanno amati, riconoscendone i caratteri originali, cioè quello che molti (troppi) pur non conoscendo affatto il significato dell’espressione, ma comprendendo che può significare qualcosa di notevole, chiamano “Genius loci”.

Il Genius loci va di moda un sacco; in realtà vanno di moda tutte le espressioni che raccontano e significano tutto il patrimonio che la povera Italia annovera e troppo spesso si è lasciata convincere a svendere. Non che quelli che usano queste espressioni le pronuncino con accorata consapevolezza; no lo fanno per via del business. A dire la vera verità c’è un bel po’ di gente che ha capito – alcuni (pochi) da sempre – che un paese che viene chiamato belpaese avrà di certo qualche merito in tal senso, ma sono ancora troppo pochi quelli che si rendono conto di quanto costruire in modo volgare e invadente, o sbancare disinvoltamente una collina significa – in verità – violentare il paesaggio. Cioè quella cosa concreta e virtuale (perché il paesaggio ce l’abbiamo anche nella nostra mente!) di inestimabile valore, ma il cui valore (pure monetizzabile, perché una casa in un bel paesaggio vale molto di più di una casa nel piattume) si deteriora, si consuma, si opacizza, se chi amministra e i sodali de cuius non capiscono che devono tutelare il paesaggio come si tutela un’opera d’arte.

Ecco, quando ho fatto gli auguri di compleanno (40!!!) alle mie gemelle ho pensato, con uno sfrizzico d’orgoglio “be’ però questo loro lo capiscono e se lo capiscono c’entra anche un po’ la loro mamma, cioè io”. Quella che invecchia facendo e pensando, con buona pace dei criticoni.

Così svanisce questa estate

DSCN0608Faccio i conti con la voglia  di disegnare sfidando la luce mobile che cambia il paesaggio, minuto dopo minuto. Seduta sul muro che circonda il piccolo paese e accoglie chi arriva cercando visioni esclusive, sono costretta a vedere quello che l’Europa degli europei riesce a combinare, cercando parcheggio in un minuscolo villaggio, fiduciosa nell’impunità garantita dalla distanza linguistica (nel caso, siamo tedeschi), … e intanto apre il cofano e si cambia le scarpe (curioso: ho visto tantissimi automobilisti cambiarsi d’abito al parcheggio) per andare al ristorante. Turisti di un’era diversa di cui ci stiamo appena accorgendo; un’era invadente, che ci toglie tutto in cambio di pochi soldi spesi; a meno che qualche amministratore illuminato capisca qual è l’altra invasione da affrontare, anche se è scorretto parlarne in questi termini.

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L’estate ha già un odore diverso e la luce parla già di vendemmia: i giochi sono fatti, lo leggo in mille piccoli segnali che trapelano da tutto quello che succede nella giornata. Ancora una volta mi soccorre il contatto con la terra e con le sue pulsazioni. Stasera torno a raccogliere le more, un’altra metafora che diventerà un aperitivo succoso; chiacchierando davanti a due bicchieri di bianco e una ciotola di more appena raccolte si può immaginare di fare qualcosa per migliorare un pezzo di mondo. Se non succederà rimarrà l’idea di averci provato, il ricordo della camminata nel tardo pomeriggio, con l’aria tiepida e un po’ umida tra gli sguardi sperduti di quelli che tornano in città e la dolcezza dei piccoli frutti che ho raccolto..

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Lettera a Simone

DC_25016552Caro Simone, questo post è dedicato a te. Tra le foto alle mie spalle, nel ritratto che mi hanno fatto in quello che era il mio ufficio prima che facessi “carriera” (a te non ho bisogno di spiegare le virgolette), ce ne dev’essere anche una di te bambino – perché allora eravate bimbi e io facevo parte dei genitori democratici del Trotter -. Questa foto mi piace molto, la trovo interessante, perché racconta più che un tempo un mondo: basta guardare i due telefoni sulla scrivania per accorgersene. E poi c’è il Gabo, ritratto nel suo paesaggio fantastico, e riconosco anche la copertina di un manuale pubblicato da Advertising Age. Non ho dimenticato niente di quella scrivania ante carriera, perché facevo un lavoro molto divertente; in quel preciso periodo stavamo lanciando una collana di libri d’azione dedicata a un pubblico maschile appassionato del genere: fu un flop memorabile. Infatti quel genere di maschi non legge, o forse dovrei scrivere ‘non leggeva’, perché mi riferisco alle ricerche di mercato di allora. Però le cose, a quel proposito, non sono migliorate con gli anni, anzi.

Ho imparato da tempo che quelli che leggono sono meglio degli altri; non perché sono più buoni o gentili, ma perché conoscono il significato delle parole e delle frasi che uno dice e sono in grado di interpretarle e reagire comportandosi di conseguenza: ogni giorno ho modo di constatarlo. Ma forse dovrei correggere questa riflessione e scrivere che ‘quelli che leggono sono più fortunati degli altri’, perché hanno più modo di capire – ammesso che di questi tempi sia una fortuna. Ogni tanto però io penso di avere letto troppo; sì, lo so non è mai troppo, però a me succede di passare da un ‘registro’ all’altro, forse con un certo compiacimento, o forse sarebbe più corretto dire che facendolo provo un piacere tutto personale, difficilmente condivisibile con quelli che stanno qui intorno; per questo – nonostante la terra mi emozioni profondamente – il luogo in cui vivo mi sta sempre più stretto.

E’ qualcosa che mi fa sentire distante dagli altri. Allo stesso tempo mi rifiuto di far parte di un paesaggio umano distante dal mio modo di sentire. Credo che la radice di questo sentimento – abbastanza imperscrutabile – stia tutta in una scala di ‘valori’ (ma si usa ancora questa parola?) che mi si è formata in testa, vivendo. Non che io sia già morta, anche se qualche volta faccio finta di esserlo.

Caro Simone, quando Gianmaria mi ha scritto che tu leggi queste cronache e ogni tanto le commenti con lui, il suo messaggio (cioè anche il tuo) mi ha colto nel mezzo di una riflessione che potrebbe cambiare la mia vita, o meglio: il mio modo di vivere. Mi interessano (e mi riguardano) le notizie che mi arrivano su di te e sugli ex-bambini che ho guardato crescere. Mi interessano e mi riguardano le vostre scelte e i vostri sentimenti. Quando vi penso è come guardare in uno specchio; è troppo difficile scrivere l’effetto che mi fa, ma credo sia utile chiarirti che è balsamico. Ti sembrerà incredibile, ma invecchiando senza nostalgie e con un forte desiderio di futuro, l’idea di conoscerti ancora è fortemente energetica. Quindi questo post, caro Simone, è dedicato a te (ma anche un po’ a me).

 

 

 

La scema del villaggio

RSCN0577Trovo sul Corriere della Sera un articolo d’annata (1964) sul Ferragosto a Milano, a firma di Dino Buzzati. Mi torna in mente la sera in cui l’avevo conosciuto – Dino Buzzati -, a cena al Gourmet ristorante – evento, aperto in via Torino, a Milano, non ricordo più da quale società, in nome di una centralità dell’enogastronomia intuita con sagacia eccessivamente precoce da qualcuno di cui ho ricordi nebulosi. Il luogo era elegante, con tavoli rotondi, un po’ troppo grandi per una vera conversazione.

Ne scrivo perché tra i tanti intellettuali, saggisti e poeti, narratori e giornalisti che mi è capitato di incontrare per parlare di libri, Buzzati l’avevo incontrato per discutere di pubblicità e pianificare un strategia. A tavola eravamo in tre: Antonio Scanziani – nostro ospite e mio capo, nell’agenzia di pubblicità dove ero art director, Dino Buzzati e la sottoscritta. Oggi, mentre scorrevo l’articolo, pensavo al singolare modo di risparmiare del management del Corsera (stanno riempiendo, ogni giorno, pagine su pagine con articoli d’antan di giornalisti defunti) e mentre mi ripromettevo di smettere di leggere il vecchio quotidiano – soprattutto di acquistarlo! – mi è venuto in mente che dei tre seduti quella sera a cena (1968?) al Gourmet, ero l’unica superstite. Antonio Scanziani infatti è morto – lasciandomi delusa perché era figlio di centenari – qualche mese fa; in sospeso avevamo un incontro pianificato e rimandato negli ultimi anni, numerose volte.

Così, se non annotavo qui (e là) di quell’incontro, nessuno ne avrebbe mai conosciuta la ragione. Scanziani era un uomo straordinario; figlio di Piero – scrittore, saggista e uomo volitivo e coltissimo – aveva aperto (e qualche volta chiuso) agenzie di pubblicità, con soci (Claudio Maria Masi de Vargas Machuca e Bragadin) e senza soci. Aveva avuto (avevamo) clienti straordinari, creativi brillanti (tra cui la sottoscritta) e un intuito ineguagliato, prima durante e dopo di lui. Tra i clienti, l’immobiliare Pedroni, che stava lanciando Milano San Felice, progettata da Luigi Caccia Dominioni e Vico Magistretti. Ho ancora i lay out e le bozze di un corposo dépliant, datato ma storicamente prezioso, dato agli agenti che vendevano gli immobili ai milanesi più sensibili a uno ‘stile di vita’ futuribile, oggi imploso e riservato agli asiatici che lavorano nelle multinazionali della fottuta globalizzazione.

La cena con Buzzati era frutto della visione di Scanziani che lo aveva arruolato per scrivere una serie di articoli sul “vivere in città con il gusto della campagna”. E’ proprio così: sono passati quasi cinquant’anni da quella cena e oggi qualcuno usa lo stesso ‘claim’, anche se si sono ormai dissolte le ragioni per farlo.

Quando ho letto il breve reportage di Urbano Cairo che ora ha conquistato la maggioranza nel Corriere e mi è venuto in mente il primo pranzo (‘colazione’, diciamo a Milano) di lavoro con lui, diventato nuovo capo dei venditori di spazi pubblicitari dopo l’uscita di Lorenzo Pellicioli; ho ricordato anche la domanda che mi aveva posto, entrando quel suo primo giorno, nel ristorante della Mondadori, dove portavamo gli ospiti.

L’ho empiricamente ricollegata alla mia cena con Dino Buzzati e Scanziani, così tanti anni fa, perché Buzzati, pur essendo un grande, ‘non se la tirava’ come si usa dire e contribuì, con creatività e senso del marketing, a costruire una prima pagina de “Il Giorno” redazionale, per promuovere questo nuovo stile campagnolo in città (Caccia Dominioni aveva addirittura immaginato – e preteso –  un gregge pascolante al centro del complesso). Quanto a Cairo – di cui Berlusconi amava raccontare vita e miracoli (!), con particolari succosi -, quel giorno, trent’anni dopo la mia cena con Buzzati, entrando come mio ospite al ristorante Mondadori di cui dicevo prima, sbattendo le palpebre un po’ intimidito, mi chiedeva se “qui ci sono degli scrittori, seduti ai tavoli?”.

Ripensavo a questi incontri, e alla mia vita in campagna ricca di bellezze naturali e non priva di delusioni, alla mia pervicace e stupida attenzione per la raccolta differenziata, l’imbestialimento che mi prende constatando l’indifferenza verso la sporcizia che nasconde la bellezza delle pietre, il tappeto di osceni mozziconi di sigaretta che gli insensibili si ostinano a lasciare in terra, i disgustosi kleenex usati che si annidano tra le fresche erbe profumate, il pattume fisico e morale che pesa sull’anima di chi si ricorda di avercene una. Ripensavo all’assenza di idee e all’idea di assenza di pensiero che può cogliere a tradimento e ho capito di essere la scema del villaggio.