Chi abita lì sotto la mia vigna?

La mattinata si annunciava pallosissima: ben due professori universitari e tre tecnici di un’azienda specializzatissima. Più giornalista romano de Roma che avrebbe introdotto gli interventi (e chissà che sicumera!). La stanzona era già piena zeppa alle nove – che era sì l’ora d’inizio, ma non vuol dire – tutti o quasi puntualissimi. Poco cazzeggio e alcuni utili convenevoli.

Alle nove e trenta si parte e il viaggio nel vigneto, con digressioni varie, spegne persino i sussurri. Io mi perdo, perché mentre questi parlano, spiegano e raccontano, e poi alla fine tornano da capo per un lieto fine – o quasi – della bio storia, i miei piedi, subito seguiti dalla mia testa stanno calpestando ghiaia, pozzanghere, erba, stralci, il bordo del bosco, la radura pallida di brina e crocchiante, le foglie fradice che si sfanno nella terra, rametti e briciole di resti organici; deiezioni piccine, impronte, fili solitari di erba ingiallita, qualche fiore coraggioso, ghiande semisfatte, le foglie cesellate della quercia venute da lontano, quelle del fico (così profumate che paiono Penhaligon’s), brandelli di corteccia scarnificata dalle intemperie. Poi fango che si incolla nel Vibram, portando con sé pezzettini di vita – questo lo sapevo da sempre! – in una transumanza senza stagioni … Si affaccia nella mia testa un lombrico che fa ciao con una visibile mano; sciamano altri protozoi, qualche coleottero semi addormentato, intuisco funghi che sospirano e batteri che squittiscono sommessamente. E’ la storia naturale, quella imparata dalla prof Grandori, al liceo; uscita dalla teoria e sciorinata in slides commentate da uomini passionali che ci tengono con il fiato sospeso – tra un rischio e una storia d’amore; tra una trappola e un richiamo, per un disordine sessuale dichiarato senza reticenze -.

E’, finalmente, la biodiversità, la natura perfetta che pare imperfetta: insetti a iosa che mi ricordano un altro tempo; quello della mia gioventù cittadina, quando tutto questo mi faceva schifo e mi pareva sporco; quando la terra non esisteva nel mio immaginario, se non nei quadri e negli affreschi – debitamente sublimata, pettinata e divenuta scenario, decoro, ornamento pastellato -.

Il fotogramma si è ribaltato (non è una dissolvenza, è un vero e proprio stacco) va di scena la campagna, quella che ora l’altra metà (abbondante) d’Italia inizia a percepire – ma non chiaramente e non nei suoi ritmi veri – leggendo le pagine dei quotidiani o in tv, con le infinite pippe su cibo, vino e dintorni; tenute, scritte e filmate senza sapere chi abita lì sotto – tra le radici della vigna, ai piedi del fico, sotto il sottobosco, dentro quei buchetti nella terra, tra un filo d’erba quasi blu e un rametto secco che no, invece è la muta di una creatura … Guarda dove metti i piedi e ascolta questi suoni che salgono da lì sotto, se vuoi sentire la voce di chi ci abita e conoscere la sua storia.DSCN9844

Il paesaggio alla radio

RSCN9040Arrivano in due e dopo un minuto li stavo già sommergendo di parole. Del resto se audio dev’essere uno mica può starsene lì muto come un pesce ad aspettare il via. Ho capito grosso modo che cosa vogliono – come è impostata la trasmissione -: io la radio l’ascolto tutti i giorni e non è mai un ascolto passivo. Però era tanto tempo che non entravo nello specchio diventando quella che sta dall’altra parte e il silenzio a cui sono abituata – un silenzio solo apparente, perché continuo a dialogare con me stessa, senza ancora pensare di essere due (per fortuna!) – mi aiuta a tirar giù la cerniera, senza esitare. Mi accorgo – ma non è la prima volta e manco faccio finta che lo sia – di avere tanto da raccontare: tanti mondi diversi, tanti fatti accaduti e toccati, tutti raccontabili, lasciando perdere, per una volta, l’idea di scordare incontri e persone.

Con un certo imbarazzo mi rendo conto di aver dimenticato quei pezzi di me stessa che saltano fuori smozzicati. Chi sono io ogni tanto me lo chiedo. Di certo ho vissuto più di una vita, come succede a tutti quelli che leggono molta narrativa; però alcuni degli incredibili (e qualche volta, indicibili) incontri che ho vissuto travalicano la ‘fiction’ e le sue dinamiche – ingredienti e svolgimento -. Da vera chiacchierona, sono ermetica su tutto ciò che devo tacere, qualsiasi sia la ragione che mi impone o suggerisce di farlo.

Poi c’è questa campagna che è la vera protagonista della mia storia, in vario modo: scenario, motore, canzone, rimpianto, attrazione, emozioni – disegni inclusi -. E camminarci dentro sarebbe la sola cosa giusta da fare, assieme a questi visitatori intelligenti e curiosi a cui la vuoi rappresentare, perché toccarla, guardarla nella luce che cambia, sentirne gli odori, sarebbe il modo più vero per raccontare un po’ di me. Invece andiamo a mangiare, e il cibo va giù e arriva un po’ delle loro storie. E così posso a mia volta conoscere i miei due visitatori con microfono incorporato. Fuori grandina, piove, torna il sole. Li guardo negli occhi, con la luce che cambia di continuo, pensando che se andasse in onda alla radio, il paesaggio ridisegnerebbe l’immaginario della gente.

Ritrovare il nonno e la memoria

DSCN9017Non conosco la sua data di nascita, non so dove sia sepolto. La leggenda di famiglia narra che fosse soprattutto un gran giocatore, e che si fosse giocato tutto, ma soprattutto la dote di mia nonna – nata borghese e benestante e madre dei suoi quattordici figli: dodici maschi e due sole femmine, mia madre e la zia che l’ha aiutata ad allevarmi – .

L’ho incontrato un’unica volta, a una riunione di famiglia. La parte francese della mia famiglia, la più numerosa e prolifica ma anche la più desiderosa di ritrovare le radici. Eravamo tutti cugini primi, riuniti intorno a un tavolo di ristorante nell’antichissimo anfiteatro naturale de La Brigue, dopo aver vagabondato nei dintorni parlando di nonni e bisnonni e delle loro – presunte – gesta. Fuori, sui terrazzamenti millenari, le vigne della mia prima infanzia promettevano bene.

Ho letto, sul libro scritto da un vecchio amico giornalista, una riflessione sulla memoria delle proprie origini. Ora non mi vengono le parole esatte, né ritrovo il libro, ma ricordo bene, invece, che egli scriveva dell’importanza di ricordare chi è venuto prima di noi: non solo i genitori e i nonni, ma gli antenati, per capire meglio, per conoscersi meglio. E’ una lettura di almeno vent’anni fa e avevo ancora la possibilità di incontrare i miei antenati e la storia del loro tragitto nella vita e nei luoghi; molti vecchi erano ancora vivi e avevo (e ho sempre) memoria dei loro racconti. Da parte di mio padre e di mia madre mi sono rimasti documenti e scritti personali, certificati – una prima comunione a Goeschenen nel 1880, una Médaille de Sainte Hélène conferita da Napoleone III al trisavolo Pierre nel 1821, foto e documenti della nonna materna e di quella paterna -, ma lui non lo conoscevo. Eppure era il nonno, morto prematuramente, in una sera d’inverno, lasciando vedova mia nonna, incinta del quattordicesimo figlio a cinquant’anni. Tornato a casa dopo una bisboccia, era rimasto all’addiaccio sul calesse tutta la notte, forse ubriaco, anche se non sta bene dirlo, perché dopotutto era il nonno. Nessuno ne parlava, né gli zii né mia madre, soprattutto non me ne ha mai parlato mia nonna, che deve aver vissuto una vedovanza durissima, di lavoro e accudimenti, per crescere tutti quei figlioli, con la dote sfumata insieme al marito. Di lei mi è rimasta una spilla di filigrana con un lapislazzulo striato, che faceva parte del suo modo di vestire e che ha lasciato a mia madre, negli ultimi anni di vita.

Ma il nonno non c’è, non c’è mai stato, non parole e nemmeno immagini, fino a quel giorno di maggio di pochi anni fa, a La Brigue, quando mia cugina Christine e suo marito Lucien hanno tirato fuori la foto color seppia, vecchia ma intatta, e ho riconosciuto il volto di mia madre (fronte alta e sguardo tra severo e riservato) nell’uomo che usciva dallo sfondo scuro con una giacca e una cravatta annodata spavaldamente sulla camicia candida che sarebbe piaciuta a Gianfranco Ferrè.

Tutti i cugini francesi la conoscevano bene quella foto – Christine l’aveva avuta dal padre, uno dei pochi zii scampati dalla guerra – ma io non l’avevo mai vista prima. Ormai eravamo alla fine dei tre giorni trascorsi insieme e chissà quando ci saremmo ritrovati; Lucien mi stava raccontando la ‘numerazione’ SOSA che serve per costruire  un albero genealogico, mio cugino Jean Pierre ha tirato fuori il galoubet du tambourin e si è messo a suonare un’aria provenzale. Intorno al tavolo scioglievano la lingua a mio beneficio, cugini e cugine, con motti e ricordi; il vino diluiva rancori e rimpianti e io disegnavo, copiando con la foto, tre generazioni di sguardi famigliari, mentre una cugina vecchissima a capotavola si chiedeva, a mio beneficio: les chaussettes de l’archiduchesse sont elles seches?    

Un’eco lontana del Professore

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Sono rimasta un po’ stupita da Elisabetta Sgarbi, che durante il funerale di Umberto Eco ha mostrato l’imminente ultimo libro del Professore in uscita dopodomani per i tipi de La Nave di Teseo. Stupita per più di una ragione, ma soprattutto per l’evidente convivenza, in quel gesto, di sentimenti appartenenti a categorie diverse e tra loro lontane: alcuni umanissimi e privati, altri legati al contesto pubblico e infine una specie di ‘mozione di marketing’ che mi ha fatto ritornare, per un momento, agli anni in casa editrice, quando nel cortile dell’editoria italiana le finestre da cui mi affacciavo erano contrapposte a quelle di Rizzoli e Bompiani.

Ma quello sciorinamento del libro, durante il funerale dell’autore che diventava, secondo alcuni, un momento promozionale, mi è sembrato un estremo omaggio, un gesto sentimentale, più che una promozione, rivolto al motore di una nuova nave editoriale che ha perso, con la dipartita di Umberto Eco, il suo armatore.

Mi accorgo, mentre scrivo, di resistere strenuamente all’uso delle parentesi – stigmatizzate dal defunto – in una specie di omaggio personale alla famosa Bustina di Minerva, quella con le regole per scrivere bene, che molti hanno salvato nei propri file perché ne vale davvero la pena.

Questo lungo preambolo mi aiuta ad annotare il mio breve ricordo e giovanile del Professore, conosciuto nel 1961, collaborando alla creazione di un libro sponsorizzato (dalle Grandi Marche Associate) che aveva come tema i cocktails e il bere in generale.

Non riesco a ricordare come mi sia capitato di far parte di una squadra così dotta – insieme a quelli di Eco, altri testi del libro sono di Roberto Leydi e i disegni, freschi e ironici, di Maria Luisa Gioia, artista di grande talento -; invece ricordo bene il momento diciamo così storico: la coda di un dopoguerra autarchico e un po’ provinciale in dissolvenza incrociata con la Milano che sarebbe diventata il propulsore del miracolo culturale (e di conseguenza economico).

In quel preciso momento vivevo il primo crocevia della mia giovane esistenza: un piede nell’accademia di Brera, allieva di Achille Funi, modella di Pompeo Borra, ammiratrice di Marino Marini; studentessa di tedesco al Filologico, apprendista designer a La Rinascente, con Bruno Munari tra i grandi maestri e Giulio Carlo Argan che veniva a spiegarci nessi, influenze e contaminazioni tra storia dell’arte e la nostra contemporaneità.

Fu proprio in quell’affollato crocicchio, così ricco di stimoli da lasciare conseguenze che durano tutt’ora nella mia immaginazione, che un giorno mi ritrovai con Maria Luisa e con questo giovane che lavorava in Bompiani, a discutere del senso delle foto di cui mi era stata affidata la cura. Ancora adesso non riesco a rintracciare il bandolo di questo incarico, extra Rinascente, affidato a una ventenne che chissà come veniva accreditata come art director esperta.

Di quel giovane Umberto Eco ricordo bene la mise, super seria, e lo associo a una parola – cibernetica – imparata in quell’occasione; perché saputo che lavorava in casa editrice e che curava l’Almanacco Bompiani, corsi in libreria ad acquistarne una copia e la cibernetica era proprio il tema di quell’anno. Dopo alcune riunioni in casa di Roberto Leydi, per definire non ricordo più cosa, ho perso di vista il Professor Eco. Ma negli anni, l’ho poi ritrovato a Francoforte e a New York, alle fiere del libro, con un’allure più manageriale che professorale, poliglotta, sorridente, indaffaratissimo, e non ho mai avuto il coraggio di ricordargli la collaborazione a quel libro di cui io (sola?) conservo una copia destinata a diventare di culto, almeno a casa mia.

Solo anni dopo, a Milano, nei paraggi del Giamaica, in occasione di una presentazione di cui ho un vago ricordo, in una pausa innocua, ho osato accennargliene: erano passati trent’anni e non ho mai capito se la sua battuta, il sorriso cordiale e il modo colloquiale con cui ha reagito siano stati il frutto di un vero ricordo o un modo di essere Umberto Eco.

 

 

Centodieci

Cara mamma,DSCN8835oggi compiresti gli anni. Sarebbero tanti, ma pensa che proprio ieri su un giornale ho letto che la signora più vecchia d’Europa è una donna del 1899, che di anni ne ha compiuti centosedici. Loro, sul giornale, la chiamano nonna e io ho pensato che tu – al suo posto – ti saresti risentita. Il risentimento a questo proposito, che ti attribuisco in modo immaginario ma fondato, scaturisce dal ricordo di quello che tu mi hai insegnato.

Penso spesso che mi hai dato pochi baci, come se i baci facessero parte di un aspetto un po’ decadente dei sentimenti, che invece si dovevano esprimere concretamente, con azioni, con la testimonianza. C’è stato un tempo in cui dentro di me, e qualche volta anche fuori, ho contestato questa austerità così appariscente; più di recente, invece, l’ho rivalutata perché ho capito che si può baciare così, tanto per fare, persino per esibire, ma senza sentire trepidazione autentica per chi baci.

L’apparente (talvolta appariscente) freddezza esteriore, invece (ma l’ho capito davvero molto tardi!), può essere un puro fatto di forma, o di educazione; come i cinesi che ritengono maleducato toccarsi il viso con le mani, o le popolazioni che quando salutano non si toccano fisicamente.

Ora scopro che è stato più importante insegnarmi – ante litteram – la raccolta differenziata, qualcosa che ho imparato presto: ricordo sempre quando ti vedevo sciacquare i cartoni del latte, prima di metterli in pattumiera e tu mi dicevi che si fa per rispetto nei confronti di quelli che raccolgono i rifiuti. Così mentre ragionavo sulla destinazione dei cascami della mia vita, mi davi un’idea degli altri che mi è rimasta saldamente dentro. Insegnarmi a mettermi nei panni di tutti gli altri – distinguendo, ma con un sentimento empatico nei confronti di tutti – non sempre mi ha giovato, ma  ha reso più elastico il mio modo di pensare.

Quando mi ricordo di te – accade spesso in questi ultimi mesi un po’ bui – mi viene in mente l’intera gamma del giallo – dal cromo a quelli più naturali, fino al mio preferito il ‘giallo di Napoli’, un colore che parla una lingua raffinata e mi ricorda (non so perché) i luoghi del sud della Francia, le alpi marittime e un po’ anche il Var. Quando mi ricordo di te penso al coraggio e ti rivedo con gli occhi di chi ti descriveva pedalare sulla strada serpeggiante che percorre il fondo delle gole di Fontan, verso il mare non troppo lontano, con un sacco di farina messo di traverso sulla bici, inseguita dalle mitragliette degli aerei e ripararti sotto uno di quei massi emergenti sulla strada, in attesa di riprendere la corsa verso casa. Il coraggio, quello più difficile da avere e da mantenere, fino alla fine, me l’hai lasciato in eredità, ma ogni tanto si stempera e si diluisce, proprio pensando ai sentimenti degli altri nel momento in cui lo userò.

Da qualche parte nelle scatole dei miei ricordi c’è una foto di te bambina, in mezzo ad altre bimbe della tua età – forse sei anni? – nel giorno della vostra prima comunione; non ricordo dove l’ho messa (troppa carta davvero!), ma ricordo bene la foto e il tuo viso, i vestiti semplici e le scarpe. Cara mamma, sta piovendo, dove sei? Centodieci anni, la guerra continua.

 

“Crisi è quando il vecchio muore e il nuovo non riesce a nascere …”

DSCN9741Scopro la citazione di Gramsci – che definisce la crisi come il momento (sospeso) tra il vecchio che muore e il nuovo che stenta a nascere – girovagando su FB. Curiosamente non è un italiano a riportarla (ma in italiano), bensì un francese, ferito nell’attacco a Charlie Hebdo e ‘risorto’ dopo essersi beccato tre pallottole jihadiste. Non ricordo il suo nome, ma mi ha colpito la fermezza e la lucidità del suo commento, che contiene la frase di Gramsci, e la usa per sottolineare questo momento cupo, di torbidi eventi e relative speculazioni, evidentemente tese a togliere spazio alle voci dei cittadini, più che a migliorare la nostra sicurezza.

Mi ha colpito questa voce perché raccontando tutto quello che ci imprigiona e schiavizza, praticamente elenca tutte le commodity, gli accessori, le tecnologie che costellano la nostra esistenza – anzi la trapuntano e la costringono a loro immagine e somiglianza – … e dentro alla cronaca ci sono tutti i presidi che ormai ci appaiono indispensabili (principalmente auto, digitale e telecomunicazioni) e mi par di capire che ciò che ci ingabbia non è la tecnologia, bensì l’uso che ne facciamo, banalizzandola e lasciando che ci renda più banali di quanto già non riusciamo ad essere da soli.

Immobilizzata da una gamba ingessata – e un po’ inferocita dalle limitazioni conseguenti – ho più tempo per pensare e sono anche incline a cercare consolazione riflettendo su eventuali vantaggi della mia condizione. Non che siano molti – anzi quasi non ne vedo, ma oggi la mia altrimenti magra e solitaria giornata è stata rallegrata dalla visita dell’amica Ilaria – che mi ha caricata in auto (ah ecco l’auto che serve, eccome!) – e da un cestino di soccorso alimentare di Paloma che mi ha donato una serie di cose buone (quelle che ‘non vengono dal mondo’, come recitava il pay-off della Kraft,quando la globalizzazione non era ancora nemmeno una parola).

Nel cestino (anzi sacchetto di carta riciclata), che Paloma ha riempito di cibo preparato da lei medesima, tra vasi e vasetti ho trovato anche un bel pezzo di pane (che ho fotografato e che vi propongo qui sopra), avvolto con cura e ben legato. Il pacchetto profuma intensamente (e forse oggi l’aria è più fina del solito perché è da stamattina che cerco gli odori che abitano la mia vita qui in campagna) e nella scia di quel profumo ho quasi visualizzato i germogli di tante novità, di nuovi sguardi e nuove interpretazioni … un modo diverso di stare nel mondo … Andrò a dormire con questo inizio di sogno e con la speranza – suggerita dal pane di Paloma – che qualcosa di nuovo possa trovare  una fessura per insinuarsi nella nostra vita.

Sguardo azzurro con sahariana

DSCN9704Lo conoscevo quando era ancora quasi sconosciuto, quando il design era un concetto (e una parola) da addetti ai lavori; quando l’Italia – come l’abbiamo conosciuta e incastonata nel nostro immaginario – era ancora in costruzione, quando Richard Sapper  (a due tavoli da disegno dal mio) riempiva lo spazio intorno a sé con l’energia smagliante e ottimistica di uno che stava per ridisegnare un bel pezzo del nostro gusto (lampade, telefoni, sedie, utensili di cucina, radio …). Al sesto piano de “la Rinascente”, di fronte a una prima pattuglia di guglie del noster Domm (quel de Milan), inondati dalla luce che anche a Milano – a dispetto degli increduli – c’è, ho fatto parte immeritatamente di un gruppo di grafici, designer, residenti e consulenti (tutti rigorosamente pagati in nero!) che davano forma al made in Italy, di cui allora non c’era nemmeno percezione … Bruno Munari, Enzo Mari, Albe Steiner, Max Hubert, Erberto Carboni, i fratelli Castiglioni, Mario Cristiani, Georges Coslin, Vuokko Eskolin, Harry Moilanen, Norbert e Ornella Linke, Verbena Rebora … e tanti altri che con vari incarichi, esterni e interni, facevano parte di quell’Eden della grafica e del disegno industriale pensato e realizzato da Augusto Morello (successivamente Presidente dell Triennale). E Giulio Carlo Argan veniva a raccontarci l’arte italiana, con seminari geniali mai visti dopo allora, un giovanissimo Umberto Eco passava spesso da quelle parti e le ore di libertà, a fine giornata, ci vedevano tutti al Jamaica (Giamaica) a bere un bicchiere di vino (in tempi in cui il vino era retaggio di ubriaconi). I fotografi – oltre al mitico Clari – erano Libis, Mulas, Aldo Ballo; Giorgio Armani era il visionario vetrinista de la Rinascente che contribuì a crearne lo stile.

Sotto la guida di Borletti e di Brustio, furono organizzate – una dopo l’altra – le mostre di Messico, Giappone, Gran Bretagna e India; con la vendita dei prodotti di quei paesi, importati direttamente, senza mediazioni pseudo globalizzanti che avrebbero potuto appiattirli o banalizzarli, asservendoli al gusto italiano invero assai provincialotto, a quel tempo.

Un bagno nell’intelligenza e nella visionarietà, sono stati quegli anni di lavoro: senza le mediazioni di interessi finanziari o dei banchieri internazionali; quelli che, per intenderci, pensano che con il denaro si compri tutto. Con il denaro – è vero! – si fa moltissimo, ma non si sostituisce l’esperienza, né si rimpiazza la creatività di uno sguardo che intravede che cosa l’Italia e le sue storie potranno diventare. Uno sguardo azzurro, con sahariana, come quello di Richard Sapper, designer italianissimo, con passaporto tedesco.

Kako di Capodanno

DSCN9696Come festeggiare questa ricorrenza senza farlo? Ecco, questo è il kako con cui festeggio il capodanno. Una festa che non amo e che subisco adottando un profilo basso e cercando di mangiare poco – cosa che per fortuna mi riesce abbastanza bene – . Quest’anno, con una gamba ingessata sono automaticamente esentata dai brindisi e dalle feste; anzi suscito pure un po’ di compassione, o almeno mi illudo di riuscirci …

E il kako che sto per mangiare è una vera chicca di bontà, è l’ultimo rimasto di una dozzina di frutti che ho colto e lasciato maturare in casa: una festa per gli occhi. Il kako viene dalla Costaccia, dall’albero dei Fagnani – c’erano una volta Lola, Primo e suo fratello; e prima ancora c’erano Rosa e Armando: ora c’è Luciano che l’ha ereditata, insieme alla mano per la terra e al gusto per coltivarla – ed è tutto un fluire di ricordi e associazioni suscitati da questo frutto così rustico e sottovalutato.

Il Luciano l’ho incontrato ieri, alla bottega del paese e gli ho fatto i complimenti per questi frutti così buoni e lui – pur guardando il gesso che mi fa zoppicare – mi ha detto di andare a raccogliere gli ultimi, prima che finisca la stagione.

Il kako, come i gatti, divide il mondo in due. Ci sono quelli a cui piace e quelli contro che gli trovano ogni difetto possibile. A me ricorda l’infanzia e un momento preciso dell’anno, quando l’autunno era inoltrato e l’ortolano da cui andava mia madre proponeva questi frutti polposi e la mamma mi spiegava come mangiarli evitando le parti opache che allappano: anche oggi seguirò i suoi consigli, ma la mamma avrebbe centodieci anni, se vivesse ancora. Anche per questo il capodanno non mi piace.

Perché non tutti sono come Gillo Dorfles che sta trasferendo sé stesso nei suoi dipinti e nei suoi scritti, quasi una transumanza in cui si smaterializza sul filo delle idee e riprende corpo e sostanza in un quadro. Chissà se a Dorfles piacciono i kaki.

Io ho imparato a condirli con un sorso di buon Cognac o con un passito, poi li cospargo di semi e diventano un dessert buonissimo. Ma il kako qui sopra me lo mangio liscio, così com’è, mentre penso all’albero e ai suoi bei colori. L’albero stracarico, non molti anni fa, davanti alla Costaccia, in una giornata di neve e di gelo era l’unica nota di colore nel paesaggio segnato dai filari neri delle vigne spoglie e tutti gli uccelli dei dintorni erano accorsi a cibarsi dei frutti arancione …

E’ Natale e mi faccio un regalo speciale

RSCN9617Sì, anche questa volta è Natale e mi toccano le grucce: il primo regalo che mi faccio sono 360 esercizi per allenarmi a dismetterle. Il secondo regalo è il giro del paese per abituarmi ad andare più veloce. Il terzo è la speranza che la si smetta di essere ipocriti. Quarto regalo è la speranza che diminuisca la distanza tra le parole dette e i fatti relativi a esse. Quinto regalo: che la smettano di affermare “è certificato biologico”, come se fosse la quadratura del cerchio, la soluzione del problema. Sesto: la speranza (sempre lei) che la smettano di buttare i mozziconi delle sigarette in terra. Settimo regalo: che non cada anche l’ultima illusione. (La penultima è stata spazzata via dal Corriere Fiorentino che ieri ha rivelato che sulla variante di valico “si procedeva a passo Duomo”). Così un regalo speciale al Corriere Fiorentino sarà una guida al d’uomo di Firenze.

Chi crede in bio

Qui in campagna ho visto uccidere gli alberi che facevano scomodo a secchiate di acqua bollente sulle radici (acqua bollente reiterate volte, invece del gasolio con cui si otterrebbe identico risultato, mi hanno spiegato, perché non lascia tracce e l’albero si secca ‘naturalmente’); ho visto – e questo purtroppo ancora si vede – buttare la risulta delle demolizioni o delle ristrutturazioni nei boschi, in qualche bella radura; ho recriminato molto privatamente sull’olio avanzato dalle fritture e sversato tra un cespuglio e l’altro e scritto – nella mia veste preferita: quella della strulla di Milano – sui rischi (anche estetico- turistici) delle pratiche diserbanti …

Ma la campagna sa essere crudele, anche miope – cieca -: non sto parlando degli alberi o dell’erba e nemmeno dei filari di viti che in questi giorni ci stanno regalando gli ultimi bagliori dorati prima dell’inverno. No: parlo ovviamente di noi umani e della nostra visione del mondo; che in campagna – anche più che altrove – coincide con la tele-visione, cioè con il livello più basso e più incolto del paese Italia.

L’Italia con la vista corta non legge, perciò non sa, anzi nega a sé stessa la possibilità di allenare le proprie idee e le proprie esperienze; non legge e invece guarda la tv, quella italiana, la più becera tra tutte. Perciò la vasta platea dei non lettori, fino a poco tempo fa non sapeva che una nuova sensibilità verso il verde – inteso come colore di piante e prati – stava facendosi prepotentemente strada in vasti gruppi sociali e diventava una delle principali componenti culturali del mondo cosiddetto civile.

In campagna la vita è dura – anzi no, però lo sembra – e ciò che attrae chi ci vive non è tanto l’innovazione, o la ricerca di un migliore approccio alla modernità, o una maggiore apertura mentale. Quello che interessa, invece, è come cavarsela (chi sta peggio); oppure come fare più soldi. Eppure, contrariamente a quello che sembrano pensare gli abitanti della campagna, anche se la città è il luogo della modernità e del business, la campagna – la terra, più specificamente – è il luogo del futuro.

Lo sarebbe comunque, dato che la terra – il suolo – è un bene ‘finito’, cioè qualcosa che non si può produrre: una volta che l’hai consumato – inquinando, costruendo, insterilendo, sciupando – non ne puoi creare dell’altra, come accade per i soldi o (in modo un po’ più limitato) con gli edifici. Ma se lo si cura, questo bene (la terra), se lo si fa fruttare in modo che sia sempre più bello (anche esteticamente) e più buono (tramite ciò che vi cresce), addirittura più profumato, è come se avessimo messo dei soldi in titoli ad altissimo rendimento, ma titoli anche molto sicuri (spero che l’esempio usato aiuti a migliorare la mia capacità di farmi capire).

Un manipolo – mica tanto piccolo – di imprenditori e cittadini, molto variegati tra di loro – il 23 di questo mese ha fondato un comitato per la creazione del Bio-Distretto, qui a Montalcino (ma senza limitazioni territoriali). Io c’ero, anzi ho pure contribuito nel mio piccolo; c’ero e pensavo, mentre guardavo le persone che andavano a firmare il proprio impegno, alle diversità tra i ‘profili’ e i pensieri che li avevano spinti fin lì, sfidando chi sé stesso, chi la diffidenza verso alcuni dei convenuti, chi il conformismo regnante in una collettività rurale che stento a definire comunità, ma che proprio questo evento potrebbe svegliare a un senso della solidarietà in nome della terra (del benessere della terra).

Il 23 novembre per me è un giorno speciale, e ho pensato che anche questo lo fosse – lo sia stato -, tuttavia bisognerebbe iniziare da subito a elaborare questa idea di “bio” che – ancora una volta – per gli immediati dintorni si ferma alla parola; parola che da sola non basta (con la sola eccezione di “Euchessina”) e che la macchina – scassata – della ‘comunicazione’ ha subito iniziato a usare in tutte le salse. Con creazione istantanea di mostre fiere, kermesse, convegni e, pure (tanto per cercare di essere più reali di un re), lezioni di cucina vegana.

L’urgenza di superare la parola, passando subito alla testimonianza, coincide con l’interesse a chiarire che bio non è un modo di aggiungere (la definizione alla propria etichetta e al nostro biglietto da visita), ma è un modo di vivere e di pensare. E fa niente se i ‘fondatori’, da questo punto di vista non sono tutti perfettamente vergini. Perché chi crede nel bio sa che quando uno incomincia a pensare in un certo modo e alcuni vecchiDSCN9126 schemi si scompaginano, si fa largo un modo diverso di guardare la terra e si inizia a capire che chi crede in bio, crede in sé stesso e in una vita più ricca. E questo è un pensiero davvero contagioso, in un momento in cui la capacità di credere in qualcosa che sia anche bene comune si è affievolita, mentre invece bisogna a tutti i costi darle un senso e maggiore energia.