Vigilia di vendemmia. Uno dei temi che più si prestano alla retorica (e alla retorica dell’antiretorica). Dopo il caldo africano che ha indotto una serie di paturnie e pensieri cupi, l’inoltrarsi di questo settembre mi dà un’idea di “straordinaria normalità” stagionale. L’alba che – giorno dopo giorno – è più fresca, l’aria un po’ meno umida; i colori si velano e si attenua progressivamente quella sensazione di essere nella morsa implacabile di un disastro ecologico epocale. Solo paturnie? Quasi. Perché le rese nelle vigne e in cantina saranno basse, leggo in una mail ricevuta ieri da Angelo Gaja – signore dall’occhio lungo, che ogni tanto mi tira le orecchie –. Ma per una volta, il segno meno è positivo perché AG dà una notizia che non deve passare inosservata, anche se richiederebbe, prontezza, sagacia e uno spirito di squadra ancora inesistente nel nostro paese (sono una che spera).
“ Il vino non ci esce più dalle orecchie”, prosegue nella mail, comunicando che le cantine sono tornate a livelli normali “se non di scarsità”. Quindi uno scenario nuovo, che consent(irebb)e al vino italiano di ripartire, con politiche e con strategie adeguate, che inducano – Gaja dixit – “una domanda più qualificata … L’Italia del vino ha tutte le possibilità di farcela: per il fascino dei territori, le varietà autoctone, storia e tradizione, ma molto, molto di più: per avere un patrimonio umano straordinario” costituito da “un numero così elevato di viticoltori e produttori di vino che nessun altro paese al mondo ha, una ricchezza che merita di essere valorizzata ed è in grado di produrre rapidamente risultati migliori.”. Ecco, sarei più contenta di vivere nel mio paese se – oltre a dimezzare come promesso il numero dei deputati – si trovasse la capacità di essere strategici davanti a un messaggio come questo!
Va pensiero (e raggiungi il target)
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