“Ti faccio paura?”

La domanda mi coglie in contropiede.

Per anni – ma ormai siamo in un altro tempo – sono stata costretta a interpretare una parte che richiedeva che io incutessi ‘un certo rispettoso timore’ … e però la cosa non era molto nelle mie corde; non perché io mi sentissi incapace di suscitare un tale sentimento, ma proprio perché mi sembrava ridicolo cercare di ‘incutere’ una cosa simile nei miei simili; a maggior ragione mi pareva inutile e financo ridicolo e fuori dal tempo tentare farlo con gente che lavorava con me, e a cui mi legava un sentimento di complicità molto profondo, anche a dispetto di incomprensioni su aspetti del lavoro … Questi erano i miei sentimenti, spesso fraintesi e talvolta criticati, sull’opportunità di incutere timore nell’altro – nella vita e nel lavoro -; ho sempre pensato che se non si ha carisma o autorevolezza, non c’è niente (o c’è ben poco) da fare.

Allora gli rispondo: “perché dovresti farmi paura, perché sei nero? ma sei anche gentile; forse potrei aver paura di un nero o di un bianco, aggressivo e rozzo …, ma io, a te, bianca come sono, non faccio paura? …”

Ci facciamo su una risata e lui ha bei denti e occhi vividi d’intelligenza, e un bel volto con una carnagione setosa. E’ senegalese, ha diciassette anni e vende braccialetti sulla spiaggia. Non ho molto da dirgli come viatico per una vita problematica. Ma gli raccomando la gentilezza; poi ci rifletto su e mi chiedo se non gli ho dato un consiglio avventato. Ma questa è una giornata tristissima … e lui sento che ce la farà, proprio perché si è posto il problema e ha osato farmi quella domanda.

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