La Danza immobile della Finanza

I ricchi, quelli veri, possono essere molto simpatici – soprattutto quando lo sono in misura tale da far parte di un mondo totalmente alieno, in cui tutto avviene diversamente e molto facilmente -, invece il giornalismo prono nei loro confronti è molto meno attraente. Questo mi è venuto in mente, l’altro ieri, leggendo il Corrierone e rammaricandomi sentitamente per un articolo che sta al vino come i racconti di certi ‘reportage’ di guerra scritti in albergo stanno al sangue che si versa nelle battaglie dove si muore.

Così, dopo aver incontrato per la prima volta Piero Palmucci, nell’ormai lontano 1995 (esattamente sabato 24 giugno 1995), agli inizi del suo faticoso e appassionato (e appassionante) lavoro, e dopo averlo reincontrato e frequentato negli anni, fino a diventarne in un certo senso amica, sono rimasta esterrefatta nel “ritrovarlo” (insieme all’uomo che con il suo “senso del Sangiovese”- Giulio Gambelli – l’aveva indirizzato e sostenuto e fatto crescere) raccontato implicitamente come uno che dato “il microclima, il terreno, la posizione, …” ben indovinati, si era ‘ritrovato’ a produrre un vino formidabile…

E’ proprio questo giornalismo che riduce il vino famoso a una perla rara che uno molto facoltoso che fa tutt’altro può semplicemente comprare, perché con i soldi si può fare. E aggiungo per chiarezza: va benissimo che un ricco alieno acquisti questi beni: spesso poi le cose procedono come si deve, perché spesso i ricchi sono anche molto ambiziosi e perfezionisti. Tuttavia il vino non è – da quello che osservo, conosco e so, da qualche decennio – solo una sala d’attesa. E’ lavoro – tanto lavoro – è gente capace che scruta la terra e la capisce, è rischio (quando una grandinata, una stagione storta, un incidente di percorso mettono a repentaglio un’annata), è soprattutto talento e passione; ed è un peccato che chi si mette a raccontare Re Brunello (e non il Re dei vini, perché esistono anche altri reami), si incarti davanti a una montagna di soldi – fino a darne conto al lettore (parliamo di vino?) – anziché davanti alla complessa storia di Piero Palmucci, alle sue visioni e alle sue fatiche e al racconto della scontrosa passione di quell’uomo (Gambelli escluso in quanto c’entra solo con il suo personalissimo rapporto col fare vino di Piero).

E, naturalmente non c’è (ancora nei suoi vini) solo il Palmucci, ma penso ai tanti piccoli viticoltori, alle grandi famiglie che nel vino ci stanno da sempre, e penso anche ai grandi proprietari che sono mille miglia distanti dai primi, ma che della poetica del vino fanno altrettanto parte. E’ la conoscenza di questo variegato mondo che può migliorare la tipologia dei consumi del vino, e nel contempo, la comprensione di quel “lavoro”(!) e del nostro tessuto paesaggistico e perciò produttivo. Non il capitalismo che quel mondo se lo incastona nella corbeille dei successi mondani: e, ribadisco, senza alcuna pre-riserva nei confronti di quel capitalismo (quando ha fatto i soldi facendo). Il vino è importante per il nostro paese; la ricaduta mondana è una spolverata di belletto su un mondo vero, complesso, profondo quanto la terra.

E’ questo giornalismo di avant’ieri, così lontano dal lavoro e così incantato davanti alla ricchezza, che allontana la gente dal (vero) mondo del vino, un mondo importante che, in questo scorcio temporale così strano, con guerre sull’uscio di casa e con la finanza che governa gli umani e tra un po’ ci dirà anche a che ora si fa la pipi, ancora esiste, costituisce un principio di realtà, ed è – posso assicurare: io che di ricchi buoni e cattivi, banali e coltissimi, ne ho conosciuti un bel po’ e da molto vicino – più affascinante del denaro, addirittura irripetibile. Tant’è che chi il denaro ce l’ha, ne spende un po’ per comprarselo. Il mondo del vino è un mondo infinitamente più attraente e dinamico e battagliero e reale della sala d’attesa dorata descritta sul Corsera: si vende la terra, si vendono i muri, si acquistano vigneti e annate, si acquistano persino uomini di talento, ma non si compra la passione, né la fatica di fare, né la poetica del vino. Che sono un po’ le forche sotto cui passano tutti gli uomini (e ovviamente, le tantissime donne!) del mondo del vino, anche quelli che non vanno in prima persona a zappare la vigna. Ma questo la proprietà del Corriere della Sera non lo sa, intenta a seguire la danza immobile della finanza. lavoro finito

6 pensieri su “La Danza immobile della Finanza

  1. “E’ proprio questo giornalismo che riduce il vino famoso a una perla rara che uno molto facoltoso che fa tutt’altro può semplicemente comprare, perché con i soldi si può fare” Capisco cosa vuoi dire, ma che i soldi facciano il vino famoso è un dato di fatto inoppugnabile. Quel di cui c’è da dubitare è che quei soldi, dopo essersi involati, ritornino. E che quel vino famoso non sia solo un costoso passatempo per dare un senso al proprio essere sulla terra e tra altri uomini: obiettivo di solito mancato, per i motivi che tu spieghi molto bene. Abbiamo visto squali dell’industria e della finanza diventare di colpo scialacquatori di fortune, benefattori di winemaker di grido, compratori compulsivi di pagine pubblicitarie su riviste patinate o di altre forme meno esplicite di “advertising”, in una straordinaria metamorfosi dove la cinica razionalità del finanziere soccombe a travolgente passione. Ricordo una signora del jet set apostrofare il marito neo-vignaiolo: “era meglio se ti facevi l’amante!”. Per questo, anche quando facevo il consulente a tempo pieno, negli anni d’oro dei consulenti, fare “il grande vino a qualunque prezzo” è una cosa che non mi è mai interessata, e ho sempre preferito lavorare per i “contadini”. Non per snobismo, ma semplicemente perché non mi sarei divertito.

    • Il fatto che il mondo del vino si … arricchisca con neo vignaioli facoltosi è ormai abbastanza scontato: il mondo del vino è pieno di bella gente più o meno bella. Chi ha acquistato Poggio di Sotto, si è preso un vino già molto famoso, meritatamente e con molto impegno (di chi ha creato azienda e vini) famoso. Tra qualche anno l’acquirente potrà – glielo auguro, perché quel vino se lo merita – attribuirsi il merito di essere riuscito a proseguire, magari addirittura a fare meglio e di più.
      Ho trovato stravagante quell’articolo, punteggiato da affermazioni che, a mio modo di vedere, non portano acqua al mulino dei nuovi proprietari; a me fanno venire in mente un perfido premio creato anni orsono da Prima Comunicazione…
      Inoltre, distorcono il mondo del vino e l’agricoltura, un comparto trattato – da sempre – in modo improprio, dal giornalismo italiano. La nostra terra sta diventando strategica (lo è sempre stata anche dal punto di vista paesaggistico), ma è sempre stata lontana dall’immaginario collettivo. Poi arriva qualche ricco intelligente…

  2. E comunque, viva quelli che si lasciano prendere dalla passione per la terra, almeno vivono. Li capisco, mentre non riesco a capire la passione sfrenata per il denaro, se non come strumento per.

  3. Ma scusa, credi davvero che quella ridicola marchetta del Corrierone o il penoso premio del Cernilli servano a vendere qualche bottiglia in più? Tipa si è preso una clamorosa fregatura, come tanti ricchi prima di lui; chi compra la bottega di Caravaggio con tutti i pennelli, le tele ed i colori ma senza Caravaggio dentro come fa a ottenere capolavori? La terra ti da il potenziale, ma è solo quell’uomo lì in quel posto lì che ne può trarre qualcosa di unico. E già nel poggio accanto quella persona lì non è detto che faccia bene. Possibile che la gente, stampaioli in primis, non lo capisca mai?

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