Un’eco lontana del Professore

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Sono rimasta un po’ stupita da Elisabetta Sgarbi, che durante il funerale di Umberto Eco ha mostrato l’imminente ultimo libro del Professore in uscita dopodomani per i tipi de La Nave di Teseo. Stupita per più di una ragione, ma soprattutto per l’evidente convivenza, in quel gesto, di sentimenti appartenenti a categorie diverse e tra loro lontane: alcuni umanissimi e privati, altri legati al contesto pubblico e infine una specie di ‘mozione di marketing’ che mi ha fatto ritornare, per un momento, agli anni in casa editrice, quando nel cortile dell’editoria italiana le finestre da cui mi affacciavo erano contrapposte a quelle di Rizzoli e Bompiani.

Ma quello sciorinamento del libro, durante il funerale dell’autore che diventava, secondo alcuni, un momento promozionale, mi è sembrato un estremo omaggio, un gesto sentimentale, più che una promozione, rivolto al motore di una nuova nave editoriale che ha perso, con la dipartita di Umberto Eco, il suo armatore.

Mi accorgo, mentre scrivo, di resistere strenuamente all’uso delle parentesi – stigmatizzate dal defunto – in una specie di omaggio personale alla famosa Bustina di Minerva, quella con le regole per scrivere bene, che molti hanno salvato nei propri file perché ne vale davvero la pena.

Questo lungo preambolo mi aiuta ad annotare il mio breve ricordo e giovanile del Professore, conosciuto nel 1961, collaborando alla creazione di un libro sponsorizzato (dalle Grandi Marche Associate) che aveva come tema i cocktails e il bere in generale.

Non riesco a ricordare come mi sia capitato di far parte di una squadra così dotta – insieme a quelli di Eco, altri testi del libro sono di Roberto Leydi e i disegni, freschi e ironici, di Maria Luisa Gioia, artista di grande talento -; invece ricordo bene il momento diciamo così storico: la coda di un dopoguerra autarchico e un po’ provinciale in dissolvenza incrociata con la Milano che sarebbe diventata il propulsore del miracolo culturale (e di conseguenza economico).

In quel preciso momento vivevo il primo crocevia della mia giovane esistenza: un piede nell’accademia di Brera, allieva di Achille Funi, modella di Pompeo Borra, ammiratrice di Marino Marini; studentessa di tedesco al Filologico, apprendista designer a La Rinascente, con Bruno Munari tra i grandi maestri e Giulio Carlo Argan che veniva a spiegarci nessi, influenze e contaminazioni tra storia dell’arte e la nostra contemporaneità.

Fu proprio in quell’affollato crocicchio, così ricco di stimoli da lasciare conseguenze che durano tutt’ora nella mia immaginazione, che un giorno mi ritrovai con Maria Luisa e con questo giovane che lavorava in Bompiani, a discutere del senso delle foto di cui mi era stata affidata la cura. Ancora adesso non riesco a rintracciare il bandolo di questo incarico, extra Rinascente, affidato a una ventenne che chissà come veniva accreditata come art director esperta.

Di quel giovane Umberto Eco ricordo bene la mise, super seria, e lo associo a una parola – cibernetica – imparata in quell’occasione; perché saputo che lavorava in casa editrice e che curava l’Almanacco Bompiani, corsi in libreria ad acquistarne una copia e la cibernetica era proprio il tema di quell’anno. Dopo alcune riunioni in casa di Roberto Leydi, per definire non ricordo più cosa, ho perso di vista il Professor Eco. Ma negli anni, l’ho poi ritrovato a Francoforte e a New York, alle fiere del libro, con un’allure più manageriale che professorale, poliglotta, sorridente, indaffaratissimo, e non ho mai avuto il coraggio di ricordargli la collaborazione a quel libro di cui io (sola?) conservo una copia destinata a diventare di culto, almeno a casa mia.

Solo anni dopo, a Milano, nei paraggi del Giamaica, in occasione di una presentazione di cui ho un vago ricordo, in una pausa innocua, ho osato accennargliene: erano passati trent’anni e non ho mai capito se la sua battuta, il sorriso cordiale e il modo colloquiale con cui ha reagito siano stati il frutto di un vero ricordo o un modo di essere Umberto Eco.

 

 

2 pensieri su “Un’eco lontana del Professore

  1. Grazie di avermi coinvolto in questa sua esperienza, mi permetta di avere un poco di invidia benevola verso di lei. Al piacere di rileggerla le unisco i miei dati. Paola

    • Grazie a te/lei, Paola. E, sì, non io ma quelli erano tempi veramente invidiabili, con residui di fame autentica – di pane e di sapere, di conoscenza, di cosmopolitismo – fame schietta che rendeva tutto più vero e sentito, anche se sembra retorico scriverlo.

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