Centodieci

Cara mamma,DSCN8835oggi compiresti gli anni. Sarebbero tanti, ma pensa che proprio ieri su un giornale ho letto che la signora più vecchia d’Europa è una donna del 1899, che di anni ne ha compiuti centosedici. Loro, sul giornale, la chiamano nonna e io ho pensato che tu – al suo posto – ti saresti risentita. Il risentimento a questo proposito, che ti attribuisco in modo immaginario ma fondato, scaturisce dal ricordo di quello che tu mi hai insegnato.

Penso spesso che mi hai dato pochi baci, come se i baci facessero parte di un aspetto un po’ decadente dei sentimenti, che invece si dovevano esprimere concretamente, con azioni, con la testimonianza. C’è stato un tempo in cui dentro di me, e qualche volta anche fuori, ho contestato questa austerità così appariscente; più di recente, invece, l’ho rivalutata perché ho capito che si può baciare così, tanto per fare, persino per esibire, ma senza sentire trepidazione autentica per chi baci.

L’apparente (talvolta appariscente) freddezza esteriore, invece (ma l’ho capito davvero molto tardi!), può essere un puro fatto di forma, o di educazione; come i cinesi che ritengono maleducato toccarsi il viso con le mani, o le popolazioni che quando salutano non si toccano fisicamente.

Ora scopro che è stato più importante insegnarmi – ante litteram – la raccolta differenziata, qualcosa che ho imparato presto: ricordo sempre quando ti vedevo sciacquare i cartoni del latte, prima di metterli in pattumiera e tu mi dicevi che si fa per rispetto nei confronti di quelli che raccolgono i rifiuti. Così mentre ragionavo sulla destinazione dei cascami della mia vita, mi davi un’idea degli altri che mi è rimasta saldamente dentro. Insegnarmi a mettermi nei panni di tutti gli altri – distinguendo, ma con un sentimento empatico nei confronti di tutti – non sempre mi ha giovato, ma  ha reso più elastico il mio modo di pensare.

Quando mi ricordo di te – accade spesso in questi ultimi mesi un po’ bui – mi viene in mente l’intera gamma del giallo – dal cromo a quelli più naturali, fino al mio preferito il ‘giallo di Napoli’, un colore che parla una lingua raffinata e mi ricorda (non so perché) i luoghi del sud della Francia, le alpi marittime e un po’ anche il Var. Quando mi ricordo di te penso al coraggio e ti rivedo con gli occhi di chi ti descriveva pedalare sulla strada serpeggiante che percorre il fondo delle gole di Fontan, verso il mare non troppo lontano, con un sacco di farina messo di traverso sulla bici, inseguita dalle mitragliette degli aerei e ripararti sotto uno di quei massi emergenti sulla strada, in attesa di riprendere la corsa verso casa. Il coraggio, quello più difficile da avere e da mantenere, fino alla fine, me l’hai lasciato in eredità, ma ogni tanto si stempera e si diluisce, proprio pensando ai sentimenti degli altri nel momento in cui lo userò.

Da qualche parte nelle scatole dei miei ricordi c’è una foto di te bambina, in mezzo ad altre bimbe della tua età – forse sei anni? – nel giorno della vostra prima comunione; non ricordo dove l’ho messa (troppa carta davvero!), ma ricordo bene la foto e il tuo viso, i vestiti semplici e le scarpe. Cara mamma, sta piovendo, dove sei? Centodieci anni, la guerra continua.

 

5 pensieri su “Centodieci

  1. Leggerla è un piacere , condividere i suoi pensieri è rivivere la mia vita. Io non ho la sua preparazione perciò non riesco a esplicitare ciò che sento, ma lei esprime i miei stessi sentimenti e probabilmente essendo coetanee, mi fa rivive le stesse emozioni ed esperienze. Mi sono espressa anche perché mi ha toccato molto nel profondo.Grazie.

  2. bravissima Silvana, è come leggere un libro, a quando le prossime pagine?
    PS per chi è questa lettera? per voi, per qualcun altro o per la mamma veramente?

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