Arabesque

Mi è già capitato di raccontare qui della presenza di una piccola comunità di tunisini; non sono i soli “stranieri”, ci siamo anche noi milanesi (annoto con appena una punta di sarcasmo), ci sono i polacchi e i curdi (che mi sono simpatici per via del coraggio delle loro donne, ma anche per il loro aspetto un po’ macho in un senso antico).

Si può essere macho “in un senso antico”? Sì, perché improvvisamente quel modo lì di esserlo mi appare innocuo, controvertibile, dialettico, simpatico, quasi bonario e protettivo. Forse non è proprio così, in assoluto, tuttavia quello che leggo e che vedo nelle scandalose immagini dei massacri realizzati e sceneggiati ‘ad usum’ di noi occidentali, da parte di questa nouvelle vague islamica, relativizza quasi tutto ciò che mi ha da sempre profondamente turbato e infastidito.

Il mio turbamento nasce da un’educazione materna senza mezzi termini: “non farti mai mantenere da un uomo, altrimenti tutta la tua vita dipenderà da lui.”. Mia madre è la responsabile assoluta della mia insofferenza nei confronti di qualsiasi uomo che osi anche indirettamente o in modo velato esprimere un giudizio di ‘genere’ (come si usa dire ora), nei confronti di una donna.

Qui ora a velarsi invece sono le mogli dei tunisini che costituiscono ormai la maggioranza dei residenti di Sant’Angelo in Colle, nel borghetto medievale. Essi sono – da anni – una presenza fidata, quasi familiare, non fosse per quella loro ritrosia (o reticenza) a farsi conoscere. Da un lato è comprensibile (alcuni vecchi uomini di qui li guardano con sospetto e con un po’ di invidioso disprezzo), ma io dubito che anche qualcos’altro si celi nel loro modo di fare. Del resto non sono certo rimasta indifferente, giorni fa, constatando che la moglie di uno di quelli più da lungo tempo residenti in Italia (forse addirittura dotato di cittadinanza) oltre ad essere strettamente velata (come non accadeva un tempo), camminava rigorosamente alcuni passi dietro al marito.

Mi chiedo se queste forme appariscenti siano l’espressione di un bisogno di identità o se non siano indotte quasi come una “preparazione del paesaggio” e nuovi modi di essere … come ho ascoltato a radio3 – giorni fa – con la testimonianza di una torinese che abita nella casbah di quella città. Camminando per strada si era imbattuta in un gruppetto di nord africani e uno di loro aveva sputato in terra; la signora aveva contestato quel gesto definendolo ‘maleducato’ (il gesto). La risposta è stata sbrigativa: “Tanto tra quindici anni qui comandiamo noi.”.

Io non credo che tra quindici anni “comanderanno loro”, penso che comanderà il Renzi, o almeno cercherà in tutti i modi di farlo: gli piace troppo; Renzi governa l’Italia come una bambina gioca alla bambola, e la bambola magari è una Barbie, che davvero non mi è mai piaciuta.

Forse è proprio la Barbie il modello di donna che riesce a non piacere a me ma nemmeno ai tunisini che abitano di fronte a me. A loro di certo non piace come modello femminile, magari per ragioni esteriori, per l’abbigliamento, per i prendisole che sciorinano troppa carne proibita; a me non piace, non è mai piaciuto quel modo di essere donna che a Milano definiamo “sciuretta”; difficile raccontare il senso di questo epiteto, e un blog non è forse il luogo per approfondire questo concetto così familiare a un sociologo. Tuttavia ogni volta che vado dal parrucchiere gli (o le) raccomando di non mandarmi fuori pettinata come una sciuretta. Un’abitudine e una definizione che mi vengono ancora dai miei anni all’Accademia di Belle Arti, anni in cui badavamo a professare un anticonformismo assoluto, che non era ancora divenuto retorica.

Dei miei anni a Brera – ormai un lontano ricordo – sono andata recentemente a ripescare qualche festuca, addentrandomi nei bui corridoi del monastero d’un tempo e riscoprendo le aule e i gessi (restaurati) nei larghi risonanti corridoi. Ogni tanto uno scorcio assolato (era marzo e faceva quasi caldo) di un cortile in cui mi pareva di rivedere fuggevole la giacca elegante di Marino Marini, o il cappello assurdo di Achille Funi, ai cui corsi di decorazione mi ero iscritta.

Nel cortile così familiare – sotto il Napoleone, dove un secolo fa in un pomeriggio autunnale avevo incontrato Gloria Vanderbilt con il bellissimo figlio Carter – ci ritroviamo tutti gli anni nel mese di maggio: liceali di un tempo che è scivolato tra le nostre dita, spesso benevolmente. Quest’anno non so se questo amarcord avrà luogo o meno. Quest’anno non ci sarà più Alberto Ghinzani, il Ghinza che con passo sicuro si è affermato come uno degli scultori più interessanti di questo tempo.

L’addio di Alberto mi pare che segni la fine di un periodo  – lungo e tranquillo – in cui ogni ritrovarsi (e contarsi) ci faceva constatare la nostra ‘tenuta’ generazionale; con lui se ne vanno altre sicurezze, anche se non erano legate alla sua presenza: è finito un mondo in cui mi piaceva l’arabo – come lingua da cui molte nostre parole derivano – mi interessava quel mondo, talché ‘arabesco’ mi suggeriva un universo di suggestioni poetiche.

DSCN0332Ora “arabesco” è solo un disegno del sangue nella polvere.

6 pensieri su “Arabesque

    • Ma io non ne sono convinta. Tra le due forme di arretratezza stupida (la loro e la nostra) è una nobile gara. Tra quindici anni saremo cinesi?

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