Problemi Centrali

disegnando val d'Orcia

La storia si ripete, sempre allo stesso modo. Stai un bel posto; un luogo rimasto com’era perché eravamo troppo poveri per pensare a qualcosa che non fosse la pura sopravvivenza. Quelli intorno – vicini e lontani – più ricchi di noi venivano a vedere il paesaggio che allora non si chiamava nemmeno così, perché era un concetto sconosciuto; in realtà ci venivano perché gli sembrava di scorgere, nella nostra vita semplice, povera e così diversa dalla loro, un’idea di vita diversa, che nemmeno loro capivano bene che cosa volesse dire; però venire qui li faceva stare bene, attutiva quel senso del lunedì in cui riprendevano a lavorare e gli sembrava di essere in guerra (e guerra era, ma loro non se ne accorgevano fino in fondo: era più che altro una sensazione). In realtà, quello che gli dava un senso di benessere e di speranza, era il paesaggio, la natura, la terra – la nostra madre, di cui ci si dimentica, per una ragione o per l’altra: avidità o ignoranza, o entrambe -, era quel senso di stare in un grembo ancestrale che ti protegge dall’ignoto, dal sangue delle battaglie che si combattono nel mondo, dal rischio di disperdere il proprio sé nel cosmo buio e orrorifico. Anche tu, che ci stai, in questo posto, ti senti bene nel tuo (lasciamelo chiamare così) paesaggio. Ci stavi così naturalmente bene, che non te ne sei mai accorto. Nel tempo, i rari visitatori, di passaggio, di contemplazione, di commercio come i venditori itineranti, si sono infoltiti. All’inizio non trovavano nemmeno da dormire, era quasi un’avventura, ma un’avventura i cui rischi erano limitati alla possibilità di assaggiare le cose semplici che si cucinavano in casa o di dormire in una camera senza bagno: di respirare un’aria così diversa che sembrava di stare in un altro tempo. Le voci corrono, si sa, di bocca in bocca e con gli anni è venuta sempre più gente e da sempre più lontano. Gente con molti soldi, altri con molte idee, altri solo con la voglia di provare una vita più semplice e più ricca di emozioni, anche se meno ricca di soldi. Anche a te sono cambiate un po’ le cose in testa: se tutta ‘sta gente viene qui ci sarà pure una ragione, hai cominciato a pensare. E hai anche cominciato a guardare con altri occhi questo tuo nido natìo, che hai sempre visto e a cui eri così abituato … La storia però non la fa uno solo, si fa insieme e la guidano magari altri che si basano sui numeri crescenti di persone che si spostano o che spostano interessi e denari, e fanno i loro conti. Quello che avevi cominciato a riconoscere come paesaggio – e avevi appena iniziato ad affezionartici – muta profondamente. Tu che sei andato a scuola potresti osservare a questo punto che i paesaggi sono sempre cambiati – lo sapeva bene Renato Biasutti, che li ha classificati, quasi un secolo fa -; il cambiamento è nella natura delle cose. Tutto cambia e noi che al cambiamento ci siamo dentro, anche noi cambiamo. Sì è vero, però dipende come, quanto, e perché (e a che prezzo). C’è sempre un prezzo da pagare e questo tu lo sai, anche se ovviamente non ci pensi continuamente. Quello che ti preme è essere un po’ più come quelli che tu guardavi con rispetto e un po’ di timore e non essere sempre guardato da loro come una via di mezzo tra uno fortunato (perché sta qui, e un poveraccio). Poveraccio non perché non hai soldi abbastanza (ce n’hai anche per toglierti qualche sfizio che un tempo manco ti immaginavi), ma perché ti sembra che quelli che arrivano da fuori la sappiano sempre più lunga di te. Infatti è proprio così. Il figlio del tuo vicino è entrato in politica, per quello, e lui con quelli ci sa fare. Contratti, impegni, finanziamenti, crescita, sviluppo, affari; e poi crescita sostenibile, prodotti a chilometro zero, etica dello sviluppo, globale, locale, glocale. Le parole sono tante e affascinanti. Prendi territorio, per esempio …  se si contassero (e lo fanno) le volte che viene scritta e pronunciata questa parola, ti stupiresti della sua frequenza nei discorsi della politica. E’ solo perché hanno scoperto che si può vendere e ci si possono fare affari. E non c’è niente di male a fare affari, finché non si arriva ai “derivati”, quella parola che abbiamo incominciato a conoscere quando abbiamo cominciato a capire che la festa era finita. E’ anche la parola che ci  può aiutare a capire perché paghiamo tutto così più caro di quanto, in realtà, potrebbe (dovrebbe) costare, a cominciare dal petrolio. Per farla breve un po’ sommariamente, è la finanza, anzi sono i costi che ci vengono imposti dalla finanza. Be’ la finanza si scanni pure, ma tu te ne stai nel tuo nido protettivo, guardi dalla finestra e vedi quel bel paesaggio (sì un po’ cambiato da quando eri piccolo, ma sempre molto rassicurante, nella sua familiarità armoniosa, con le colline e ancora molti boschi e la strada che segue il terreno con grazia) e poi esci e ci vai a camminare dentro, coltivi il tuo uliveto e la tua vigna, hai una bella proprietà e ti basta andare un paio di volte all’anno in mezzo al mondo e quando torni hai ancora più voglia di restare qui dove stai … anzi, andare in giro ti conferma che il tuo luogo è molto bello e hai cominciato a capire perché arrivano da tutto il mondo a vederlo, e a mangiare e ad assaggiare tutto quello che tu e gli altri avete cominciato a vendere e a sviluppare: perché per te lo sviluppo è questo, è fatto sulla tua misura. In fondo “a misura d’uomo” è un concetto nato e cresciuto dalle tue parti. La Cappella de’ Pazzi è a Firenze, mica a Mosca o a Singapore, e nemmeno a Filadelfia. E il Rinascimento cos’altro ha voluto dire se non “sviluppo”? Uno sviluppo sostenibile, perché ha voluto dire abbandonare concetti vecchi e anche un po’ cupi, per ripartire con una serie di nuovi criteri. Caro mio, se mi hai seguito fin qui devo darti una notizia: stiamo ripartendo di nuovo, perché la festa è finita davvero. Ora però non si capisce bene dove si va a parare, né se ci sarà ancora qualcosa per te, per me – per noi – alla fine di questo capitolo. Non voglio essere pessimista, però bisogna che tu sappia che se vuoi che ti rimanga qualcosa del tuo nido rassicurante, se vuoi ancora sorridere – tra qualche anno – guardando fuori dalla finestra, bisogna che ti prepari a essere molto attento a quello che ti succede intorno, devi sapere che niente più sarà gratis, non potrai dare più niente per scontato e non sarà facile far capire a quelli che pensano di diventare molto ricchi, che non possono espropriarti dei tuoi sogni.

9 pensieri su “Problemi Centrali

  1. Avevo circa 10 anni, quando mi accorsi, che quel piccolo angolo di campagna aretina che mi ha veduto nascere e che il nonno curava con passione e molto amore, era il più bello del mondo. Anche se la città mi stava aiutando a crescere, non vedevo l’ora di tornare a guardare quel panoramo infinito, fissando un punto non contrassegnato da nulla se non dalla mia gioia di esserci, di poter cogliere quantità nauseante di bacche bianche dei gelsi e more che circondavano il piccolo ruscello, dove nasceva anche lo stupore per i granchi che scoprivo sotto i sassi. L’aiutare il nonno a raccoglire le foglie, che invadevano il sentiero ombroso del nostro boschetto, mi aiutava a conoscere la fatica del lavoro e la libertà di farlo con piacere. Nessuno aveva bisogno di insegnarmi che tutto questo e molto altro e che questi, potessero essere valori che sarebbero stati soffocati dal progresso. Ne ho preso coscienza molti anni dopo, dopo la guerra e dopo troppo altro, ma quel panorama che mi ha rapito tanto tempo fa e quei profumi di pane appena tolto dal forno del contadino, vivono ancora e segnano il contrasto fra il mio semplice ieri ed il ricco ma povero oggi.

    Questo pensiero inaspettato, me lo hai piacevolmente provocato tu, Silvana, che con i tuoi racconti risvegli una mia certa melanconia per non poter vivere il presente della meravigliosa immortale natura, altresì minacciata dal potere del nuovo mondo.

    • Commossa dalla tua testimonianza che molto chiaramente conferma il valore inestimabile (ma altissimo) di un paesaggio per le persone che lo abitano.

  2. per un errore di poca dimestichezza coi blog, il commento di sopra non è di mia moglie Gianna, ma mio. Ciao Silvana. Pier Federico

  3. Ma sei proprio sicura che noi toscani siamo davvero mai stati dei buoni selvaggi roussoiani che con il loro stile di vita semplice e misero affascinavano danarosi allogeni e non capivano in che paradiso vivessero? La pura sopravvivenza è sempre così poco un problema che qui ogni oggetto, ogni muro e perfino ogni albero è pensato, voluto e decorato a sommo studio per essere ciò che è. È per causa nostra, della gente che da sempre agisce in questo modo, che la Toscana è così bella. Le piazze come quella di S.Angelo non sono aperte verso una vista mozzafiato per caso, ma solo e soltanto per una precisa e colta scelta razionale di chi le ha volute. Noi. Poi oggi c’é una speculazione che va combattuta, ma questo non altera la qualità di ciò che la nostra gente ha fatto nei secoli perché è ciò che è. Ovvero tutt’altro che semplice.

    • Mi dispiace constatare solo oggi che la mia risposta tramite smartphone, mentre ero via, non sia andata a buon fine …. Più o meno dicevo che “tu non sei ‘toscani’,nato come sei in una famigliona importante, colta, benestante, eccetera” come i toscani non sono stati certo ‘il buon selvaggio’. C’era solo una grande povertà, da queste parti, quando ci sono venuta per le prime volte, ma non è nemmeno quello ciò di cui parlo. Solo ora, in Italia (perché di Italia si parla e non della Toscana e basta) si aprono gli occhi sulle ricchezze che abbiamo avuto tra le mani, e che ora vengono assaltate per speculazione, l’ennesima. Non è certo un discorso da liquidare alla buona, tuttavia ogni giorno si assiste allo sperpero di Italia (e, sì, di Toscana) fatto per puro guadagno e alle spalle della gente, dei cittadini

  4. No, non sto dicendo che io, essendo nato nella porpora, non sono un buon selvaggio. Ho detto che i toscani in generale non lo sono, e che le ricchezze che abbiamo avuto tra le mani le abbiamo create noi con i nostri soldi e le nostre mani per cui sappiamo bene (e abbiamo sempre saputo) cosa sono e quanto valgono. Non bastasse la storia a dimostrarlo, c’é una prova semplice e definitiva; dato che anche il tetto dei capolavori crolla se non gli si fa una costosa e costante manutenzione, il fatto che qui ancora oggi ne esistano così tanti (un terzo dell’arte del mondo, secondo l’Unesco) dimostra che in noi l’impegno a salvarli non è mai cessato. Altrove non so.

    • Troppo facile usare l’esempio senese per commentare quanto tu dici; e Siena – e la sua supponente sventatezza – è purtroppo una parte di un italico tutto. Ma non è davvero questo che scrivo nel post, è altro ancora…

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