Proviamo a guardare più in là

“Se si affronta un problema con il metodo razionale del pensiero si ottengono dei risultati logicamente corretti ma che, proprio per questo, sono già implicitamente compresi nell’esposizione del problema stesso. Quando si richiede invece una soluzione veramente diversa e innovativa si deve stravolgere il problema, partire dal punto più lontano possibile, ribaltare i dati, mescolare le ipotesi, negare certe sicurezze e addirittura affidarsi ad associazioni di idee del tutto casuali.”

La citazione viene da un libro di DeBono – autore (e docente) che ho conosciuto e frequentato, negli anni d’oro del lavoro illuminato dallo sguardo (davvero liberal) di un presidente straordinario – Mario Formenton – uno con l’occhio lungo, generoso e ‘cinico’ allo stesso tempo. Uno che mi permetto di definire cinico, proprio perché aveva capito un sacco di cose; tra queste, che la formazione – anche quella apparentemente meno immediata nel produrre frutti – era (è, sarebbe) un investimento. Perché dipendenti e collaboratori che capiscono – nei fatti concreti – che credi in loro, sono più legati emotivamente all’attività che svolgono, sono più interessati a risultati ottimali, perché in essi vedono anche un risultato della propria creatività e della propria personalità.

Questo è il lavoro. L’ho imparato prima da mio padre (che mi esortava a ‘metterci l’anima’, a qualsiasi attività mi dedicassi), un vero perfezionista. L’ho imparato poi in una serie di incontri – i primi fortunati, poi, sul filo delle esperienze, cercati tra i consulenti e i formatori giusti -.

Oggi quello che mi stupisce di più, nel posto in cui vivo, è proprio la mancanza di ricerca del meglio. Il posto è strepitoso, na da “posto” bisognerebbe farlo diventare “luogo”, tuttavia credo che quelli che ne condividono la differenza, davanti a una proposta del genere, penserebbero a qualcosa come “più elegante”, oppure “più moderno e attuale”, oppure “bisogna cercare di sfruttare meglio le nostre qualità”. Ancora moltissimi, nonostante il momento, penserebbero a un modo per incrementare il fatturato!

Invece c’è un’altra strada, ci sono altre vie, che cominciano dall’esistente – in natura o nelle nostre teste – e poi ci conducono a guardare più in là, cercando, attraverso associazioni mentali libere (e poi orientate), prospettive diverse. Attenzione: prospettive, sviluppi, non arzigogoli o superfetazioni all’esistente.

Ci sono maestri di pensiero che lavorano, e hanno lavorato, su queste capacità (che ognuno di noi – quasi tutti – possiede); essi sono capaci di allenare la nostra mente verso visioni “laterali” rispetto a quelle già scontate, che fanno parte dell’esperienza quotidiana. Funziona per le attività lavorative, ma aiuta ad affrontare la nostra esistenza imparando a trovare strumenti alternativi – ma anche più adeguati – a quelli consueti. Sarebbe importante usare questo modo di pensare, nei momenti di cambiamento (come quello in cui siamo immersi fino al collo); ma è molto difficile farlo da soli. Perché è come se noi abitassimo in una casa dotata di molte porte, ma fossimo così abituati ad usarne sempre – poniamo – un paio, tanto da non vedere quasi più le altre; quelle che ci consentirebbero l’ingresso diretto a qualche spazio che conosciamo poco o niente, anche se esso fa già parte del nostro appartamento.

E’ un attitudine, quella che sto citando, agli antipodi di un modo d’agire che si incontra troppo spesso, e che impedisce di manifestare la propria creatività.

Questo sarebbe il momento; questo sarebbe anche il posto giusto, per pensare al futuro; perché dove sono evidenti le risorse, i valori e le qualità intrinsecheil mare come lo vorremmoè anche più facile pensare a nuove vie. Nel momento in cui pochi non hanno ancora capito che cambiare il modello di sviluppo è oramai una questione di sopravvivenza (economica e umana), bisogna attrezzarsi per “un nuovo modo” e un “nuovo sguardo”. e il primo attrezzo di cui munirsi è proprio un (bel) po’ di pensiero laterale; qualcosa che è in noi, ma che pochi di noi riescono a utilizzare.

4 pensieri su “Proviamo a guardare più in là

  1. Ma sei proprio sicura che qui non ci sia una ricerca del meglio? Nei giorni dopo lo scandalo eravamo tutti con le mani nei capelli, perché un modello di sviluppo che aveva portato la ricchezza era finito. Nessuno vedeva soluzioni né futuro. Ricordi? Sono passati sei anni, e viviamo in un Montalcino totalmente diverso. Un altro modello di sviluppo, che anch’esso fa vivere tutti e alcuni molto bene. Con il 50% di vendite di Brunello in più, ma con i prezzi di sfuso e bottiglia nuda più alti; un paradosso. Molti nomi nuovi sono emersi. Guardando le altre aree vinicole non vedo da nessuna parte un cambiamento così totale, per lo più vedo crolli senza fine. Come sempre a Montalcino i cambiamenti ci sono stati e sono enormi, ma nessuno li ha progettati. Frutti del genius loci? Non so, ma più pensiero laterale di quello che è accaduto è difficile trovarlo, non credi? Realizzare l’impensabile, questo abbiamo fatto. O è accaduto, il che in fondo non è molto diverso.

    • A proposito di ciò che è stato realizzato, dopo il trauma, “o che è accaduto” tu scrivi.
      Bene: se è accaduto, per una specie di fortuna, io so che “la fortuna è un merito”, e ne sono convinta-
      Ma quando parlo di ‘pensiero laterale’, parlo di qualcosa che – per esperienza diretta e non per merito personale – è altra cosa: è il salto in un’altra dimensione valoriale.
      Le personalità (non sto parlando di politici o altro, ma proprio di intelligenze e direi di visionari) capaci di un ‘tocco angelico’ in grado di tirar fuori da un luogo quello che ormai è entrato nel lessico ordinario – il genius loci – sono rare. Non c’entrano con il bagaglio in danée, né con quello specificamente culturale: si tratta di visionari, e ne ho incontrati tre (forse quattro), nella mia vita.
      Io sono solo una che sa – anche se sembra supponente scriverlo – quanto è grande (pure in termini ‘laterali’) il potenziale di questa collina che io ho chiamato d’oro.
      L’ho chiamata “collina d’oro”, che non vuol dire danée, ma qualcosa di più grande (e io di visioni ne ho davvero poche!).
      Ciò scritto, mi sento di aggiungere che a Montalcino gli anni bui, in cui Re Brunello ha rischiato di essere detronizzato e mandato in esilio (nel Chianti?), penso che non siano accaduti invano – non so se per tutti, ma per la maggior parte di quelli che conosco – .

  2. Bé, si, il pensiero laterale è di certo cosa più alata, rara ed elevata. Però, pensandoci bene, magari anche qui si sono tirati fuori dei colpi di genio mica male. Si è inventato molto del moderno mondo del vino, parrebbe. Prima l’invenzione del Brunello, il primo vino di qualità italiano di alta qualità e alto prezzo prodotto (e venduto!) a milioni di bottiglie. Molti milioni. Poi il Rosso di Montalcino, la DOC di ricaduta che drenava gli eccessi di produzione mettendo sempre il Brunello in carenza di offerta e facendo così salire sempre il prezzo. E ora il meccanismo della vendita delle eccedenze come bottiglie nude, che non svaluta le etichette aziendali e finanzia le aziende. Tre botte di genio mica male, le prime due tutta farina del sacco locale e la terza dei più imprevedibili agenti del destino, quali sono stati i commercianti. E tutto questo, nonostante i danni di improvvidi megalomani spianatori di colline, ha creato un benessere duraturo. Bello il pensiero laterale di ricchissimi mecenati illuminati come Formenton, ma non so se con le nostre quattro palanche lui sarebbe riuscito a fare quello che ha fatto la nostra gente. Coi soldi è assai più facile apparir genii, le opere geniali di chi ha fatto molto con poco tendono troppo spesso ad essere ignorate, attribuite al caso o agli spianatori di turno. L’oro qui c’é e viene così tanto estratto che da da mangiare a un territorio. E da decenni. Ma forse uno dei colpi migliori del nostro genio inconscio sta proprio nel non sovrasfruttare questa risorsa; lo so che in una logica meneghina e protestante questa appare un’eresia, ma lo è davvero? Io sono nato e cresciuto qui, e intorno a me vedo un territorio così curato come mai in vita mia, non vedo orrori urbanistici né scempi. Il benessere è diffuso. Certo, si potrebbe fare molto di più, ma in questa terra abbiamo un proverbio; il meglio è nemico del bene. E ogni volta che guardo quello che era il ricco, bellissimo e straordinario Chianti lo credo ancora di più.

    • Guarda che qui, il pensiero più lungimirante ce l’ha avuto la signora Francesca Colombini Cinelli – cioè tua madre – un tot di anni fa (trentacinque? Quaranta?), quando ha creato il premio Barbi Colombini.
      E non lo affermo perché quel premio ha a che fare con libri cultura e compagnia cantante, bensì perché lei ha “visto” – allora – che il vino sublime, il luogo inarrivabile, il contesto davvero particolare, merita(va)no qualcosa che li facesse volare nell’immaginario collettivo; che li facesse volare, ma non a parole, bensì con pensieri e testimonianze di creatori di storia e grandi giornalisti.
      Questo intendo. Ora è vero che tutto è più difficile, perché tutto è stato fatto, ma quello che gli inventori degli “eventi” odierni trascurano di notare è che ciò che si fa non ha senso, se non è sentito, se non viene da ‘dentro’.

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