Miseria, povertà e congiuntivi

Lo pensavo stamattina – 25 aprile, un anniversario di cui si sta facendo perdere un po’ il senso,in modo strisciante -: siamo un paese ricco, ma siamo in miseria, da tempo.
L’ho pensato stamattina ascoltando Francesco Merlo che faceva una rassegna stampa in cui m’è parso di individuare più gusto per la rete di amicizie, parentele, convenienze e appartenenze di politici (e giornalisti che oscillano tra un corpus e l’altro), che attenzione ai bisogni del paese (cioè dei cittadini); bisogni urgenti – com’è consueto, dato che governi e  loro dintorni passano e arraffano, uno dopo l’altro – ma soprattutto bisogno di una strategia da impostare con passo lungo, guardando al futuro.
Perché i soldi non sono svaniti, sono solo spariti:è diverso.

Il problema siamo noi e la nostra in capacità di immaginarci diversamente, da qualcuno che – vestito da sciùr – sta (ancora?!) al volante di un macchinone che ci fa sentire ‘al di sopra’. Questa è un’immagine (con lievi varianti) che galleggia nella nostra mente.
Quando un’idiota come la sottoscritta, scrive di paesaggi o di “cultura” (parola a cui buona parte dei politici tutt’ora in auge nel paese attribuisce un significato osceno), quella immagine, nei suoi elementi basici, si infrappone tra il nostro ego l’interesse comune.
Questa incapacità di immaginarci diversamente, di avere un’idea di benessere che non sia solo consumo, di immaginare un paese più civile, meno preda di mode che invece di coincidere con la ricchezza della nostra cultura (chiedo scusa), sono solo un’altra interpretazione di un edonismo fuori tempo, ci rende un paese in miseria, e fa sì che tutti i grassatori che lo hanno assaltato nei decenni possano essere definiti dei miserabili, massimamente i pochi – fra loro – che non sbagliano i congiuntivi e fanno gli intelligenti.

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