La Fabbrica del Vino

Ogni tanto qualcuno salta su a ricordarci che il cibo non si produce in fabbrica: di solito è Carlin Petrini che scrive per sottolineare quello che tutti sappiamo, o meglio, che tutti dovremmo dare per scontato; che invece scivola via tra le parole d’ordine del mercato, della politica, della finanza. Mi hanno colpita le immagini della vendemmia, mentre ero fresca delle parole di Marchionne – uomo di poche parole, però esiziali -. Mi ha lasciato trasecolata la faccia di Monti (nella foto di fine incontro Fiat), accartocciata come quella di certe foglie delle viti che hanno esaurito il ciclo vegetativo. (Non è una critica al look di Monti, ma all’accenno di smarrimento che mi è parso di scorgere in fondo al suo sguardo). Due Italie, sembrerebbe, assorte in questi giorni in due mondi tra loro remoti, eppure accomunati dai gesti del lavoro.

Sì, il lavoro: come non pensare – intensamente – a quelli che l’hanno perso, alle fabbriche chiuse o socchiuse, a un paese che sta perdendo i gesti del lavoro, a suon di vaghe parole. Profuma vagamente di rivincita, o forse solo di riscoperta (quand’anche fosse…) la vendemmia. Un lavoro incerto, per definizione, dove il tempo la fa da padrone, un padrone che somiglia proprio a un dio che è più promettente di Marchionne.

 

6 pensieri su “La Fabbrica del Vino

  1. Vorrei che Marchionne si comportasse da essere umano e ogni tanto che si ponesse il problema di pensare a se fosse lui a godere dei gesti del suo operato invece di farlo agli altri per il “bene dell’azienda”.
    I militari un tempo si difendevano con il fatto che avevano ricevuto ordini superiosi e con quello erano in pace con la coscienza.
    Da lui dipende il destino di migliaia di famiglie……. mentre i milionari della Juventus, (giocattolino di famiglia) per il popolino miete successi e distrae le anime.
    Ora è il momento di restituire ciò che si è preso in fatto di aiuti, aiutini, incentivi e rottamazioni, altrimenti se ne vadano (in Serbia come vorrebbero) e spero che nessuno (nel paese in cui non credono) rimetta in moto una fiat.

    • C’è chi delocalizzerebbe anche la mamma, caro A.P.; il fatto è che la diffusa ignoranza (soprattutto tra amministratori e politici) relativa alle vocazioni del nostro paese deriva dalla ormai avvenuta dispersione di punti di riferimento alti. Ormai ciò che conta è il soldo in tasca; se per averne uno di più devo portare il ‘tipico’ in una fabbrica dell’est, lo faccio e chi se ne frega…
      Ci salverà l’oriente, cioè i lavoratori orientali che rivendicheranno (giustamente) un modo di lavorare più umano. Purtroppo a quel punto avremo distrutto una buona parte dei suoli, delle tradizioni, dei prodotti, e dei paesaggi (soprattutto umani) del mondo.

  2. Ma siamo proprio sicuri che chi ci governa sa che il Brunello, la Cinta Senese e la Chianina non si fanno in fabbrica? Vi racconto una cosina bellina che pare una novella, ma per sfortuna è vera. Ho conosciuto Romano Prodi a fine anni novanta, ad un confronto tra gli agricoltori senesi e i maggiori esperti di economia che ogni anno il Monte dei Paschi organizzava a Siena. Io allora ero un “giovane promettente” di Confargricoltura, mi sentivo molto importante per cui quando lui disse che noi agricoltori del “mondo occidentale” dovevamo smettere di coltivare la terra mi sentii punto sul vivo. Lui diceva che il “mondo ricco” avrebbe dovuto acquistare tutte le derrate agricole che gli servivano dai paesi poveri, che ce le avrebbero cedute in cambio dei nostri manufatti industriali. Noi agricoltori dovevamo divenire dei custodi dell’ambiente, pagati dalo Stato per tenere belli i pratini e curare il paesaggio. Io ero giovane e molto orgoglioso del mio lavoro, per cui non mi potei tenere e chiesi; scusi professore, ma se quelli un bel giorno si arrabbiano con noi e fanno l’embargo, noi cosa mangiamo? I bulloni? Fui ripagato da un’occhiata torvissima del professore, che non rispose, e da occhiate gelide dei maggiorenti nazionali di Confargricoltura. Anche se la la plebe della platea mi regalò cinque minuti di applausi. Quello fu l’ultimo convegno a cui fui mandato a fare l’intervento a nome di Confagricoltura, ma da allora ho nutrito la quasi totale certezza che chi ci governa crede che il cibo si faccia in fabbrica.

    • Strano che tu ne sia convinto solo dopo quell’incontro… scherzo!, ma tutto fa capire che la politica – in generale – non sa (ometto il congiuntivo!) che cos’è l’agricoltura.
      Ma pensando a ciò che ci dispensano i politici odierni, non si sa che cosa sarebbero capaci di combinare, se se ne “occupassero” seriamente. Magari potrebbero fare un ‘Occupy Agricoltura’, con tutto quel che ne conseguirebbe…

      • Cosa farebbero se se ne occupassero? Semplice, basta guardare cosa fanno quando se ne occupano; una per tutte l’abolizione degli Albi Vigneti decisa dall’Europa, correlata all’abolizione (di fatto) dei controlli sulle superfici idonee ala vigne che fu fatta quando lo Stato delegò l’agricoltura alle regioni. Quale sarà il risultato? Semplice, quello che accade oggi con l’ortofrutta; oggi tira la cipolla? L’anno dopo tutti la piantano ed il prezzo crolla, poi l’anno successivo tutti fanno rape ma il prezzo delle cipolle non risale perchè i buyer della GDO si rifiutano di alzare i prezzi di acquisto. E così, un anno dopo l’altro, livellano in basso i prezzi un prodotto dopo l’altro. Con il vino il processo sarà un poco più lungo, ma il risultato voluto è quello per la teorica gioia del consumatore finale. Dico teorica, perchè è vero che avrà il Brunello a quattro Euro sullo scaffale ed il Chianti Classico a uno, ma non saranno più i prodotti che erano una volta perchè i costi di produzione non lo permetteranno. Avranno ciofeche con nomi famosi, certo a basso prezzo ma ciofeche.

Rispondi