Va pensiero (e raggiungi il target)

Vigilia di vendemmia. Uno dei temi che più si prestano alla retorica (e alla retorica dell’antiretorica). Dopo il caldo africano che ha indotto una serie di paturnie e pensieri cupi, l’inoltrarsi di questo settembre mi dà un’idea di “straordinaria normalità” stagionale. L’alba che – giorno dopo giorno – è più fresca, l’aria un po’ meno umida; i colori si velano e si attenua progressivamente quella sensazione di essere nella morsa implacabile di un disastro ecologico epocale. Solo paturnie? Quasi. Perché le rese nelle vigne e in cantina saranno basse, leggo in una mail ricevuta ieri da Angelo Gaja – signore dall’occhio lungo, che ogni tanto mi tira le orecchie –. Ma per una volta, il segno meno è positivo perché AG dà una notizia che non deve passare inosservata, anche se richiederebbe, prontezza, sagacia e uno spirito di squadra ancora inesistente nel nostro paese (sono una che spera).
“ Il vino non ci esce più dalle orecchie”, prosegue nella mail, comunicando che le cantine sono tornate a livelli normali “se non di scarsità”. Quindi uno scenario nuovo, che consent(irebb)e al vino italiano di ripartire, con politiche e con strategie adeguate, che inducano – Gaja dixit – “una domanda più qualificata … L’Italia del vino ha tutte le possibilità di farcela: per il fascino dei territori, le varietà autoctone, storia e tradizione, ma molto, molto di più: per avere un patrimonio umano straordinario” costituito da “un numero così elevato di viticoltori e produttori di vino che nessun altro paese al mondo ha, una ricchezza che merita di essere valorizzata ed è in grado di produrre rapidamente risultati migliori.”. Ecco, sarei più contenta di vivere nel mio paese se – oltre a dimezzare come promesso il numero dei deputati – si trovasse la capacità di essere strategici davanti a un messaggio come questo!

18 pensieri su “Va pensiero (e raggiungi il target)

  1. …e a proposito di strategie e di tutta la discussione sul disciplinare del Brunello, non posso esimermi dal riportare quanto scritto oggi sul Il Fatto Quotidiano, per la firma di Gianluca Mazzella:

    Stop al condono, almeno a Montalcino.

    Per quanto abbia dedicato gli ultimi interventi a temi d’altra rilevanza, stimo opportune alcune considerazioni sul caso “Rosso di Montalcino”. Un caso che non riguarda soltanto un vino che si trova facilmente nei supermercati fra gli 8 e 10 euro (a quel prezzo meglio comprarne, di buono, nelle aziende). Ma il caso di un territorio che con le sue eccellenze gastronomiche veicola nel mondo una buona immagine dell’Italia, bilanciando quella veicolata dalle “eccellenze politiche”. A cominciare dal Ministero delle Politiche Alimentari e Forestali, guidato da un politico accusato di aver favorito la mafia dalla Procura di Palermo. Come scrive Marcello Bella sull’Espresso: “Il ministro Romano guida… un pool costosissimo di ex Dc finiti nei guiai. Che distribuisce fondi. Per raccogliere voti”.

    Ieri pomeriggio c’è stata un’importante assemblea dei produttori vinicoli aderenti al Consorzio del Brunello, i quali, nel mezzo d’una travagliata e anticipata vendemmia (non sarà un’annata favorevolissima nonostante i comunicati stampa), sono stati costretti dal Consiglio di Amministrazione a una votazione sul cambiamento del disciplinare di produzione del Rosso di Montalcino: il 69% si è espresso contro. Anche se una votazione consimile, nel mezzo della vendemmia, equivale a votare una manovra finanziaria in pieno agosto. Anzi, equivale più propriamente a votare una legge ad personam, come spiegherò in seguito. Comunque l’esito del voto è stato incerto fino all’ultimo istante, ed è a conclusione di una contesa durata mesi, anzi anni: dacché la Procura di Siena ha scoperto reati di frode da parte delle aziende vinicole più grandi, che violavano il disciplinare di produzione vendendo assemblaggi non consentiti o vini di infima qualità come Brunello e Rosso di Montalcino. Dunque, anziché cambiare operato, rispettando le regole di produzione, le aziende più grandi (rappresentate dal 95% del Cda del Consorzio) hanno tentato di cambiare le regole, prima del Brunello e poi del Rosso: un atteggiamento ormai “tipico”, almeno quello, in Italia. Ne avevamo già parlato mesi fa, considerando gli aspetti più rilevanti.

    Dato l’esito della votazione, fortemente voluta dai membri del Cda (anzi, imposta al fine di cambiare il disciplinare), pare opportuno rivedere il ruolo e le nomine di un Consorzio che non rappresenta la maggioranza dei piccoli produttori, ma solo poche e potenti aziende (in profonda crisi di vendite), i cui interessi sembrano non coincidere con quelli dal vino italiano più famoso nel mondo. Del resto, almeno una di tali aziende ha contribuito a questa fama, compiendo però frodi commerciali per oltre 25 anni (e noi siamo stati gli unici a riportare la notizia) come è stato provato dalla Procura di Siena. È opportuno che a tale azienda risponda quasi tutto il Cda del Consorzio? Come è possibile che il presidente sia da un anno Ezio Rivella, 78 anni suonati, cioè uno che per vent’anni ha diretto l’azienda Banfi, coinvolta nelle frodi commerciali rilevate dalla Procura di Siena? È indubbio che Rivella sia Cavaliere del Lavoro e abbia ottenuto dei successi commerciali, ma perlopiù con vini da supermercato esportati in America, che non dovrebbero avere alcun legame col Brunello di Montalcino: negli anni ’60 e ’70 ha ideato il Gotto d’Oro, il Corvo di Salaparuta, il Lambrusco dolce soprannominato Red Cola, il Nano Ghiacciato della Sanpellegrino. E anzi Rivella venne a Montalcino per fare un Moscadello dolce, sempre da esportazione e a basso costo, ma poi gli scappò il Brunello.

    D’altra parte alcuni dirigenti del Consorzio sono coinvolti direttamente nelle frodi commerciali, e hanno patteggiato con la Procura di Siena senza dimettersi. Altri sono stati riciclati nel famoso ente terzo di certificazione e controllo, tanto sbandierato da Luca Zaia, ossia quel Valore Italia che si trova al piano superiore dell’edificio che ospita la sede del Consorzio: e che dovrebbe garantire imparzialità, avendo sottratto al Consorzio tutti i compiti di certificazione e controllo, aumentando i costi a carico dei produttori.

    Peraltro ci si domanda se i dirigenti del Consorzio debbano restare in carica come senatori a vita. Occorrerebbe limitarne il mandato a un determinato numero di anni. Perché non è insolito che abbiano rapporti di clientela con le aziende più grandi per farsi rieleggere…

    Infine un’occhiata ai media, in specie ai social media quali alcuni blog del vino, che sono gli unici ad aver seguito la vicenda del Rosso giorno dopo giorno. Dispiace vedere che hanno perso l’occasione di fare un poco di informazione o quantomeno di provare ad approfondire un argomento: essendosi prestati a riportare supinamente le frasi di chi pur avendo patteggiato con la Procura per frodi commerciali riguardanti il Rosso e il Brunello, si è impancato a difensore del disciplinare degli stessi vini, ossia di ciò che aveva violato. L’ipocrisia e il pressappochismo assieme. E oggi i blog del vino si beano di aver difeso il patrimonio vinicolo di Montalcino…

    Non da meno sono stati alcuni noti critici, italiani e inglesi e americani, che hanno pensato di rinverginarsi schierandosi contro i cambiamenti del disciplinare, anziché scusarsi di aver promosso e celebrato per anni gli stessi vini che sono stati frutto di frode commerciale.

    È la critica, bellezza!

  2. …avessi facoltà di accedere allo script, nel post precedente metterei il titolo in grassetto e le virgolette di inizio e fine. Ancora una volta sul “Il Fatto” hanno il coraggio di scrivere non solo i fatti ma anche i nomi…

  3. Da apprendista stregone – quale sono – non sono capace di ‘entrare’ e modificare. Del resto so di poter moderare solo le new entries del blog e (forse) editare i testi.
    E comunque conosco questo post di Mazzella che è on line sul Blog de “il Fatto”.
    Giusto per cavare farina dal mio personalissimo sacco, vorrei aggiungere che se alcune aziende sono “in profonda crisi di vendite”, ciò è potuto accadere per miopia strategica delle stesse e di tutto questo comprensorio. Perché la situazione critica post ‘affaire Brunello’ è stata gestita nel modo più inopportuno possibile.
    La mia opinione – l’ho già espressa più volte (ammesso che interessi l’opinione della signora nessuno) – è che ora, a partita finita, indagini e procedimenti conclusi sarebbe tempo di ripartire con presupposti diversi, e rilanciare da questa collina un’idea di Italia più adeguata alle nostre qualità (esistono).
    Il messaggio che mi è arrivato da Angelo Gaja, uomo non poco acuto (dello stesso cinismo che ammiravo in Mario Formenton: un’altra volta vi spiego) sta proprio come il cacio sui maccheroni della mia opinione.

  4. …ed ecco un altro contributo al tema, tratto da un blog dell’Unità…

    ” Etilicamente di Fiorenzo Sartore
    Wine Blog trasversale di Fiorenzo Sartore

    Abbiamo vinto le elezioni. A Montalcino
    di Fiorenzo Sartore

    La notizia è questa: i produttori associati al Consorzio Tutela del Brunello di Montalcino hanno bocciato, con voto segreto, la modifica del disciplinare di produzione del Rosso di Montalcino; non saranno ammessi quindi “vitigni migliorativi” allogeni, tipo cabernet o merlot, ma la denominazione resterà, al 100%, sangiovese. Ricordate il giorno dopo la vittoria sui referendum? Oppure dopo il ballottaggio per il Sindaco di Milano? Ecco, l’otto settembre 2011 qualche enofilo s’è sentito allo stesso modo. La votazione espressa a Montalcino ha fatto prevalere una maggioranza, 69%, di puristi. Io sono tra i festanti, e la vicenda mi consente di dire altre due o tre cosette.

    1. I buoni vincono e i cattivi perdono. E’ inutile nasconderlo, ma questo trionfo di chi voleva la prevalenza del territorio sulle ragioni del business (il taglio col cabernet avrebbe reso, teoricamente, il Rosso più vendibile) sembra proprio la vittoria di Davide contro Golia. Appunto, tipo il raggiungimento del quorum al referendum. Ora uno potrebbe dire: però, se avessimo aggiunto un po’ di cabernet al Rosso di Montalcino, magari avremmo fatto i miliardi. Non è così facile: qualche anno fa hanno cambiato in questo senso proprio la composizione del Chianti, ma i miliardi li devono ancora vedere. In compenso la’ fuori è pieno di assaggiatori che si lamentano perché certi Chianti sono ormai irriconoscibili. Inoltre questo genere di mix enologici è già previsto da una denominazione specifica per quell’area, Sant’Antimo. Una DOC decisamente più sconosciuta e meno sexy, sul piano commerciale, rispetto a qualsiasi etichetta che abbia scritto la parola magica “Montalcino” addosso. Ecco a cosa serviva cambiare il disciplinare: a vendere un brand.

    2. A forza di bloggare, qualcosa resta. I mediattivisti che in rete hanno fatto un gran baccano per sollecitare un simile risultato, usando appunto gli argomenti del rispetto del territorio e il famoso profilo identitario, probabilmente sono riusciti a fare (anche) opinione. Vino al Vino, per esempio, e tutti gli altri enoblogger che ripetono da sempre “non dobbiamo appiattire la produzione nazionale”, hanno qualche motivo di orgoglio. Tuttavia ci sono anche quelli, come Gian Luca Mazzella, che la pensano diversamente. Mazzella rimprovera gli imprecisati “social media” di non aver fatto informazione (non abbastanza), o peggio d’aver disinformato, parlando delle vicende travagliate che hanno riguardato Montalcino negli ultimi anni. Ora, senza alcuna polemica, ma con la rassegnazione zen che deriva dal sentirsi (forse sì, forse no, ma chissà) parte di quei socialcosi imbranati, tengo a dire: ammappala che severo. Chi rileva dati incongrui, qui nella matrice, farebbe bene ad inserire i suoi dati (corretti) per resettare il sistema a livelli di equilibrio. Anziché fare una generica ramanzina agli innominati riprovevoli, sarebbe preferibile segnalare quella parte della rete che contiene conversazioni dannose per chi legge. E con questo vi invito ad aggiornare il vostro segnalibro, perché il blog di Mazzella resta fondamentale. Scusate il pistolotto.

    3. Vogliamo dirlo? Il Rosso di Montalcino è un gran bel vino, tra l’altro. Quando è fatto come si deve. Se volete avvicinarvi ai rossi del colle più blasonato di Toscana, ma non volete affrontare il finanziamento necessario per stappare certi Brunello, andate sicuri con il Rosso: essendo espressione dello stesso vitigno, potrebbe rivelarsi uno degli assaggi più succulenti mai fatti. Qualche nome di produttore a caso: Salvioni. Oppure Le Macioche (vende direttamente a Montalcino). Sono due piccoli esempi di come questo vitigno riesca a dare prove formidabili, anche non sorretto da merlot o simili.

    4. Strano a dirsi, ma in questa vicenda quel che è di destra sembra di sinistra, e viceversa. Ovvero: il meticciato è di destra, il localismo è di sinistra. Ammesso che definire cosa sia “destra” e “sinistra” possa ancora interessare (un po’ sì) noto che, a grandi linee, il movimento di opinione dei contrari ai mischioni enologici (quando costituiscono un vero e proprio tradimento del concetto di terroir) fa volentieri capo all’area anarco-insurrezional-veronelliana. Non so se avete mai conosciuto quel genere di produttori che parlano di “resistenza contadina” – ecco, quelli sono per il purismo e la preservazione del genius loci. Ci sono, ovviamente, enofili non ascrivibili a questa o quell’altra area ideologica, ma finiscono per essere l’eccezione che conferma la regola. Dall’altra parte le industrie, cioè i cattivi di questa storia, (la destra, insomma) sono invece favorevoli alla commistione dei generi, sono per l’internazionalismo o, meglio, per l’internazionalizzazione del gusto. Sfortunatamente non è filantropia o buonismo: assomiglia più alla globalizzazione.”

  5. Orca cara Silvana, ma che battaglia abbiamo combattuto noi? Mi pareva che eravamo i soliti e pure pochini, e poi c’ha seguito un centinaio di sgarupati villanacci come noi. Tutto qui. E invece c’era tutta stà ggente tanto brava, hanno fatto tutto loro e nell’occasione hanno accoppato anche berlusca, la destra e pure me. Orca! Ma dove erano esattamente quando non avevamo ancora vinto, nell’ultimo palco in fondo? Io ricordo di aver sentito Ziliani, Intravino, ma loro ndoverano?

    • Per la verità Sartore è intervenuto eccome e Mazzella pure. Nonsoloblog caro Stefano! Per quanto riguarda la Silvia che qui frequentemente interviene, in campagna sta e al successo della campagna tiene assai (soprattutto quando ci sono i presupposti perché ciò avvenga), ma da padrona di casa – ehm, di blog – devo citarla anche come professionista del marketing di lungo corso. Una, insomma, che quando ne scrive, lo fa avendo l’esperienza dalla sua parte.

      • E’ qui il problema: informare non vuole dire “parteggiare” o peggio ancora “servire” una causa (per quanto giusta e nobile, come nel caso del RdM) o una parte in conflitto.
        Si pretende che chi informa faccia il mestiere del poliziotto o del magistrato? O entri nella mischia come un attore coinvolto? Farei attenzione a non oltrepassare la linea gialla della divisione dei compiti e dei ruoli.
        I blog la loro parte l’hanno fatta eccome, fino ad allertare – da Franco Ziliani in avanti – la cerchia dei professionals che criticano e consigliano gli acquisti di buyer, importatori e distributori, ovvero i veri clienti di Montalcino.
        Tutto il resto, mi sembra la solita, ridondante chiacchiera.
        Saluti!

        • Non c’è dubbio che “i blog abbiano fatto la loro parte, eccome”. Sono anche molto d’accordo sull “eccome”, e mi scuso per la rozzezza e sommarietà dei miei commenti (nonché moderazione) dovuta al mio scarpantibus approccio al web. Rimedierò!

        • …mi risulta che il RdM vive in Italia ed è correlato al problema del vino e di come affermarlo sui mercati internazionali , oltrechè su quello nazionale. Il provincialismo italico, quello che si riesce a guardare -ma litigiosamente- nei 100Kmq del comune o non oltre, quello che non si scambiano idee ed esperienze e non ce ne frega niente che vada aldilà dell’orticello… nel mondo è morto. Accorgiamoci di ciò che accade, è già accaduto ed accadrà vieppiù, prima che nessuno si accorga più di noi.

          • In Francia esiste la cosiddetta “inter-professione”: tradotto, significa che tutti gli attori della filiera si chiudono in un cinema e risolvono i loro problemi, lontano dalle orecchie della stampa e dei blogger.
            A Montalcino, come altrove, si mettono in piazza e si affida alle Procure la soluzione dei propri problemi.
            Io non posso fare il mestiere del produttore, al massimo gli posso indicare – con la critica – delle soluzioni. Ma le scelte spettano agli imprenditori. Non ne sono capaci? In ogni caso, io non so che farci… Non serve che Aristide “aneli al futuro”, ci devono credere i produttori, o una parte di essi sufficiente a crearlo, il futuro.

  6. Sono d’accordo su (quasi) tutto ciò che scrive Sartore. Nel “quasi” mettici anche che:
    non è vero che ‘grande’ è necessariamente ‘cattivo’: come non è vero il contrario, anche se – è ovvio – oltre certe dimensioni si entra nell’industria agricola. Fare industria, in agricoltura, però, oltre che a fare numeri, non obbliga a produrre porcate!
    Per il resto, io credo che si debba cominciare a lavorare sul RdM, per farlo conoscere; la mia esperienza personale (parecchio prima che le ragazze iniziassero la loro az.agr.) è proprio legata al RdM, come vino di territorio, vino che mi ha messo in relazione con Montalcino, facendomi apprezzare il sangiovese…

Rispondi