Dittonghi

DSCN0925“Ma è solo un particolare a cui sei particolarmente sensibile, e attenta”, mi sono detta. E forse è così, anche perché con la moda dilagante – giovanilismo a oltranza – si è più portati a trovare una giustificazione a tutto, quindi anche alle porcate linguistiche che acquistano ogni giorno un po’ di terreno. Siamo allo sdoganamento di tutto quello che in una pagina ben scritta, in una lettera impegnativa, in un briefing, in una proposta pubblicitaria o in un documento strategico può essere l’elemento che toglie precisione,  svelando approssimazione o un uso nuovo della lingua.

Del resto mi sono ritrovata, giorni orsono, a interrogare in modo stringente (manco fosse un esame) un giovane  – ma non giovanissimo – amico, dotato di creatività, buona volontà e pure onestà (che di questi tempi non guasta) a proposito del significato del sostantivo ‘orpello’, che egli aveva appena utilizzato per definirenel discorso (che stava facendo) dei particolari ‘in più’, degli elementi di contorno che avrebbero dovuto avere la funzione di dare più sostanza a un certo progetto. La mia età e la stima di cui questo amico mi gratifica mi hanno permesso una puntualizzazione appassionata del significato della parola impropriamente usata, con altrettanto appassionato invito a lavorare su di sé (non è mai troppo tardi) per migliorare orale e scritto.

Vabbè è un po’ la mia mania?! Forse sì, ma camminando sulla sottile crosta che regge (ancora)  il format esistenziale in cui anche le generazioni più giovani sono cresciute, la lingua – intesa come strumento per esprimere con precisione i propri pensieri (e opinioni) ma anche per capire le intenzioni degli altri – è rimasta l’unico capitale che non può essere sottratto inopinatamente a ciascuno di noi: un capitale prezioso, accrescibile, esportabile, spendibile, esentasse. E foriero di soddisfazioni, ma talvolta anche di dispiaceri e di ansie e allarmi.

Sono stata colpita, oggi, dal Matteo Renzi che ho sentito dichiarare, con voce scandita e squillante, che bisogna scegliere di “essere” anziché di “avere”; credo fosse in occasione di un intervento a un raduno scout … Non mi ha colpito tanto la citazione (Erich Fromm), quanto il modo in cui è stata buttata lì, certo non casualmente, da uno che bada soprattutto a “apparire”, non dissimilmente dal resto dello zoo della politica. E non cito questa terza (rispetto alle altre due) categoria perché il giovanotto in questione veste Scervino e dintorni, ma  perché l’apparenza invece riguarda proprio l’uso delle parole, che egli declassa a slogan, appropriandosene e appiattendo i significati.

Ma torno al mio sconcerto iniziale nato dalla prima pagina del Corriere della sera di oggi, dove leggendo una recensione di Aldo Grasso, mi sono imbattuta nel seguente ‘a capo’: cinete / atrale. E’ la seconda volta che mi capita (ho l’occhio da linotipista), sempre sul Corriere e in poco tempo, di trovare un dittongo spezzato per andare a capo (per il mio professor Pinchetti sarebbe stato un sacrilegio) e sono stata tentata di darne la colpa alla Fiat e all’uso strumentale che essa fa della stampa, un contesto in cui la lingua ha la stessa funzione renziana, ma poi ho concluso che questi sono solo segnali. Sono i segnali della fine del mondo in cui anche i miei figli sono nati e cresciuti. Un mondo in cui il linguaggio aveva un senso umano.

Dire, fare, lavorare

Più del bicchiere di vino, mi affascinano i tanti lavori che gli stanno intorno. Intorno e dentro alla vigna, al vino e alla cantina; intorno e dentro all’agricoltura colta. Sono lavori lontani da un’idea (sbagliata) d’Italia che affiora sulle pagine dei giornali e nei discorsi che intesse la politica: impiego pubblico, lavoro ai giovani, sgravi fiscali (!) per dare un lavoro, senza chiedersi quale, con quali competenze e come procurarsi queste ultime.
Sono cresciuta in un’Italia che rifuggiva il lavoro manuale, confondendolo con ‘manovale’ e tacitamente attribuendogli connotati di rozzezza e incultura; dove i giovani sono stati spinti dalle famiglie a mettersi un colletto bianco, dopo che la Fiat aveva indotto i contadini a lasciare le campagne per arruolarli in fabbrica (in una Torino ben diversa da quella del Salone del Libro e anche di Eataly).
Mi domando se il precipitare imminente di quella che ci siamo abituati a chiamare crisi (ma che è una strategia globale di appropriazione indebita di beni e diritti) darà tempo ai giovani di capire la bellezza del lavoro, di quello vero, non del posto (che non c’è più) di lavoro cantato dal film di Ermanno Olmi.
Penso ai giovani di tante età che aspirano a diventare giornalisti, registi, pubblicisti, pubblicitari (ma in realtà venditori di spazi), e che non conoscono il lavoro manuale, anzi magari lo disprezzano pure.
Poi capito in cantina e vedo il “vecchio” e il giovane al lavoro, un lavoro vero e affascinante (e pure ben pagato). Mi viene in mente che a Milano ci sono tanti avvocati quanti nella Francia tutta, che tutti i pizzaioli milanesi sono egiziani. Che gli operai agricoli sono arabi e i più umili lavori della vigna – per produrre vino – spesso li fanno dei musulmani che forse si pongono domande imbarazzanti. Che sono i macedoni a tagliare i boschi e accudirne le legna ….Che han più occhio gli americani dei nativi a promuovere lo stile toscano.
Mi viene in mente anche l’ineffabile bellezza un po’ noiosa della vita in campagna e quanto ci sarebbe da fare per ripopolare – senza enfasi, e neppure annunci – con gente e raffinato (e produttivo) lavoro agricolo (e dintorni) la (quasi ex) bella terra d’Italia. Mentre i due maestri bottai lavorano di gran lena, con competenza e un profondo legame con quello che stanno che stanno facendo,,,in particolarerisultatoolslavoro impegnativoil sapere al lavorobatman è stato quisapere e farelavoro finitomaestri bottai