La scema del villaggio

RSCN0577Trovo sul Corriere della Sera un articolo d’annata (1964) sul Ferragosto a Milano, a firma di Dino Buzzati. Mi torna in mente la sera in cui l’avevo conosciuto – Dino Buzzati -, a cena al Gourmet ristorante – evento, aperto in via Torino, a Milano, non ricordo più da quale società, in nome di una centralità dell’enogastronomia intuita con sagacia eccessivamente precoce da qualcuno di cui ho ricordi nebulosi. Il luogo era elegante, con tavoli rotondi, un po’ troppo grandi per una vera conversazione.

Ne scrivo perché tra i tanti intellettuali, saggisti e poeti, narratori e giornalisti che mi è capitato di incontrare per parlare di libri, Buzzati l’avevo incontrato per discutere di pubblicità e pianificare un strategia. A tavola eravamo in tre: Antonio Scanziani – nostro ospite e mio capo, nell’agenzia di pubblicità dove ero art director, Dino Buzzati e la sottoscritta. Oggi, mentre scorrevo l’articolo, pensavo al singolare modo di risparmiare del management del Corsera (stanno riempiendo, ogni giorno, pagine su pagine con articoli d’antan di giornalisti defunti) e mentre mi ripromettevo di smettere di leggere il vecchio quotidiano – soprattutto di acquistarlo! – mi è venuto in mente che dei tre seduti quella sera a cena (1968?) al Gourmet, ero l’unica superstite. Antonio Scanziani infatti è morto – lasciandomi delusa perché era figlio di centenari – qualche mese fa; in sospeso avevamo un incontro pianificato e rimandato negli ultimi anni, numerose volte.

Così, se non annotavo qui (e là) di quell’incontro, nessuno ne avrebbe mai conosciuta la ragione. Scanziani era un uomo straordinario; figlio di Piero – scrittore, saggista e uomo volitivo e coltissimo – aveva aperto (e qualche volta chiuso) agenzie di pubblicità, con soci (Claudio Maria Masi de Vargas Machuca e Bragadin) e senza soci. Aveva avuto (avevamo) clienti straordinari, creativi brillanti (tra cui la sottoscritta) e un intuito ineguagliato, prima durante e dopo di lui. Tra i clienti, l’immobiliare Pedroni, che stava lanciando Milano San Felice, progettata da Luigi Caccia Dominioni e Vico Magistretti. Ho ancora i lay out e le bozze di un corposo dépliant, datato ma storicamente prezioso, dato agli agenti che vendevano gli immobili ai milanesi più sensibili a uno ‘stile di vita’ futuribile, oggi imploso e riservato agli asiatici che lavorano nelle multinazionali della fottuta globalizzazione.

La cena con Buzzati era frutto della visione di Scanziani che lo aveva arruolato per scrivere una serie di articoli sul “vivere in città con il gusto della campagna”. E’ proprio così: sono passati quasi cinquant’anni da quella cena e oggi qualcuno usa lo stesso ‘claim’, anche se si sono ormai dissolte le ragioni per farlo.

Quando ho letto il breve reportage di Urbano Cairo che ora ha conquistato la maggioranza nel Corriere e mi è venuto in mente il primo pranzo (‘colazione’, diciamo a Milano) di lavoro con lui, diventato nuovo capo dei venditori di spazi pubblicitari dopo l’uscita di Lorenzo Pellicioli; ho ricordato anche la domanda che mi aveva posto, entrando quel suo primo giorno, nel ristorante della Mondadori, dove portavamo gli ospiti.

L’ho empiricamente ricollegata alla mia cena con Dino Buzzati e Scanziani, così tanti anni fa, perché Buzzati, pur essendo un grande, ‘non se la tirava’ come si usa dire e contribuì, con creatività e senso del marketing, a costruire una prima pagina de “Il Giorno” redazionale, per promuovere questo nuovo stile campagnolo in città (Caccia Dominioni aveva addirittura immaginato – e preteso –  un gregge pascolante al centro del complesso). Quanto a Cairo – di cui Berlusconi amava raccontare vita e miracoli (!), con particolari succosi -, quel giorno, trent’anni dopo la mia cena con Buzzati, entrando come mio ospite al ristorante Mondadori di cui dicevo prima, sbattendo le palpebre un po’ intimidito, mi chiedeva se “qui ci sono degli scrittori, seduti ai tavoli?”.

Ripensavo a questi incontri, e alla mia vita in campagna ricca di bellezze naturali e non priva di delusioni, alla mia pervicace e stupida attenzione per la raccolta differenziata, l’imbestialimento che mi prende constatando l’indifferenza verso la sporcizia che nasconde la bellezza delle pietre, il tappeto di osceni mozziconi di sigaretta che gli insensibili si ostinano a lasciare in terra, i disgustosi kleenex usati che si annidano tra le fresche erbe profumate, il pattume fisico e morale che pesa sull’anima di chi si ricorda di avercene una. Ripensavo all’assenza di idee e all’idea di assenza di pensiero che può cogliere a tradimento e ho capito di essere la scema del villaggio.

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