Sguardo azzurro con sahariana

DSCN9704Lo conoscevo quando era ancora quasi sconosciuto, quando il design era un concetto (e una parola) da addetti ai lavori; quando l’Italia – come l’abbiamo conosciuta e incastonata nel nostro immaginario – era ancora in costruzione, quando Richard Sapper  (a due tavoli da disegno dal mio) riempiva lo spazio intorno a sé con l’energia smagliante e ottimistica di uno che stava per ridisegnare un bel pezzo del nostro gusto (lampade, telefoni, sedie, utensili di cucina, radio …). Al sesto piano de “la Rinascente”, di fronte a una prima pattuglia di guglie del noster Domm (quel de Milan), inondati dalla luce che anche a Milano – a dispetto degli increduli – c’è, ho fatto parte immeritatamente di un gruppo di grafici, designer, residenti e consulenti (tutti rigorosamente pagati in nero!) che davano forma al made in Italy, di cui allora non c’era nemmeno percezione … Bruno Munari, Enzo Mari, Albe Steiner, Max Hubert, Erberto Carboni, i fratelli Castiglioni, Mario Cristiani, Georges Coslin, Vuokko Eskolin, Harry Moilanen, Norbert e Ornella Linke, Verbena Rebora … e tanti altri che con vari incarichi, esterni e interni, facevano parte di quell’Eden della grafica e del disegno industriale pensato e realizzato da Augusto Morello (successivamente Presidente dell Triennale). E Giulio Carlo Argan veniva a raccontarci l’arte italiana, con seminari geniali mai visti dopo allora, un giovanissimo Umberto Eco passava spesso da quelle parti e le ore di libertà, a fine giornata, ci vedevano tutti al Jamaica (Giamaica) a bere un bicchiere di vino (in tempi in cui il vino era retaggio di ubriaconi). I fotografi – oltre al mitico Clari – erano Libis, Mulas, Aldo Ballo; Giorgio Armani era il visionario vetrinista de la Rinascente che contribuì a crearne lo stile.

Sotto la guida di Borletti e di Brustio, furono organizzate – una dopo l’altra – le mostre di Messico, Giappone, Gran Bretagna e India; con la vendita dei prodotti di quei paesi, importati direttamente, senza mediazioni pseudo globalizzanti che avrebbero potuto appiattirli o banalizzarli, asservendoli al gusto italiano invero assai provincialotto, a quel tempo.

Un bagno nell’intelligenza e nella visionarietà, sono stati quegli anni di lavoro: senza le mediazioni di interessi finanziari o dei banchieri internazionali; quelli che, per intenderci, pensano che con il denaro si compri tutto. Con il denaro – è vero! – si fa moltissimo, ma non si sostituisce l’esperienza, né si rimpiazza la creatività di uno sguardo che intravede che cosa l’Italia e le sue storie potranno diventare. Uno sguardo azzurro, con sahariana, come quello di Richard Sapper, designer italianissimo, con passaporto tedesco.

Rispondi