Era notte fonda a Montecarlo

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Accade che dei particolari, magari minuscoli e apparentemente insignificanti, ti si stampino nella memoria, e che riaffiorino – nel mio caso, dopo anni – stimolati da eventi di cui ti pare di aver avuto una qualche premonizione.

Così, questa mattina, mentre il sole si alzava dietro l’Amiata, io camminavo lungo una vigna, rimuginando, ancora presa dagli ultimi filamenti dei sogni e delle visioni notturne; guardavo il piacevole intaglio di tralci e pampini e foglie, mentre la luce si alzava e cambiava il colore alle cose (e ai ricordi e ai sogni stessi). Il rimuginìo si riferiva alla giornata di ieri e mi venivano in mente frasi da ‘Lezione di Tedesco’ (Deutschestunde- Siegfried Lenz) messe in bocca , durante a seconda guerra mondiale, a un poliziotto di campagna, nella Germania hitleriana. La locuzione è pronunciata come una valutazione dell’affidabilità dell’alleato italiano (otto settembre, Badoglio, eccetera): “gli italiani, si sa: tarantella, brillantina”, ed è certamente un riferimento datato. Mi chiedevo allora, dopo la giornata di ieri, quali potrebbero essere i due sostantivi in sostituzione di quelli lì (notte della taranta e gel? No).

Non so perché il disegno delicato delle vigne che si delineavano in controluce associato a quella definizione letta la sera prima, dopo aver ascoltato alla radio il riassunto della giornata al Senato, mi ha fatto letteralmente ‘saltare’ in mente il ricordo di una notte, a Montecarlo, nei primissimi anni ’90, alla fine di una convention di Publitalia: due teste illuminate da un faretto, nel corridoio di quello che allora si chiamava Loews hotel – l’albergone che sta a cavallo del percorso del Gran Premio, con le camere a picco sul mare -.

Eravamo saliti in tre, abbandonando colleghi e investitori pubblicitari ormai esausti dal fiume di parole, di filmati e presentazioni, di trilli e cinguettii delle direttrici dei giornali femminili, dei Mentana ancora giovani e di Fede già vecchio allora e appesantito dal fard. E naturalmente ‘lui’.

Eravamo solo noi tre, tutti alloggiati allo stesso piano: ricordo il disegno della moquette (nei toni del beige e dei bruni) del corridoio, il vestito in cui mi ero strizzata (nero a pois dorati) per l’occasione, gli smoking dei miei compagni d’avventura. Saranno state le due della notte, forse qualcosa di più. Giunti al nostro piano, ci eravamo scambiati uno sguardo ‘triangolare’ – l’uomo dei libri, l’allora direttore del newsmagazine e la sottoscritta -. Uno dei due – interpretando i nostri sguardi e i suoi sentimenti -, non ricordo le parole esatte ma disse all’incirca ci ricorderemo di questo momento, qui cambia tutto o forse tutto è già cambiato, ed è meglio che non ci diciamo altro, perché le parole non basterebbero e poi qui anche la moquette ha le orecchie: meglio andare a dormire. 

Il ricordo è durato per tutta questa giornata – allora la sensazione era quella di essere entrati in un’altra dimensione, surreale – smorzandosi solo sulla scorta di incombenze molto concrete. Sempre di più, le attività molteplici della vendemmia – non tutte così elementari come uno se le immagina – mi appaiono come lo scorrimento di un racconto parallelo a quello che si consuma nelle stanze della politica. Ho sentito alla radio che a Roma c’è in corso una fiera “Making” o qualcosa del genere; un economista piuttosto decente osservava che l’economia della conoscenza è stata fin qui comunemente intesa come l’economia dell’immateriale e che ora bisogna riappropriarsi del mondo materiale e spiegare ai giovani che l’Italia del made in Italy è nata dalla straordinaria manualità biologicamente diffusa tra la gente del nostro paese. Insomma, bisogna dare legittimità e reputazione sociale ai lavori fatti con le mani.  Ma guarda un po’ che matassa di pensieri esce da una vigna vista in controluce…

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