Il regno di Alba

Il mio fiore preferito è il gladiolo selvatico; esso non compare nel giardino della canonica di Sant’Angelo, di cui ho già avuto occasione di scrivere in queste pagine virtuali. Ma stamattina, quando Alba mi ha invitata nel suo regno ho avuto un bell’assaggio della primavera.Saremo Zinnie
il regno di Alba Questo è il cuore segreto del paese, dove il regno vegetale si sostituisce alle pietre, ai mattoni (pochi), alle tegole (qualcuna – ahimè – marsigliese), alle dalle della pavimentazione e a quel poco d’asfalto che la modernitgiaggiolo o irisà ha insinuato nella storia locale (difesa dai paesani che hanno fatto numerare le pietre della pavimentazione quando, una quindicina di anni fa o poco più, si è dovuta impiantare una nuova rete di servizi. Il cuore del paese coincide con  la canonica, a ridosso della vecchia chiesa. E’ uno spazio conchiuso tra mura che lo proteggono  dal vento, da ore di sole eccessivo e dagli sguardi dei visitatori, che ne ignorano l’esistenza. A meno che una porta sia socchiusa e il passante abbia la testa girata verso questa possibile rivelazione.pensami pensami pensami Rosa rosaeCosì, a parte gli abitanti e i pochi visitatori che hanno avuto occasione di buttare un occhio in quest’oasi, questo resta un luogo ‘segreto’, con tutto il fascino che gli viene dall’essere riservato a pochi.Son bocca di leone e ti mangio!fiori e materiail bianco e altri coloriLuogo di meditazione, anche per le gallinelle che richiamano con delicatezza il visitatore, forse per suggerire un piccolo omaggio di cibo, ma ad ascoltarle pare quasi che sia solo un saluto e un invito a condividere il senso di pace e di straniamento che ti avviluppa con dolcezza.delicadol'orgoglio di Albail rosa in alcune declinazioni

Siamo Bravi

Un’idea, a volte si tira dietro sentimenti e situazioni che non ti aspettavi. E così, in questa Italia depressa che giace in fondo a un buco nero, mi è capitato di fare una proposta a UIC (unione italiana ciechi) per cercare di “vedere”, e di non stare solo a guardare. Poi, per realizzare questa ideuzza che sembra funzionare, mi hanno dato l’indirizzo di un ragazzo che si chiama Francesco e sono andata a trovarlo. L’ho incontrato nel suo mondo e tra le sue macchine, e ho sfiorato un po’ anche i suoi pensieri: non li conosco, ma mi è sembrato di sentire il loro ronzio.

Il mondo dei ventenni non lo conosco, lo vedo solo passare, di solito. Io che ho figli più grandi, che  ho tirato su, con libri e libri, e attrezzi vari, più preoccupata (forse) di dar loro strumenti conoscitivi e bussole per navigare nel mondo, che di foderare la loro vita con quello che sentivo dentro di me vedendoli crescere.

Qui dunque non racconto le ragioni dell’incontro con Francesco: ne scriverò in seguito, quando lui avrà finito il lavoro, quando ci saremo scambiati saperi e pensieri, quando lui – insieme a me – avrà realizzato quello che io ho pensato, e lo avrà fatto mettendoci la sua perizia, con la freschezza dei suoi anni e l’orgoglio della sua conoscenza.

Per ora annoto solo questi incontri, con il suo mondo e i suoi pensieri, il suo babbo e i suoi plotter, la fidanzata, gli alberi e le parole che deve imparare. Annoto soprattutto l’energia speciale che Francesco mi ha trasmesso, occhi enigmatici, piglio sicuro e la volontà di collaborare.

E poi l’assenza totale, assoluta, di un freno a mano tirato: niente velleitarismi, solo l’attesa di sapere e di conoscere. Gli dico “bravo!” e lui mi dice “Bravi, mi chiamo”; per me, ancora una volta, è la conferma che ‘DSCN5267DSCN5322DSCN5338DSCN5327DSCN5340DSCN5337DSCN5336i nomi sono solo una conseguenza‘ delle cose.DSCN5328DSCN5332

“L’ècole de Montalcino”, è altrove

Il diciotto dicembre 1996, presso l’ècole d’architecture de Lyon, ero correlatrice di una tesi di laurea il cui tema aveva preso le mosse tra Milano, Verona e Montalcino. Il titolo della tesi era (è: ne ho ancora una copia) quello del post che sto scrivendo, ma – come spesso accade – a quelle parole non seguirono mai dei fatti; forse perché non crediamo nel potere dei sogni o per qualche altra ragione di contorno.

Centre de recherche et d’enseignement du territoire, des matières  et des pratique professionelles, pour redonner aux métiers manuels leur valeur culturelle.” Per restituire al lavoro manuale la piena legittimazione e il valore culturale che gli è proprio, è il senso del sottotitolo della tesi.

Due mesi fa – a ben diciassette anni di distanza da quell’inverno lionese, e a venti dalla presentazione di questa idea al Comune di Montalcino – l’ècole (come viene brevemente chiamata) ha iniziato a divenire cosa concreta, ad alcune migliaia di miglia dai luoghi in cui è stata pensata.

Era nata da un mio invito a Francesco Varanini, perché venisse a esplorare i luoghi dove nasceva il Parco della Val d’Orcia  e dove un vino molto meno famoso del Barolo stava divenendo una star mondiale.

A Milano, dove lavoravo, avevo l’accesso a tutta l’utenza pubblicitaria, rapporti con UPA, con i più reputati istituti di ricerche, con giornalisti e con i protagonisti della cultura. Con Varanini, esperto di organizzazione del lavoro e sociologo, avevo avuto rapporti professionali abbastanza saltuari, ma sufficienti ad apprezzarne la grande lucidità e la capacità di visione. Eravamo entrambi ‘seduti sul bordo della sedia’, intuendo l’imminenza della Grande Svolta: si sentiva nell’aria che il lavoro a cui guardavano le nuove generazioni era sempre più astratto e terziario; i mestieri (anche creativi) in cui si sporcavano le mani erano lavoro per i poveracci.

Era morto da pochi anni Mario Formenton, il lungimirante presidente della Mondadori e le lotte per il controllo dell’azienda, oltre a preoccupare, facevano parecchio riflettere sugli sviluppi futuri di un mondo che andava perdendo conoscenza di sé stesso insieme alla capacità di guardarsi obiettivamente.

Non è il blog un luogo per approfondire questi pensieri – che non pubblico a caso -; mi limito qui a sottolineare che saltava agli occhi la completa delegittimazione sociale patita dal lavoro manuale e da chi lo praticava. Sono anni ormai che il cittadino (di città) si fa vanto di una zappatina occasionale in un’improbabile vigna; son pure molti anni che l’idraulico viene dalla Polonia (anzi ora è in procinto di ritornarvi), il boscaiolo dalla Macedonia; l’operaio agricolo dalla Tunisia; e dall’Albania sono immigrati tanti neo-imprenditori di sé stessi. Tutti costoro però svolgono lavoro manuale come una risulta, mentre la manualità (intesa come la capacità di realizzare ciò che la nostra mente immagina) è lontana dall’idea di lavoro, impiego, sviluppo, realizzazione di sé stessi.

Negli anni che sto ricordando, Pierre Genou, un giovane francese che frequentava il Politecnico di Milano, amico dei miei figli, partecipò alle discussioni e agli incontri di quello che stava evolvendo in un vero progetto – anche grazie al patrimonio di contatti attivati da me e da Varanini – per restituire alla manualità cultura e conoscenza. Venuto in visita a Montalcino, Genou divenne il terzo lato del ‘triangolo progettuale’ e decise di laurearsi con una tesi che trattava proprio di questo tema e del suo possibile svolgimento a Montalcino.

Due anni fa, Genou ha viaggiato a lungo in Birmania e ha avuto l’opportunità di parlare del progetto con un’imprenditrice locale, buona conoscente (o addirittura amica), di Aung San Suu Kyi e due mesi fa il cantiere de l’ècole (non più di Montalcino, ma con lo stesso obiettivo di ridare luce e valore al lavoro manuale) ha preso vita.

A volte tra il dire (l’immaginare) e il fare (realizzare) c’è di mezzo molto più del mare.

 

Un Sudario con le Tasche

Non ho televisione e ascolto molto la radio; mai come ‘sottofondo’, mi innervosisce e mi irrita. Ascolto – sì,con attenzione – le notizie; ma viene subito da prenderne le distanze. Sono, o sembrano, sempre uguali: c’è sempre qualcosa di cogente e di urgente, che però (a causa del disaccordo tra destra e sinistra) non si riesce a fare; manca la ‘copertura’, cioè i soldi. In realtà – dopo un po’ – si capisce che ciò che manca è indicibile e si cade nello sconforto.

Ricordo le prime manifestazioni dei ‘no-global’ che gridavano contro le ingiustizie della globalizzazione. Ora, le dichiarazioni degli economisti che sento parlare alla radio, assomigliano molto a quelle prime grida dei no-global, che manifestavano contro le diseguaglianze (che, essi prevedevano, si sarebbero aggravate) e paventavano gli effetti della finanza globale (che puntualmente stanno facendo colare a picco la civiltà europea).

Mi tornavano in mente questi pensieri, ascoltando, questa mattina alla solita radio, la notizia del ritrovamento – a Dhaka, nell’ambito delle indagini conseguenti al terribile crollo che ha coinvolto una factory di fasonisti – di un ordine di lavoro proveniente da una nota azienda italiana.

I fasonisti sono coloro che serializzano un modello (si parla di abbigliamento), consentendo al produttore di immetterlo sul mercato con margini di guadagno altrimenti impensabili: perché esso viene realizzato seguendo un programma che “ottimizza” all’inverosimile i tempi di lavoro. Se poi la paga dei lavoratori è pure molto bassa, i margini per l’impresa si moltiplicano in modo esponenziale.

L’azienda italiana, che è stata citata nella notizia odierna (e di cui non ripeto qui il nome) ha un’immagine ben lontana da questa notizia, e sono rimasta molto turbata pensando che gli inizi di quel marchio sono legati a un’idea geniale e ad autentica passione per il proprio lavoro.

Mi è venuto in mente che questo è proprio il capolinea di una cultura d’impresa all’italiana, costellata di “geniacci” che hanno fatto tanto per questo paese ma che ora, anziché al futuro pensano ai futures e mi son chiesta se per il proprio abbigliamento “definitivo” questi qui non abbiano in mente un sudario munito di tasche. (Il Papa, recentemente, ha citato un detto – ‘il sudario non ha le tasche’ – che ho sentito, qui in Toscana, ai funerali di uno in odore di usura.).

Questa globalizzazione “a metà”, che non tiene in conto i diritti dei lavoratori dei paesi del recente terzo mondo, sta deprimendo l’Europa. E quanto l’Europa (concetto che pure amo) sia bolsa si capisce dall’indifferenza di noi europei verso i diritti umanissimi di quei lavoratori che assomigliano paurosamente a degli schiavi.

Eppure ci converrebbe che anche in Bangladesh i lavoratori fossero pagati equamente: forse il lavoro resterebbe in Italia. Ma forse stiamo vivendo in una stagione dove anche questo slancio si spegne, prima ancora di prendere parole e sostanza; forse è proprio una stagione diversa da tutto ciò che è stato, prima.