La poesia dell’altro mondo

¿Sólo así he de irme
como las flores que perecieron?
¿Nada quedará de mi nombre?
¿Nada quedará de mi fama aquí en la tierra?
¡Al menos flores, al menos cantos!
¿Que podrá hacer mi corazón?
En vano hemos llegado,
en vano hemos brotado en la tierra.

Queste parole appartengono a una composizione degli indios Nàhuatl che, così poeticamente e con versi tanto commoventii si domandavano “che ci stiamo a fare” aquì en la tierra, se poi non lasciamo dietro di noi qualcosa di significativo a testimoniare il nostro transito.

L’unica volta che sono stata a Città del Messico, mi sono emozionata due volte. La prima, quando ho ‘visto’ la scoperta dell’America in controcampo (nel vero senso della parola), attraverso gli occhi tristissimi, e le grida di protesta, dei campesinos che le manifestavano contro (era il 12 ottobre 1992). E la seconda volta, al Museo Antropologico, quando mi apparve questa poesia – incisa in uno dei ‘frontoni’ che accolgono i visitatori – che dà voce alla domanda delle domande.

Ecco, se io facessi vino,  non vorrei tanto che la mia memoria fosse legata al mero successo commerciale della mia cantina, quanto a qualcosa di più sublime (e magari anche redditizio, con il debito impegno) come può esserlo un grandissimo vino – unico e inimitabile -; perché sarebbe la risposta perfetta alla domanda che si fanno gli indios Nàhuatl; una risposta altrettanto poetica che dà senso ad un’intera vita spesa vicino e sulla terra.

Perché il vignaiolo fedele alla sua terra conosce bene il senso del suo passaggio su di essa.

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