Mulini a vento

“E’ tipico, ed è anche a chilometro zero, è ecologico e sostenibile. Lo trovi in una bottega, al centro del borgo antico, dove la filiera è corta e tutto giunge dal podere e dalle fattorie (o dalle cascine) dove lavorano i contadini, che coltivano l’orto e i loro doni della terra li tengono nella loro madia per darli poi a te. Sono prodotti fatti in casa, praticamente dalla mamma; è tutto casalingo, è tutto naturale, è tutto fatto come una volta, ed è anche ecologico, inoltre il sapore viene da un sapere antico, o meglio dagli antichi saperi, per finire sulla tua tavola, con l’amore con cui sono prodotti, senza dimenticare la filiera corta.”

La finta riscoperta della terra prese le mosse dal Mulino Bianco -linea nata dall’ingegno di un pubblicitario per ‘rinnovare’ i bilanci di un grande pastificio – che ci ha proposto, due generazioni fa, buoni prodotti (industriali) dal gusto innovativo che coglievano quello che allora era appena un refolo: la riscoperta della terra e la nostalgia della ruralità; luoghi da cui il nostro paese era appena scappato – di corsa per andare in fabbrica -, e da cui le classi più semplici ancora stavano fuggendo.

Una storia che tutti i pubblicitari conoscono bene, un marchio che ora viene declinato in altri modi, secondo logiche dell’azienda a cui esso appartiene. Una storia che ha ‘sdoganato’ la terra e la campagna, che prima erano luoghi di marginalità, di fatica, di scomodità, di negazione di tutto ciò che era moderno e piacevole.

Una storia che oggi dimostra – se mai ce ne fosse bisogno – la pochezza del sottobosco di saprofiti che non l’hanno capita, come non hanno capito minimamente che “le cose buone di una volta” o te le propone l’industria (che non bisogna demonizzare se non si traveste), o bisogna che siano autentiche. Altrimenti, facendole il verso, distruggono ciò che resta della verità della terra.

A Milano, c’era a quei tempi il vecchino col canestro – pani di burro rigorosamente senza marchio, uova fresche, formaggi e formaggelle, il grana, e qualche filo di paglia (‘rimasto appiccicato’) – che girava per gli uffici più ricchi offrendo i prodotti di cascina a un prezzo che era circa il triplo di quello normale. Dopo anni si scoprì che il vecchio si approvvigionava alla “Cascina Rosina”; i prodotti erano buoni, ma il prezzo era galatticamente gonfiato.

Ora ho un po’ nostalgia del vecchietto furbissimo, che aveva capito che aria tirava, filo di paglia incluso, quando vedo gli exploits dei suoi succedanei sempliciotti che propongono la finta campagna, i finti contadini, la terra finta, con parole rubate che contengono solo aria fritta, cercando di fare affari alle spalle di quelli che con la terra ci campano e degli altri che hanno capito che la terra è la cosa più concreta che c’è.

 

6 pensieri su “Mulini a vento

  1. Pensa che i miei nonni, allora settantenni partirono a mattina presto, perdendosi più volte e tornando in tarda serata pur di visitare il mitico mulino bianco. Senza farlo notare più di tanto, al di là di passare un po’ di tempo insieme, l’esito del viaggio fu una delusione. E delusione dopo delusione … più si vende un prodotto per genuino, biologico, e chi più ce ne ha ce ne metta, e più questo rischia di inciampare in controlli e giudizi da parte del consumatore, ovviamente con immediato effetto boomerang quando si viene scoprire che la confettura della nonna non è fatta dalla nonna.

    • Ma almeno il “Mulino Bianco” si presentava come prodotto industriale che si rifà alla natura. Il suo inventore – Dario Landò – ha costruito decine di anni fa quella storia per conto della Barilla, ed era tutto molto chiaro e trasparente.
      Molto dannoso, invece, per chi alla terra crede in questi anni ormai post industriali, di finanza spinta, di valori (si fa per dire) esclusivamente virtuali, ma pochissimo vituosi, è la messe di iniziative – spesso create dalla (cosiddetta) politica – con etichette che pretendono di gabellarle come ‘dei contadini’, mentre invece si tratta di mere speculazioni per nutrire un sottobosco di fannulloni che vivono speculando sulle spalle di altri che lavorano davvero la terra.
      La terra – quella che ancora rimane e quella pochissima che si riuscirà a proteggere dalle grinfie della speculazione mondiale – è una cosa seria e chi ci lavora non merita che la parola “contadino” (o “agricoltore”) venga usata per definire ciò che da quel lavoro è lontano anni luce.

  2. 15 febbraio 2012. ALTRO CHE MULINI.

    Dossier FAI e WWF: a rischio 75 ettari al giorno

    Nei prossimi vent’anni, la superficie di terra occupata dalle aree urbane, in Italia, crescerà di circa 600.000 ettari, pari a 75 al giorno. E’ la stima che Fai e Wwf forniscono nel dossier ‘Terra rubata, viaggio nell’Italia che scompare’.
    Il rapporto si base su un progetto di ricerca condotta in 11 Regioni (44% del suolo italiano), promosso dall’Università degli Studi dell’Aquila, in collaborazione con Wwf Italia, l’Università Bocconi di Milano, l’Osservatorio per la Biodiversità, il Paesaggio Rurale e il Progetto sostenibile della Regione Umbria. Nel dossier si sostiene che, negli ultimi 50 anni, l’area urbana in Italia si sia moltiplicata di 3,5 volte ed e’ aumentata, dagli anni ’50 ai primi anni del 2000, di quasi 600mila ettari. In particolare, in 50 anni (1951 – 2011) persino quei Comuni che si sono svuotati a causa dell’emigrazione sono cresciuti di oltre 800 mq per ogni abitante perso. Altro capitolo la piaga dell’abusivismo edilizio. Dal 2000 al 2010, si registra, poi, in agricoltura, una diminuzione della superficie aziendale totale (Sat) dell’8% e della superficie agricola utilizzata (Sau) del 2,3%, mentre il numero delle aziende agricole e zootecniche diminuisce, nello stesso periodo, del 32,2%. Il risultato e’ un territorio meno presidiato e più fragile: in Italia circa il 70% dei Comuni e’ interessato da frane che, tra il 1950 e il 2009, hanno provocato 6439 vittime tra morti, feriti e dispersi. Allarmante anche il rischio desertificazione. Tra le proposte di Fai e Wwf per fermare il consumo del suolo, ci sono: severi limiti all’urbanizzazione nella nuova generazione di piani paesistici e, in attesa della loro definitiva redazione, una moratoria delle nuove edificazioni su scala comunale; il censimento degli effetti dell’abusivismo edilizio su sala comunale per contrastare più efficacemente il fenomeno; dare priorità al riuso dei suoli anche utilizzando la leva fiscale per penalizzare l’uso di nuove risorse territoriali; procedere ai cambi di destinazione d’uso solo se coerenti con le scelte in materia di ambiente, paesaggio, trasporti e viabilità.

    • Nel frattempo l’agricoltura non è considerata una risorsa, visto come viene trattata e tassata.
      Proprio oggi la ex presidente del FAI, Crespi, ne parla sui quotidiani, sia come agricoltore, sia come persona che ha lottato e lotta per il paesaggio come risorsa economica, ma soprattutto culturale e di benessere per la collettività.

  3. Vandana Shiva ai giovani italiani: occupate la terra così come occupate le piazze!
    di Vandana Shiva – 06/03/2012

    Fonte: AAM Terra Nuova

    Un intervista rilasciata da Vandana Shiva sul pericolo dell’alienazione delle terre pubbliche programmata dal governo Monti. I governi hanno fallito nel loro ruolo, la terra è l’unica salvezza, e va messa in mano a chi la coltiva

    L’accesso alla terra è sempre più difficile, perché la terra fa gola agli speculatori e ai palazzinari. Lo Stato italiano, per esigenze di cassa, ha pensato bene di mettere in vendita i terreni demaniali, non solo quelli su cui ha un effettivo diritto di proprietà, ma anche quelli su cui insistono i secolari diritti degli “usi civici”. Ci stiamo letteralmente scavando il terreno da sotto i piedi, perché senza terra non c’è futuro. Sul portale di Navdanya International si è affrontato l’argomento con un intervista a Vandana Shiva, la nota scienziata ed attivista indiana, che insiste su un argomento: i governi hanno fallito il loro compito di rispondere ai bisogni della popolazione. La Terra è l’unico luogo dove tornare. Pubblichiamo per intero l’intervista:

    “La terra sostiene la nostra vita sulla Terra, e la Terra non discrimina tra giovani e vecchi, ricchi e poveri, per lei tutti i figli sono uguali.
    Noi siamo legati alla Terra dal momento che ognuno riceve una giusta, equa e sostenibile parte di risorse: la biodiversità e i semi, il cibo che i semi ci procurano, la terra su cui possono crescere i cibi, l’acqua che scorre nei nostri fiumi e anche l’aria dell’atmosfera che respiriamo. La più grande sfida che dobbiamo fronteggiare oggi è quello che ho chiamato la rapina dei nostri beni comuni da parte delle multinazionali. I semi come beni comuni sono stati sottratti tramite la privatizzazione e brevettazione, l’acqua è stata privatizzata tramite leggi, la terra è stata privatizzata e rubata nei paesi poveri, in India, in Africa, ma anche nei paesi ricchi a causa dell’aggravarsi della crisi economica. Le vere forze che hanno generato la crisi, tramite una morte finanziaria, ora vogliono appropriarsi del benessere reale della società e del futuro, vogliono appropriarsi dell’acqua e della terra.
    Penso che in questo momento di crisi, di crisi economica, la terra è l’unico luogo in cui possiamo ritornare per ricostruire una nuova economia; e ogni governo alle generazioni future dovrebbe dire: “non abbiamo molto altro da darvi: abbiamo perso la capacità di darvi lavoro, sicurezza sociale e garantirvi un decente tenore di vita. Ma la terra ha ancora questa capacità, noi consegniamo le terre pubbliche agli agricoltori del futuro: provvedete a voi stessi”. Questo è un obbligo, visto il fallimento dei governi, nell’attuale sistema economico, nel prendersi cura dei bisogni della gente; la terra può prendere cura dei nostri bisogni, la comunità può prendersi cura dei nostri bisogni. E se vogliamo avere un’economia viva, e dobbiamo averla, e se vogliamo avere una viva democrazia, la terra deve essere al centro di questo rinnovamento: dalla morte e distruzione alla vita.
    Mettere la terra nelle mani delle generazioni future è il primo passo, e se non lo faranno, seguendo la strada giusta, invito i giovani a occupare la terra così come stanno occupando le piazze; voi dovete fare un dono al futuro dell’umanità

    • Un messaggio preciso e forte che non troverà audience adeguata, perché cade in un contesto culturale (o incolto, se preferiamo) che subisce e ha subito messaggi di segno opposto.
      In Italia nessuno (partiti, politica, intellettuali e pensatori) ha mai indirizzato i cittadini verso i beni base del paese – terra, paesaggio, agricoltura, arte, artigianato – con pochissime eccezioni.
      La riscoperta della terra, di cui la poetica della toscanità è positivamente (in parte) responsabile, è avvenuta con i week end in Toscana (massimizzo, ovviamente). Perché fino a trent’anni fa la terra è stata dipinta come fatica, sporcizia, arretratezza, umiliazioni. Nessuno ha parlato mai di valori, e ora si parla solo di ‘valore’, pensando al soldo. Il che non è sbagliato del tutto: la terra vale perché senza non si mangia; ma ogni territorio ha qualità sue, particolari. La terra oggi poi viene rastrellata dalla speculazione internazionale…ed è facile prevedere che nuove politiche di tassazione, di ‘restrizioni’ inedite verranno varate per facilitarne l’esproprio a favore dei soliti sessanta che governano il mondo.
      Sono consapevole che scriverlo ti fa passare per pazzoide; allora dico che non ci sarà la Spectre di bondiana memoria, non sarà il club dei ‘mandanti’ di Monti, ma di certo il sistema bancario tiene già per la pelle di quello che preferisci un a maggioranza di agricoltori.
      Che fare?

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